SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Mario Rigoni Stern- Il bosco degli urogalli

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Di là c’è la Carnia

Sono passati vent’anni e ancora gli sembra ieri. Anche perché il tempo, nella vita di un uomo, non si misura con il calendario ma con i fatti che accadono; come la strada che si percorre non è segnata dal contachilometri ma dalla difficoltà del percorso. La Nord del Cervino è molto più lunga dell’Autostrada del Sole. Ma non sono neanche paragoni da farsi, questi. Per lui era andata come sto per dire, ma solo oggi si può trovare un senso al suo comportamento di allora; mentre subiva non era possibile. La sua storia me la sono trovata davanti questa sera vangando l’orto … Come le armate russe avanzavano da est i tedeschi cercavano di evacuare i campi di concentramento, ma non sempre ci riuscivano per la rapidità delle manovre e allora, a piccoli gruppi, i prigionieri di guerra vagavano affamati tra l’una e l’altra schiera di carri armati e cannoni. Così, lui, dall’alta Polonia era giunto nella Slesia dove i tedeschi lo ripresero e lo misero a lavorare nelle miniere di carbone. Non si può dire quanto fu duro quel periodo, né si può dire quanto durò perché tutto era sempre buio. Nero il giorno giù nella miniera, nera la notte nelle baracche del Lager, neri i visi, i vestiti, l’acqua dei pozzi dentro il Lager, le patate marce (un mastello per ogni baracca per pranzo e cena e null’altro). Unica cosa bianca la sclerotica degli occhi senza espressione e i corpi nudi dei prigionieri, italiani e russi, che ogni sera portavano a seppellire nella fossa comune. 
L’esercito russo riprese ad avanzare e i guardiani del Lager fecero la selezione dei prigionieri con il medico militare. Erano tutti nudi, in fila, nello spiazzo dell’adunata. Lo spago del piastrino pendeva dal collo secco e il piastrino era sul petto con il numero bene in vista. Il medico passava rapido seguito dal Lagerfeldwebel con il registro dei numeri. Guardava frettoloso dai piedi agli occhi, le mani stese in avanti: diceva parole brevi che significavano: lavori pesanti, lavori leggeri, morte. Il maresciallo del campo segnava scrupoloso sul registro. Quando arrivarono da lui si sforzò di far rientrare il ventre gonfio e sporgere il petto magro e incavato. L’ufficiale medico fermò un attimo lo sguardo sulla ferita che aveva sulla gamba sinistra — era stata una scheggia di mortaio in Albania — e disse qualcosa al Feldwebel; con la punta delle dita gli premette il ventre gonfio e dopo lo fissò. Disse il suo destino. Alla notte lo portarono via con tanti altri. Non c’era stazione ferroviaria ma vicino al grande Kriegsgefangenenlager passavano dei binari di raccordo. Anche giorni e notti sul treno non avevano misura; il tempo era rotto soltanto dai colpi dei respingenti e dalle voci dei ferrovieri. Il treno si fermò in una valle profonda e li fecero scendere. Lavorò ancora nelle miniere. Di ferro, questa volta. Era un’alta montagna tutta a gradoni come il purgatorio di Dante ed erano migliaia i prigionieri e i deportati di ogni nazione. Ma era certo meglio che nelle miniere di carbone, anche se era molto freddo, perché si lavorava sotto il cielo e attorno vi erano montagne bianche di neve e boschi profondi. Quell’inverno fu duro, con tormente di neve e, qualche volta, dai carrelli del minerale, gli toccava scaricare corpi di compagni congelati. Solo che nessuno moriva di fame perché la Società della Miniera passava un supplemento viveri alla razione del Lager. Come avrebbero potuto lavorare, altrimenti? Una volta per un girone della miniera incontrò un gruppo di deportati politici; erano puliti nella loro divisa a strisce e in forze, anche. Forse erano appena arrivati. Uno di questi canticchiava sottovoce in italiano Bandiera rossa e quando gli passò accanto gli sussurrò molto chiaramente: “Coraggio alpino, la va a pochi!” Ma lui già da tempo aveva meditato la fuga, sapeva, ora, dov’era. Quel fiume laggiù era il Mur e, risalendolo, si doveva arrivare al confine e, valicate le Alpi, c’era la sua casa. Non ci riuscì anche perché lassù c’era troppa neve e non aveva viveri; i gendarmi lo presero dopo dieci giorni. Passò un mese allo Straffenlager e ne uscì vivo. Neanche ora lo sa come. Neanche ora, dopo vent’anni. Quel mese appartiene a un’altra vita che lui, chissà come, aveva. A Graz gli fecero sgomberare macerie dei bombardamenti e lì, a comandare, c’erano gli SS ungheresi. I russi erano già entrati in Ungheria e loro erano scappati con le loro donne e i loro ori e i loro cavalli. Ma frustavano tutti e volevano che tutti i prigionieri del Lager salutassero con il braccio teso dicendo: — Kirtantass! O salutare e dire “kirtantass” o prendere una scudisciata. Lui ne prese molte. Un giorno un ufficiale ungherese parlò italiano e disse: — Può darsi che presto finisca la guerra; l’arma segretadi Hitler distruggerà il nemico giudeo e voi avrete la grazia di lavorare e ricostruire tutta l’Europa. Ma potrebbe anche darsi che arrivino prima i russi. In tal caso, e particolarmente a voi italiani, raccomandiamo le nostre donne. D’improvviso gli fecero smettere di scavar macerie e li portarono a scavar fossi anticarro ai margini della città. Una donna, passando, gli fece cadere nello scavo un pezzo di pane nero e un vecchio gli sussurrò in tedesco: Vattene a casa. Sta per finire tutto. Alles kaputt!
Nel Lager le guardie ungheresi si erano ritirare nelle loro baracche in muratura e c’era silenzio. Senza parlare raccolse nello zaino quelle poche cose che gli erano rimaste, legò sopra la mantellina stracciata, si mise in testa il cappello d’alpino e disse ai suoi compagni: Se volete venire, io me ne vado a casa —. Era una sera d’aprile del 1945. Nessuno lo fermò. Il campo era fuori dalla città; la guardò una volta: il castello era lì nel centro sopra tetti e campanili semidistrutti; ricordava che sotto il castello c’erano le gallerie dove tutti andavano a rifugiarsi quando gli aerei americani bombardavano. Prese diritto per le montagne lontane, aldilà doveva esserci la Carnia. Non si voltò più indietro. Era una sera d’aprile del 1945. Camminava senza fretta, lontano da case e da strade. Dormiva qualche ora di notte tra i cespugli, ravvoltolato nella mantellina; mangiava erbe e foglie tenere di faggi e aceri, chiocciole crude. Qualche volta trovava nidi di tordi e ne beveva le uova. Una notte passò un crinale e l’acqua delle nevi scendeva per l’altra vallata: “Quest’acqua va nell’Adriatico”, pensò. Incontrò delle case, ma erano abbandonare o semidistrutte come quelle che aveva visto nei Balcani; tetti crollati, fumo nero sui muri segnati da pallottole, masserizie in pezzi e carboni spenti. Più avanti trovò dei fucili abbandonati, ne prese uno, lo caricò, se lo mise in spalla e continuò a camminare lungo la valle. Camminava fuori dalla strada, tra il bosco e il pascolo e fu così che vide risalire i primi tedeschi: camminavano guardinghi e sospettosi con le pistole mitragliatrici di traverso il petto, inquieti. Poi ne venivano altri conducendo biciclette, poi un gruppo con nel mezzo un carro da contadini tirato da due cavalli: sopra c’era piazzata una mitraglia e un ufficiale con il binocolo osservava scrupoloso tutt’intorno. Si nascose dietro un grosso tronco, li lasciò passare e, sporgendo la canna del fucile, mirò lentamente all’ufficiale. Ma non sparò. Dopo un quarto d’ora scaricò il fucile centrando i sassi del torrente e lo buttò dentro l’acqua. Per la rimanenza del giorno dormì dentro il bosco. Nella notte vide dei fuochi nella valle e la mattina dopo una lunga colonna di tedeschi che la risalivano. Da sopra la montagna aveva sentito suonare le campane e lentamente si avvicinò al paese. Vide delle bandiere e sentì anche cantare. Passò il torrente e fu tra le case. Da prima non lo notarono ma dopo un poco si accorsero di lui. Gli si avvicinò uno che aveva il cappello d’alpino in testa con il segno dell’Ottavo e un fazzoletto rosso attorno al collo. Era armato con un mitra. Gli chiese. — Da dove vieni, paìs? — Lo accompagnarono all’osteria dove poté mangiare due piatti di zuppa di fagioli e bere un bicchiere di grappa; ma non provò niente, non saziata la fame, né la sete, né la stanchezza, né la libertà. Niente. Gli infilarono sul cappello una bandierina tricolore di carta e riprese la strada. Camminava, camminava sempre; lentamente. Come avesse paura d’arrivare e volesse ritardare quel momento. A sinistra aveva la pianura veneta con i suoi fiumi larghi e ghiaiosi, a destra le montagne con ville, paesi e castelli. Per le strade andavano e venivano colonne di carri armati e di cannoni; incontrava lunghe file di camion con soldati e civili che cantavano, bandiere che sventolavano. Ma non fermava nessuno, non chiedeva niente a nessuno. Camminava solamente. Attraversò la città dove era stato a fare la visita di leva nel 1937, ma non la riconobbe: non c’era niente che gli ricordasse qualcosa. C’erano case bombardate e gente indaffarata. Una donna si avvicinò e gli disse: — Da quella parte, in un palazzo, c’è il centro di assistenza della POA -. Non ci andò. A stento riuscì a trovare la strada che portava verso le sue montagne. Ma la cercava con le gambe, non con la testa. Un contadino gli passò accanto con un carro: — Sali, —  gli disse. — Anch’io vado di qua —. Sul carro c’era un barile di vino e il contadino lo invitò a bere finché ne avesse voglia. Si sdraiò sulla paglia del carro a guardare il cielo. Il vino gli aveva dato una lucida tristezza, delle gocce si erano fermate sui peli della barba e brillavano al sole come rubini; fili di paglia e lische di spighe si erano attaccate ai capelli e ai resti della divisa. Il contadino, a un bivio, fermò il cavallo: — Io vado di qua, se vuoi venire a casa mia … Domani potrai riprendere la strada riposato —. Scese, s’infilò lo zaino e salutò il contadino con la mano. Camminando non guardava le montagne ma il margine della strada dove tra la ghiaia cresceva l’erba. Non pensava. Ricordava come in sogno quella volta che erano andati alla visita al distretto: erano in tanti paesani e ora era solo. Solo. “Chissà se davanti alla porta di casa ci sono ancora i due alberi? E dentro la casa? Dall’Albania non mi ha più scritto, magari si sarà sposata. Toni l’ho seppellito nel cimitero di Elbassan. Piotr Ivanoviĉ. Dove sarà Piotr lvanoviĉ ora? E Liza Mitz?”. Si sentì chiamare da una casa: — Ehi! Ehi!, quell’alpino! — Era una voce di donna che parlava il suo dialetto. Alzò la testa. Lei si era appoggiata allo steccato del cortile. — Da dove viene? — Fece un gesto come per dire: “Da molto lontano”. — Non ha mai incontrato mio figlio? — e gli disse il cognome e il nome. Fece di no con la testa: ma tutti quelli che aveva incontrato erano figli di qualcuno. Come Toni il suo paìs, Piotr il russo della Siberia, Josef il polacco di Cracovia, Liza la galiziana. La donna lo rincorse per la strada e gli porse una fetta di polenta calda: — Non ho altro, — disse.
Era una sera di maggio del 1945, come questa. I due alberi c’erano ancora, e c’era la strada dove aveva tanto giocato, c’erano la corte con il cancello e i gradini di pietra; c’era ancora il colore verde che aveva dato al cancello prima di partire e, su un gradino, il buco dove faceva le palline di marmo con la martellina, sulla porta c’era anche la sedia dove il nonno fumava la pipa guardando i rondoni e la maniglia d’ottone che la madre lucidava con farina gialla e aceto. Sentì chiamare, gridare, piangere tanta gente attorno a lui. Nella camera c’erano sempre i tre letti di ferro dove aveva dormito con i fratelli. Il suo posto vicino al muro, le lenzuola con su ricamate le iniziali della nonna, i cuscini di piuma con le fodere rosse. Non dormì, ascoltò la casa tutta la notte finché le rondini incominciarono a cantare sotto il portico. In tanti anni non le aveva mai sentite. Partiva al mattino e ritornava alla sera, girava tutto il giorno per i boschi come avesse da cercare qualcosa, così per tanti giorni. Finché una sera il vecchio zio curvo e bianco lo invitò a vangare l’orto. Quando ebbero finito disse il vecchio: — Domani dobbiamo zappare le patate.

Mario Rigoni Stern-  Il bosco degli urogalli

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