SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Giovanni Comisso- La mia casa di campagna

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.L’amore per la mia campagna era diventato una passione, avevo in tasca un taccuino dovunque andassi e vi annotavo le cose da fare,i lavori eseguiti, il quantitativo dei raccolti, le vendite della stalla, i malanni del tempo. Ogni tanto vi interponevo qualche nota letteraria, ma la mia segreta speranza era di trovare nel reddito dei campi la possibilità di realizzare quel grande ozio che fu sempre la mia suprema attesa. Non avere padroni, né servitori, non avere l’incubo delle ore, non avere alcuna preoccupazione di denaro e lasciare che la mente e i sensi vivano tra il sogno e l’azione, liberi e folli, secondo l’estro determinato quasi da una consistenza astrale. Questa vita, anche se per brevissimi periodi, si avverò miracolosamente nella mia casa di Zero. Mi appassionavo ai mercati di bestiame. Il bestiame scende dagli alti pascoli e passando da una fiera all’altra si dirada nei mercati della pianura. «Ricchezza dell’alta fa miseria della bassa»: dicono i sensali se per le buone piogge à abbondato il fieno in montagna così da non essere costretti a vendere il bestiame a quelli della pianura. Le stalle dei pascoli sui monti vengono abbandonate all’alba, non si chiudono neanche le porte, ché nulla vi rimane oltre la cenere del focolare e il bestiame scende giù per la valle, guidato da una vacca con una campanella al collo, che ogni tanto si ferma per annusare l’aria sempre più grossa. Nutrite dalle buone erbe, scendono con la coda impastata di sterco, seguite da nuvoli di mosche. Appena ritornano alle loro stalle, subito i padroni le strigliano e arrangiano loro le unghie che su per le montagne si sono ridotte a una forma di vecchie ciabatte. Imminente è la fiera. Arrivano dalla pianura uomini grandi e corpulenti armati di corti bastoncini e con la violenza della voce e con l’impeto delle spalle e delle braccia fanno i primi acquisti. Scendono ancora le vacche, seguendo il corso del torrente, aizzate dai bastoncini di quegli uomini grandi. Lungo la vallata le fiere e i mercati si susseguono, come le cascate per le acque. Queste fiere e questi mercati di autunno sono i più ricchi di affari: chi vende il bestiame per comperare il corredo alla figlia che si sposa, chi per liberarsi da vecchi debiti che gli interessi rendono insopportabili. Quelli della bassa comperano con i denari ricavati dal frumento, che è andato bene e quelli dell’alta vendono le vacche superflue per comperare il granone nuovo della bassa. Ogni paese à il suo mercato: all’ombra delle case o d’un viale quello del bestiame, altrove quello del pollame, attiguo quello dei venditori di funi, di mastelli, di ceste, di falci, di forbici, di coltelli. Altrove quello dei tessuti e delle scarpe. Il primo ad animarsi è quello del bestiame: dalla sua importanza dipendono tutti gli altri. Ancora prima che incominciasse il giorno, sono arrivati dalle stalle i ragazzi assorti nel sonno, accompagnando le vacche stanche. Sulle strade della pianura che si imbiancano di luce, i grandi sensali avvolti nel mantello aizzano animosi la cavallina. L’aria pungente del torrente stimola a loro la brama di buoni affari e un appetito da saziare alla trattoria. Pensano che in quel mercato vi troveranno i bei campioni di razza alpina, stagionati dai pascoli alpestri, che rivenderanno di sicuro ai proprietari della bassa. I mercati della zona pedemontana non sono come quelli delle città di pianura, si può essere certi che le bestie non ànno difetti, si presenteranno stanche, lente nel passo, indolenzite agli zoccoli, magari con la pulce alle unghie, ma ànno la chiara promessa di ricche mammelle e di un ottimo parto. Arrivano e si addensano sotto agli alberi custodite dai giovinetti assonnati, i sensali si rianimano con il primo bicchiere di vino e subito passano in rassegna le bestie.Lo sguardo esperto di questi uomini alti sa scorgere la buona vacca a distanza, misurarne la sagoma, non lasciarsi ingannare dalle mammelle lasciate gonfie a posta. Allora il sensale si fa largo, spinge uomini e bestie e passa per arrivare alla vacca individuata, ne palpa la pelle, le mammelle, ne misura la coda, la tocca con il suo bastoncino, ne scopre i denti, poi subito si allontana indifferente agli elogi del venditore. Intanto sono sopraggiunti i fattori delle campagne della bassa, i sensali vanno incontro: «Mercato buono». È il primo saluto. «Vi sono belle bestiole, sono fresche di montagna, qui non vi sono quelle scarte che si vedono a quello della città.» E con il bastoncino indicano questa da latte, quella prossima a dare il vitello, quest’altra da esposizione. Ma passano via svelti per non dare il sospetto di interessarsi troppo. L’acquisto è sempre minacciato dal pericolo che altri per poca differenza intervengano a portarsi via una vacca desiderata e sulla quale si è voluto discutere per ripagarsi della provvigione al sensale. Bisogna che non tutti capiscano intorno a quale cifra si aggira la disputa. I sensali ànno il loro gergo: «Mezzo palazzo,mezzo palazzo ancora e la bestia è sua». E le mani di chi acquista e di chi vende vengono prese tirate e congiunte contro la pancia del sensale enorme. «Mezzo palazzo significa cinquanta lire». Sovente, dopo tanti anni che non circolano più, ancora si sente dire: «Vi aggiunga un marengo».
Tirano le mani dell’uno e dell’altro riscaldandosi in volto, ma quello che vende, come una nave che strappi gli ormeggi, si libera e se ne va, fingendosi sdegnato della poca offerta e quello che compera fa altrettanto fingendosi arrabbiato e anche offeso per l’esagerazione della domanda: «Ma cosa  crede, non vado mica a rubare, che se la tenga la sua vacca, che se la tenga, ve ne sono pure di meglio». Allora tocca al sensale riavvicinarli, ripacificarli, riprendere la mano dell’uno e congiungerla alla mano dell’altro, invitarli all’osteria vicina a bere un bicchiere, annunciare che da una parte e dall’altra vi è tutta la buona disposizione di accordarsi. «Siete contento di venderla?» «Ma sì, ma sì, che io sono contento di darla a questo signore, ma per quella cifra non posso, non posso». Allora sono offese, sono minacce, sono gesti disperati del sensale, il quale, riuscito a stringere le mani, si trova invero stanco e con un appetito incalzante. Si asciuga i sudori, intasca la provvigione, accende un sigaro e scacciando a fatica la tentazione di andare a mangiare un piatto di castrato, ritorna a combinare altri accordi prima che il mercato finisca. A volte i venditori sono contadini discesi dai colli boscosi, pezzi d’uomini che risentono la grana dei tronchi d’alberi e allora i sensali contro la loro durezza a cedere li attaccano con le più strambe offese: «Mangiatore di polenta abbrustolita». «Venite qua, voi che se avete fatto servizio in finanza, potevate restare di guardia senza fucile: Dio, come siete brutto.»
Sono offese, ma non sono offese, l’altro capisce che scherza e se si mostrasse offeso, il ridicolo sarebbe tutto per lui. Da una parte e dall’altra si spinge, si grida, si tira, si molla, anche le vacche si agitano, si alzano posando le zampe sulla groppa di altre. Soli estatici e indifferenti sono i giovinetti. E tra il trambusto di chi vende e di chi compera, silenziosi e come invisibili serpeggiano donne mendicanti che si mettono a mungere le gonfie mammelle delle vacche vendute, segnate di azzurro alla coscia. Il sole manda luci e ombre sulle vacche, qualche sensale osserva che si vede meglio una bestia con una giornata grigia, coperta, che con il sole: il sole segna troppo le ombre e l’occhio s’incanta. Un mercato è legato all’altro: si sbraita, si spinge, l’appetito si fa imperioso, subito si presentano le trattorie profumate con le pentole al fuoco e con le grasse padrone paonazze al volto, fermo l’occhio e sicure nel tenere a mente chi ordina e chi non à ancora pagato. Le carte da cento tra le mani callose sembrano gigantesche farfalle, ognuno annota nel proprio libriccino la vendita o la compera, chi risale in automobile e riparte, chi riprende le redini del proprio cavallo. Intanto le vacche discese dai pascoli riprendono a scendere ancora, come i torrenti, tra le terre della pianura e il loro passo stanco sugli zoccoli consunti verso la nuova stalla, si fa lento, come le acque avvicinandosi al mare. Mi iniziavo a questi mercati con un entusiasmo fortissimo, alzandomi quando era ancora notte, fremente di vedere e di imparare, orgoglioso di fare buoni acquisti per arricchire la mia stalla, senza badare al denaro, che giudicavo spregevole al confronto con l’animale armonioso ricevuto in cambio. Ancora mi piaceva andare alle nozze dei contadini. Si fanno d’autunno, perché sono finiti i raccolti e vi è il vino nuovo per le tavolate di invitati. In questi giorni di nozze si vedono carrettini andare verso la città e ritornare più tardi con grossi pacchi e il giovane sposo con il cappello nuovo incartato, sulle ginocchia. Alla sera la sposa, nella sua casa, con le compagne distese per terra, scioglierà i bioccoli di lana, per il materasso nuziale, accompagnandosi con il canto. I fratelli dello sposo prepareranno il locale per il banchetto, si imbiancano le pareti, si pulisce per terra, si costruisce con ramaglie una specie di pergola, le sorelle ritagliano bandierine di carta da appendere, altri vanno a cercare in prestito sedie e tavole, altri spaccano la legna, le donne spennano i polli e le anitre, nelle botti il vino nuovo freme di zampillare, si pulisce il calderone per l’immancabile risotto che aprirà lo stomaco e lo consoliderà. Il vecchio cane da guardia pregusta le ossa miracolose. Per le nozze inviteranno anche i padroni, è già arrivato il loro regalo: un servizio per il caffè che non verrà mai usato e rimarrà esposto sul cassettone della camera da letto come appartenesse agli usi di un’altra razza. In quei giorni di nozze le campane suonano a tutte le ore e le strade che portano alla chiesa sono percorse da cortei nuziali, la sposa a braccio del compare e tutti gli altri dietro per due: scarpe, vestito e cappello nuovi, cravatte che le mani fortissime ànno stretto come nodi scorsoi. Nel passare davanti alle case i ragazzi gridano gli evviva ai quali risponde un getto di confetti. Si divertono a gettarli lungo i fossi nel groviglio delle siepi per suscitare una frenetica ricerca e il confetto si mette in bocca anche se raccolto nel fango. Per altra strada scalpitano cavalli bianchi e neri che nelle aperte carrettine portano altri sposi e invitati alla chiesa. I campi sono già immiseriti per l’avvicinarsi dell’inverno, le case risaltano oltre le siepi spoglie, il cielo nel freddo dell’aria si fa duro e fermo, la sposa non è riuscita a dormire per tutta la notte, fino a tardi stava ancora alzata a provare con le sorelle il vestito e il velo. All’alba sua madre le aveva portato un brodo caldo e subito si era alzata per pettinarsi. Ogni suono di campane che viene dalla chiesa è creduto sia il richiamo per lei. Le ore non passano mai, le sorelle più piccole portano le notizie dalla casa dello sposo. Il velo viene definitivamente assestato sul capo, un’ultima occhiata allo specchio, il volto è pallido, ma lo sguardo brilla di attesa. Il compare è già in cucina, la sposa discende dalla sua stanza, dove non dormirà più, sorride e dà la mano al compare, suo padre riempie di vino i bicchieri, i ragazzi avvertono che lo sposo sta per arrivare assieme a tutti gli altri. Le campane ora suonano per lei e si parte tra lo schioccare delle fruste e lo scalpitare dei cavalli. Sul mezzogiorno ritornano, l’appetito è rodente, il risotto è pronto senza abbia preso odore di bruciato, colmeggia nelle zuppiere, tutti prendono posto, nessuno à voglia di parlare, i bicchieri si vuotano e si riempiono, i pani dovrebbero moltiplicarsi per questi denti infrenabili. Arrivano i polli, arriva il radicchio con il sedano, arriva l’arrosto, arrivano le patate fritte, poi succede una tregua: risa e chiacchiere si accendono, ossa e mollica di pane volano per aria, uno si alza in piedi e dice:

Senza occhi lagrimosi

bevo alla salute degli sposi.

Si grida, si applaude, un altro si alza e risponde:

Bevo questo vino glorioso

alla salute dello sposo.

Altri applausi, altri vogliono brindare, le rime riescono e non riescono, la sposa à un momento di tristezza nel crescere dell’allegria. Reclina la testa sulla spalla del padre, forse è solo un convenzionale pudore nella reale impazienza. Qualcuno chiama di urgenza i suonatori e subito al primo suono di cornetta incominciano le danze. Il padre dà l’inizio con la figlia, è un ballo alla maniera antica, tutto inchini e volteggi a cui il vecchio padre si adatta felice. La figlia, abbassando gli occhi nell’ebrezza, gira e rigira tra la compiacenza di tutti, per passare subito dopo tra le braccia dello sposo. I suonatori gonfiano le guance e accelerano la musica, tutti seguono gli svolazzi delle sottane, la mano che stringe la schiena e quella di lei posata sulla spalla di lui. Il ballo perdura e gli altri si uniscono al turbine. Intanto gli anziani si sono messi a giocare alle bocce nel cortile. Il banchetto sarà ripreso verso sera con minestra in brodo e altri polli e alla fine la musica tornerà a dominare per tutta la notte. Ma a una certa ora il vecchio padre lascerà la compagnia per fare un’ispezione alla cantina, perché comincia a vedere effetti eccessivi e vi darà un definitivo giro di chiave. Per turno tutti balleranno con gli sposi, fino a quando essi scompariranno, quasi inveduti, per essere lasciati finalmente soli. Mi accorgevo che solo avessi mantenuto pronta la mia avidità umana, quella vita di campagna non sarebbe stata piatta e solitaria. Già ero riuscito a scoprire che il paesaggio circostante, pure essendo in pianura, potevo considerarlo variato e pieno di prospettive come fosse di collina o di montagna. Tutto dipendeva dal persistere nell’osservarlo fino ad accorgersi che il variare delle fioriture e della luce nelle ore del giorno creava movimenti, scenari e sfondi sempre nuovi. Ma la mia attenzione preferiva rivolgersi alla gente che abitava attorno alla mia casa. Nella cadente osteria poco distante mi incontravo con squadre di giovani contadini che essendo in eccedenza nella loro famiglia offrivano le loro braccia a tutti i lavori che potevano venire offerti e per questo vengono appunto chiamati: braccianti. Sono uomini dalle buone braccia, braccia molto semplici, asciutte, dove i muscoli compensano le ossa in una plastica modesta. Braccia fatte soprattutto per lavorare e nei rari ozi per amare o per giocare alle bocce. Accorrono sempre dove è lavoro, alla fornace, a portare carretti di ghiaia, a tagliare il frumento e a trebbiarlo, a zolfare le pesche, a raccoglierle, a costruire una casa e altro ancora. Il loro mezzo di comunicazione è una bicicletta sgangherata, scrostata e arrugginita, quando vanno al lavoro nella buona stagione indossano una maglietta che à assorbito soli cocenti, piogge e sudore e, alla festa, altra maglia dal colore vivace eun fazzoletto di seta al collo. Si svegliano nella loro piccola stanza, quando la prima luce si irradia rasente alle siepi e i galli cantano dall’alto dei pollai, trattenuti ancora dalla rugiada. Nella loro stanza il disordine è inestricabile, scarpe vecchie e nuove sparse agli angoli, uno specchio rotto alla parete, camicie sporche per terra, come pelli di animali sgozzati, un sapone verde sul davanzale, un pettine rotto sul cassettone tra il rosso, l’azzurro e il giallo delle loro maglie ambiziose. Presto sono in piedi, aprono le imposte e sputano contro al sole nascente, si vestono, si lavano in fretta alla fontana nel cortile e di un salto in bicicletta filano verso il lavoro. Quelli che lavorano con la sabbia attaccano il loro piccolo cavallo al carretto dalle alte ruote, caricano a palate la sabbia e vi si distendono sopra per ritrovare la dolcezza del letto e riprendere il sonno con il favore del lento andare del cavallo. Sbatacchiano le ruote, il cavallo conosce la strada, l’ombra degli alberi passa generosa sulle nuche scoperte, qualche donna si affaccia alla finestra e li riguarda invaghita da questo abbandono, come fosse riuscita a scoprirli nel segreto della loro stanza. La fornace à lunghe tettoie, il lavoro è silenzioso sugli spiazzi nel rivoltare al sole i mattoni crudi, altri al riparo di un telone danno lo stampo alla creta, svelti nelle braccia. Nel calore che si dilata pesante per la campagna, si diffondono gravi e soffocati i fischi delle trebbiatrici a richiamare nell’imminenza del lavoro. Dalle piccole strade folte di siepi sbucano sulle biciclette i braccianti che accorrono. Salgono sul cumulo dei mannelli, la macchina prende a sgranare, la polvere si solleva pesante, il frumento scaturisce netto, le braccia sollevano i sacchi, altre formano i covoni di paglia. Il meriggio arresta ogni lavoro, la polvere e il sudore danno noia alla pelle. Le anitre nei fossi affondano il collo e si irrorano l’acqua sul dorso. I braccianti serpeggiano in bicicletta per i viottoli che portano al fiume, si fermano alla prima ombra sull’argine, scagliano le biciclette nella siepe, vi penetrano per spogliarsi e subito seminudi si tuffano nelle acque. Le teste riemergono come avessero azzannato qualcosa nel fondo, le risa e le voci sono forti, l’acqua spruzza nell’aria come schegge di cristallo. Poi vanno verso altri campi deserti dove sanno che vi sono ciliegi carichi di frutta e le braccia afferrano il tronco come lo volessero piegare. Salgono tra i rami per nascondersi avidi, ma il vento li discopre arrossati di succo alle mani e alla bocca come pagliacci di circo. Viene la sera, il bovaro accompagna una vacca verso la stalla del toro. Tambureggiano contro il dorso che si reclina femmineo agli zoccoli del maschio furente che à odorato la bestia innamorata. Ritornano i braccianti alla loro casa per il breve pasto, la sera risuona di grilli, di rane e di usignoli, ripresa la bicicletta vi aggiungono i loro canti. Sul cancello delle case le ragazze estasiate attendono e ognuno à il suo cancello dove fermarsi per confondersi più tardi con una ragazza nell’ombra più cupa e già scintillano le lucciole. Altre sere venivano nella vecchia osteria dove l’organetto li richiamava alla danza. In mancanza di donne ballavano tra di loro, le maglie rosse, azzurre, gialle e verdi nel carosello, entro alla piccola stanza, si alternavano come ali di farfalle su fiori, da ultimo finivano in spinte impetuose e in pedate furtive che facevano traballare la vecchia baracca e strepitare la furiosa padrona.

Giovanni Comisso- La mia casa di campagna

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