Gli amori delle tartarughe: Italo Calvino – Le mosche: Ianus Pravo

adrian chin – caos 1

.

Ho letto il testo di Ianus Pravo, come spesso accade provocatorio e dissacrante, niente mezzi termini, la realtà sbattuta in faccia costi quel che costi, ovvero la nostra umanità, piegata e piagata, spesso anche pagata e decapitata. E. Come un flash mi è tornato alla mente uno dei racconti di Palomar di Calvino. Uno, in particolare, che riporto qui di seguito, per rendere l’idea che mi è balenata nella testa. Questa grandiosa difficoltà di amare, di amarsi e di avere relazioni, a causa di un guscio spesso, spesso abitato dal nostro essere tartarughe dell’esistenza, lenti e coriacei, inutilmente fallocratici, non fallici, in debito sempre con una vita che ci assale da più parti e poi ci mette agli arresti. Perché tutto la vita ci offre e tutto possiamo farne. Anche il… ma è una nostra scelta.

f.f.– giugno 2012

PALOMAR IN GIARDINO- Gli amori delle tartarughe- Italo Calvino

Ci sono due tartarughe nel patio: maschio e femmina. Slack! Slack! I gusci sbattono uno sull’altro. È  la stagione degli amori. Il signor Palomar, non visto, spia.
Il maschio spinge la femmina di fianco, torno torno al rialzo del marciapiede. La femmina sembra resista all’attacco, o almeno oppone un’immobilità un po’ inerte. Il maschio è più piccolo e attivo; si direbbe più giovane. Prova ripetutamente a montarla, da dietro, ma il dorso del guscio di lei è in salita e lui scivola.
Ora dovrebbe essere riuscito a mettersi nella posizione giusta: spinge a colpi ritmici, pausati; a ogni colpo emette un ansito, quasi un grido. La femmina sta con le zampe anteriori appiattite sul terreno, il che la porta a sollevare la parte di dietro. Il maschio annaspa con le zampe anteriori sul guscio di lei, tendendo il collo in avanti, sporgendosi a bocca aperta. Il problema con questi gusci è che non c’è modo d’afferrarsi, e del resto le zampe non fanno nessuna presa.
Ora lei gli sfugge, lui la rincorre. Non che lei sia più veloce né molto decisa a scappare: lui per trattenerla le dà dei piccoli morsi a una zampa, sempre la stessa. Lei non si ribella. Il maschio, ogni volta che lei si ferma, tenta di montarla, ma lei fa un piccolo passo avanti e lui scivola e batte il membro per terra. È un membro abbastanza lungo, fatto a gancio, con cui si direbbe lui riesca a raggiungerla anche se lo spessore dei gusci e la positura malmessa li separano. Così non si può dire quanti di questi assalti vadano a buon fine, quanti falliscono, quanti siano solo gioco, teatro.
È estate, il patio è spoglio,  tranne un gelsomino verde in un angolo. Il corteggiamento consiste nel fare tante volte il giro del praticello, con inseguimenti e fughe e schermaglie non delle zampe ma dei gusci, che cozzano con un ticchettio sordo. È tra i fusti del gelsomino  che la femmina cerca d’intrufolarsi; crede – o vuol far credere – che lo fa restare  bloccata  dal  maschio,  immobilizzata  senza scampo. Ora è probabile che lui sia riuscito a introdurre il membro come si deve; ma stavolta stanno tutti e due fermi fermi, silenziosi. […]

adrian chin caos 2

LE MOSCHE – Ianus Pravo

Da qualche tempo vedo spesso per strada gente che piange. Stamattina al Bar Schilling, in Carrer Ferran, una ragazza a un tavolo piangeva, e poi è crollata a terra.
Ora, nella terrazza di casa mia, seduto sul pavimento, osservo due mosche minuscole, di appena qualche millimetro, posate sulla vetrata. Osservo come queste mosche si accoppiano. Lascio che lo facciano, non le interrompo, rimango a guardare la loro copula meccanica: fanno un piccolo salto, rimangono sospese nell’aria muovendo le ali e in un attimo tornano a posarsi sul vetro. Guardo senza perdermi un solo movimento dei loro corpi che immagino (l’immaginazione è lo strumento del mio pianto) estasiati di piacere: anche se sembrano non sentire nulla, io sono convinto che non è così.
Fanno altri piccoli salti e tornano a posarsi sul vetro, e sul vetro girano su se stesse. Poi, all’improvviso, si lanciano unite in volo senza abbandonare la postura del piacere, percorrendo una parte della vetrata. Continueranno, le due mosche, nella congiunzione carnale per l’eternità? (L’eternità non ha a che fare col tempo. E con le mosche?). Non so quanto tempo vive una mosca, non molto credo, un mese o due al massimo. Penso che in questo istante sono eterne.
Un istante ancora, e non lo sono più. All’improvviso si separano, se ne vanno in direzioni opposte. Per un momento seguo i due punti neri aprire lo spazio tra di essi. C’è da piangere a piangere il richiamo della specie.
Mi preparo la carta stagnola. È un atto religioso, da re-ligere, fare attenzione, aver cura. Con le forbici la taglio dal rotolo, una striscia abbastanza lunga e non troppo larga. La piego ai bordi, graffiandola con le unghie dei pollici, formando il letto su cui scorra l’eroina riscaldata. Vi verso, da una busta di plastica, la polvere bruna, l’ammonticchio su un lato del piccolo sentiero argentato che ho costruito. Sto già tenendo tra le labbra il tubicino, di vetro, con cui aspirerò il fumo dell’eroina bruciata. Faccio scattare la fiamma dell’accendino, stringo la stagnola tra l’indice e il pollice della mano sinistra, sto attento che il fuoco non arrivi troppo forte all’eroina, che la punta della fiamma soltanto lambisca il suo letto: la polvere va sciogliendosi in un olio che si oscura e striscia sul supporto in un piccolo e breve corso fangoso. Devo far sì che il fumo si liberi poco a poco, in un filo, e io abbia il tempo di aspirarlo e tenerlo a sufficienza nei polmoni.
Quando tutta l’eroina nella stagnola è bruciata, mi accorgo che mi resta ancora qualcosa nel tubicino: strisciandolo sopra il fumo, ho raccolto pezzetti di pasta marrone sul vetro. Gli passo la fiamma, e apro la bocca per catturare il fumo, apro la bocca come alla bocca di un’amante.
Nella stagnola la pasta dell’eroina s’è fatta nera, e nel suo flusso verso il fondo del canaletto ha lasciato una sequenza di punti fangosi. La gola mi brucia e tossisco. Ho qualche minuto per pensare, e penso alla ragazza di stamattina, crollata a terra piangendo, nel bar. La perdita della posizione eretta è commovente. Ogni volta che la perdo, non posso fare a meno di piangere. Per essere riuscito a perderla. Anche l’amore lo faccio piangendo. Le lacrime sono mosche che copulano sulla mia faccia.
Nonostante che tutto il fumo sia volato via, ho la sensazione che l’asprezza del suo odore mi ritorni di colpo in faccia. Mi sento la faccia perlustrata dall’odore del fumo come da una mano lenta e leggera. La tosse si intensifica. Un’ondata di calore mi scende dalla faccia al petto, sembra trascinarmi la colonna vertebrale su e giù per il ventre, sento la testa separata dal corpo, la testa e il petto sono due centri distinti per le fiammate che mi crescono come orgasmi lenti e prolungati. Mi sembra di volare oltre l’inferriata della terrazza. Ma sento il vetro a cui appoggio la schiena trasformato in aria respirata dal mio piacere.
Non so quanto tempo sia passato. Mi sembra di avere la pelle sollevata dalla carne, cenere tiepida che si disperde nell’aria ma si riforma subito cenere, la carne e il sangue sono freschi. La tosse mi pulsa liquida in bocca come un fiotto di sangue disceso dalle tempie. Mi tremano gli arti, una mano batte contro una specie d’acqua dura come un muro. Non m’importa nulla. Solo osservo il mio riposo frenetizzato su se stesso. Un riposo che riposa il riposo.
Ore dopo, ogni mio sguardo è sporcato da punti neri in congiunzione, che pulsano e si separano, e tornano ad unirsi come mosche che copulano. Ogni punto nero è un peso che ho trascinato coi miei occhi e che me li ha sfiniti. Le mosche si accoppiano negli occhi come le lacrime copulano sulla mia faccia. Le lacrime sono pesi a sfinirmi la faccia di mosche.
I miei occhi hanno le mosche per padrone. Ogni sguardo, ogni scrittura, e il suicidio, sono atti di sottomissione. Ogni atto è una sottomissione. Si tratta di cercare il padrone più atroce, non il più benevolo. La libertà è cercarmi il padrone più atroce, non il più benevolo. Mi tremano le braccia, e una ragazza piangente le calma, una ragazza piangente sollevata dalle mie braccia che tremano e che il peso di lei, aspro di fumo, acquieta, con lacrime dure come un muro.


4 Comments

  1. racconto particolarissimo, scrittura forte che apre le porte del cervello, spesso imbottito di luoghi comuni, parola senza sconti e nascondimenti, parola senza rispetto per il condizionamento.Da leggere, per essere chiari. ferni

  2. Entrambi i racconti – densi e taglienti di senso – sono molto belli. Feroci e belli. Diverse passioni, lo stesso faticoso andare verso l’amato, una grande sofferenza, una diversa esplosione di gioia, lo stesso indicibile mistero.
    grazie!
    ciao Fernanda

  3. Già, è proprio come dici, Iole.quando l’ho trovato, il racconto di Ianus, è stato immediato quel ricordo che molto mi aveva colpito e ho trovato in entrambi quell’amore profondissimo e sofferente, dolente perché senza margine di sconto, questo guscio per un grumo di sensi, le nostre mosche e le moschee dei convincimenti. Ciao Iole,f

  4. La foto della ragazza che piange e stramazza a terra è per me ancor più forte della sniffata color sangue. Nulla è più duro di pianto e disperazione, però bisogna passarci per capirlo. Amico Ianus, nei tuoi scritti ci lasci poca speranza, probabilmente perchè questa parola nel tuo lessico non c’è. Solo la vita che stiamo vivendo ci dirà se essa c’è o no.
    Diego

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.