TRASMISSIONI DAL FARO N. 35 – A.M.Farabbi: Andrea Longega, FINÌO DE ZOGÀR

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.Immagino che ogni guardiano del faro finisca per identificarsi nel corpo stesso del faro, sentendosi creatura quasi acquatica quasi terragna quasi luminosa, di quella luminosità intermittente propria del cuore nella sua danza tra diastole e sistole. Vita durissima, colloquiale con la lanterna, con l’ondulazione sonora marina, con il silenzio dei pesci, con le mappe stellari, con le scie dei naviganti, con lo sciacquio dei propri pensieri liquefatti.
Mi raggiunge la poesia di Andrea Longega con meraviglia. Lo accolgo con benedizione per la sua qualità. Si coniuga perfettamente con la mia introduzione. Viene immediatamente incontro una lingua dolcissima da un punto di vista fonetico, sibilante, sottile che, nel suo respiro pacato, ha il disincanto della precisione e l’amarezza di un’intelligenza lirica a cui basta il soffio di un fiato per pronunciare il canto, nascendo prospettive nel paesaggio e nella propria interiorità, così simili l’una all’altro, da diventare unica identità. Camminiamo tra le pietre isolane di Venezia forse, o di Murano, sulle scale di case sopra l’acqua, dentro trattorie, camere e corridoi di ospedale. In punta dei piedi, passo dopo passo, attraversiamo il cordone ombelicale del rapporto tra l’io poetico e la madre morente in una sacralità dolente, sonora, senza cedimento di retorica, prosciugata fino all’essenzialità, alla semplicità autorevole. La luce entra, così come l’acqua, in riflessi acustici e riverberi, così come la lingua di questa poesia in cui è stato sapientemente tolto ogni superfluo. Accanto all’acquerello della leggerezza calviniana, dentro cui vengono tratteggiate le ragazze, si dipana il gomitolo del saluto alla madre, con nessuna tinta forte, tragica, ostentata. Proprio qui si spalanca la bellezza della poesia di Andrea Longega, emozionandoci e commovendoci per la sua tensione lirica ed esistenziale.
Notevole l’uso del dialetto che asseconda una certa italianizzazione e semplificazione nella scrittura, raggiungendo una propria originalità delicata e fruibile. Trovo geniale il fatto che si sia scelta una non traduzione integrale ma siano stati aggiunti solo rari occhielli di qualche parola per sostenere la comprensibilità del testo. In questo modo, l’autore esige immediatamente una lentezza necessaria nel curare con attenzione la lettura verso il proprio lavoro interiore ed artistico.
Come al solito, centrata e corrispondente al contenuto, la copertina dell’opera: raffigura un balsamario in vetro blu a forma di uccello acquatico, risalente al I sec. d.c., del Museo Archeologico Nazionale di Adria.
Vivian Lamarque firma l’introduzione apprezzando, naturalmente, l’opera e l’autore che vorremmo meno lontano, meno isolano, meno isolato (riporto le sue stesse parole). Non condivido il rammarico di Vivian Lamarque. Credo che la qualità alta di Andrea Longega stia proprio nel suo essere concentrato in una zattera di terra e di esistenza. Isolano sì, ma non isolato. Non credo che si sia isolati abitando un’isola e la poesia. Isolato sì, semmai, nel senso di essere forse separato da una globalizzazione letteraria, da una rete mercantile letteraria così invasiva come sappiamo. Da questo punto di vista, credo che Andrea Longega lo sia, per questo ha saputo tessere con identità e qualità la sua opera, per questo ho amato il suo lavoro tanto da portarlo a voi con tutta la passione di chi da un faro ha individuato un canto d’oro.

 .Anna Maria Farabbi- 18 giugno 2012

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Da FINÌO DE ZOGÀR

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Gavé mai visto
i oseléti quando mor
che la testina tuta piume
no ghe sta più su?

Gavé: avete; oseléti: uccellini

*

Sugando scugèri e scugerìni
me fermo a vardarme
perso nel riflesso
e so drito e so roverso
concavo e convesso.

Sugando: asciugando; Scugeri: cucchiai; Vardarme: guardarmi; Roverso: rovescio.

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RELATIVAMENTE ALL’AUTORE

ANDREA LONGEGA è nato nel 1967 a Venezia e abita a Murano. In dialetto ha pubblicato le raccolte poetiche: Ponte de mezo (Camponotto, 2002), Fiori nòvi (Lietocolle, 2004) e El tempo de i basi (Edizioni d’if, 2009).

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Andrea Longega

FINÌO DE ZOGÀR

Il ponte del sale, 2012

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9 thoughts on “TRASMISSIONI DAL FARO N. 35 – A.M.Farabbi: Andrea Longega, FINÌO DE ZOGÀR

  1. Ho letto il libro e ho notato quanto spesso la leggerezza incantata della parola di Longega accompagni la gravità di un fatto in essa raccolto, anche se, comunque, c’è nel senso qualcosa che cancella quella stessa gravità mostrata nell’evento, come rivoltando in continuo la zolla di terra che ci fa e ci riveste.Per esempio anche nel testo riportato qui, da Anna Maria, un uccellino muore e, come tutti gli uccelletti, noi compresi, le creature fragili, la testa non sta più sù, la “testina” piena di piume, non ci tiene in piedi, non aiuta, e questo abbassare e sollevare insieme rendendo ogni pensiero piume è qualcosa che alleggerisce il cuore, entra in quello della vita.
    fernanda f.

    i oseléti quando mor
    che la testina tuta piume
    no ghe sta più su?

  2. quando ho finito di leggere, adesso che sto scrivendo, per capirci, la musica ha taciuto. Quasi con rispetto. Per lasciarmi di lei e di quello che avevo letto solo un ricordo delicato. Trepido. Come i oseléti…

    Commovente. Struggente, direi. Comprerò il libro.
    Grazie, f.
    sei …

  3. un grazie di cuore ad anna maria farabbi per queste sue parole precise e sentite che mi hanno fatto anche riflettere sulla opportunità di affiancare sempre e comunque all’originale una traduzione integrale. grazie ovviamente a fernanda che mi ospita di nuovo nel suo sito.

    andrea

  4. Gavé mai visto
    i oseléti quando mor
    che la testina tuta piume
    no ghe sta più su?
    .
    Avete mai visto
    gli uccellini quando muoiono
    che la testina tutta piume
    non gli sta più su?

    *

    Sugando scugèri e scugerìni
    me fermo a vardarme
    perso nel riflesso
    e so drito e so roverso
    concavo e convesso.
    .
    Asciugando cucchiai e cucchiaini
    mi fermo a guardarmi
    perso nel riflesso
    e sono dritto e sono rovescio
    concavo e convesso

    Da quanto si può vedere qui sopra la lingua originale e la traduzione in italiano non mettono in evidenza molte diversità, cioè si capisce bene il senso con solo qualche aiuto per taluni termini che possono non essere compresi. La lingua usata è una lingua in cui l’italiano ha comunque preso posto nella lingua dialettale, cioè non è più integro il dialetto ma si contaminano a vicenda.

  5. Con queste due brevi poesie l’operazione di traduzione è semplice, Con altre faccio più fatica a trovare una traduzione scorrevole e musicale; in alcuni casi poi diventa per me quasi impossibile quando, come spesso succede con i dialetti, una singola parola non trova una corrispondenza precisa in italiano e per renderla nella sua pienezza di significato bisognerebbe ricorrere ad una perifrasi.

    a.

  6. non volevo tradurre,semplicemente mostrare come ci sia spesso molta corrispondenza nelle lingue calatesi in terre di una medesima geografia emotiva. Intendo dire che nella parola-corporea,quella legata al dire quotidiano quanto lo può essere il latte o il pane, passa da un corpo all’altro il sentire il mondo e gli affetti…dalla vita (non della vita) si comprendono.Forse è perché sono veneta che la comprensione è facilitata eppure quando leggo l’umbro o il siciliano, davvero impegnandomi, spesso arrivo a comprendere ciò che poi in italiano è un tesoro perso. f

  7. ho compreso l’osservazione di fernanda e condivido il suo punto di vista
    in fondo leggere è “calarsi”, scendere nel profondo, esige tempo, lentezza, come un faccia a faccia, un dialogo in presenza invisibile eppure fatta di corpo

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