D’là dei monti de sabia (Di là dei monti di sabbia) – Fernanda Ferraresso

cristina finotto- la piena

cristina finotto- la piena.

D’là dei monti de sabia   ‘na tera straca  e ‘n’aqua scura
un mondo fato de erba de aqua de cielo
fame e miseria come ‘na bissa che no gà misura

f.f.

Miseria, analfabetismo, fame, pellagra, inondazioni, contrabbandieri, pescatori di frodo, riforma agraria…Erano questi i temi di qualche tempo fa. Bruno Pirani , in La Boje  e le lotte contadine in Polesine, scrive: -… Abitano (le genti del Delta) in capanne fatte con materiali che provengono dai canneti, non esiste assistenza sanitaria, l’alimentazione è insufficiente, l’acqua del Po e dei fossi viene usata per far da mangiare ed anche per bere. E’ una condizione miserevole dove la vita e la morte non hanno sostanziale differenza…La malaria e la pellagra infieriscono sulla popolazione più misera…-.
Anche gli alluvionati e sfollati nel 1951,  come del resto molti polesani, hanno vissuto la loro infanzia in capanne di canna. Mareggiate, malaria e tribolazioni, scandiscono la vita di molta povera gente, che ha legato la propria condizione alle sorti delle acque e delle terre del delta del Po. Pescatori di frodo e cacciatori delle valli, contrabbandieri, cercano di barcamenarsi alla meno peggio, anche se la condizione della popolazione è certamente drammatica, con malattie che decimano per scarsezza di igiene, malnutrizione e fatica. Vivevano in casoni, che oggi sono ritenuti folckloristici ma allora erano tuguri, freddi, umidi, con i pavimenti in terra battura e insetti e parassiti che  non facevano una spelndida compagnia. Tubercolosi e malaria facevano poi il resto, erano il capitale con cui vivere. I paesi, quasi sempre lontani e senza comunicazione  con i piccoli conglomerati abitativi, non aiutavano le comunità del delta, praticamente vivano isolati. Tra canne e stroppe legavano la loro vita alla miseria da cui non era nemmeno immaginabile di uscire. Oltre quelle limitatezze non c’era nulla. La cultura e la scolarizzazione un miraggio, l’analfabetismo aveva il primato. Ma non è solo del delta del Po, quest’ultima situazione. Molte , praticamente tutte le altre regioni dell’Italia di allora, versavano in condizioni simili. Pochissimi scambi, acqua insalubre, malattie, condizioni disumane di vita in tuguri, fame, analfabetismo e in generale miseria, sia culturale che sociale, pesavano come macigni fino agli inizi del nostro secolo, dunque non millenni fa.  Livio Rizzi, un  autore dialettale allora noto, descrive in una sua poesia la situazione dopo un’alluvione in Polesine.

.cristina finotto- memorie dal Po

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Da Il Delta del Po. Terra e gente aldilà dei monti di sabbia- Marcello Zunica, Graziella Andreotti, Alfonso Modonesi- Rusconi Editore

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Livio Rizzi- Dopo l’alluvione

Se ransignava l’aqua un fia’ par giorno
lassando al suto tera sora tera.
Parea ch’el mar calesse e che nel fondo
el ghesse un buso che sorbisse tuto.
Vegneva a gala sabia e ancora sabia.
Tra un banco e l’altro l’aqua la moriva;
trionfava cane, le anze e la gramegna
fumara e vento el sole e la sorgagna.
Velezava a novembre le sarsegne
de sora a’sto paese apena nato;
parea che lì ghesse scuminzio el mondo
un mondo fato d’erba d’aqua e cielo.
Ma un fià ala volta l’omo compariva.
Gera anca lu ‘na bestia come tante;
come le bisse, come le senzale,
come la volpe, al pari del crocale.
E pianeto el drissava le so case.
Muri de cuora e coverti de cane;
case da gnente: ‘na camara in tuto
dove el magnava e a note el se cubiava
cola so femena onta e sgrendenà.
I fioi cresseva: in numaro e grandezza.
Zali e scunii, carghi de malaria
co’ panze sgionfe e ossi a fior de pele.
D’inverno qualchedun copava l’ocio.
‘Na busa alora in fianco de la casa
e un fia’ de tera solo un fia’ par sora.
Gente de vale, gente d’aqua e fango
rota a fadighe, senza lege e Dio
co’ te camini te te volti indrio
par vedare se to fiolo o to fradelo
te impianta nela vita el so cortelo
par robarte la dona e la casona.

Si ritirava l’acqua un po’ per giorno/ lasciando all’asciutto terra dopo terra. /Pareva che il mare calasse e che nel fondo /avesse un buco che sorbisse tutto. /Veniva a galla sabbia e ancora sabbia. /Tra un banco e l’altro l’acqua moriva; /trionfavano canne, le bisce e la gramigna /nebbia e vento il sole e il sorgo. /Veleggiavano a novembre le alzavole /di sopra a questo paese appena nato; /pareva che lì fosse cominciato il mondo /un mondo fatto di erba di acqua e di cielo. /Ma un po’ alla volta l’uomo compariva. /Era anche lui una bestia come tante; /come le bisce, come le zanzare, /come la volpe, al pari del gabbiano. /E adagio erigeva le sue case. /Muri di limo e coperti di canne; /case da niente: una camera in tutto /dove mangiava e di notte si accoppiava /con la sua donna unta e disfatta. /I figli crescevano: in numero e grandezza, /gialli e magri, carichi di malaria /con le pance rigonfie e le ossa a fior di pelle. /D’invero qualcuno moriva. /Una buca allora in fianco alla casa /e un po’ di terra, solo un po’ di sopra. /Gente di valle, gente di acqua e fango /rotta alle fatiche, senza legge e Dio /quando cammini ti volti indietro /per vedere se tuo figlio o tuo fratello /ti pianta nel fianco il suo coltello /per rubarti la donna o la casa di fango.

cristina finotto

i pioppi dritti come schioppi.

 Nelle terre del Polesine le distanze sembrano più grandi che altrove anche perché le abitazioni delle frazioni non hanno comunicazione con i centri  più grandi a causa di una insufficienza di servizi pubblici. Le  strade sono larghe , o si riducono a viottoli polverosi d’estate  e d’inverno sono fango. Una parcellizzazione di aree abitate, sperse in frazioni che pare non finiscano mai, spesso avvolte nella nebbia. Sono piccole le case, con tetti di paglia e dalle loro soglie non si scorge che cielo, la terra intorno è spoglia e nuda e c’è solo fango, fino al limite dell’orizzonte, come se ogni piede posato in terra si dovesse di quella sostanza invischiare o sentirne la comunione. I muri sono come ossari, corrodono la vita di chi ci abita a causa dell’ umidità, in un avvicendarsi delle generazioni come messi di mais nei campi, o i maceri  per la canapa lungo le rive del grande fiume.  Quando la notte scende a volte un lume è come la luna  e nessuno aspetta visite di forestieri. Qui il mondo finisce sulla linea del silenzio dei campi, sui tetti di paglia, sulla sommità dei monti di sabbia, dove il vento batte la costa quando c’è bufera e vento.
E’ in questi luoghi, in un mondo che amo profondamente e che ho percorso in venti anni di continui spostamenti, a causa dell’insegnamento, che ho scritto e ambientato uno dei miei primi racconti, Come un mandala. Mandala perché in esso la parola di Rilke e la mia si fanno e si disfano come onde, l’una aprendosi o sparendo nell’altra, senza porsi il problema di alcuna differenza, senza problema di appartenenza, proprio come in questa terra ho visto tra cielo e mare, tra uomini e storia, tra coltivi e miseria.

fernanda ferraresso

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cristina finotto- memorie dal Po

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.COME UN MANDALA

-…perché è da troppo, da troppo tempo che dura! Questa pena confusa con qualcosa che si crede altro. Nata dal falso, da un amore senza sostanza,  si fonda sull’abitudine, si spaccia per diritto e  vive d’ingiustizia. Mi chiedi come sia possibile? Guardali gli uomini! Dimmi se c’e n’è uno, anche  uno soltanto, che sia davvero un uomo. Quale tra loro si può chiamare così, se dice di avere diritto al possesso di un altro? Uno come lui! Un essere mortale. Uno che in corpo ha piantata un’anima e senza espianto la sgombera di spirito! E chi può? Chi può  possedere ciò che non ha durata? Ciò che solo, felici qualche volta, afferriamo per rilanciarlo subito  lontano, come un bambino la palla. Perché? Perché se c’è una colpa è questa? Non  accrescere la libertà della persona amata offrendole tutta la libertà che  matura in noi. Perché quando amiamo, abbiamo solo questo da offrire: lasciarci, perché trattenerci è facile, e non è arte da imparare.

Leggo accanto alla porta, sotto la tettoia  piove e fa freddo.  E ti parlo, scambiandomi di posto con te. Ti trascrivo dentro il mio foglio, in questa sera, immerso in questo tempo che non vedo che di sbiego. Sembra un diluvio, il tempo. E tu, tu che mi vieni incontro dalla pagina, sensibile, tattile e palpabile, sembri aprire un varco, dentro un consiglio che nessuno mi aveva mai mostrato prima. Quando credevo d’essere viva. Nemmeno l’anima, mai, lo giuro mai prima, mi aveva  sussurrato fino a diventare questo lancinante grido. Lei,  senza paura, mi diceva di non trattenerla, perché di troppe cose  si fa  piccola la vita.  Lei, la senza misura, non può vivere in un uomo soltanto.
A volte, quando so di nascondermi,  è lei che trafugo, per metterla in svendita,  come si fa per una reliquia, come ciò che si trafuga dai  santuari per venderli in altri mercati,  ad altri culti e maestri del comando o, forse, solo per dimenticanza. Forse solo per non sentire più la sua voce confondersi al nostro silenzio.

– …ma tutto quel che ci tocca, te e me, insieme ci prende come un arco che da due corde un suono solo rende. Su quale strumento siamo tesi, e quale violinista ci tiene nella mano?

Seppure lontana, la tua voce  mi sfiora. Sempre. Con mani di grazia, tra i petali della memoria, metti un’impronta di luce. Così lontano dalla vita e parte di questa, tu, nel gesto invisibile di ricordare, sei vicinissimo. Vivo, sì vivo, tu come me, senza differenza di tempo e vicini, in questo inconsistente incontrarsi, stiamo insieme come un attimo dentro ogni ora, dentro l’arco del giorno, come se notte e giorno non fossero che stanze che risuonano di noi, dei nostri pensieri. Ogni carta che toccasti è sì remota ma vive in me, in questa stanzache non ha più barriere, non ha distanze. Tutto mette in pareggio, ciò  che ci tiene insieme e il silenzio, gli incontri vissuti, sempre senza tempo, l’uno a fianco dell’altro. Quante volte siamo stati interrotti.  Parole semplici, piovute dal cielo come pioggia, come vento, come lo sbattere di una porta, l’abbaiare di un cane. Come se ogni cosa ci trovasse così:  uniti  e incorruttibili. In disparte il mondo, quel mondo senza cenacolo e  scrittura. Ricordi? Le nostre lettere estive,verdi di sensazioni rubate ai campi, al mare e al cielo il movimnnto lentissimo degli astri.  Subito donate l’uno all’altro, in un libro d’ore, senza altro pretendere, senza nulla più aspettare, senza domani. Non c’era tempo, non c’era spazio che non fosse consumato e si estinguesse nella frazione di tempo in cui toccavo le tue parole, il ritratto di te in quel preciso momento, minuto nella scrittura di una mano, finché  appuntivo i segni sulla nuca e in tutto il corpo, nel rincorrere i pensieri e le emozioni che mi lasciavi.  Le mie mani e le tue, non lontane dentro un sogno ma lì, riga per riga e parola per parola s’intrattenevano, conversavano insieme con ogni  oggetto e gli strumenti del quotidiano, in questo contiuo, affaccendarsi tra le mura di casa. Ricordi? Ti portavo persino tra i pomodori dell’orto. Ti nascondevo nelle tasche degli abiti, ti sistemavo nelle scarpe. Come dirti che non ho mai smesso, senza sognare nulla, di sentire che tu eri lì, vivo più di un vivente, vicino come uno dei miei respiri e mai, mai ho desiderato di averti?

-…sei qui?  In quale angolo sei?  Tutta la mia breve esistenza è negli occhi di quelli che mi guardarono in giorni differenti e in persone diverse –

Non ricordi più? Andar via, via da questo grumo torbido, dicevi, da quest’acqua che trema di un’antica fonte e nuova, specchiandosi in ogni immagine, figura che sfigura l’una nell’altra  e mai vista, tanto era quotidiana e abituale. Poi all’improvviso, quasi fosse un principio, da vicino guardarla, concilianti e dolci, in viso

– comprendere come impersonale, come di là da tutti era la pena-

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nicola tramarinscardovari

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Pure andar via.  Mano da mano. Come riaprendo un’antica piaga già guarita. Andarsene, ma dove? Dove sei? Vorrei risponderti, ora. Ora. Prima di giungervi, per la tua stessa strada. E con la fronte e la mano calda  degli addii, attraversare rapida questa quinta momentanea, questo giardino d’impazienza. Una parete di respiri, un  lieve niente, che separa solo l’immagine, di ciò che  è molteplice. E poi perché?Perché questo dovrebbe accadere? Per impulso? Per quale natura, l’impazienza, dovrebbe aprire l’attesa e nell’oscurità per l’incompreso o per l’incomprensibile permetterci una soglia in cui stare insieme.Tu vecchio di molti anni e io ancora da nascere in questo impervio, paradossale neologismo del mondo.  Prendiamo su di noi tutto, mi dicesti. Invano, forse, e forse per questo il sé scivola via, dalle nostre dita, per morire soli, senza sapere perché. Padri e madri lontano dalla madre e dal padre, figli ignoti di mille notti scure e senza prodigio, se non quello di innumerevoli albe che sconfessano il miracolo silenzioso del buio, in cui siamo immersi, come in trincee davanti all’infinito. L’origine remota, il punto in cui continuamente c’inoltriamo, credendo di andare altrove, evoca in noi il futuro, senza il quale non vivremmo il presente. Che forsennata e fortunatamente disattesa è la speranza di conoscere il domani, solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente. Eppure, basterebbe così poco, così poco credere.

.– Io non ti trovo più.  Non in me. No. E non negli altri. Non in questa pietra. Io non ti trovo più. Io sono solo. Solo con tutta la miseria umana-

Dunque è così grande il dolore e la pena che t’infliggi? Non facesti miracoli anche tu? Qui, vivo come un mortale, resuscitasti mille e mille volte, crocifiggendoti in notti tristemente insonni ma senza discepoli che vegliassero con te in attesa dell’alba. Non pregavi forse, ogni notte smantellando i dubbi, lottando con la paura che solo noi, uomini, conosciamo e che  ci rende grandi? Viviamo l’attimo, senza conoscerlo se non al passato, così prossimo a domani, sempre assillati dai fantasmi di ieri. E’ solo un sogno questo? Tremendo, potente, ti rende vivo.

Tutti lasciano solo chi si perde

Come puoi parlare in questo modo? Non è più tempo per te d’indugiare. Ricorda ancora. Ora  tutte le parole ti scorrono accanto, acqua del tempo, memoria del mondo come se tutti  fossero uno e tutti fossero poeti. Prato e profondità e vento e pioggia, il  volto di innumerevoli sguardi. Questo è ora il tuo viso: uno spazio immenso che la maschera dell’agonia mai più sfiorerà se non come bianco mandorlo, rosso ciliegio, fragrante acacia e fiore di riso.

…l’interno di un frutto che all’aria si corrompe. Questo ora sono. Io resto solo un prigioniero.  La mia mano  su vecchie pietre. Altro non odo che questo battito, il mio cuore si accorda al ritmo delle gocce e con loro si perde. Pensa, se ciò che ora è cielo e vento, e aria alla tua bocca e chiarore al tuo occhio, divenisse pietra, tranne quel punto minimo dove sono il tuo cuore e le tue mani-

Credi che qui sia il paradiso? Qui, noi, siamo incognite e non del domani ma di chiunque, come noi, crede d’essere onnipotente tintinnando le virtù dei forzieri: metalli e sassi. L’oro e i diamanti solo questo contengono: il riflesso di sogni grevi, che ancora perdurano per l’impotenza di sognare qualcosa di più grande e meno vile. Preghiamo Dio e lo invochiamo confondendo ipocrisia e menzogna,  soffocando la paura. Qui, in questo che chiamiamo impunemente il nostro mondo, siamo addestrati ad essere ciechi. Oh se si sapesse, se si ricordasse che ciò che ora ha nome domani, più tardi, e l’anno prossimo, e oltre, diventerà piaga e denso pus, e suppurasse, e mai più fosse alba, questa alba, non si andrebbe delirando e le care bocche non si aprirebbero ancora impazzite, schiumanti di risate sozze per l’ inferno altrui. Nulla è altro se non per chi, otturato l’ultimo buco della finestra, ancora avesse gli occhi sporchi.

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nicola tramarin-scardovari

survivor

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…là restò, estranea e come più non sua, e divenne semplicemente vecchia e cieca, e non fu mai preziosa e rara-

Di chi parli ora? Chi è nei tuoi occhi? La terra, la donna, la vita, la morte … l’ amore. Tutto ciò sta nel mondo, adulto d’ansia e pietà come alberi che crescono diritti, tutto immagini senza immagine, come arca dell’alleanza. Ricordi? Dimmi, ti ricordi? Tutto intero, dicesti, ciò che vola, che fugge, che è lontano, l’immenso, il non appreso ancora. Che cerca l’uomo dagli applausi frettolosi di altri, uomini temporanei, quando recita la sua vita?                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Molte – parti, per noi, ha il mondo, ma tragico e come lamento suona solo quando, recita la morte, noi ci domandiamo se la nostra parte, quella di comparse prossime a scomparse, piaccia, benché spiaccia.-

Sì, lo so, me lo hai ripetuto mille volte all’orecchio, lo so, ancora lo sento: solo allora il verde è vero verde, il sole vero sole. Perché qualcuno apre il varco e la realtà irrompe nella scena. Noi recitiamo, sempre sillabando, imparando a memoria qualche gesto inconsistente, sottratto al copione di chi ci pare più abile a simulare la pena minore, emulando coloro che, come te, in altra misura, cercano di donare a questo indicibile universo un vocabolo soltanto, non pensando all’applauso. E quanto vero e attuale ancora quello che hai scritto e ho qui, raccolto come un palmo di terra dentro la mia mano:- …tutti questi signori..come una notte sempre più abbuiantesi, sulle onorificenze inesorabile, e queste dame, delicate e fragili ma grandi dei loro abiti…pieni di tatto ci lasciano vivere la vita indisturbati, come noi l’intendiamo ed essi non comprendono vogliono fiorire, e fiorire è esseri belli, dicesti, come fiori dimentichi d’ogni stagione e insieme destinati a scrollarsi di dosso ogni petalo alleggerendo l’ovario avvizzito-

– …noi volevamo essere maturi e dunque affaticati, essere oscuri-

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nicola tramarinscardovari

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Tutto va e s’affretta alla sua fine e gira e gira e non ha meta. Sabbia sottile, finemente tra dita scivola, via, al tutto si ricompone, un sorriso che abbaglia e che si dona al cieco gioco che ci toglie il fiato. Come un mandala le nostre vite, ocra e porpora, sono l’ennesimo tramonto che confluisce nello stesso torrente dell’alba, nuovamente incredula, di poter sognare nuovi giorni, incantata essa stessa della prodigiosa miniera di anime e di quel diodei viandanti, sperso nella valle e nella selva, via e campo, aratro e rupe, fiume e belva tali e quali si riflettono ancora negli occhi di ogni uomo.

– Parole che mai ho pronunciato, ora, che non sono più solo ciò che sono stato e il mio nome è solo un suono dentro  il tuo orecchio, nascono dal mio ventre vivo, dal mio corpo esteso dalle vette ultime allo sguardo, sino al profondo degli oceani. Vivrò così, sotto i passi d’innumerevoli compagni con parole frutto e neve, erba, rugiada, cristalli. Tutto, ora, io ho in dono d’essere e oscuro, mentre la memoria tua voce di fresca mattina sempre mi canterà risvegli nuovi. Calpestami allora e con me tutti gli altri. Siamo  qui .Ogni tua orma ne sia prova e senza gravità vada il tuo passo tra la gente, fiera d’avere un cuore, bestiario d’amore,  carne che trema per paura e passione, senza viltà di compiacente compassione, disdegnando l’applauso o il piacere di piacere, e la tua voce sia profonda e sonora senza megafoni se non quello del sentire. –

Non parlare più, taci. Non lasciare che interpreti le  parole vane del vento. Di là dei monti di sabbia c’è è la mia pazzia. Sogno da sveglia e in me confondo tutte le voci che mi restano sconosciute e sorelle. Pazza e morta, più remota del tuo requiem.  Sono così, per tutti quelli che mi vivono a fianco, con cui divido questa luce falsa. Narcisi senza amore, amanti distratti dai suoni che l’amore senza parole inventa per un fiore, divelto dal grembo, in mille e mille specchi frammento, di altri spettri e battiti di cuore.
Guerra, qui c’è sempre una guerra, dentro questo cielo.Tra padre e figlio e tra tutti i i padri e i figli assassinati dal silenzio di ogni guerra. Guerra di padri, figli del cielo dello stesso padre. Isterismo e scisma di un gergo vecchio di millenni di frode, amaro di tutto il sangue sparso sul fiore di ogni madre. Vergine ancora, e inspiegabilmente, il desiderio di dare al modo dei  figli,  primavere riversate in fiotti di sorrisi, di braccia lacerate, proiettili d’innocenza contro spari di cannone ai punti cardinali del pianeta. No, non sbaglio, sacro è l’uomo pianeta di questa sfera, madre d’ogni dio e dea, con lo sguardo di marmo, spento in tanta ferocia,  nutrita nel suo ventre. Rapina e stupro sono il ritratto di un gigante senz’occhi. Statua orribile quest’uomo  è la morte. E passato e  domani stanno ciechi in un vuoto dove vivo è un cancro. Senza mondo resta il mio cuore, immondo d’ogni parola non detta, d’ogni gesto incompiuto e pesante di secoli di ferocia, dal primo giorno in cui sorse quest’immane museo. Questo è il terrore dei nostri giorni, avari e avidi, deserti di passi non più sonori e voci trasparenti, paludato di palchi e bandiere, nascondiglio per lo sciancato potere e la guercia umana, ingiusta giustizia.
Nude, con le ossa spezzate, vagano le vacche di ogni arte, su pascoli di rovine, frutti immaturi del nostro urbano e disumano  gozzovigliare ancora, sopra i resti di una storia che ci lacera e ci commemora.
Tra breve sarà notte. Un’altra notte  reciterà il suo pietoso requiem ad un altro giorno.
Sotto i piedi e dentro la bocca, la spessa pietra del buio.  Forse domani, domani  saranno meno laceranti le urla portate dalle tenebre.

Barriera di Scardovari, 18 gennaio 2002.

P.S. Forse è solo questa nebbia. Trenta giorni d’indistinto scorrere del tempo,  trascinato dal delta in queste coltivazioni di riso e storie che non hanno inizio né fine. Ti s’impregnano le ossa, i pensieri, e capita di non sapere più chi eri, chi sei, se sei solo un fantasma tra i tanti, partoriti dalle golene. Trenta giorni senza vedere anima viva, sepolti  nel nulla dietro la barriera, contro il mare che ringhia intossicato di bidoni e altra immondizia. Parlare coi morti è prendere confidenza con se stessi, altrimenti finiresti annegato, come questo riso.

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Fernanda Ferraresso – 2012

nicola tramarin-sacca scardovari


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11 pensieri su “D’là dei monti de sabia (Di là dei monti di sabbia) – Fernanda Ferraresso

  1. Se le CARTE che vengono ricoperte di scrittura sono SENSIBILI, ebbene esse sanno restituire e coltivare la memoria e la coscienza di quanto è accaduto e di quanto accade.
    Il Delta e l’Agro della grande bonifica sono depositi di memoria e di identità (e leggendo ho pensato ad altri luoghi di dolorosa memoria come i Sassi a Matera, il centro storico a Palermo).
    Salutare un intervento così commovente ed articolato alla vigilia delle vacanze estive di molti Italiani: affinché viaggiare non sia un ennesimo atto di consumismo, un’altra ferita che il turista inconsapevole di quanto vede infligge al paesaggio e ai suoi abitanti.

  2. Grazie amici, l’intento era proprio quello a cui si è riferito Antonio, se qualcuno tra voi ha scritto qualcosa sulla propria terra e sulla memoria che in essa si raccoglie saremo lieti di ospitarla. f.f.

  3. adesso ti dico solo grazie per avermi messo qui …
    domani voglio leggere tutto ormai questa terra del Po mi è entrata dentro è diventata la mia Mesopotamia la mia Africa
    …Livio Rizzi l’ho messo in una mia poesia
    domani la cerco
    un abbraccio per questo omaggio grande
    onorata di esserci con le mie foto

    ciao Ferni grazie ancora di tutto

  4. le terre e le acque si fanno cordoni ombelicali e si annodano alle nostre vite mostrandoci che niente è abbastanza distante. Un abbraccio Cristina e grazie.f

  5. Senza parole ho ascoltato questo viaggio tra le terre che spesso percorro e che anch’io amo, che dipingo.Bellissime immagini, tangibile affetto e partecipazione. ViKi

  6. ti lascio questa poi se vuoi mi farebbe piacere mandarti altre cose della mia TERA che puoi benissimo incastrare in questo post
    La me Africa

    Lunghe tere de soe
    e un siensio desoeà,
    osei che canta
    e sue rame poiane
    ferme come ea aria ca respiro,
    goene piene de alberi
    e piopi, piopi, tanti.
    Chi a sé se maea de matana,
    de mal d’Africa,
    come ‘na freva alta
    de quee col deirio dosso,
    sensa Po non se poe stare.
    Mi,
    mi, parte de ‘sta tera vegra
    ca se svoda,
    un cuore de tivaro,
    do man de gramegna,
    nei cavì qualche spiga

    e soea aqua ‘na barca sensa remi.

    Traduzione:

    Lunghe terre di sole
    e un silenzio desolato,
    uccelli che cantano
    e sui rami poiane
    ferme come l’aria che respiro,
    golene piene di alberi
    e pioppi, pioppi tanti.
    Qui ci ammala di mattana,
    di mal d’Africa,
    come una febbre alta
    di quelle con il delirio addosso,
    senza Po non si può stare.
    Io,
    io, parte di questa terra incolta
    che si svuota,
    un cuore di tivaro*,
    due mani di gramigna,
    nei capelli qualche spiga

    e sull’acqua una barca senza remi.

    *tivaro: in dialetto veneto è il fango del fiume usato come creta per la creazione di fischietti e ocarine, antica tradizione tenuta in vita solo da un vecchio artista del Polesine che da poco ha compiuto 100 anni.

  7. anche questa però avevo piacere di lasciarti:

    Pietà l’è morta

    Era novembre,
    la piena venne
    a segnare la terra
    con il gesso disgrazia,
    i muri brombi *
    colavano miseria
    e nessuno aveva offeso il mare.
    Il fiume cantò
    la sua canzone di morte,
    seppellì le case
    nel silenzio d’acqua
    fino ai tetti
    rimasti per i gatti e le genti.
    E da là sopra
    si chiamavano le barche
    per stanze di fortuna.
    E a Toni,
    partito da Rovigo,
    restarono nella testa
    il lamento dei cani,
    le urla delle bestie
    portate al macello,
    sangue e acqua
    sparsi su tutta la terra.
    Lui aveva visto
    piangere gli uomini,
    annegare
    i fiori e le poesie di Livio
    e tutte le serre
    nel loro respiro profumato.
    Aveva visto i malati
    quasi contenti
    morire meglio accanto al fiume
    come si fa da una nave.
    Nave chiamata Polesine
    millenovecentocinquantuno
    battente bandiera di dimenticanza,
    affondata al largo delle promesse,
    dagli argini di carta,
    fatti di pratiche
    e progetti dei mala governi.

    E a ‘sta zente de aqua
    piena de abandoni
    ghè restà le man
    piene de corajo
    e un cuor vodo,
    vodo,
    come un pozo sensa fondo.

    Nota a parte da lezare con cura,
    nessuna tradussion sue poesie de Livio, se rovinaria tuto, scuseme.
    Xè importante par mi che capì almanco un fià.

    Grassie.

    Sempre vostra cantora de Po
    a vostra disposission comunque per chi voe ciarimenti.

    *Brombi: (meto parchè paroa difissie)= zuppi d’acqua.

    Toni: è Gian Antonio Cibotto, grande scrittore e giornalista di Rovigo, nonché critico drammaturgico del Gazzettino, assieme a tante altre pubblicazioni scriverà, dieci anni dopo il disastro del 14 novembre 1951, “Cronache dell’alluvione”, un resoconto dettagliato di quei giorni. Lui si recherà, subito dopo la rotta del Po, nelle zone colpite con mezzi di fortuna e piccole barche, che serviranno anche a caricare molti sfollati e a trarli in salvo dalle loro case.

    Livio Rizzi, caro amico di Gian Antonio Cibotto, nasce nel 1905 a Rovigo, dove si diplomerà maestro nel 1922, senza poi dedicarsi all’insegnamento. Segue, invece, le orme del padre, votandosi alla professione di floricoltore. Stampa ancora giovane due volumi di poesia in lingua (“Cantate” e “Arca delle malinconie”), seguiti, a distanza, dalle raccolte in dialetto, con le quali consegue importanti riconoscimenti: un 2° posto dietro Pier Paolo Pasolini al premio “Dell’angelo” del 1948 e un 1° posto al premio “Cattolica” del 1951.
    Morì il 5 gennaio del 1960. Aveva solo 55 anni. La prima antologia poetica è pubblicata dall’editore Neri Pozza nel 1955; l’ultima, completa dei numerosi inediti, è stata raccolta in occasione del centenario della nascita e data alle stampe nel 2005 da PierLuigi Bagatin: il volume intitolato “Una terra, una memoria: il Polesine di Livio Rizzi” è edito da Antilia con glossario e traduzioni dei testi in lingua.

    CIAROSCURO
    di Livio Rizzi

    Eco, soto del sole se spampana
    ‘na nuvola. Xe come che se ferma
    el mondo. L’acqua desmete el so canto,
    no’ trema più le foje, più no’ ride
    le seleghe nei nidi. Alza el vilan
    i so oci verso el cielo e ne la man
    se ghe indormensa la sapa. Xe come
    che tuto staga per morire. I campi
    i pare vegri: più no’ sluse i fossi.
    Le bestie in te le poste no’ mutela.
    Su l’Adese i mulini ga le pale
    pesanti come lastre de masegna.
    Anca l’erba più perfida del pra,
    quela più prepotente, la gramigna,
    par che la senta, par che la indovina
    che deboto qualcosa nassarà.
    E difati, cofà ‘na sbamparà,
    el sole, su nel cielo, se despoia.

    In questa poesia di Rizzi il miracolo dell’evento si scioglie in immagini campestri, dove l’anima del poeta fa tutt’uno con la vita intima del paesaggio, “la gramegna”, che sente. Tutto si muove all’esterno: una sorta di anima universale, di natura palpitante.

    Per capire il Polesine è opportuno guardare le sue campagne dall’alto di un argine del Po o dall’Adige con la consapevolezza della profonda dimensione umana che il suggestivo paesaggio sottende e che la sensibilità poetica di Livio Rizzi suggerisce:

    “Tera dei me veci, tera mia
    che ‘l Po e l’Adese strenze t’una morsa
    d’acque e de fango,
    tera dei me veci, tera mia,
    tera che sarà dei me fioi e po’
    dei me nevodi; intabarà d’inverno
    de fumare e d’istà brusà dal sole
    el più s-ciochento; tajà da scoline,
    tajà da fossi dove che le rane
    le se reména in te la lentarina;
    tera de vilani
    che la vanga i duòpara
    cofà uno spada lustra,
    cofà ‘no pena fina,
    te si la più bela al mondo
    che’l Padreterno el ga inventa.
    E ‘l Po e l’Adese in tela so corsa
    strapegandose sogni e poesia
    de la me gente, tuto i buta via
    par le strade del mare quando i forsa
    le porte sempre strete de la bassa”.

    grazie Fernanda è un post bellissimo che mi tocca profondamente da vicino,
    ed è bello sapere che questa terra venga ricordata anche se in questo modo tragico e drammatico…credimi ora il Polesine è toccato da disoccupazione, disagi ma qui si può vivere ancora a livelli umani alti…e in certi giorni puoi ancora respirare il silenzio antico del fiume…
    un caro abbraccio

  8. QUESTO E’ UN CAPITALE! Una ricchezza che non può andare persa.Così mi sono proposta di raccogliere i testi, che gli autori vorranno inviarci, relativi alla terra, la loro terra, di origine o adottiva, e sentono come ritratti/autoritratti di se stessi. La raccolta titolerà TERRE DI MEMORIA e sarà l’argomento per il mese di luglio e agosto, quando tutti sono in vacanza.Ne farò un ALBUM, dove le immagini sono gli occhi di chi ha scritto. GRAZIE GRAZIE E GRAZIE per tanta generosità! Un abbraccio,ferni

  9. che lavoro bellissimo
    e tu a intrecciare ricordi memorie
    con tera e acqua
    come a impastare una strada senza fine
    una strada dove poterci ritrovare tutti insieme
    che il cielo ti sia carezza cara donna immensa…

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