SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Scano Boa- Gian Antonio Cibotto

Lino Bottaro- scano boa

pranzo-barca-scano-boa

Scano Boa

Avvertenza: È inutile cercare sulla carta geografica le località no­minate in questo libro (o tentare gratuite identificazioni dei personaggi). L’esattezza geografica non è che una illusione. Il delta padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto.

Entrarono nell’osteria prima il vecchio, poi la ra­gazza, infine il cane, un bastardo di nome Adolfo. Ave­va il pelo tutto arruffato e gli occhi chiari, segnati da una striscia rossa come quelli del padrone, che subito si diresse verso il banco, dove alcuni pescatori stavano discutendo sottovoce. Questi lo sbirciarono un istante, con indifferenza, poi ripresero il loro discorso, passandosi ogni tanto dei bicchieri di vino bianco, versato da un fiasco che, una volta scolato, lanciarono contro il muro sotto la finestra. Al tonfo, seguito dallo scroscio dei frantumi, alzarono lo sguardo anche i giocatori incollati ai vari tavoli, avvolti dal fumo. Dopo un primo, confuso brusìo, misto a qualche risata, su­bentrò un fondo silenzio, per cui si poteva udire niti­damente il crepitio della sabbia mulinata dal vento, che cercava di arrampicarsi sui vetri della finestra. S’intro­mise bruscamente però la voce rauca del padrone, che irrompendo a testa bassa borbottò una serie di parole confuse a bestemmie. Visto che si trattava soltanto di un fiasco, scoppiò a ridere in maniera convulsa, senza nemmeno badare ai nuovi venuti.
– A che ora passa la corriera per Pila? – gli chiese il vecchio allungando la testa sopra il banco, quasi a restringere il discorso fra loro due. Ma il padrone conti­nuava a sorridere perso nel vuoto e soltanto alla terza richiesta parve destarsi, cominciando a scrutarlo in volto.
Contro i suoi occhi segnati dalla stanchezza erano puntati due globi acquosi, privi di riflessi, sui quali le palpebre calavano faticosamente, aride, secche, invano ammorbidite da un solco di lacrime che si perdevano nella peluria delle guance. Nel rilevare come la parola corriera veniva spiccicata a fatica, impastandosi fra le sue labbra colanti saliva, il vecchio si disse che il pa­drone era ubriaco.
Fatto allora un cenno con la testa alla ragazza, che sedette prontamente all’unico tavolo rimasto libero, mentre il cane le scodinzolava ai piedi stretti intorno al sacco di farina e alla cassetta di legno, si rivolse infa­stidito ai pescatori che già stavano andandosene.
Lo accolse un’esclamazione di sorpresa, poi un coro disordinato di risposte, però il vecchio afferrò solo la frase del più vicino, che urlandogli nell’orecchio spiegò come in seguito alle piogge ed alla piena del fiume la strada sull’argine fosse franata, e quella interna in con­dizioni impraticabili.
– La corriera non fa più servizio da tre giorni – soggiunse un pescatore accompagnando le parole con un largo gesto delle mani, quasi a sottolineare la fatalità della situazione, – e sembra che non passerà nem­meno domani. Almeno così ha detto il geometra del genio civile – concluse brevemente, – quando ho telefonato per ordinare le gabbie di cemento.
Il vecchio rimase di stucco, come se l’avesse colpito un pugno in faccia, ma dopo qualche istante di smar­rimento riuscì ad articolare un esitante:
– Che altro mezzo porrei trovare?
Gli rispose un’alzata di spalle, poi un rapido sventolare di mantelli buttati sulle spalle, mentre tutto il gruppo si avviava verso la porta d’uscita che nel richiudersi violentemente fece cadere agli angoli la polvere bianca dell’intonaco.
Il vecchio li seguì qualche istante con sguardo atton­ito mordendosi lievemente il labbro, infine raggiunse la ragazza ed il cane. Aveva appena cacciato le gambe sotto il tavolo, che si rialzò diretto al banco per ordinare qualcosa da mangiare. Anche stavolta il padrone sembrò non afferrare le sue parole, ma poi, d’improvviso, si riscosse, e affacciato sulla porta della cucina barbugliò alcuni suoni gutturali.
Dopo un lento strascicare di passi comparve una donna grassa e corpulenta, che prima di esporgli la lista dei cibi si fermò a soppesarlo incuriosita, con aria vagamente servizievole. Il vecchio tagliò corto e, ordinando la minestra e il vino, ritornò sui suoi passi senza degnare di attenzione gli altri avventori dispersi nella sala.
Mentre il padrone armeggiava intorno alla botte di legno, quasi spillarne mezzo litro costasse una fatica improba, l’occhio del vecchio si spostava inquieto ver­so la finestra, e soltanto all’arrivo dei piatti parve ren­dersi conto della presenza della ragazza, cui con ruvi­do tono affettuoso chiese se avesse freddo. Per tutta risposta lei cominciò a sbottonarsi il pastrano militare lungo fino alle caviglie, e di scatto dal mucchio infor­me di stracci balzò fuori una cosa viva, un corpo che nella sua acerbità rivelava già forme di donna. Se ne accorsero subito i giocatori del tavolo vicino, e i curiosi che facevano ressa commentando i vari scarti dello scopone, perché di scatto nel locale prese a serpeggiare una strana inquietudine, un moto impercettibile di ner­vosismo, come se un fatto nuovo fosse sopraggiunto a turbare l’attenzione fino allora costante dei giocatori.
In un accesso di puerile galanteria, alcuni pescatori si diressero strascicando gli stivaloni di gomma verso il banco, parlando ad alta voce per richiamare su di loro attenzione. Sennonché la ragazza continuò impassibile ad immergere il suo cucchiaio nel piatto, mettendo da parte dei bocconi che allungava al cane in attesa sotto il tavolo. Infatti muoveva gli occhi soltanto per assicurarsi che Adolfo mangiava; se talvolta li alzava, era per indugiare su qualche gruppo di giocatori, per un attimo, senza alcun interesse. Il vecchio, per contro, aveva trangugiato la sua porzione di fretta, ed ora continuava a passarsi la mano sulle guance, tormentandosi la lunga bar­ba spinosa sempre immerso in strane riflessioni, che si trasformavano in profondi sospiri. Si riscosse al fragore di una motocicletta in arrivo che venne a fermarsi giu­sto davanti all’osteria, sbarcando uno strano tipo di mezzadro che abitava in una casa poco lontana.
Spalancando la porta accolto da un buonasera generale, il contadino annunciò di aver fatto una puntata per acquistare un fernet necessario alla moglie che si sentiva male. Rimase invece fino a notte inoltrata, quando oramai nel locale si trascinavano pochi avvinazzati, e fra mugugni e imprecazioni continuò a farsi riempire il bicchierino di liquore, proclamando ogni volta:
– Dammene un altro, così fa bene a mia moglie.
Giunto al traguardo dei dieci, il padrone tentò di fargli capire che la sbornia di fernet picchia nella testa, ma di fronte alla sua vivace reazione mise subito mano a una seconda bottiglia. Anzi gliela allungò per il collo oltre il banco, affinché potesse servirsi con più comodo.
Purtroppo dopo averne ingollato un paio di sorsi, il contadino, stufo di dialogare con l’oste, si diresse barcollando verso un tavolo dove ancora stavano giocando a scopone, e con tono categorico intimò ad un biondo lentigginoso, segaligno, che proprio in quel momento stava gettando una carta, di berne un sorso.
– Così fa bene a mia moglie – biascicò stentata­mente, appoggiandosi al tavolo.
Visto che quello nemmeno gli badava, allungò la bottiglia d’impeto verso gli altri tre giocatori, che respinsero tutti la sua offerta sdegnosamente.
– Allora non vuoi che mia moglie guarisca? – si­bilò risentito verso il tipo lentigginoso che stava nuovamente levando con trepidazione una carta. – E io sai che ti dico? – proseguì sempre più inviperito – ­non ti lascio più giocare.
E nel dire questo si chinò sul tavolo, spazzando via con il braccio le carte.
Non fece però in tempo a buttar via l’asso di denari, conficcatosi sotto la lavagna dei punti, che uno schiaffo sonoro lo fece barcollare all’indietro. L’amara sorpresa durò un attimo, perché ritornò di nuovo con la mano a strappare la carta. Anzi nella foga passò sopra con la manica della giacca ai numeri segnati col gesso sulla lavagna, cancellandoli tutti.
Si prese nel muso un nuovo ceffone, al quale reagì con una spinta violenta, usando la bottiglia di fernet come una clava. Ma gliela strapparono subito di mano, e mentre sferrava un cazzotto al fegato di un estraneo che non aveva esitato a intromettersi, lo raggiunse sulla fronte una seggiolata che gli spaccò la testa.
Cadde a terra svenuto con il sangue che gli colava per la guancia dentro la camicia, e mentre l’oste dietro il banco si raccomandava che la smettessero, gli altri continuarono a picchiarlo.
Attanagliati da una specie di follia vendicativa, invece di limitarsi a percuoterlo con le mani, cominciarono a tempestarlo di calci contro il petto, i fianchi, le gambe, senza che desse più segno di vita.
– Buttiamolo fuori – propose il biondo dopo avergli sputato in faccia pieno di disprezzo, e mentre due lo sollevavano per le braccia e un terzo per i piedi, lo gettarono in mezzo alla strada.
Poi rientrarono spazzolandosi alla meglio i vestiti, ma invece di riprendere il gioco ordinarono all’oste una grappa ed il conto. Prima però di tirar fuori i sol­di indugiarono a chiacchierare sull’accaduto, concludendo che in fondo era tempo di dare una lezione a quell’ubriacone.
– Così potremo passare una sera finalmente in pace – mormorò il biondino accennando fra le labbra uno strozzato buona notte e pigliando il berretto dall’attaccapanni. Ma non uscì fuori dal cerchio di luce dell’insegna, che già tornava sui suoi passi.
– Dammi un secchio d’acqua – ordinò all’oste che si affrettò a staccare una pentola di rame dal buio della cucina, mettendola sotto il rubinetto.
Il biondino l’afferrò destramente con una mano, e mentre un amico teneva socchiusa la porta, rovesciò il secchio contro l’ombra che si intravedeva per terra nella polvere della strada.
– Vedrai che quel bastardo adesso si sveglia – ­gridò alla combriccola di amici che sorridevano, po­sando il secchio su un tavolo. Poi se ne andarono tutti insieme lungo la carreggiata, e ogni tanto, portata dal vento, si sentiva arrivare l’eco del loro fitto parlottio che si consumava in lontananza.
Appena usciti, l’oste con una agilità sorprendente, si affrettò a sprangare la porta. Erano rimasti dentro però il vecchio con la ragazza, e prima di spegnere la luce esitò perplesso, imprecan­do fra i denti, nel rendersi conto che se li sbatteva fuori, avrebbero dovuto trascorrere la notte all’aperto. Si limitò allora a raccogliere i bicchieri sparsi sui tavoli ed a prendere sottobraccio la pentola di rame, borbot­tando una buona notte incomprensibile. Poi girò l’interruttore della corrente elettrica e si avviò lentamente.

Gian Antonio Cibotto- Scano Boa

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9 pensieri su “SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Scano Boa- Gian Antonio Cibotto

  1. amo questo luogo è un luogo senza tempo
    una spiaggia dove ci si può arrivare solo con la barca
    al villaggio dei pescatori di Pila si può affittare per una cifra modica un bellissimo giro per il delta con sosta a Scano boa…
    tempo fa scrissi questo:
    grazie di questo post

    Scano Boa

    Na spina e un pesse
    i me parla de un fiume vecio,
    ‘sto foglio sensa paroe
    de ti,
    xè marso ca decido
    de vardarte,
    là a Scano Boa
    te speto,
    tra ea busa drita ea busa de siroco
    davanti aea laguna del Basson,
    scavando sabia de ricordi.

    Traduzione:

    Scanno Boa*

    Una lisca e un pesce
    mi parlano di un fiume vecchio,
    questo foglio senza parole
    di te,
    è marzo che decido
    di guardarti,
    là a Scanno Boa
    ti aspetto,
    tra la Busa Dritta e la Busa di Scirocco
    davanto alla laguna del Basson,
    scavando sabbia di ricordi.

    *Scano Boa si trova nel comune di Porto Tolle (Ro) un poco più sud rispetto alle Bocche del Po della Pila, all’interno del Parco Regionale Veneto del Delta del Po.
    E’ una spiaggia isolata e incontaminata, dove si può arrivare in canoa o in barca, magari durante una delle gite organizzate appositamente. Molte specie di uccelli popolano quest’area, tra cui i gabbiani reali e comuni e la beccaccia di mare. Il nome della spiaggia oltre al libro di Gian Antonio Cibotto, pubblicato nel 1961, venne tratto un film bellissimo di cui consiglio la visione.
    Le altre località nominate sono chiamate proprio con i nomi in dialetto.
    La Laguna del Basson è uno specchio acqueo di medie dimensioni. E’ delimitata da Busa Dritta a nord e da Busa di Scirocco ad Ovest e comprendono due scanni, uno di questi è Scanno Boa.

  2. *Scanno Boa: E’ lo scanno storico del Delta del Po, il più orientale, il più proteso dentro l’Adriatico. E’ un posto che amo, che ho vissuto con gli occhi dei miei vent’anni.
    E’ lo scanno che ha dato il titolo a questo bellissimo romanzo di Gian Antonio Cibotto, da cui hanno tratto il film nel 1961 con una giovanissima Carla Gravina. Scanno Boa, l’i-sola in una storia di ordinaria “fatalità”. Il film non segue pari pari la trama del romanzo.
    Scano Boa (film) è un paesino sul Delta del Po dove si stabiliscono un padre e sua figlia Clara, malvisti dagli abitanti e accusati di portare iella. Clara è violentata da un bellimbusto, ma tace.
    Quando i grossi pesci compaiono nelle acque di Scano, tutti gli uomini accorrono. Il padre di Clara, inesperto e schivato da tutti, ferito a morte dal rampone con cui tentava di prendere lo storione finisce con l’annegare. Durante i funerali in barca del padre, la ragazza dà alla luce un bambino. Come se la vita e la morte quasi si accordassero.
    Scano Boa (romanzo) E’ la storia di un vecchio pescatore che, per procurarsi i soldi necessari per l’assistenza legale di un figlio detenuto in carcere, a Scanno Boa “in cima” al Delta del Po, vive l’ultima disperata avventura: la pesca dello storione. Durante una notte di pesca, la barca affonda e il vecchio muore annegato. La mattina seguente, recuperato il cadavere, il prete e due chierichetti accompagnando la salma al cimitero, nel risalire il Po furono richiamati da grida che provenivano da due donne sulla sponda del fiume. La barca accostò e fu fatta salire a bordo una giovane che, colta dalle doglie di parto, non sapeva dove «sbattere la testa». Quel «convoglio» carico di vita e di morte, ripartì quindi verso l’ospedale dove la donna mise al mondo una bambina. Ecco, la “fatalità” del Delta: quella bambina, Claudia Beltrani, ora è una signora sposata, ha dei figli, vive a Torino lavorando come parrucchiera.

    avevo scritto anche una piccol aprosa metto solo la nota di accompagnamento….scusare l’invadenza ma amo troppo questa terra

  3. mi portò da quelle parti, un mio amico e collega che vive a Porto Viro, dovevamo fare delle riprese per un’idea che gli era piaciuta e mi era venuta da una sua poesia che s’intitolava d’la dei monti de sabia, che, tempo fa, ho ripreso nel titolo (ricordi?) L’ho ancora quel suo testo in un vecchissimo quaderno che solo a sfogliarlo si rompe perché l’ho usato pur sapendo che era un vecchissimo quaderno, non usato, di mio padre. Ora ha un valore ancora più grande perché dentro ci sono le storie di molti.Grazie per questa bellissima e utile spiegazione per coloro che vogliono andarci. Lo consiglio vivamente e magari di ritornarci perché c’è un cuore che ti fa innamorare perso lì, tra le acque, le voci dei tanti animali che abitano le isole e un cielo che si immerge ad ogni sguardo dentro di te, dritto come un precipizio nell’immenso

  4. a sem’ ki ‘fa du indian, col mojo ke ‘l ‘riva fin in t’el sangue e co’i oci k’i varda luntan, co’ i cali in t’le man, ma co’on blues c’lè fa el po, ke’l va inond’ ke’l vo…..
    ke’l va inond ke’l vo…..
    L’arcaicità e la bellezza della mia lingua madre non hanno paragoni: siamo prima del pavano del ruzzante, siamo forse ai tempi mitici dell’esarcato bizantino, di teodorico e di cassiodoro e noi la parliamo quotidianamente così come parliamo l’italiano, il tedesco, il francese e l’inglese, il padovano, il veneziano e (malvolentieri) il rovigoto. Quello che si considera un handycap è in realtà una risorsa.Sono fortunato ad avere una lingua madre cosi’ fuori dal coro, cosi’ ritmica e veloce, cosi’ duttile e adattabile, cosi’ flessibile, cosi’ creativa (finchè dura).
    Pi oci a s’gà e pi a se g’ vede.
    Ottavio

  5. lo penso anch’io, caro Ottavio e penso anche che sia stata una fortuna doppia per te essere riuscito a continuare a parlarlo. Io sono invece stata costretta a dimenticarlo, per una lingua “dotta” che è stata adottata da altre radici e scolarizzata scolorandola di tute le sue magnifiche coloriture. Persi madre e padre e persa anche la lingua, non mi restava che la memoria della terra viva, viva in me dai giorni dell’infanzia e attraverso quella parola non linguistica la vita ha tra-dotto in me la sua bellezza e anche al sua tragicità. Un abbraccio grande e spero di rivedere te e Lia, un giorno. ferni

  6. la mia poesia è pudica, timida, perché non sono uno spudorato, perché non amo mostrare, perché non ho niente da nascondere e niente da esibire, perché non ho niente, neanche la poesia, che qualche volta c’é, quando vuole lei, ma che io non ho, non possiedo, non dirigo, non controllo.
    Spesso sono un idiota che ha (per puro culo) la fortuna di rendersene conto (sempre dopo, quasi mai prima) e altrettanto spesso sono un preveggente che non sa trarre profitto dalle sue previsioni, perché sono previsioni su di un futuro prossimo che risulta non decodificabile dal presente che lo prefigura, ma che poi immancabilmente si realizza, lasciandomi sempre di merda.
    Per me l’arte e la poesia sono solo questo istante “magico” in cui senza rendertene conto, ti rendi conto di ESSERE, di piangere di gioia per l’emozione che non sai mai da dove veramente ti arriva, ma ti arriva, e come!
    E il pudore è il velo della Vergine che preserva i tuoi orgasmi inenarrabili agli occhi della truppa idiota come sei tu quando non ricordi chi sei.
    Mai perle ai porci, oggi più che mai, vietato mostrare, che tutto avvenga solo nel segreto tra anime salve!
    8

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