TEMPIQUIETI- V.Ravagli:”Dell’invecchiare e della morte”. A Ca’ Vecchia le donne s’incontrano parlano si raccontano e …[Quarta parte]: Presentazione di Ofelia- Milena Nicolini

adrien broom


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OFELIA

Palco o spazio nudo. Possibile una striscia argentata verso il fondo, illuminata di taglio, presso cui sta Gertrude. Luci calde, basse, e a bollo sulle due poete ai lati del proscenio e al centro (o in un altro punto) dove si muoverà Ofelia. Buio negli spazi intermedi.

GERTRUDE – (spostata sul fondo, canta a cappella)  C’è un salice che si protende dalla sponda sul ruscello e specchia le sue foglie grigie nella corrente di vetro. Lì viene a intrecciare fantasiose ghirlande con ranuncoli e ortiche e margherite e quei fiori viola che le fanciulle chiamano ‘dita dei morti’. Qui vuole arrampicarsi per appendere ai rami spioventi le sue coroncine di fiori; ma il ramo maligno si spezza e lei cade giù, nell’acqua che piange, con tutti i suoi fiori. Le sue vesti si gonfiano e per un po’ la fanno galleggiare… come una sirena lei canta antiche canzoni,  senza sapere il pericolo … come una creatura del ruscello. Ma poi le sue vesti, pesanti dell’acqua assorbita, la trascinano giù, giù… la trascinano dal dolce canto al fango della morte.

Le poete DUE e TRE sono sedute in punti opposti del proscenio. Entra in scena Ofelia, come una bambina gioiosa, e comincia a parlare come rispondesse ad una curiosità del pubblico.

OFELIA – Ofelia, sì, Ofelia. ‘Sono stata – Ofelia’, direste voi. Voi che credete all’immobilità dei morti. (mette le mani in croce sul petto) Li conservate nella rigidità dell’ultima postura. Lo so, lo so, tutti voi, sì, (indica gli spettatori con l’indice), ognuno di voi, sì, mi conoscete, mi ricordate nell’immagine diafana, incorporea di John … , non dite di no: John Everett Millais,  che poi era Lizzie Siddal e non certo io … Lo so che vi piace: è un sogno che galleggia, un’irreale fanciulla che non scalpita, non accusa, non grida … (si mette a cantare,  non necessariamente bene, melodia improvvisata, da filastrocca per bambini, mentre si muove come appunto i bambini, quando danzano  liberamente )  ‘Domani, di buon mattino / è il giorno di San Valentino. / Io busso ai tuoi vetri pianino/ per essere la tua Valentina./ Lui si alza, il vestito si mette,/ le apre e la prende con sé./ Lei entra verginella, ma/ quando esce non lo è più!’ (ride) … e  non tossisce, anche se ha freddo in quell’acqua gelida …. Incosciente. Ci facevano tutte così,  John e Dante e William: eteree, emaciate, a due dimensioni, noi ragazze, ci dipingono che amoreggiamo con il lato oscuro, passione o morte che sia … (canta, come prima) ‘Lo fanno sì, i ragazzi, eccome/ solo che gli dai l’occasione! /ma, poi, viene il botto!/ Lei dice: prima di mettermi sotto/  giuravi che mi avresti sposata!/ E lui, con una bella risata:/ l’avrei fatto mia cara, com’è vero/che splende il sole nel cielo,/ se solo tu avessi tenuto dacconto il tuo velo!’ Oppure ci bloccate nella statuarietà dell’immagine che a voi conviene di più, che vi è più pertinente, che vi mette più al centro. (imita la voce smielata del fratello Laerte) ‘ O rosa di maggio! O bambina! O cara, dolce sorella soave!’ (cambia tono, imita il fratello minaccioso) ‘Non macchiare il nostro onore! Non aprire all’amore i tuoi casti tesori! La vergine più prudente è già troppo sfacciata se svela le sue grazie ai raggi di luna!’ E non vi dico al mio funerale!, s’è buttato nella fossa e mi abbracciava e piangeva disperato: (imita il fratello disperato) ‘Mettetela nella terra: dalla sua carne incontaminata e gentile, nasceranno le violette!’ (di colpo tono leggero) Poi cambiava idea e: (riprende il tono disperato) ‘No, non la coprite ancora di terra. Voglio stringerla ancora tra le braccia. Ancora un’ultima volta. E adesso gettate terra e terra e terra, sulla morta e sul vivo, fino che ne avrete fatta una montagna.’ Bello, eh?!  Sì, come non l’avesse saputo che quel corpo lì era di  una donna, che l’aveva scorso tutto la lava della passione! Lo sapeva, eccome se lo sapeva: (imita Laerte) ‘attenta qui, attenta là’, ma se proprio lui ci aveva sorpresi, me e Amleto, nella torre, abbracciati, aggrovigliati insieme come rovi di more selvatiche!… Eppure non aveva detto niente lì, no, non aveva neanche respirato per non farsi notare.  Ma io l’ho visto bene, sì … E d’altra parte, (ironica) che si può dire a un principe, al tuo principe, al potente per cui lavora tuo padre? (imita un fratello irato) ‘Alto-là, marrano! Pagherai col sangue l’onore che hai macchiato?’ (di nuovo ironica) E giocarsi così posizione vip a corte, viaggio a Parigi, e magari anche la testa? No, no, meglio far finta con me di credere nella mia verginità, di essere  sempre severo, a guardia; meglio salvare le forme, e per il resto … se poi anche il pallido prence mi avesse fatto crescere il pancione, be’, sarebbe sempre stato un bastardo regale e quindi trattato con tutti gli onori, lui e anche i parenti stretti, naturalmente, quindi … Nella tomba, però …  –  dite? Be’ sì, smaniava, sì, gridava, sì, ma l’avete ascoltato bene?

(tono violento) ‘Cada una triplice maledizione dieci volte triplicata sulla testa infame di chi ha ucciso in te il tuo nobilissimo senno!’ E allora quell’altro, Amleto, sì, il matto, che gli salta addosso e:

(imita Amleto, con voce diversa da quella con cui imitava Laerte, e si sposta di volta in volta su due lati opposti  per rendere l’idea dei 2 personaggi che si affrontano) ‘Chi è questo qui che vuol fare credere che il suo dolore sia così grande da fermare gli astri nel cielo?’

(imita Laerte e si sposta sull’altro lato) ‘Mia sorella, vergine, innocente, l’ho vista prima io, è mia, io sono un parente di sangue!’

(imita Amleto e si sposta al lato opposto) ‘Centomila fratelli non arriveranno mai, con tutto il loro sangue, a pareggiare il mio diritto: io l’ho amata, io! E’ mia, solo io ho il diritto di possederla!’ (di nuovo ironica, rimettendosi al centro dei 2 contendenti mimati) Una banale questione di possesso, una zuffa tra due galletti: piace tanto ai maschi! Be’, tragica, certo!,  ma capirete: davanti a tutta la corte, un’opportunità unica!  (si atteggia al presentatore dei contendenti su un ring) Uno, mio fratello, che aveva perso tutto, gli avevano fatto fuori anche il padre, la sorella impazzita di dolore e di amore e poi annegata forse di mano propria … be’ minimo un buon posto nel governo come risarcimento gli veniva, dai! Quell’altro, che ormai si era giocato la reputazione con le sue stramberie, e, il trono, di sicuro, se l’era perso; per non parlare, poi, dell’omicidio di mio padre, ma questo era già meno problematico, perché, si sa, ai potenti capita spesso così, per sbaglio, d’ammazzare qualcuno, ma non è mai tutta colpa loro, poveretti … e dopo un annetto o due, magari ai Caraibi coi pirati,  tutto si dimentica. Be’, quale migliore occasione per Amleto: fare vedere che era rinsavito, che aveva dei buoni sentimenti, e poi magari … un duello e voilà!, tutto poteva anche tornare a posto. Anzi, da rimanerci – addirittura –  immortalati, Shakespeare, appunto …

GERTRUDE – (sparge fiori sull’acqua, se è indicata ) Fiori ad un fiore, dolce Ofelia. Avevo sperato che tu potessi essere la sposa del mio Amleto e di ornare con questi fiori il tuo letto di nozze e non di spargerli sulla tua tomba.

OFELIA – Sì, adesso che il problema si è tolto dai piedi, ti fa comodo dire così! Ma io mi ricordo bene quando quel ruffiano di mio padre … (al pubblico) non scandalizzatevi, non sono stata una figlia irrispettosa, ma quell’uomo davvero … Davanti una faccia e dietro l’opposto, sempre preoccupato del prestigio da mantenere a corte come segretario del re, della carriera di suo figlio, sempre impegolato in manovrine e contromanovrine di sottobosco: manipolazioni, tangenti, corruzioni, ricatti … Quando è andato a dirglielo al re che tra me e Amleto c’era del tenero, tutto contrito, e che lui sapeva bene che io non ero all’altezza del prence e che mi aveva già intimato di piantarla lì, quella storia, eccetera  eccetera … be’, io lo so che, invece, sotto sotto ci sperava qualcosa: perché, in fondo, il pallido prence in lutto dava di matto ogni giorno di più, uno scandalo continuo, materia costante per il gossip di corte … per non parlare dei sospetti politici, che il re, di Amleto, non si fidava neanche per un’ambasciata di pizzini e preferiva pagargli tutti i giochi che voleva, tutte le manie, i vizi  – anche il teatro, anche! , nonostante fosse una trappola per i topi ! – pur di tenerlo fuori dai piedi. E allora, perché no?, il re avrebbe anche potuto dargli per moglie la figlia della sua spia più fidata, una quinta colonna nella camera più privata del poco affidabile erede … Be’, lì, quella volta, il re e Gertrude non è che dicessero proprio proprio di no, ma … scherziamo?, non se ne parla neanche!, ma … insomma, lì, si limitarono a prendere la palla al balzo per farmi fare da esca: da ipotetica principessa, mi ritrovai, morbida come un verme, trapassata dall’uncino di quella tresca. E tu, Gertrude, c’eri dentro fino al collo, tu che già da tempo avevi preferito il potere alla tua pancia di madre, chiudendo gli occhi davanti ad ogni porcheria … (previene un’obiezione di Gertrude) per esempio, tutti gli indizi dell’assassinio del tuo primo marito da parte di tuo cognato, il re che poi hai sposato … un cognato che non ti era poi mai dispiaciuto, peraltro: svelto di mano e d’azione, tutto teso a primeggiare sui primi, costi quel che costi, e, da quel che si diceva, anche un amante niente male … Tuo figlio, prence un po’ matto, geloso e possessivo da paura, con un edipo smisurato, depresso cronico, insicuro, eternamente indeciso, tutto sommato era una gran seccatura. Be’, meglio lasciarlo in pasto alla meglio gioventù del regno – che se lo portassero lontano negli stravizi che voleva, piuttosto che averlo sempre a piagnucolare sul seno materno:  e (imita Amleto) ‘mio padre era più bello’ e ‘non ti vergogni di andare a letto con quel maiale lì’ e ‘ porca puttana’ … (si immobilizza in una postura da Amleto violento)

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La Poeta  DUE si alza  e si muove intorno ad Ofelia, rivolgendosi ad un immaginario Amleto al suo fianco.

POETA DUE – Principe Amleto! Basta mettere in allarme/il giacimento di vermi  Getta uno sguardo al salice!/ Pensa a quella che, di un unico giorno soltanto, / sta contando gli ultimi suoi giorni./ Principe Amleto! Basta insulatare le viscere della regina!/  Non sta ai vergini   il giudizio /sulla passione. Più gravemente in colpa  fu Fedra:/ lei è ancora viva oggi nei canti./ E ancorà lo sarà. Ma tu no, col tuo miscuglio/ di gesso e di polvere … Con le ossa delle calunnie./ Principe Amleto! Non è cosa della tua ragione /giudicare il sangue incendiato! / Ma se … Allora, attento! Attraversa le pareti/ e va su, fino all’alcova, fino in fondo!/ (si associa, più bassa di tono, Ofelia) Della mia Regina io mi levo a difesa:/io, la tua immortale passione. (solo Poeta DUE) Lui ti ha amata, io credo che abbia voluto morire, dopo che ti ha vista calare nella fossa … Ho sentito che piangeva e diceva: ‘Lei è sul fondo, dove c’è fango/ e alghe. E’ andata a dormire tra loro,/ ma neanche là c’è sonno!/ Oh, io l’amavo,/ come quarantamila fratelli/ non possono amare! /Amleto!, lei è sul fondo dove c’è fango,/ fango! E l’ultima corolla /è venuta a galla tra i rami del fiume./ Oh!, io l’amavo,/ come quarantamila … (verso l’enfasi, poi si ferma incerta, ricomincia piano, sgonfia ) Meno,/ in ogni caso, …

OFELIA – (la riprende)… Meno/ in ogni caso, di un solo amante.

POETA DUE(nel luogo dell’Amleto immaginario, sarcastica)  Lei è sul fondo, dove c’è fango./ Ma io /sono nel dubbio/ io la amavo?

OFELIA – ( rivolgendosi alla  Poeta DUE come ad Amleto) Sai,  mi sarebbe piaciuto. Da viva, s’intende.  Avrebbe avuto senso anche quella mia morte nel fango: una  morte romantica, come in un romanzo d’amore triste, come nella Traviata, come in Tristano e Isotta … (di nuovo al pubblico) Ma no, ma no, invece. Dopo che quei due, mio fratello e il mio amante, portarono la loro partita alle estreme  conseguenze … Un bel duello davanti a tutta la corte, una lotta da maschi, da duri; con eleganza, certo,  ma uno scontro  senza rete, all’ultimo sangue, dove tutto è permesso: barare con le spade intrise di veleno, avvelenare la regina, fare giustizia sommaria del re e … alla fine, tragicamente eroico: (imita Amleto morente) ‘il resto è silenzio’.  Hai capito? Silenzio! Io ero tutta lì, tutta dentro a quel silenzio! Non una parola, perdio! O almeno un cenno, un pensiero taciuto, visto che stava per morire anche lui … No. Lui era proprio uno di quelli che i morti, li depositano immobili da qualche parte, fissi nella loro ultima postura e: ‘il resto è silenzio’.

Si avvicina Poeta TRE, da amica.

POETA TRE – Hai ragione.

Aspetta la mia morte e poi di nuovo ascoltami./ Si rovescia il cesto di neve e l’acqua canta,/ sboccano tutti i suoni, sgela,/ un’armonia fonde il ghiaccio. /O gran disgelo!

OFELIA – Io sono Ofelia. La sono adesso e la sarò. E poi la sarò ancora. No, i morti non stanno fermi. No, non passano tutto il tempo a ricordare e rimpiangere quello che sono stati. (al pubblico) Questo, lo pensate voi, i vivi. Forse per essere ripagati del dolore della perdita, o forse per pietà di voi stessi, della caducità della vita, della vostra solitudine. Invece no. Noi non restiamo immobili, inerti.

POETA TRE – L’amore ha un trionfo e la morte ne ha uno, /il tempo e il tempo che segue. / Noi non ne abbiamo./ Solo un tramontare di stelle intorno a noi. / Riflesso e silenzio./ Ma il canto sulla polvere dopo,/ alto si leverà su di noi.

OFELIA – Cambiamo. Sì. Viviamo, si potrebbe dire. Quelli che ci hanno davvero amato, davvero conosciuto, quelli che ci portano dentro come siamo, perché ci hanno dato e ci danno ascolto e parola, davvero la nostra parola dentro la loro anima, ce ne prestano un po’… sono loro, sono quelli che ci fanno vivere ancora, ancora in colloquio con loro e le cose, ancora a prendere parte e imparare e capire e cambiare e domandare e rispondere. ‘Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi’…

POETA TRE – Un giorno sarò bianca come la nebbia/ trasparente//  il mio sorriso abbraccerà la terra e si poserà/ per sempre nei cuori …

POETA DUE –  Presto, ben presto la carne/ che il sepolcro ha mangiato si sarà/ abituata a me/ e io sarò una donna che sorride./ Non ho che trent’anni./E come il gatto ho nove vite da morire./ Dalla cenere io rinvengo/ con le mie rosse chiome/ e mangio uomini come aria di vento.

OFELIA – Chi può farlo per me?, direte voi. Sono morti tutti quelli che dicevano di conoscermi, di amarmi … Mi ci vorrebbe una madre. Ma non l’ho mai avuta, io, una madre. Tutti maschi gli abitanti del mio mondo. Anche Gertrude. Non la nominavano mai, mia madre, neanche mio fratello, oppure mio padre: che so, uno sprazzo da vedovo, un ricordo di gioventù … niente. Potrebbe avermi generata  un qualche Spiritosanto burlone direttamente dai severi lombi di mio padre. Io, da viva, non ne ho ricordi. Ma da morta …   O madre, spalanca la finestra/E lascia entrare la luce del giorno/Al mio sguardo le colline diventano sempre più scure/E i pensieri cominciano a fluire.

GERTRUDE – POETA UNO – (le ha raggiunte ed ora è madre, Poeta UNO) E cara madre, prendi il mio figliolo /(poiché da te sono nata)/E amalo per tutti i suoi modi di fare/E accudiscilo sulle tue ginocchia.// E madre, lava le mie mani pallide/E poi fasciami i piedi;/ Il mio corpo non riposerà a lungo/Fuori dal suo sudario.

POETA DUE – E cara madre, prendi un ramoscello/E dell’erba verde appena falciata,/E adagiali sul mio petto vuoto/Che la mia tristezza resti sconosciuta.//E madre, trova tre bacche rosse/E strappale dal gambo,/E bruciale al primo canto del gallo/Così la mia anima non se ne andrà.

POETA TRE – E madre cara, spezza un ramo di salice,/E se la linfa sarà abbastanza,/ Quindi conservala per amore del dolce Robert/E lui saprà che la mia anima è in paradiso. // E Madre, quando cadranno grosse lacrime,/(e cadranno davvero, Dio lo sa)/Digli che sono morta per il mio grande amore/E che il mio cuore morente era felice.

OFELIA –  E cara madre, giunto il tramonto/All’ondeggiare della pallida erba della chiesa,/E conducimi attraverso la soglia/ E nascondimi tra i sepolcri. (guarda tra il pubblico, sembra individuare una persona, la indica a tutti) E’ proprio lei, sì. Lei che a sedici anni aveva occhi pieni di favole e ricci sciolti per i capelli, come una cavallina selvaggia. Fu consegnata come un pacco al domicilio di mio padre e fu subito messa all’opera: a 17 anni partorì mio fratello e a 18 partorì me. Poi morì, buttandosi dalla torre più cupa di Elsinore, sì, quella del fantasma, liberando mio padre dell’incubo di quella presenza tutta al femminile, troppo. Ecco perché, dopo, non se ne parlò mai. (sembra individuare, in un’altra direzione, un’altra madre che di nuovo indica a tutti) Sì, è lei, lei che non aveva mai smesso di sognare  prati e colori, nonostante la sale buie della reggia, e non aveva mai smesso di guardare il cielo infinito rigato dai gabbiani, sopra quei marosi violenti che si abbattevano sugli scogli: e una volta che aprirono le porte della reggia ai teatranti, lei guardò nel cuore rosso di un giovane che, mentre moriva per amore, le lanciava con gli occhi un invito così vivo da non poterlo ignorare, e fuggì con lui, col carro degli attori, la notte stessa. Ecco perché, poi, il suo nome divenne impronunciabile. (E’ una terza diversa madre che indica tra il pubblico, in un punto diverso) Sì, è lei. Lei che osò dire in faccia a suo marito tutto l’orrore del suo servilismo, l’inutile ottusità del suo sapere, il vuoto del suo perbenismo. E osò dirgli di no nel letto coniugale. E allora vennero con una carrozza chiusa e la portarono via. In un convento, forse. Forse alludeva a questo Amleto, quella volta … Forse era consuetudine di Elsinore chiudere in convento le donne che davano fastidio … In convento è come se si fosse morte: ecco perché, dopo, nessuno ne fece più parola …  Chi me l’ha detto? Le donne che mi leggono. Sì,  perché  io non potrei vivere nella corrispondenza amorosa di un cuore che mi fosse sopravvissuto. Sono morti tutti. Che mi amassero o no. Io, però, lo vedete, vivo, cambio, conosco, capisco … Succede dentro tutti i pensieri che mi leggono con amore …  No, non con compassione … sono fuggita dall’immagine di John Everett Millais come un’allodola snidata e smarrita via dal cane cacciatore.  Ma chi mi legge in profondità e non ha paura di venire con me nel fango e mi chiede e mi ascolta e mi completa, mi dà contorni, spessore, tanti giorni indietro e tanti sogni avanti e le piccole manie e mi presta conoscenze e mi dona modi tutti miei e preferenze e desideri … piano piano mi accende, mi dà vita, e le sue domande diventano le mie risposte e io ne ho tante, di risposte da dare, che faccio arrivare dritte ai suoi pensieri di me. Credetemi. No. I morti non sono immobili, non stanno stecchiti a guardia di un tempo che non è più. Se torna, il tempo, nel presente di adesso e nel futuro dell’adesso subito dopo, è come un vento che non si ferma mai: si muove, cambia direzione, gira intorno alle cose, le sposta, le fa diventare altre, lui -anche lui-  diventa un altro vento …

POETA TRE – Noi ci separiamo da noi stesse mi sembra ad intermittenza/ ci separiamo e non spariamo non ci siamo mai sparate/ moriamo morbide o planate/ infrante si dice ancora dopo che morte….

OFELIA – (come rispondendo ad una domanda del pubblico) No, non mi sono suicidata. No, e neanche lei, o lei o lei (indica Gertrude-Poeta UNO, Poeta DUE, Poeta TRE). Perché siamo qui con voi, adesso … e voi ci ascoltate, ci aprite il tempo, passate oltre l’orizzonte che ci divideva …

GERTRUDE – Un seme cade e insieme cade un frutto// la parola era questa/ scoperta all’aperto/ che questo poteva/ accadere ed era già accaduto // le ombre di ogni forma/ vivente inanimata niente/ cadono a picco le ombre dentro/ e mentre precipitano sale il colore

POETA TRE – … / noi otri piene di consonanti mute/ giovinette” (ripetono tutte quattro insieme,  mormorando e sempre più piano,  fino al silenzio, e immobili)

Buio

adrien broom

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Citazioni da:

Paola Febbraro, CLUSTER CONSONANTICI, 29 GENNAIO 2003/(sms), MONTE PEGLIA, in Turbolenze in aria chiara, Empiria, Roma 2008

Marina I. Cvetaeva, Dialogo di Amleto con la coscienza, in  Poesie, Feltrinelli, Milano 2007

Marina I. Cvataeva, Ofelia – In difesa della regina, in Dopo la Russia, Mondadori, Milano 1997

Sylvia Plath, Lady Lazarus, in Poesie, Mondadori, Milano 1998

Ingeborg Bachmann, Canti lungo la fuga, XIV, XV, in Invocazione all’Orsa Maggiore, Mondadori, Milano 1999

Elizabeth Siddal, Alla fine, in Il vero amore non ci è concesso. Le poesie di Elizabeth Eleanor Siddal, Panda Edizioni,  Padova 2006

W. Shakespeare, Amleto.

Il testo è stato messo in scena: con la regia di Milena Nicolini e le attrici: Cristina Nuvoli, Pia Bellitti, Daniela Briganti, Silvia Nerini,

il 5 maggio 2012, alla luce della sola luna quasi piena, nello spazio aperto davanti al laghetto di Ca’ Vecchia, Sasso Marconi, in occasione del convegno “Dell’invecchiare e del morire”, promosso dai gruppi di Donne di Tempi Quieti;

Il 19 maggio 2012, presso il Teatro dei Segni di Modena, nell’ambito della breve rassegna ‘Oltre’, promossa dall’Associazione culturale Teatro Per Amore.

Sarà rappresentato  il 30 giugno 2012, nel giardino di Nella a Quingentole di Mantova, per le amiche e gli amici nella morsa del terremoto in quei posti. Sono previste repliche da ottobre in poi.

adrien broom

6 Comments

  1. Ricca e pungente la parola di Ofelia Milena, rilfette e mette in ginocchio tanta pomposità verbale rendendo vitale una sostanza che si riduce anche grazie alla parola.ferni

  2. la sera in cui lo ha presentato c’era una magnifica luna e il laghetto in riva al quale è stata rappresentata Ofelia aveva un linguaggio sommesso che si univa a quello delle attrici.Insomma incantevole.

  3. interessante questa Ofelia moderna e combattiva e bellissime le parole delle ragazze morte, come richiamate in vita: “…perché siamo qui con voi, adesso … e voi ci ascoltate, ci aprite il tempo, passate oltre l’orizzonte che ci divideva …”
    Peccato Fernanda non poter riprodurre i salici intorno al laghetto, la luna e le nuvole a rischiarare la scena, le attrici con i volti chiari ed ispirati e Cristina, una vera apparizione

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