LE VOCI E I CANTI – Ivano Mugnaini

P.A.O.L.O.-flickr

                      

Una canzone in tasca, niente di più. In tasca e nella testa, a ronzare, come una zanzara. Poche parole, versi duri come zolle: Tutti mi dicon Maremma Maremma/ ma a me mi pare una Maremma amara/ l’uccello che ci va perde la penna/ io c’ho perduto una persona cara”.
Guidare in strade strette tra colli e pianure, a fianco di mucche magre, dignitose, custodi dei segreti del tempo. Puntare, come un fiume agile, verso il mare, verso spiagge lontane dai viali, dai bar alla moda, dalle pizzerie e dalle hosterie, quelle con la acca davanti ed i menu in carta pregiata, dai fast-food e dai disco-pub. Verso la sabbia di cui è padrone esclusivo il mare, le onde che depositano a riva rami intrisi di acque lontane. Il mare davanti agli occhi, un pensiero immenso in cui perdersi e ritrovarsi, e dietro una pineta, libera, protetta, aggressiva come un cinghiale e fragile come un usignolo. Sedersi e restare immobile, un tronco avviluppato dal sole, la pelle corteccia calda, i piedi fronde da cui nascono foglie percorse da coccinelle. Trovare la quiete, il senso di un attimo, di ogni attimo umano, nudo, come D’Annunzio, come Byron, come Shelley, sorriso che irride la morte.  Ma resta in qualche angolo buio della mente la nenia cupa che mi accompagna fin dalla partenza: Tutti mi dicon Maremma Maremma/ ma a me mi pare una Maremma amara. Ineludibile, impossibile da cancellare. Meglio andarle incontro, guardarla dritto nella occhi, parlarle, ascoltarla, diventare lei e farla diventare specchio di me stesso.
Sulla spiaggia, con le gambe immerse nell’acqua fino al ginocchio, c’è un vecchio. Pesca, o più probabilmente finge di pescare. Osserva il cielo e l’orizzonte, i granelli minuscoli e la linea interminabile che divide l’azzurro dall’azzurro. Ricorda, sogna forse, o magari semplicemente vive, respira l’aria salmastra, ascolta il suono del mare e il grido dei gabbiani. È lì per caso, per pura coincidenza, per un capriccio della sorte. Eppure, mentre guardo di soppiatto il suo corpo abbronzato e l’ombra che disegna sulla battima, mi viene da pensare che sia lì per me, che mi aspetti da sempre, che sia lui la chiave, l’enigma, il dubbio, la certezza.
Mi avvicino cercando di camuffare l’imbarazzo con un sorriso, cerco i suoi occhi corrosi dal sale e dalla luce. Gli porgo la più banale e la più antipatica delle domande: gli chiedo se abboccano, se la pesca è propizia. Mi fissa a lungo senza muovere un muscolo, poi, finalmente, la pelle spessa della faccia si apre in un ghigno dolciastro.
“Qui in Maremma niente è propizio, niente è facile, nulla ti viene regalato. I pesci hanno il sapore della salsedine, delle rocce, delle zolle dei campi che abbiamo strappato una ad una alla malaria. Ero bambino e vedevo morire i miei fratelli e i miei compagni di una febbre velenosa, astuta come una serpe. Non la senti all’inizio, non si fa notare, striscia lenta e ti addenta. Te ne accorgi quando ormai è troppo tardi. Io lo so cosa sei venuto a cercare qui, ti conosco, sono vecchio sai, so capire la gente guardandola negli occhi. Non sei il solito turista tu, sei venuto qui in cerca della faccia vera di questa terra, quella che non si vede dagli alberghi, quella che non trovi negli opuscoli. Vuoi la natura, il vento che sa di fieno e di grano, i gesti degli uomini e l’istinto secolare degli animali. Qualcosa di autentico vuoi, la pace con il tempo e con quello che ti circonda, ciò che hai dentro e ciò che vive fuori di te. Hai fatto una buona scelta ragazzo, il posto è quello giusto. Non basta però. Non basta trovarsi di fronte alla miniera per raggiungere l’oro. Ci sono tonnellate di roccia e argilla da spostare, da ammucchiare, da mettere da parte. È qui che comincia la sfida: tocca a te dimostrare che sei all’altezza del compito. Anche tu sei un pescatore, in fondo. Niente viene a caso, dipende tutto dai gesti, dai pensieri. Puoi riuscire a tirar su un pesce argentato oppure restare per ore a fissare il nulla. Dipende da te. Tornare a casa con la magia di un luogo nel cuore oppure portare via solo ansia, dubbi, banalità.
Ne sarai capace? Neppure io che abito qui da sempre sono sicuro di riuscirci. Si tratta di rinunciare a tutto, alle idee che hai trascinato con te, perfino agli ideali migliori, alla tua volontà di proteggere e conservare integra questa terra. Devi restare inerme, come lei. Amarla con rabbia e lievità, senza pretendere di comprenderla. Non lo so ragazzo, non so se lo saprai fare”.
Lo guardo in faccia con un’espressione agra. Se non avessi di fronte un vecchio gli urlerei quello che merita, gli direi di farsi gli affari propri, di non dare consigli a chi non ne chiede, di non ammorbare gli altri con la propria decrepita filosofia. Volterei di scatto le spalle ai suoi occhi, gli stessi occhi con cui mi sorride ora, la stessa fronte con cui mi invita a ruotare la testa di lato.
Al nostro fianco, a una ventina di metri di distanza, una donna seduta sulla battima lascia che il mare le sfiori le gambe. È giovane e anziana, bella di una bellezza inquietante, in grado di scavarti dentro. È lei. La guardo ancora, cerco lo sguardo, l’occhiata fulminea con cui mi scruta con un sorriso enigmatico. Torna a guardare il mare, perle di schiuma le baciano le caviglie. China la testa, sembra dormire, ma dalle sue labbra a poco a poco escono le note di un canto: Tutti mi dicon Maremma Maremma/ ma a me mi pare una Maremma amara…”.
La osservo con cura, assorbo avido le forme, il colore scuro della pelle e il chiarore dei capelli. Guardo di nuovo il vecchio che riprende a pescare. Risponde al mio sorriso con un silenzio ampio, appagato, e con un gesto del capo, un invito a guardarla ancora, a portarla con me. La scrutiamo di nuovo, insieme, lui con i suoi occhi chiari ed io con il mio sguardo di miope che adesso, forse, riesce a intravedere qualcosa, un alone vivido nell’aria ferma del pomeriggio.
Canta di nuovo, con ritmo lento, circolare, come il passo di una contadina, come l’onda che raggiunge la riva e torna indietro, identica, mutata. Canta parole che riprendono a percorrere i sentieri della mia testa. Canta versi che mi sembra di sentire, come braccia sincere, per la prima volta.
Stretta nell’abbraccio del mare che avvolge anche lei con il corpo e con lo sguardo, canta: Tutti mi dicon Maremma Maremma/ ma a me mi pare una Maremma amara…

Ivano Mugnaini 

 

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6 Comments

  1. ” Canta di nuovo, con ritmo lento, circolare, come il passo di una contadina, come l’onda che raggiunge la riva e torna indietro, identica, mutata. Canta parole che riprendono a percorrere i sentieri della mia testa. Canta versi che mi sembra di sentire, come braccia sincere, per la prima volta.”
    Tutto tutto m’è piaciuto, ma da tutto ho preso codesto pezzetto. Mi canta in cuore, che ci vuoi fare? Grazie. Tosca

  2. conservare integra la terra:ecco un’idea che si dovrebbe rendere azione,gesto del vivere, altrimenti terra e mare saranno solo i nostri futuri sorci verdi su cui non potremmo contare!

  3. – Qui in Maremma niente è propizio, niente è facile, nulla ti viene regalato. I pesci hanno il sapore della salsedine, delle rocce, delle zolle dei campi che abbiamo strappato una ad una alla malaria. Ero bambino e vedevo morire i miei fratelli e i miei compagni di una febbre velenosa, astuta come una serpe. Non la senti all’inizio, non si fa notare, striscia lenta e ti addenta. Te ne accorgi quando ormai è troppo tardi. –
    A me sembra che questo identico discorso lo si potrebbe allargare alle altre terre, agli altri mari, perché a maro ormai è il ritratto di questo nostro mondo avvelenato per subire una moda e un modo di usufruire del territorio e delle sue ricchezze in maniera nefasta, siamo noi tutti che alla fine risultiamo avvelenatori e avvelenati,non ci sono paratie che salvino qualcuno tutto filtra nel corpo di questa casa barca comune. O no?

  4. Ringrazio i lettori, le autrici e gli autori dei commenti. Grazie a Tosca (nome artistico e pucciniano) per aver percepito e ritrasmesso ottimamente il senso e le emozioni del racconto. Grazie a Giacomo e Fabiana, anche per le valutazioni e le considerazioni sulla necessità di preservare l’ambiente. Grazie all’amica Mariella, ottima ed apprezzata autrice fiorentina, promotrice di eventi e pubblicazioni autenticamente culturali, non di facciata. E grazie a Nikita per avere opportunamente affiancato il viaggio reale a quello interiore.
    A presto, per nuove letture reciproche.
    im

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