TRASMISSIONI DAL FARO N. 33- A.M.Farabbi: Intervista a Lucio Zinna

giorgio maria griffa

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Se la luce di un faro, nella notte, illumina ad intermittenza la superficie viva delle acque dentro cui i pesci i relitti le corrente sottomarine, se individua rotte di navigazioni, imbarcazioni e riflessi stellari del cielo, credo che questi miei scorci abbiano l’utilità di permettere prospettive inconsuete, spacchi di storia e letteratura, permanenti vocazioni al rigore e alla passione.

Ancora un’intervista, quindi, che continua il rosario delle altre. Questa volta il mio colloquio è con Luciano Zinna e il suo intenso, certosino, fare, negli anni. Lo cogliamo dentro la grande Sicilia. Leggeremo come da lì ha filato reti preziose.   

1)     Può tracciare un sintetico ma significativo percorso della sua ricerca letteraria?

Ho iniziato a scrivere versi in età adolescenziale, attratto – fin da bambino  –  dalla magia della parola. Erano gli anni di un durissimo periodo postbellico, le parole mi tenevano compagnia, ci giocavo anche. Mi rifugiavo nella lettura,  trascurando tutto. Alla poesia contemporanea mi avviai, scrollandomi subito scolastiche suggestioni classicheggianti, attraverso i testi che leggevo su “La fiera letteraria”, allora diretta da Cardarelli. Nella mia prima silloge,“Il filobus dei giorni”, del 1964,  comprendente testi composti tra il 1955 e il 1963, cioè a decorrere dal mio 17° anno di età, coniugavo essenzialità e ‘trasparenza’, in una prospettiva di chiarimento interiore e di lettura del reale. L’uno e l’altra restano fra le mie linea-guida. Ma già nel 1963 seguivo gli incontri del Gruppo 63, che a Palermo (in cui mi ero trasferito nel 1958) ebbe battesimo ed esordio. Furono manifestazioni sollecitanti, che ebbero risonanza europea e si ripeterono clamorosamente nel 1965, anno in cui sorse, sempre a Palermo, il Gruppo Beta (che costituii assieme ad Angelo Fazzino e Giovanni Cappuzzo) e che interagì con il Gruppo 63, condividendone le istanze di rinnovamento linguistico, non il neoformalismo e la radicale espunzione dei significati: istanze esemplate ne “I quaderni del cormorano”, diretti da Fazzino, in cui uscì il mio “Antimonium 14”. Con le brevi sillogi “Un rapido celiare” del 1974 e “Sàgana” del 1976 ritornavo in qualche modo sui miei passi, ma facendo tesoro delle esperienze maturate nell’ambito di quei fermenti (una decisione analoga sarà, in seguito, adottata da Antonio Porta, uno dei “Novissimi”). Prende le mosse da lì la mia produzione successiva.

2)    Quali sono stati i nodi cruciali delle sue letture e delle sue analisi?

Se ci riferiamo alle letture “personali”, ritengo ‘nodali’ quelle attuate in tre fasi, con osmotici discrimini: la prima, costituita da romanzi feuilleton, ai quali mi dedicai da ragazzino, per un lustro, all’incirca dal 1950 al 1954, e che mi aiutarono a conoscere il mondo come non riuscivo a scorgerlo dalla mia Mazara del Vallo, sul Mediterraneo, in faccia all’Africa. Mi riferisco a Sue, Dumas, Montepin, Féval, Du Terrail, Mastriani, Natoli e così via. Poi fu la volta dei classici: della letteratura greca e latina (grande ammirazione per Lucrezio) e di quella italiana (Dante, Leopardi, manco a dirlo, Foscolo in particolare) e quindi di grandi autori moderni e contemporanei delle letterature straniere, specialmente Apollinaire, Valéry, Whitman, Soupault, Majakovskij, Mandel’stam, Eliot, Jeffers, Neruda. Fra i nostri, nel Novecento: Pascoli, Gozzano, Pavese, Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Luzi. Non meno rilevanti i narratori, in specie Manzoni, Nievo, Verga, Hugo, Stendhal, Dostoevskij. Li considero maestri ideali per la mia formazione letteraria e umana. Se ci riferiamo alle mie ‘letture’ sul piano critico, mi preme significare, nel mio impegno letterario, la centralità della poesia. La ricerca critica è stata mirata, da parte mia, all’«interrogazione» dell’opera e alla sua «com/prensione», intesa nell’accezione etimologica del termine: “prenderla-con-sé”, per cercare di coglierne essenza e unicità. Ogni esito è stato «cruciale», nel senso di ‘decisivo’.

 3)    Quali sono stati gli scrittori, i poeti, gli studiosi,  per lei fondamentali che ha incontrato, con cui ha collaborato? Ci può raccontare qualche episodio prezioso?

La lunga militanza  mi ha portato a incontrare numerosi poeti e scrittori, le cui frequentazioni (in più casi saltuarie, data la mia costante residenza siciliana, franta da varie anabasi e catabasi per lo stivale) hanno lasciato in me solchi profondi. Alcuni di essi, che erano di età più avanzata rispetto alla mia, sono scomparsi e in certi momenti ne avverto pungente la mancanza. Penso a Ignazio Buttitta, a Elio Filippo Accrocca, a Michele Prisco, a Lucio Piccolo, a Stanis Nievo, a Giuliano Manacorda, a Giuseppe Zagarrio, a Vittorio Vettori. A Mario Luzi, in particolare, con il quale mi legò un lungo rapporto di amicizia, fin  dal 1977. Luzi fu vicino a Palermo, dove si recò più volte, ospite del Centro di Cultura Siciliana “Giuseppe Pitrè”, nell’ambito del quale mi trovai ad operare attivamente. Al capoluogo siciliano egli dedicherà due splendide liriche, nelle quali accenna agli “amici palermitani”, che eravamo proprio noi, gli amici del “Pitrè”, e due importanti lavori teatrali, uno su Santa Rosalia e uno sul sacerdote Pino Puglisi, ucciso dalla mafia. Tra gli autori con i quali sono intercorsi rapporti di collaborazione mi piace ricordare i poeti siciliani Giuseppe Ganci Battaglia, Miki Scuderi, Giovanni Cappuzzo,  Elio Giunta, E. P. Taormina, Salvatore Lo Bue. Con altre figure di spicco, incontrate casualmente, si stabilì un rapporto empatico, fra queste Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Bartolo Cattafi. Del tutto occasionale fu il mio incontro con Leonardo Sinisgalli. Nel 1977, in uno scompartimento del rapido Napoli-Roma, sedevano, poco distanti da me, un signore, che cercava di intavolare una conversazione su un argomento che non fosse proprio banale, con la sua interlocutrice, una giovane la cui cultura doveva essere modesta, benché fosse laureata in legge. Io ero immerso nella lettura, ma mi arrivavano frammenti della loro conversazione. A un certo punto sentii l’uomo chiedere: «Ma lei ha idea del tipo di lavoro che io possa fare?». La giovane rispose di non averne idea. Incuriosito, alzai gli occhi dal mio rotocalco, fissai in volto quell’uomo e lo riconobbi subito da alcune foto che mi era capitato di vedere in riviste, quindi intervenni: «Posso tentare io: lei fa il poeta e se non erro è Sinisgalli».  Rimase sorpreso e lieto di essere stato riconosciuto. Si rivolse alla ragazza, con un’eloquente espressione, come a voler significare “Vede?”. Conversammo amabilmente di poesia e di poeti, apprezzò le mie considerazioni, si dispiacque per non aver incontrato il mio nome da qualche parte. Osservai che facevo del mio meglio per “non” mettermi in mezzo, per mia indole. Mi interruppe: «Sbaglia, amico mio, siamo preti e dobbiamo dire messa». Una lezione della quale mi sono più volte ricordato. Conservo di lui una lettera datata 26.11.1977, che inizia così: «Caro Zinna, non dimentico quel breve viaggio sul rapido di Mergellina con l’avvocatessa che non sapeva cosa volesse dire cocotte.»             

4)    Considero che la storia della letteratura del novecento sia da riscrivere, mettendo in discussione graduatorie, esaltazioni. Soprattutto, mettendo nella luce dovuta grandi personalità non adeguatamente apprezzate. Che cosa ne pensa?

Condivido la sua posizione. L’ottica della contemporaneità è, in più casi, deformante. Leopardi fu stimato in vita, ma pochi ebbero esatta percezione della sua grandezza. Lo stesso è accaduto a Kafka. Ovviamente, non si può generalizzare, ci sono punti fermi che restano tali. Il tempo, quando non è mascalzone, è (si suol dire) galantuomo. Sul Novecento letterario italiano hanno gravato e gravano ipoteche dovute ora alle grancasse mass-mediatiche messe in atto dall’industria alto-editoriale, ora alla confusione che può ingenerarsi tra il reale valore di alcune presenze e il clamore derivato da certi rilevanti ’fenomeni’ artistici (etimologicamente, ‘fenomeno’ è “ciò che appare”), come è accaduto, ad esempio, con le avanguardie storiche o con le neoavanguardie. Può accadere che all’effettivo interesse suscitato dal ‘fenomeno’ non sempre corrisponda un pari, oggettivo, valore di alcuni personaggi che ne furono alfieri o paladini. L’apparire, per così dire, si riverbera sull’essere, alterando la percezione delle dimensioni. Il Futurismo, per fare un esempio, è un fenomeno assai più interessante della produzione poetica del suo fondatore, Marinetti, la quale resta preziosa come documento, per illustrare la poetica del movimento. Orbene, attenzioni mediatiche e interessi editoriali da un lato, percezioni distorte e inadeguata attenzione critica dall’altro, finiscono per sbilanciare parecchio, giocando a scapito di quanti non hanno avuto le medesime opportunità o non hanno saputo sfruttarle, a volte per essere stati indolenti o cattivi manager di se stessi. Nonostante la rilevanza della loro opera, sono rimasti in penombra. Il Novecento letterario registra una considerevole quantità di successi enfiati e di oblii immeritati, con una letteratura sommersa (di eccellenza, non considerando, al momento, i casi opinabili) tutt’altro che trascurabile. Un altro versante riguarda autori particolarmente apprezzati e considerati, dei quali non si è adeguatamente valutata la reale portata, il loro essere astri di prima grandezza: Dino Campana, Clemente Rebora, Libero de Libero, Lorenzo Calogero, Carlo Betocchi, Ignazio Buttitta, Angelo Maria Ripellino, Margherita Guidacci, Roberto Sanesi, per fare qualche nome. Penso, per la narrativa, ai miei conterranei Nino Savarese, Antonio Pizzuto, Salvatore Spinelli, Angelo Fiore, Raffaele Poidomani, per menzionarne alcuni. Va aggiunto infine quanto ebbe occasione di denunciare quel geniale e sconcertante artista che fu Salvador Dalì, il quale, in una sua conferenza alla Sorbona e poi in un aureo libello apparso a Parigi nel 1956, denunciò il mistificatorio criterio introdotto, nel secolo scorso, nelle arti figurative, di spacciare la «bruttezza» per «nuova bellezza non convenzionale», chiamando «cornuti» i critici che si prestavano al gioco. Il discorso non vale solo per le arti figurative. Il lavoro di scrostamento e di rimessa in ordine non sarà né semplice né facile.

5)    Ci può parlare brevemente della rivista Arenaria, quando come perché è nata, narrandoci la sua identità letteraria e fornendoci un breve ritratto dei suoi collaboratori?

Arenaria nacque, nella sua prima fase, nel 1984, su iniziativa mia e di Cappuzzo, ed ebbe subito ampia risonanza. Il sottotitolo della testata:”Rivista mediterranea di letteratura” (dunque non rivista di “letteratura mediterranea” o di “letterature mediterranee”) la configurava come espressione di un polo di ricca tradizione culturale e letteraria e di nuovi fermenti creativi, nella sua interazione con altri poli (centro-nord Italia, Europa mediterranea e non, nord Africa etc.). Dunque, non periferia. In quest’ottica, Arenaria si poneva non come rivista di tendenza, bensì come libero osservatorio, parimenti attenta sia alla produzione alto-editoriale sia a quella alternativa, anche underground, assumendo come parametro la qualità  dei testi, l’originalità non artefatta. Il tutto con operosa umiltà ma anche senza sudditanze. La testata è riferita all’omonima pietra, utilizzata, in epoca classica e in quella cristiana, nelle costruzioni di splendidi templi, di sfarzosi palazzi, nonché di modeste case di contadini e pescatori. Un simbolo della civiltà mediterranea. Un materiale friabile capace di resistere al tempo, come la poesia, fatta anch’essa di materia friabile come la parola. Perduto il codice linguistico adottato, si perde anche la poesia, come in alcune civiltà sepolte, ma essa è anche capace, foscolianamente, di vincere «di mille secoli il silenzio». Arenaria editò 37 numeri, ciascuno  tra 100 e 140 pagine, chiuse nel 1997: il lavoro si era moltiplicato a dismisura, mentre le risorse, appena bastevoli per la stampa, non consentivano certo all’editore di assumere apposito  personale. Pubblicò testi e documenti inediti di Ada Negri, Borges, Ritsos, Caproni, Pizzuto, Fiore, Accrocca, Assunto, Jacobbi, Rovella, Ruffilli, Moussa Saadi, Pablo A. Cuadra, Caio Porfirio Carneiro e altri. Antologie di poeti contemporanei baschi, belgi, istriani etc., interviste, fra gli altri, a Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Maria Luisa Spaziani, Vito Riviello, Giovanna Bemporad, Giuseppe Pontiggia, Maria Corti. Nella sua attuale formula editoriale, varata dieci anni dopo, Arenaria non è una rivista bensì una collana di volumi collettanei, dal sottotitolo“Ragguagli di letteratura contemporanea”. Un aperiodico di cui sono usciti finora cinque numeri, in tempi difficili come questi, stiamo cercando di resistere.

 6)    Che cosa ne pensa della poesia italiana contemporanea? Giudicando anche le scelte della grossa editoria? C’è qualche poeta che vorrebbe indicare per la sua ricchezza qualitativa?

Ho l’impressione che in Italia la poesia vada liberandosi da certe ipoteche, anche contrapposte, di natura ideologica (processo, questo, iniziato già negli ultimi decenni del secolo scorso) o estetica o da certe mode intellettualistiche, che l’hanno condizionata in più casi, eccezion fatta per quei poeti interiormente liberi che hanno resistito alle sirene. Certe fisime hanno contribuito ad allontanare la poesia dal pubblico dei lettori, meno da quello degli ascoltatori. Sia chiaro: la poesia autentica va dritta per la sua strada, non ha nulla da concedere a qualcuno o a qualcosa, tanto meno al gusto corrivo del pubblico, ma nemmeno può esagerare in senso opposto, rendendosi inutilmente iper-artificiosa, chiudendosi in un ghetto volontario. Se tale percettibile – e da qualche parte contrastata –  tendenza al recupero dovesse incentivarsi, potrebbe uscirne scrostato lo smalto di alcuni poeti, anche molto conclamati, che hanno saputo ben confezionare un vuoto sostanziale o quasi. Per quanto riguarda le correlazioni tra sigle editoriali e valore dei poeti, si finge di ignorare che ci sono autori di rilevante spessore sia nelle collane della grossa editoria che in quelle della media e piccola editoria, di nicchia per così dire, come può trovarsi ovunque la produzione mediocre, in varia misura imbellettata. Occorre valutare serenamente, senza pregiudizi. Le sole etichette non bastano più. Poeti da indicare per la loro ricchezza qualitativa – l’incontro con la cui opera ti modifica e arricchisce sul piano estetico ed esistenziale – ce ne sono. Da qualche tempo pensiamo, con Rodolfo Di Biasio, a un’antologia essenziale in tal senso, tipo pane-pane, vino-vino.  

7)    A che cosa sta lavorando attualmente?

Ho iniziato un romanzo a carattere autobiografico (dunque non una vera e propria autobiografia), ma vado avanti a rilento. Vorrei mettere a fuoco una mia ri-lettura del ciclo verghiano dei vinti, con inediti elementi interpretativi: un tema su cui conduco ricerche da alcuni anni. Ogni tanto nasce una poesia; da sempre, non sono io a cercare la poesia, aspetto che venga a trovarmi, quando vuole: io sono qui, finché ci sono.

 

Anna Maria Farabbi – [2012]

2 Comments

  1. A.:… Considero che la storia della letteratura del novecento sia da riscrivere, mettendo in discussione graduatorie, esaltazioni. Soprattutto, mettendo nella luce dovuta grandi personalità non adeguatamente apprezzate. Che cosa ne pensa?

    Z.: Condivido la sua posizione. L’ottica della contemporaneità è, in più casi, deformante.

    Mi fermo a questa domanda e risposta.
    E già qui i puntini fanno una corda….. sul vuoto della letteratura, stampata a colpi di odience, di reading, di perfomance, di …qualunque cosa fuorché ascolto profondo e lucido. Come Anna e Zinna condivido la loro posizione.
    Grazie per la pulizia della parola. fernanda

  2. Dunque ci sono ancora persone che vagliano, pensano, amano e soffrono e traggono da tutto questo l’offerta perché ancora sia ricchezza, senza pensare alla vetrina, alla posa, offuscati dall’imbecillità in una sola parola.Grazie per questo costante impegno e per la traccia che resta esposta. Valeriana K.

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