TRASMISSIONI DAL FARO N. 34 – A.M.Farabbi:…dopo le parole e i silenzi di Tina Modotti. Intervista a Stefano Strazzabosco

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Una piccola meraviglia l’incontro tra Tina Modotti e Stefano Strazzabosco, reso con penna documentata, rigorosa, con eleganza partecipe, sciolta intensamente in un monologo teatrale: nel 2007, Sinopia libri www.sinopiaonlus.org pubblica TINA in versione bilingue spagnolo – italiano, firmata appunto da Stefano Strazzabosco.
Di notevole interesse le note che completano l’opera, accanto alla cronologia essenziale.
Mi raggiunge improvvisamente la notizia di questo lavoro, sotto la luce di una lampada, dentro una notte vicentina magica. Mi raggiunge e mi spalanca.
Amo Tina Modotti. Intorno a me, libri, fotografie alle pareti, quella pellicola in cui lei giovanissima brilla muta è registrata su nastro e abita un piccolo legno della mia biblioteca. Accolgo come una grazia il lavoro di Stefano Strazzabosco e lo invito a narrare il suo viaggio.
Agli amici di carte sensibili, che non conosco ancora Tina Modotti, dico di cercarla nel mare virtuale, per le librerie, per ogni dove. Anche in questo libro. Tuttavia, questa intervista vale da sola oro.

1) Come è nato il desiderio di lavorare sulla vita e sull’opera di Tina Modotti?

Abitavo a Città del Messico. Un giorno andai a cercare la tomba di Tina Modotti al Panteón de Dolores, il cimitero storico della città. Quando finalmente la trovai, grazie alle indicazioni del custode, era abbandonata, semisepolta in mezzo ad altre lastre storte e spaccate e all’erba cresciuta ovunque. L’incisione sulla lapide, con la poesia di Pablo Neruda e il profilo di Tina coi capelli sciolti, era corrosa e quasi illeggibile. Sentii che quella donna subiva l’ennesimo oltraggio: nonostante la quotazione altissima di alcune sue foto, nonostante le mostre che giravano nei principali musei del mondo. Dormiva nel grembo della terra, della storia, trascurata e nascosta. Più che un oblio, però, mi sembrò una gravidanza.

Qualche anno dopo, un’amica attrice mi chiese di scriverle un monologo sulla vita della Modotti. Rifiutai: non avevo mai scritto per il teatro. Lei insistette a lungo, e alla fine le dissi di sì. Stavo lasciando il Messico dopo 6 anni di permanenza, era la mia ultima estate prima del rientro in Italia. Volevo restituire e capire, costruire un ponte di parole e di sguardi incrociati. Affittai per qualche giorno una casetta di legno sulle rive del lago Zirahuén, nello Stato di Michoacán. La casa assomigliava a uno chalet, ma era estremamente rustica. Per andare in bagno, ad esempio, bisognava scendere una scaletta ripidissima, girare attorno all’edificio e infilarsi in un pertugio annesso dove giorno e notte regnava il buio più assoluto. Non so se fu quel buio, o piuttosto la luce dell’acqua del lago, circondato da alberi alti e verdissimi, di un verde di tutti i colori. Scrissi quasi tutto lì, in due o tre giorni, nel silenzio ronzante delle api e dei larici esposti alle luci lunari. Mi sentivo un fungo, un’alga, un grano di polvere in aria. Scrivevo per un impulso amoroso.

2) La tua profonda cultura, l’aver vissuto e lavorato a Città del Messico come Lettore di Lingua e Letteratura Italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura, l’Instituto Politécnico Nacional e l’Universidad Nacional Autónoma de México di Città del Messico ti hanno permesso di penetrare e assorbire significati, strati storici e sociali di quei luoghi meglio di chiunque altro. Raccontaci quanto certi spazi emanano ancora l’impronta di Tina Modotti. Credo che tu abbia visitato oltre le carte anche le vie, le pareti, cercato portoni … nel nome di Tina.

Città del Messico non conosce limiti: è un universo a sé, composto di tante galassie comunicanti e autonome. Per Tina la città era stata un mondo di artisti e di rivoluzionari, un miscuglio di bellezza e di miseria, un nido d’amore e una speranza di riscatto; infine si era trasformata in una tragedia assoluta. Io ho conosciuto un Messico molto simile: senza Frida, Rivera e Trotzskij, ma altrettanto ricco, composito, fatale, magico, straccione, esiziale. Il Messico profondo è così, ha ferite incurabili e lampi che abbagliano. Oggi i luoghi, le case e le vie della città che Tina frequentava sono molto diversi; l’anima del paese, invece, forse non è cambiata così tanto. Occorre diffidare delle apparenze, delle mitologie create ad arte: ora che Frida Khalo è diventata un’icona mondiale, la geografia di quegli anni formidabili è stata ricostruita a fini turistico-commerciali, e spesso funziona come uno specchio per le allodole. Secondo me, se oggi si volesse trovare davvero qualche traccia del mondo di Tina, occorrerebbe cercarla – oltre che nei murales di Diego Rivera: soprattutto quello di Chapingo, per cui Tina posò – nella ciudad perdida, la sconfinata baraccopoli illegale di Città del Messico; nelle redazioni dei giornali minacciati dai narcotrafficanti, dai poliziotti corrotti o dai potenti di turno; e forse anche in qualche liquore generoso, come direbbe il Genio familiare al Tasso, via Giacomo Leopardi.

3) A compimento del tuo lavoro, ringrazi le persone che ti hanno sostenuto in vario modo, tra cui Maria Luisa Lafita che, ormai cieca, su una sedia a rotelle, quasi centenaria, nel maggio del 2004 rispose alle tue domande. Ti sarei grata se ci parlassi del tuo incontro con lei, delineando la sua figura e la sua relazione con Tina.

Mi trovavo a Cuba per un congresso di italianisti. Concordai l’appuntamento grazie a un’italiana che viveva a La Habana, e aveva amicizie tra gli intellettuali vicini al regime. María Luisa Lafita, come altre figure legate alla Rivoluzione e all’ortodossia cubana, era un simbolo nazionale cui occorreva avvicinarsi col massimo rispetto. Negli stessi giorni fui ricevuto anche da Adys Cupull, che ha scritto imponenti libri su Che Guevara e Julio Antonio Mella: parlando con Adys ebbi nettissima la sensazione che difendesse la versione ufficiale della storiografia di regime, e che fosse sospettosa e reticente su vari punti. María Luisa Lafita, invece, era troppo in là con gli anni per queste astuzie: anche se suo figlio era presente e controllava l’andamento del colloquio, María Luisa rideva e scherzava come una bambina.

Le regalai un gattino di pezza, di cui fu felicissima. Ripeteva: gatito! gatito! e sorrideva dal suo buio impenetrabile. Ricordava Tina, e mi diede almeno un paio di informazioni importanti: la prima, che Tina soffriva di cuore già in Spagna, durante la guerra civile; la seconda, che Tina ripeteva spesso a mo’ di intercalare, come fosse un tic verbale, l’espressione: è vero o no? Questa frase mi è sembrata la sigla di un’esistenza sibillina, immersa in tutte le contraddizioni del suo tempo, su cui per il momento mi pare necessario sospendere il giudizio. Comunque sia, durante la guerra di Spagna María Luisa e Tina diventarono grandi amiche. Tina le si affezionò subito perché il marito di María Luisa, Pedro Vizcayno, aveva giustiziato José Magriñat, ritenuto uno degli assassini di Julio Antonio Mella, il rivoluzionario cubano con cui Tina aveva avuto un’intensa storia d’amore. Mella era stato ucciso a colpi di pistola nel 1929, a Città del Messico, mentre tornava a casa a piedi insieme a Tina. La mia ipotesi è che la Modotti ne fosse molto innamorata; che la sua morte l’abbia spinta a riversare tutta sé stessa nella fede politica comune, mettendo in secondo piano sia gli altri uomini, sia la fotografia; che dopo il patto Molotov – Ribbentrop, con cui l’Unione Sovietica scese a patti con la Germania nazista, e ancor più dopo la tragedia della guerra di Spagna, tale fede si sia incrinata fino a spingere Tina a una sorta di suicidio progressivo, compiuto anche trascurando le sue precarie condizioni di salute. È un’interpretazione innocentista, perché Tina potrebbe anche essere stata complice degli sgherri staliniani più cinici e feroci (come il suo ultimo compagno, il triestino Vittorio Vidali). Ma quando Tina morì, nel 1942, a Città del Messico, tornando a casa in taxi da una cena, le trovarono nella borsetta un piccolo ritratto di Mella.

4) Quali sono state le fonti particolari in cui ti sei documentato? Penso anche ai carteggi.

Oltre alle molte biografie su Tina, quasi tutte di ottimo livello – per esempio quelle di L. Argenteri, C. Barckhausen-Canale, M. Hooks -, ho letto molto attentamente le sue lettere a Edward Weston, il grande fotografo statunitense con cui ebbe un’intensa relazione affettiva e professionale, prima di conoscere Mella. Mi interessava soprattutto ritrovare la sua voce, cercare nelle sue parole, nel suo modo di scrivere la verità che sfuggiva da altre parti. Purtroppo, il carteggio con Weston è pressoché l’unico che si sia conservato, e nemmeno per intero. Chissà che col tempo emergano altri documenti utili a comprendere meglio sia la figura di Tina, sia la trama nascosta di quel fitto intreccio tra politica, arte, biografia e storia che ha segnato così profondamente il suo tempo.

tina modotti

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5) Come è sorta in te la via teatrale nel rendere il tuo omaggio a Tina? Perché un monologo e non un saggio o un lungo racconto?

Un monologo teatrale mi pareva più adatto a restituire un’ipotesi di verità umana, data l’impossibilità di ricostruire compiutamente quella storica. D’altra parte, il personaggio Modotti mi sembrava adatto alla vocazione politica e civile che il teatro può incarnare, e di cui allora sentivo il bisogno. Volevo, insomma, che Tina parlasse anche dell’oggi, che emozionasse e scuotesse. Per questo ho dovuto forzare e deformare certi tratti, trasformando il personaggio in una voce al confine tra realtà e visione. Mi auguro di non aver tradito del tutto né il pensiero né i sentimenti di Tina, ma di averli interpretati nel segno di una fedeltà cercata sotterraneamente. Siccome però, in questi casi, è inevitabile tradire, allora il punto sarebbe fare di questa necessità una qualche virtù.

6) Un poeta raffinato e colto come te, un traduttore finissimo, un eccellente lettore lucido come te, e ben altro … si è flesso in un corpo di donna vulcanica e geniale quale Tina Modotti è stata: quali sono state le difficoltà e le affinità, il coinvolgimento e la distanza?

Anna, le tue parole mi confondono al punto che non sono più certo della mia natura: sono davvero, come dici, tu, un uomo che si è flesso nel corpo di una donna, o piuttosto una donna che si camuffa da uomo? Comunque sia, a me qui il sesso di per sé pare secondario, mentre mi sembra prevalga una passione rievocata all’oggi da un luogo postumo e fantasmale, quasi angelicato. Quanto alla psicologia, invece, cioè alla costruzione del personaggio, al timbro della voce, al suo continuo andirivieni tra passato e presente, mi sono state di grande aiuto sia le lettere di Tina a Weston, sia quella sorta di “spirito del tempo” che leggevo in filigrana sotto a quelle lettere: penso, ad esempio, alla suggestione che devono aver esercitato su Tina autori come Pirandello, Nietzsche, Wilde, Fitzgerald, rispetto ai quali siamo anche noi così vicini, e insieme così lontani.

7) Pensi che l’arte totale di Tina Modotti sia ancora oggi esempio e monito, per gli intellettuali e per gli artisti contemporanei troppo spesso slacciati dalla società, isolati nel proprio mondo aureo? Oppure, ritieni che sia stato un peccato da parte di Tina contaminare, ferire, se non interrompere, tanta potenza artistica con l’orrore?

Penso che è bene che ogni artista, ogni intellettuale segua il percorso che gli è proprio: non credo esistano leggi uguali per tutti, fatta eccezione per quelle biologiche. Anche i mondi apparentemente più lontani dalla realtà ne sono un’espressione inscindibile, e a volte contengono un potenziale eversivo superiore all’engagement. In Tina, l’impegno sociale e politico era parte del suo dna famigliare; il modello hollywoodiano degli anni californiani, insieme all’influenza formalista di Edward Weston, devono aver sopito per qualche tempo la sua sete di giustizia. Più tardi, a contatto col Messico, quella sete si dev’essere risvegliata con prepotenza, spingendola alla militanza attiva, all’abbandono della fotografia e a quello che tu, in modo molto efficace, chiami l’orrore. Secondo me, ciò che Tina racconta con la sua vita è proprio questo mettersi in gioco senza risparmiarsi, a costo di entrare nell’orrore. In questo, la figura di Tina mi sembra assomigliare molto al famoso angelo della storia di Benjamin: una tempesta lo trascina nel futuro, cui volge le spalle, mentre davanti a lui s’innalza al cielo un desolato cumulo di macerie. Benjamin scrisse questa tesi nel 1940; Tina morì meno di due anni dopo.

8) Attraversare un’artista geniale, purissima, generosissima, come hai fatto tu, immergendosi totalmente, sacralmente, con tutta la propria sensibilità e con tutta la qualità della propria scrittura è un’esperienza indelebile. Trovi che quest’opera ti abbia trasformato, abbia agito sul tuo modo di vivere arte e pensiero?

Se vuoi che ti risponda: Tina Modotti c’est moi, sono anche disposto a farlo, ma solo per compiacerti. Mi chiedo invece in che misura Tina sia stata trasformata dal mio lavoro, e in che modo il mio libro influisca sul suo modo di vivere l’arte e il pensiero. Ricordi la poesia di Neruda? Tina Modotti, hermana, no duermes, no, no duermes (Tina Modotti, sorella, non dormi, no, non dormi)…

9) Dove è stato rappresentato il tuo testo teatrale?

La prima volta ad Ancona, nel maggio 2007, per la regia di Gianluca Barbadori e con Patrizia Marcheselli come bravissima interprete; dopo quella volta, ci sono state solo delle letture sceniche a Verona, a Vicenza e a Trento (qui con la brava attrice Maura Pettorusso). Ci dovevano essere repliche in vari Paesi dell’America latina, ma sono state impedite da problemi finanziari.

10) Che cosa dell’arte di Tina Modotti ami di più? Che cosa reputi oro della sua arte e del suo vivere?

Amo particolarmente le foto del suo viaggio all’istmo di Tehuantepec: sono immagini di donne che portano grandi recipienti sulla testa e di bambini che giocano in acqua, nell’ansa di un fiume tranquillo. Le amo perché Tina, che rimase incantata davanti a tanta semplicità e bellezza, le scattò con una macchina pesante e ingombrante, per nulla adatta alla fotografia all’aperto, con soggetti in movimento. In quelle foto leggo la sua sofferenza, e insieme tutta la sua tenerezza. E questo mi pare il suo oro.

11) Ci sono dei libri o dei luoghi in rete che indicheresti come utili per un approfondimento sulla vita e le opere di Tina Modotti?

Il Comitato Tina Modotti di Udine ha svolto un gran lavoro per mantenere vivo il ricordo di Tina, e il loro sito contiene materiale interessante (www.comitatotinamodotti.it). Ci sono poi parecchi altri siti in cui è possibile reperire scritti, opinioni, studi, recensioni, articoli, fotografie, etc. – e molti altri nasceranno in futuro, penso. La maggior parte delle fonti online, però, è in spagnolo o in inglese. Le foto, invece, continuano ad affascinare col loro linguaggio universale, anche se per apprezzarle appieno occorrerebbe vederle stampate.

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RELATIVAMENTE ALL’AUTORE

Stefano Strazzabosco è nato a Thiene (VI) nel 1964.
Dottore di ricerca in Filologia italiana (Università di Padova, prof. P. V. Mengaldo), lavora come insegnante di Lettere presso il Liceo “A. Pigafetta” di Vicenza.
Dal 1985 al 1998 ha organizzato incontri, seminari, letture, corsi e convegni per la Casa di Cultura Popolare di Vicenza, collaborando con il Comune, la Biblioteca e la Provincia della stessa città.
Nel 1986 ha lavorato per la RAI scrivendo testi per trasmissioni televisive.
Nel 1996 è stato tra i fondatori dell’Archivio Scrittori Vicentini, un’istituzione legata alla Biblioteca Civica che promuove il recupero dei manoscritti e dei materiali documentari degli scrittori di Vicenza e provincia, incoraggiandone lo studio scientifico e la diffusione a vari livelli.
Dal 1998 al 2004 è stato Lettore di Lingua e Letteratura Italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura, l’Instituto Politécnico Nacional e l’Universidad Nacional Autónoma de México di Città del Messico.
In America Latina ha impartito corsi, seminari, conferenze e altro presso Istituzioni culturali e Università; è stato invitato a letture poetiche e festival, ha esposto i suoi lavori fotografici e ha tradotto in italiano poeti ispanoamericani (José Emilio Pacheco, Guadalupe Amor, Eduardo Lizalde, Marco Antonio Campos, Guillermo Fernández, Briceida Cuevas Cob, Beatriz Novaro, etc.), francesi (A. Rimbaud, R. Char, J. Roubaud) e inglesi (Charles Simic, Charles Tomlinson, Meena Alexander, John Akpata).
è giornalista pubblicista iscritto all’Albo nazionale, e ha scritto di letteratura, cinema, musica su quotidiani e periodici, tra cui: Il Mattino di Padova, La Cronaca di Verona, La Nuova Vicenza, Il Gazzettino, Nuova Umanità, Segnocinema, erba d’arno, La Via Lattea, Anterem, Verso, Poesia, Il Golfo, Hebenon, La Clessidra, Private, Gradiva, Caffè Michelangiolo, Smerilliana, Luminǎ Linǎ (Romania), Riga, Poezia (Romania), l’immaginazione, Daemon, WUZ, La Colmena (Messico), ViewMagazine, Luna de locos (Colombia), Luvina (Messico), NAE, Finnegans (direzione editoriale del n.13/2008 su Goffredo Parise; direttore responsabile dal 2009).
Nel 2009, 2010 e 2011 ha diretto, per conto dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Vicenza e delle Gallerie di Palazzo Montanari – Banca Intesa Sanpaolo, la rassegna di incontri con poeti contemporanei DIRE POESIA. Tra i poeti invitati: Yves Bonnefoy, Douglas Dunn, Yang Lian, Titos Patrikios, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Edoardo Sanguineti, Meena Alexander, John Akpata, Armando Romero, Adam Zagajewski, Tahar Ben Jelloun. Per DIRE POESIA ha tenuto anche l’omonimo blog: direpoesia.wordpress.com.
Dal 2009 è nella Redazione della casa editrice Il Ponte del Sale.

http://www.sinopiaonlus.org/strazzabosco.htm

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Relativamente a Tina Modotti:

http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=212

TINA. MASQUE SOBRE/SU TINA MODOTTI- Stefano Strazzabosco- Sinopia onlus-collana escenario -2007

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ALTRI RIFERIMENTI

VIDEO:

http://www.lospaziobianco.it/4687-Intervista-Angel-de-Calle

http://www.001edizioni.com/modotti/

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=8dJQU4KBUtQ

http://www.youtube.com/watch?v=3EVBwSfp0-U&feature=watch_response

http://www.youtube.com/watch?v=NHVYbbuNJzg&feature=related

3 Comments

  1. Ringrazio Anna per aver acciuffato Stefano al volo e dentro la parola della sua memoria di una donna e autrice di fatti della storia. Un mito, la Modotti ha in sé, comunque, un limite tutto umano che le rende la grazia della bellezza, della fragilità raccolta nell’attimo, che ha vissuto, innegabilmente, ogni giorno della sua vita avventurosa e piena. Grazie a Stefano per qesto suo calarsi nell’acqua del pozzo di Tina ed essersi lasciato trasfigurare dalle sue lettere, letture del mondo. Ordinerò il libro di certo. ferni

  2. Una presentazione davvero coinvolgente di una donna che ha affascinato molte persone ed è ricordata come una combattente appassionata. Cercherò il libro.Grazie, Luigia.

  3. Video intervista e blog: magnifici.Non vi lascio più.Ho finalmente trovato qualcosa di veramente interessante da leggere.Grazie.Antonio

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