TEMPIQUIETI- V. Ravagli: “Dell’invecchiare e della morte”. A Ca’ Vecchia le donne s’incontrano parlano si raccontano e …[Seconda parte]- Antonella Barina

susanna majuri

ABBIAMO ATTRAVERSATO OGNI ETÀ

Antonella Barina

Sasso Marconi 5-6 maggio e dopo, 2012

Abbiamo attraversato ogni età lavorandone il senso, modificandolo o accettandolo ciascuna a partire da sé. Anche questo sciamare periodico in luoghi diversi ha il senso di un’attrazione al nuovo, vecchie nomadi che lasciano le loro case per incontrarsi tra gli alberi. Nonostante tutto, viviamo sempre – almeno a tratti – la vita che volevamo. Abbiamo costruito memoria sulle donne che ci hanno preceduto. Ci danno la forza di andare avanti. La loro voce ci raggiunge, sia essa un messaggio tra mondi diversi o solo un software impresso dentro di noi.

Ah, nonne!  Come è facile rivolgersi a voi, piuttosto che alla propria madre!

PRINCIPESSA DEI PASSERI[1]

Mia dolce Morgana
Regina dei cani
fosti nel tuo giardino
Imperatrice dei gatti
nella tua casa
Tarocchi e lucertole
nella mia memoria
I cassetti tuoi segreti
e le perle tue
il mistero
con cui mi addormentavi
al canto dei tuoi piccoli passeri

.

susanna majuri

.

CASA MATERNA[2]

Quel velo che ricopre il paese
nei giorni senz’ospiti
Quando il dio del silenzio
viene in visita
e si ferma,
nonna,
davanti al fuoco
del tuo braciere
Il cuore mi è tutt’uno nel petto
Ti so dentro di me
Aspettami

.

susanna majuri

.

Sono venuta all’incontro di Sasso Marconi perché parlando di notte con Serenella Gatti – io a Venezia, lei a Bologna – le ho detto che mi sarebbe piaciuto tornare nella sua città, rimetter piede in quella zona franca che per me, come la prima volta che ci sono arrivata, gira attorno alle Sette Chiese di Piazza Santo Stefano, fascino di labirinto e tempo raccontato dalle pietre. Parlando con Serenella, mentre lei ricordava Marta che non c’è più, le dicevo che sarebbe stata ora di fare un incontro sulla morte. E Serenella dalle braccia rotanti, dopo un bell’incontro di poesia a Bologna, quando le è arrivato l’invito di Vittoria Ravagli me lo ha girato: “Con Anna Maria Farabbi, con le donne degli Horti di Mantova e le donne di Poesia di Modena, abbiamo deciso di incontrarci il 5 maggio a Ca’ Vecchia, sabato: parleremo insieme dell’invecchiare e della morte. Dopo cena, aspettando la luna piena, vicino al laghetto con i salici di Ca’ Vecchia Milena Nicolini metterà in scena “Ofelia”. Poi altro ancora, che sta prendendo forma…”.

Non poteva che essere, anche, un incontro sulla madre. Della qual cosa avevo infinito desiderio e bisogno, poiché la situazione che sto vivendo dal 2008 con la malattia di mia madre è tanto terribile e, per certi versi, tanto sublime, da perderci la testa. Né ho tempo, travolta come sono da ogni tipo di molestia burocratica, edile, sanitaria, per concedermi quel che sarebbe in questi casi consigliabile: quale che sia la disciplina, una terapia d’appoggio. Ma, insegnano i gruppi sul parto ed ogni altro gruppo nel quale abbiamo messo assieme e fatto circolare sapere ed esperienza, quanto di più risana questa modalità di incontro! Dagli appunti, una di noi durante l’incontro ha detto:

Il femminismo era dato dall’età o era una realtà una realtà quell’essere tutt’uno?

Possiamo ancora pensare assieme per esorcizzare il vuoto che a volte percepiamo?

Nella forma del libero cerchio, ciascuna ha parlato e questo che segue è in breve quello che, a braccio, ho detto io, più qualche appunto che ho preso e che mi è prezioso. L’indebolimento cerebrale, volgarmente detto demenza senile, di cui soffre mia madre è un evento che mi sta permettendo di capire cose su cui mi sono interrogata una vita. Mentre è ancora in vita, cercare di capire di mia madre: capire la Vita, che poi è questo il nome proprio di mia madre. Così ho occasioni di consapevolezza, mentre cerco di non cedere alla tentazione di demandare all’istituzione la gestione di una situazione a tratti infernale. Le amiche dicono che me la racconto, dicono che invece io non riesco a spezzare il legame con mia madre. Io rispondo che se trovo un gatto morente per strada lo tiro in casa, che almeno si congedi pacificamente. Sono preoccupate, le amiche, del dramma nel quale sia io che mia madre a volte diamo il peggio di noi stesse. Certo è vero: ma diamo anche il meglio. Facciamo l’impossibile. Una malattia psichica che è peggio di qualunque altra, psichica e fisica, perché spaesa in te la bambina che non ha più alcun riferimento, l’adulta che non sa che fare, l’anziana che stai diventando e che si spaventa di ciò che la aspetta. Non è l’alzheimer dai sintomi riconoscibili, non è l’ictus che seppur parzialmente consente di travasare memoria da dendrite a dendrite. È quello che tuttora la ‘scienza’ ignora: le persone così vengono sedate e legate al letto, questo è quel che succede nelle strutture pubbliche, quindi in realtà non si conoscono né il decorso né le caratteristiche di questa malattia, non ci sono protocolli di comportamento, non c’è badante che tenga. Al di là dello sconvolgimento della mia vita, e di quella di mia figlia ancora piccola, non sono gli errori in cui mia madre incorre il vero problema: il problema è il vissuto che c’è dietro, sono i conflitti antichi che riemergono. Come quando le chiedo: ma sai la sofferenza che provochi? E lei non sa rispondermi. O l’altro giorno, che, incazzata nera dopo che lei si era interessata della cassetta del gatto, le ho urlato tre volte disperata: dove hai messo gli stronzi? E siamo poi scoppiate a ridere tutte e tre, io, mia mamma e mia figlia, pensando a chi da fuori mi poteva sentire. Ah, sì. Mi ero proposta, Vittoria, di affinare durante l’incontro la settima stazione di Materno Ancestrale, il percorso drammaturgico messo in scena a Venezia tanti anni fa e ripreso lo scorso  febbraio in forma sintetica con il titolo ‘Venethea’. Questa settima parte è involuta quanto la scena che hai ripreso in Tempiquieti mi appare invece completa: riporta il dialogo tra Gea madre ed Echidna figlia, dove Gea chiede perdono alla figlia (il testo è dei primi anni novanta), primo passo di una pacificazione per l’era a venire che non può che fondarsi sullo svelamento reciproco, sull’armistizio tra madre e figlia, sulla fine del rapporto di odio tra donne. Dice una mia amica più giovane di me, ma con madre che dimentica ogni cosa: “Per quanto me lo chieda, non potrò mai perdonarla, e comunque mi fa rabbia vederla oggi così stupida”. Bene, con questa rabbia pregressa, che pare insanabile, dobbiamo fare i conti nella decadenza della madre. In questi ultimi anni, ho sperimentato invece l’efficacia del rimedio di chiedere, da figlia, perdono a mia madre (difficilissimo!). Così si appiana l’asprezza, si riporta serenità alla malata, si stempera con commozione il conflitto. Ma il perdono porta soltanto un temporaneo stato di pacificazione. Non è mai la soluzione definitiva. Così resta sospesa a mezzo anche quell’ultima scena. Poiché ogni stazione del testo è dedicata ad un’epoca e la settima scena cade sull’era a venire, capite bene l’importanza per me di metterla assieme con coerenza di cuore pulito: una verifica che appunto mi ripromettevo di fare a Sasso. Sì, potrei cavarmela integrando dal ‘Duse come Demetra’[3], certo lo farò, ma non ci siamo ancora. Qui non trovo soluzione nella mia vita. Si alternano in mia madre quattro stati, quattro diverse personalità. La compromissione delle trasmissioni cerebrali le ha rese in questi anni distinte, tanto che a ciascuno ho dato un nome, ed ora finalmente riconosco ciascuna di quelle quattro che sono mia madre. Quattro come gli aspetti della luna, e quella che mi dà più filo da torcere è la luna nera, la più forte: non credevo che mi sarei affacciata al regno di Ecate con questo bagaglio pesante, eppure qualche scherzo dovevo ben aspettarmelo, impunita che sono. Come se mi dicesse: volevi conoscerla? Eccoti, fino in fondo, la luna nera. Eppure che potenza! Vania Virgili (mi scuso se il nome non fosse esatto e la ringrazio del suo apporto) ha portato questa frase del taoista Lao Tzu:

Lo spirito della valle non muore.
Questo si dice della femmina oscura.
La porta della femmina oscura
è la valle del cielo e della terra.
Sembra durare ininterrottamente,
nella sua azione è infaticabile.

.

susanna majuri

.

È importante affinare le potenzialità della luna nera, ora che il femminile viene chiamato a gestire la cosa pubblica, proprio e solo ora che ogni sfacelo è compiuto. Dobbiamo imparare a riconoscerne in primo luogo l’afflizione. Ecate non è gratis. I potenti aspetti degenerativi del femminile. La pazzia femminile, fatta di riordino ossessivo, di certezze immodificabili, di cecità cronicizzate, di competizione sulle piccole cose. E, d’altra parte, nell’aspetto positivo, la potenza previsionale, le estreme intuizioni terapeutiche, il veder dentro e fuori con chiarezza estrema. Ma chissenefrega dell’infertilità! Mentre scrivo alla televisione maschi supponenti e femmine decerebrate cianciano dell’identità femminile, di ‘zitelle’ e ‘dongiovanni’… Piuttosto: da dove posso prendere la forza per andare avanti? Per compiere le scelte necessarie? Perché proprio a me questo?

MENZOGNERA LA LUNA

Menzognero il sole
che promette vita e brucia
abbaglia di finta luce
distrugge il mistero
Menzognera la luna
che crea il mistero
come un cappio ti stringe la gola
e poi ti annega
Menzognera sigizia
che promette nozze
impossibili a noi umani
E noi
a seguire gli astri
menzogna a noi!
Menzogna il sogno
Menzogna l’entusiasmo
che malattia dissipa
vecchiaia beffeggia
noia avvilisce
Ma io con te ce l’ho
Luna
che ti ho creduto
Astro sfuggente promessa vana
Se non che oggi mia madre
con dito fermo ti additava
sospesa nel cielo
a mezzogiorno

.

susanna majuri

Ma rigetto la presunzione di Rita Levi Montalcini la quale, all’intervistatore che goffo le chiede cosa significhi avere la sua età, risponde: “Il corpo faccia quello che vuole, io sono la mente”. Tutte abbiamo riso felicemente sorprese da questo acume, ma poi quest’affermazione della scienziata (vivisettrice) mi ha ferito. La stabilità della mente è così effimera, basta un soffio e da un giorno all’altro quella lucidità scompare. Non c’è scampo quando la mente o il corpo prendono strade diverse. E la possibilità di perdersi a volte è più feconda del perfetto stato di coscienza.

A MARGHERITA HACK[4]

Cos’è la nostra intuizione,
Margherita,
se non il debole bagliore
d’una stella lontana che
man mano che t’avvicini
ti s’addentra
facendoti universo
e, no, neanche tu sai
se il fatto di discernere
t’avvicina
o t’allontana
da quel bagliore

Adesso, passati pochi giorni, io e mia madre siamo già in un’altra fase. Nulla è certo, tutto progredisce e si trasforma velocemente, i diversi aspetti stanno tornando a fondersi sempre più debolmente: quella capace di combattere (non avete idea quanto e con che forza), quella che mi faceva gli sgambetti, quella che conosce le erbe e quella che si piange addosso. O mia madre è quella che rilancia con un piccolo aiuto? Nel mescolarsi diventano più di quattro, stanno – forse – tornando una.

 

UNA[5]

Le nuvole si spostano lente
sulla rocca di Uçhisar
Io vedo là sotto tutte le cose
Tutte in me
Una

.

susanna majuri

.

Ho malamente annotato un verso di Antonia Pozzi portato da un’altra donna al cerchio:

La porta dell’anima/spietatamente si chiude/…./e poi finalmente la pace”.

E chi ha detto quello che mi sono appuntata qui sotto, Lao Tzu, Leila Falà o chi altra?

Un respiro di Luce

ti fa luce

A Selene Ballerini, la studiosa dei Ching che sviluppa le potenzialità della madre Kun (o Cun) in relazione alla figlia per “uscire dalla ciclicità fisica corporea, a scardinare il tempo”, dedico

LA STRADA DI MARLBOROUGH

Rami caduti mi feriscono le gambe
sulle rive di un fiume nero[6]
Nella notte scura alla luce della luna
la mia ombra mi cammina accanto

Mentre mia madre di là dorme, preparo i petali delle nostre bare. Domani metterò fuori le immondizie. Darò da bere ai fiori. Cercherò di capire come dar da mangiare a madre e figlia mentre sono al lavoro. Giunta a scadenza, condivido con Graziella Poluzzi “l’angoscia di mettere a posto i testi prima di andarsene”, cercherò ancora di sistemare qualche scritto. Mia madre dorme. Domani la sgriderò di nuovo, la perdonerò, mi perdonerà. Hanno ragione  Vania e Lao Tzu:

 La via veramente via
non è una via costante

.

susanna majuri

.

Le poete non si rifanno le labbra, scrive Leila. Per la Settima scena, Vittoria, chi sono io per scrivere cosa sarà l’era a venire? Prevedeva laboratori di scrittura, tra l’altro, la messa in scena di quel testo. La musica delle Donne di Poesia di Modena[7] è forse la risposta. Non può che essere, come la loro, una risposta corale.

Il paradiso è dove nessuno chiede chi sei e cosa fai.
Si sa e si fa altro insieme.
Il paradiso è dove le domande sul tuo conto sono
a forma di lamponi e fragole di bosco[8].

Note ai testi

[1] A nonna Maria, madre di mio padre (Birds-walking between Stonehenge and Avebury, n.3 Edizione dell’Autrice, http://www.edizionedellautrice.it/3%20-%20BIRDS.pdf#zoom=125)
[2]
A nonna Vincenzina, madre di mia madre (La Notte della Pìula, n.33, Edizione dell’Autrice, http://www.edizionedellautrice.it/33%20LA%20NOTTE%20DELLA%20PIULA%202%20colonne.pdf#zoom=125)
[3]
http://www.autoeditoria.it/2010/img/Libretto%20Dus.pdf
[4]
La Notte della Pìula, ib.
[5]
Turning, le Città della Luna, n. 16, Edizione dell’Autrice. http://www.edizionedellautrice.it/16%20TURNING%20-%20LE%20CITTA’%20DELLA%20LUNA.pdf#zoom=125
[6]
Birds, ib. Dalle note: il ‘fiume nero’ è il fiume Kennet; un tempo una delle sue sorgenti, quella presso Silbury Hill, era chiamata Cunnit (oggi Kennetspring), nome che potrebbe essere messo in relazione con le dee della fertilità nel loro aspetto più sotterraneo. In questo senso, lo sgorgare della sorgente costituisce una ierofania del mondo sotterraneo, ecc.
[7]
“È che dell’eterno si ha sempre paura perché si è affezionati al tempo, finchè il tempo ci lascia fare. Ma quando si svela e ci colpisce, ci obbliga a vedere la vita divina, il modo d’essere della Natura tutta che si trasforma e va a morire” (Maria Luisa Bompiani). “Così navigo tra il terrore e la colpa” (Vilde Mailli). “Abbracciamoci, poi si vedrà” (Maria Chiara Papazzoni). “Ah muro, muro del pianto tra genitori e figli, come vorrei ora piantare una rosa su quel muro”. (Lisabetta Serra).
[8]
Come il giardino di mia madre, dove crescono le fragole e l’albero dei lamponi. Perfetto fin nella chiusa, con le ultime parole di Paola Febbraro curate da Anna Maria Farabbi, quest’incontro. Paola Febbraro, Stellezze, Lieto colle, 2012. E anche: Milena Nicolini, Tre porte ad un padre, Rossopietra, 2011. Lo spazio verde che mia madre curava non mi dà più angoscia da quando Simonetta Borrelli, che è venuta con me a Sasso, si è offerta di andarlo ad annaffiare.

.

susanna majuri

.

Che cosa avevi dentro quando l’hai

scritta, amica mia?

(Antonella Barina)

Della bambina che fu battuta
davanti alla gente
perché si era inoltrata nella selva
io celebro il funerale
Della bambina che fu derisa
dalle compagne
perché aveva donato il sigillo
Della bambina di neve
che le monache esposero
al ludibrio della classe
Della bambina dalle braccia nude
che il prete caccia dalla chiesa
mentre parla con Cristo
celebro il funerale
Della bimba dal naso aquilino
che fu deturpata
perché potesse ballare
Della giovane dalle troppe
domande cui nessuno
sapeva rispondere
Della giovane maga
che milizie occulte
cercarono di trarre a sé
Della giovane guerriera
che si perse in visioni
perché la sua anima si aprisse
Della zoccola
che non avete mai posseduto
quanti che fossero i vostri denari
celebro il funerale
Della lupa sperduta
che ebbe fame nelle strade
per non stare alla corda
Della serpe sorpresa
nel corso della muta
dal cacciatore di serpi
Della colomba che scelse
di amare il falco
travestito da colomba
Del sangue
che immolate
per conservare il vostro
Io celebro il funerale
Dell’avventuriera
che intrapreso il cammino
tornò sui suoi passi
Della viaggiatrice che si perse
nel labirinto
di una sola stanza
Della guerriera che dimenticò
se stessa per combattere
le guerre degli altri
Della madre
pestata sulle scale
davanti ai figli
celebro il funerale
Della cagna
che partorì in un macello
e tuttavia allattò i suoi piccoli
Dell’aquila che volando
troppo in alto mancò
di vigilare il proprio nido
Del cavallo selvaggio
costretto al giogo
per non essere cavalcato
Della vacca bianca legata all’aratro
costretta a segnare
i confini degli imperi
Io celebro il funerale
Io celebro il funerale
Io celebro il funerale
Ma canto
l’asina insanguinata
che prese a calci
il padrone del carro
Canto
la pannocchia caduta dal carro
schiacciata dalle ruote
il cui seme è germogliato
Canto colei che non seguì
il carro del fato
– né da libera, né da schiava –
ma salì sul proprio carro
e lo condusse
Della falce di luna
bilancia ed utero
mani al cielo
io canto la rinascita

(la morte avevo dentro, amica mia,

la morte)

.

In Edizione dell’Autrice n.5, Venezia, 2005

7 Comments

  1. Finito anche l’altro, Vittoria, e inserita la nuova presentazione ricevuta da Milena. Bacio e grazie, ma il merito dell’incontro è tuo, sei tu che hai messo in movimento tutte quelle donne che ancora si raccontano da un capo all’altro del tempo.
    Un grazie ad Antonella per questo emozionante percorso. f.

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