IANUS PRAVO: DELLA POESIA COME SONNO – (A partire da una terzina dantesca, divagando da una polmonite estiva) -Purgatorio Canto XVIII

joanna chrobak

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DELLA POESIA COME SONNO

(A partire da una terzina dantesca, divagando da una polmonite estiva)

Purgatorio Canto XVIII

La murena del Neckar che, è bianca come il verso,
come il verso riflesso nello specchio per Eco,
nello specchio di voce, Nosferatu del verso.

Hôs te niphádes chiónos píptôsi thameiaí 1

questo mio folto gelo che annulla i tuoi occhi
nei miei, nel grande vuoto, nel ventre delle neve,
nel no che
oscuramente
forma la flors 2.

Ianus Pravo, da Senz’arma che dia carne all’imperium

1 Iliade, XII, 278: “Così cadono fitti i fiocchi di neve”.

2 Er resplan la flors enversa, Raimbaut d’Aurenga: « Ora risplende il fiore inverso ».

Purgatorio, Canto XVIII:

per ch’io, che la ragione aperta e piana / sovra le mie quistioni avea ricolta, / stava com’om che sonnolento vana”. Un buon colpo di sonno di fronte alla luminosità e imponenza di libertà e amore. È il Dante viator la bella addormentata: il Dante agens, cioè la persona, il phersu, la maschera che insuffla l’ossigeno della falsità al viso funerario dell’auctor (di chi vuole supporsi auctor). E libertà e amore crollano in una balbuzie asfittica, nell’oscurità palpitante del depensare: “e ‘l pensamento in sogno trasmutai”.

Ma l’auctor, appunto, censura il sonno e ne fa sogno: farà, nel successivo Canto, della femmina balba (“ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, / con le man monche, e di colore scialba”), un corretto sogno senza sonno. Un sogno che vigila l’abisso e la nudità dalle catene del linguaggio. Di modo che non “lo sguardo mio le facea scorta / la lingua…”, ma la lingua mia mi facea scorto / lo sguardo…, la maschera rotola nella polvere e il viso crea il mondo irrespirabile che l’ha creato.

It was the mask engaged your mind, / And after set your heart to beat, / Not what’s behind’, scrisse William B. Yeats. Cioè la lingua, la metafora, ‘ciò che sta impropriamente per qualcos’altro in virtù di somiglianza’ (Andrea Rossetti, “Sono sparito alla Madonna”) è la ferita che è verità della ferita, verità dell’assenza e assenza della verità, femmina balba, Cristo celaniano, che “se parlasse di questo / tempo, / dovrebbe / solo balbettare e balbettare…”, come Santo Artaud, “kohan / taver / tensur / purtan /, i fonemi della coscienza attonita, come sulla vetta paradisiaca, “a l’alta fantasia qui mancò possa”.

Non giochiamo, siamo giocattoli. E la lingua è il gioco che manca allo scherzo (alla volontà) dell’auctor: l’espressione è un incidente, un destino, mentre la volontà di esprimere è uno scherzo di cattivo gusto: possiamo voler dire, ma ciò che in realtà dice è, eventualmente, un dover dire. La lingua è la patria, e in die Fremde der Heimat, in parole di Celan, nell’estraneità della patria, vegliamo la ferita che la metafora indica dal corpo delle cose: o amanti dei bambini, cercate altri giocattoli. La lingua non è un balocco, è il carcere.

Scrisse Roland Barthes che “la lingua, come esecuzione di ogni linguaggio, non è né reazionaria, né progressista, è semplicemente fascista, giacché il fascismo non consiste nella proibizione di dire, bensí nell’obbligo di dire”. E il canone della lingua, kanôn in greco: canna, legge, frontiera, limite. Così la libertà, o la volontà, perse imponenza e luce, acquisite humilitas, humus, impugnata, in definitiva, l’ humanitas, resistono, denudate, nell’avvertenza dantesca del Canto IV dell’Inferno: parlando cose che il tacere è bello, la libertà di non dire, la figura della non figura, il bianco della disimmaginazione (la Entbildung di Meister Eckhart). Il bianco di un sonno senza sogno (Il sogno è una forma della vigilia, possiede un cogito –vi è una ragione del sogno, una razón del sueño, che genera spirito di gravità-, e come la vigilia rapisce la nostra assenza: formato, come scrive Paul Valery, per qualcun altro dormiente, come se, nel corso della notte –nel corso del sonno-, si sbagliasse di assente). Da un lembo di terra, dalla costa che apre gli spazi di una valle maledetta di parole e di un mare non detto d’infinitesima libertà (infinitamente grande perché infinitamente piccola), tacere è bello, parlando.    

Skías ónar ánthropos, l’uomo è il sogno di un’ombra (Pindaro, Pitiche VIII). E se, meno di un uomo, fortunatamente meno di un uomo –assenza del Dio-, io fossi solo il sonno di un’ombra? Una femmina balba senza una volontà di vedere che rattristi lo sguardo che la vede (ogni volontà di vedere rattrista lo sguardo) e ne faccia scorta la lingua: e una femmina balba senza guida spirituale, senza ordinatore, senza Virgilio che ne liberi i miasmi del ventre. O con un Virgilio contagiato dalla sua balbuzie, maldicente, quasi non dicente. Essere lanzengiers, malparlieri, provati alla nudità del precipizio dell’abolizione dell’Io, l’esag del sonno, fin’amor.

Lo scrisse Gugliemo d’Aquitania: “Una poesia farò di puro nulla: / non sopra me né sopra gli altri, / neppur d’amore e di gioventù, / e di null’altro, / ch’anzi fu scritta mentre dormivo / sopra un cavallo”, qu’enans fo trobatz en durmen / sus un chivau.

Nota Giorgio Agamben, in “Idea della prosa”: “Il cavallo, su cui viaggia il poeta, è, secondo un’antica tradizione esegetica dell’Apocalisse giovannea, l’elemento sonoro e vocale del linguaggio. Commentando Ap. 19.11, in cui il logos è descritto come un cavaliere ‘fedele e verace’ che cavalca un cavallo bianco, Origene spiega che il cavallo è la voce, la parola come proferimento sonoro, che ‘corre con più slancio e rapidità di qualsiasi destriero’ e che solo il logos rende intellegibile e chiara”. Ma in Guglielmo d’Aquitania al logos subentra il sonno. In Christina Mirabilis la catalessi.

A voce, come a Inferno, a Purgatorio e a Paradiso, si può andare, da essi tornare, come Dante, e prima ancora Christina Mirabilis, balbi, guerci, monchi: assonnati. Stava com’om che sonnolento vana. A l’alta fantasia qui mancò possa. Parlando cose che’l tacere è bello. Cosa di più, e di meno?

Il lógos occidentale è concatenazione di significati. L’aksara, in sanscrito il non fluente, è la sillaba, una vibrazione irriducibile, anteriore al significato. “Ah tu, poema che non è poema / cadavere delle mie labbra / ombra crudele dove non c’è l’uomo / bensì il vento che sussurra / all’odio la tempesta del silenzio / e il pallido onore delle sillabe / 0h animale immortale, oh tu poema” (Leopoldo María Panero). Ah, oh. Quando, nella mitologia indiana, la Grande Sillaba è identificata con un suono, questo è om, un’interiezione. Oh, ah. Ed il verso è sempre la misurazione, infinitamente ripetuta, del limbo in cui un poeta offre alla cancellazione la propria figura e il proprio significato. Orfeo ritorna sui suoi passi, e misura la sua cancellazione, la perdita di Euridice. Edipo e Tiresia sono entrambi ciechi e entrambi zoppi: i loro bastoni battono il ritmo giambico in cui è dissolto il volto. Tiresia vede perché è cieco, Edipo è cieco perché vide. Entrambi sono il battere e il levare del piede e del bastone. Son di più, e di meno.

Io devo pronunciare:

Per. Ch’ìo. Che. La. Ra. Giò. Nea. Per. Tae. Pià. Na.

Sò. Vra. Le. Mie. Qui. Stiò. Nia. Vea. Ri. Còl. Ta.

Sta. Va. Com. Òm. Che. Sòn. No. Len. To. Và. Na.

Nella poesia spariscono i significati, il ritmo e il suono sono stutate del senso, non è vero ciò che dice Valery (“il verso poetico è un’esitazione tra suono e senso”), il suono e il ritmo sono lo spegnimento, il nirvana del senso: il logos lascia la traccia di un’ombra sulla mente incantata, sull’abbandono al sonno in cui sparisce l’autore, scompaiono tutte le idee: libertà lascia luogo alla devozione, e lo stesso vaneggiare (il sogno) lascia luogo al tacere di un vuoto attonito. E nell’attonito vuoto che, indicibile, un puro nulla, dreit nien, accompagna la cadenza del cavallo di Guglielmo d’Aquitania.

Farai un vers, pos mi sonelh. Farò un verso perché sonnecchio. E ho fatto un verso, ed ora ho sonno. E l’accidia, la nolontà di essere, è il premio per la più immane predisposizione di volontà che fa dell’amore il suo svanire, e lo svanire di ogni volontà. Tant las fotei com auziretz: / cent e quatrevinz et ueit vetz, / que a pauc no ‘i rompei mos corretz / e mos arnes. Né per l’amore, né per la libertà, vi è itinerarium mentis in deum. Vi è invece il percorso di Dio (che è l’assenza) nell’umanità, un Cristo devastatore d’uomo: un Cristo che torna Dio: come una parola, pronunciata nel verso, torna al suo tacere, bello, nel suono-sonno che articamente l’ama.

 Ianus Pravo

(Barcellona, 11-12 agosto 2010)

Da  “Ombre come cosa salda – Il Purgatorio letto dai poeti Canti X-XXVII”, edizioni del Ponte del Sale.

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