Primo percorso- Italo Calvino: elogio della brevità. Le città invisibili della memoria- Ilaria Scola

Silvio Lacasella

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Lo incontrai per la prima volta alle scuole medie, a dire il vero conobbi il suo incredibile Marcovaldo, e mi innamorai subito di quel grande affascinatore, un affabulatore che metteva davanti ai miei occhi mondi, a cui non avevo mai fatto caso, o meglio sì, li avevo visti, ma da una angolazione meno sognante e trasgressiva, meno incisiva di quella che ora, dalle sue pagine, mi veniva incontro aperta e leggera. Ho letto tutti i suoi libri e, nel corso degli anni, li ho riletti più volte, come faccio con gli autori che più mi hanno coinvolta, a volte addirittura rapita. Nel bollettino dell’Università di Bologna, in rete lo si trova qui,  sono rintracciabili dei ritratti dettagliati e delle letture in cui con chiarezza viene descritto un percorso tra le figure e le forme, i luoghi di Calvino che prediligo. Lo offro ai lettori di CARTESENSIBILI consapevole che, forse, molti in questo periodo sono gli studenti in procinto di affrontare gli esami di maturità e potrebbero magari trarne spunto, aprire le loro menti verso i luoghi dell’ascolto. Questo è il primo percorso, ne seguirà a breve un altro, in cui, sempre le opere pittoriche di Silvio Lacasella che ringrazio, agevoleranno i lettori a ritrovare quella leggerezza e apertura di cui ho pocanzi detto. Buona lettura.

F.F.

Silvio Lacasella

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«Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile. È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d’altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d’operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l’apologo e il petit-poème-en prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d’una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina».1

I. Il laboratorio della leggerezza

 Nel brano in epigrafe, tratto dalle Lezioni americane, una raccolta postuma di conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard, si possono rintracciare alcune ragioni delle scelte e tecniche narrative dello scrittore. Le sue parole ci sembrano quasi un elogio del racconto breve come misura narrativa ideale per mantenere la tensione, l’energia interiore che deve permeare ogni trama narrativa.
Alla scrittura Calvino affida il compito di trasformare in leggerezza «la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo». Leggerezza significa per lo scrittore alleggerimento del linguaggio, astrazione del discorso attraverso l’uso di immagini simboliche, ma soprattutto creazione di una sequenza narrativa rapida ed essenziale. In un testo come le Città invisibili (1972) Calvino ospita nei confini del racconto breve temi di una enorme densità concettuale come l’infinito, lo spazio, il tempo. Quello che risulta straordinario è la sua abilità di concentrarli in poche pagine grazie a una notevole precisione ed essenzialità espressiva.

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Silvio Lacasella

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II. Le città invisibili

 Con le Città invisibili Calvino realizza una scrittura sospesa, fuori dal tempo, una specie di colloquio con se stesso che prende forma in città immaginarie, astratte e inafferrabili, che non corrispondono a città reali e collocano la scrittura nella dimensione surreale della memoria e dell’immaginazione. Le città di Calvino riflettono lo spazio interiore dei desideri e delle paure:

«È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure».2

Se le città hanno quindi la stessa forma dei sogni, Calvino può ricostruire nelle geometrie di città indefinite le tappe di un «viaggio nella memoria»: la città ricordata da Marco Polo è una città reinventata dalla immaginazione e, come dice Calvino nella Presentazione del libro, è costituita di «paesaggi della mia vita […] città immaginarie, fuori dal tempo e dallo spazio».3
Calvino afferma nella sua Presentazione alle Città invisibili : «il libro è nato un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi».4  L’autore paragona la stesura delle Città invisibili a quella della poesia: «mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni»5 e ancora: «cercavo di lasciare che ogni discorso avanzasse per conto suo».6 Queste parole ci fanno pensare alle Città invisibili come a una narrazione che si sviluppa senza un disegno preciso: «il libro si discute e si interroga mentre si fa».7 Calvino ci informa sul processo che lo ha portato alla elaborazione delle Città invisibili, sulla sua intenzione di dare, attraverso la struttura formale, un «intreccio, un itinerario, una soluzione»8 anche a un libro che manca di intreccio nel senso stretto del termine. La mancanza di un intreccio tematico è confermata dal fatto che si può leggere in ogni punto del libro e trovare un senso. La narrazione segue molteplici piani: «è un libro fatto a poliedro – dice lo stesso Calvino – e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli».9 Calvino parla di conclusioni «epigrammatiche o epigrafiche»10 disseminate in tutto il libro e, con questo, ci permette di sostenere che la sua scrittura con le Città invisibili si fa aforistica. L’aforisma è posto in genere a chiusura della descrizione e si armonizza con lo stile lapidario e enigmatico di tutto il libro. Si realizza quella rapidità che Calvino teorizza nelle Lezioni americane:

«La rapidità e la concisione dello stile piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee, così rapidamente succedentesi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri […]. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno con la rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro».11

Gli aforismi nella loro concentrazione concettuale rompono con la chiara razionalità di Cosmicomiche o Ti con zero dove tutto viene spiegato e chiarificato. Essi contribuiscono a rafforzare la natura metaforica del linguaggio delle Città invisibili. La metafora centrale è rappresentata da Eudossia: la città rappresenta i lettori mentre il suo tappeto rappresenta il testo delle Città invisibili:

«I ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio».12

Il tappeto rappresenta dunque la conoscenza che ogni abitante di Eudossia guarda «quando confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino».13 Attraverso le due voci di Marco Polo e Kublai Kan, la scrittura si sviluppa come monologo alternato a dialogo ovvero, nei termini calviniani, “frammenti” alternati a “intermezzi” o “corsivi”. Questi ultimi costituiscono la cornice della narrazione e introducono un livello polifonico che movimenta la trama silenziosa delle descrizioni.
Gli intermezzi contrastano la frammentazione del discorso narrativo perché attraverso il filo dei dialoghi tra Polo e Kan legano le città in un discorso unitario. Se osserviamo da vicino la struttura delle Città invisibili, vediamo che la narrazione si sviluppa entro una cornice di otto intermezzi e di nove sezioni. Gli intermezzi fungono da introduzione e conclusione in forma di dialogo alle nove sezioni che invece sviluppano la narrazione sotto forma di descrizione. Le sezioni I e IX descrivono dieci città mentre dalla sezione II alla sezione VIII ogni sezione contiene la descrizione di cinque città. La struttura risulta dunque rigorosamente organizzata e unitaria e cerca di unificare la frammentazione della narrazione sia dal punto di vista formale che da quello tematico attraverso una sottile strategia di continuità per sottrazione per cui il primo titolo di ogni sezione scompare nella sezione successiva e automaticamente il secondo titolo della sezione precedente diventa il primo di quella successiva. Possiamo riconoscere in quest’attività il movimento continuo della memoria che annulla lo schema cronologico della storia e passato e futuro si sovrappongono nel presente: il viaggio è fatto per rivivere il passato e ritrovare il futuro.14
La continuità tematica è assicurata da questa strategia ma anche dal sentimento di nostalgia che scaturisce dal «guardare da lontano» la propria patria e che Polo, alter ego dell’autore, sente egualmente con la stessa intensità davanti a tutte le città descritte: «viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti».15 Questo punto ci autorizza a pensare che le numerose città descritte da Polo siano le variazioni di un’unica città, Venezia.
L’attenzione metaletteraria di Calvino si riconferma anche nelle Città invisibili dove viene problematizzata, in termini saussurriani, l’arbitrarietà del rapporto tra linguaggio e cose: la menzogna e l’inganno riguardano tanto il linguaggio («non c’è linguaggio senza inganno»)16 quanto le cose («la menzogna non è nel discorso, è nelle cose»).17 Calvino metaforizza l’arbitrarietà del rapporto significato/significante nell’immagine della città Moriana che come il segno linguistico «non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi».18
Sebbene si intraveda una possibilità di comunicare nonostante il rapporto arbitrario che lega le parole alle cose («Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto»),19 la sfiducia nel linguaggio resta e la città di Tamara ne diventa l’emblema: «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo».20

Silvio Lacasella

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III. La memoria

 Nella problematica non manca il riferimento al silenzio che si configura come spazio vuoto, non riempito di parole. Il silenzio diventa paradossalmente la via indicata da Calvino per combattere l’oblio e la perdita. Leggiamo infatti nell’intermezzo in cui Kan chiede a Polo di parlargli di Venezia: «le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano… Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco».21 La parola anziché conservare il ricordo lo cancella nel momento in cui lo restituisce sbiadito e cristallizzato.
La narrazione si muove tra il passato della vicenda narrata (il tempo dei viaggi di Polo) e il presente della narrazione (quando Polo racconta i viaggi al Kan). Le Città invisibili si sviluppano dunque da quel procedimento che Gerard Gènette chiama “metalessi” cioè dall’intreccio della storia (passato) con l’atto del narrare (presente). Calvino realizza un’operazione tipica della scrittura autobiografica in quanto, portando il passato sul piano del presente, trasforma la diacronia del vissuto in sincronia del narrato.
La narrazione delle Città invisibili presenta la strategia di scrittura caratteristica di molti suoi romanzi e racconti dove a tessere le fila della narrazione è la prima persona del narratore che ha avuto diretta esperienza dei fatti ma che è anche osservatore distaccato dei fatti. Di nuovo crea nel testo la figura dell’ascoltatore, Kublai Kan, che gli garantisce uno spazio dialettico per se stesso: «il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d’un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Kan».22 Per spiegare i rapporti dialogici tra Polo e Kan interviene direttamente la voce dell’autore: «ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimuginarli in silenzio».23
Ritorna nelle Città invisibili il tentativo di dare ordine al mondo e all’irrazionalità del caso, e di creare una letteratura che serva come «mappa del mondo e dello scibile».24La scrittura riconferma il suo compito di razionalizzare il caos del mondo. Le Città invisibili rivelano infatti una continua tensione tra l’io dello scrittore e il mondo, un continuo interrogarsi che porta a conclusione del libro all’accettazione di un mondo fatto di frammenti dove, ci ammonisce Calvino, bisogna «cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».25

Ilaria Scola

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RIFERIMENTO IN RETE:

http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/w-bol/Scola/Scola_frame.html

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