Quasi impudicizia la parola- Cristina Bove

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante / e sotto i piedi un lago, che per gelo / avea di vetro e non d’acqua sembiante” Divina Commedia – Inferno – Canto XXXII

Giunto al IX girone Dante si trova circondato dalle acque ghiacciate del Cocito, così noi,oggi, ci ritroviamo improvvisamente nella landa fredda e desolata del terrore in cui non la divina scienza né la natural congiuntura ma una trama di sporchissimo interesse ha corrotti il cuore delle faglie, l’equilibrio duro e fragile del magnifico orrido,  iniettando tecnica e ignoranza nelle pieghe dell’oscuro. Qui , nel nostro oggi congelato tra le mani di pochi, che si nascondono dietro paraventi di parole arroganti, il fuoco della passione di Cristina  ha estinto la paura ed ha lasciato il posto ad una totale immobilità per sentire fino in fondo, il fondo di quell’urlo della terra che, come una bestia arpionata, risponde al male addosso con il male contro.  Vorrebbe l’abbandono, vorrebbe che le passioni si azzittissero, per far posto al raziocinio, alla logica che appunto imporrebbe il silenzio. Eppure questa parola deposta, sulla riga come su una soglia, con pudore e lentezza è una parola pronta, non una voce prona.

f.f.- 6 -giugno 2012

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From ‘Requiem For My Friend’ composed by Zbigniew Preisner

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Forse dovrei smettere
scrivere è quasi impudicizia
sulla terra che scuote di povericristi
case e cose

sopravvissuta a intemperanze
geofisiche letali
redigo gli atti
di permanenza usucapione
in questo corpo che mi sopravvive

come se cibo e acqua e il bene perso
risiedessero in questo mio sentire

Se fosse importante!
È invece una distanza senza metrica
distrazione da verso fatuo
l’essermi posta al margine del mondo
in una sacca d’ordine apparente.

Cristina Bove

9 Comments

  1. credo che l’invecchiare abbia aperto tutte le voragini che sento muoversi nel corpo come in questo pianeta dove una assurda conquista senza sosta ha portato alla miseria della più ampia ricchezza che non si trova nel corpo della terra ma nell’oscura fragilità di ciascuno ed è quella che il talento dovrebbe muovere, spostando il baricentro da un mercato vacuo ad uno scambio collettivo e fecondo
    Grazie.ferni

  2. Giusto ed onesto il dubbio che scrivere possa essere un’impudicizia; e comunque chiedo ai poeti di continuare a coltivare tale impudicizia: per i bambini uccisi a Hula, per le vittime della bomba contro la scuola di Brindisi, per le vittime del terremoto, per le ferite che la vita apre in ognuno di noi, ad esempio – sarà un mio limite, ma non vedo altro spazio di riflessione seria, duratura, profonda, dolorosa ed addolorata se non nell’arte – la cronaca giornalistica e la politica ufficiale mi sembrano in questo momento superficiali ed evanescenti, quando non addirittura complici (anche se mi ostino a credere nella forza partecipativa di noi cittadini, nella nostra capacità di azione civile in quanto, appunto, civites).

  3. Ho appena finito di leggere una ventina di pagine da “Il governo della lingua” di Seamus Heaney, un libro che certamente mi procurerò.
    Le pagine mi sono state inoltrate da Ferni, inviate da Mauro Sambi, che ringrazio per avermele offerte come “segno di riconoscenza e di “conforto”. Di pensiero. In attesa di tempi migliori.”

    Ne riporto alcuni stralci che mi sono stati di chiarezza e consolazione:
    “Testimone è chiunque senta l’urgenza di dire la verità e il bisogno di identificarsi con gli oppressi fino a farne tutt’uno con l’atto di scrittura”
    “La creazione di una poesia, dopo tutto, è un’esperienza di liberazione. In quel momento affrancato, quando la lirica scopre la sua conclusione vitale e il piacere senza tempo della forma si compie ed esaudisce, accade qualcosa che è equidistante dall’autogiustificazione e dall’autocancellazione. Si stabilisce un piano fuggevole dove il poeta è intensificato nel suo esistere e liberato dei suoi limiti….”
    “La poesia, come l’amore, è potenzialmente salvifica e possibilmente illusoria.”

    Ringrazio tutti i commentatori, e ancora Ferni per aver ospitato i miei versi.

    cb

  4. E’ poeticamente interessante dire che scrivere è ormai quasi impudicizia e che c’è un’esistenza senza metrica.Ci vedo la crisi della poesia contemporanea,ma anche la crisi della nostra particolare società,affossata nel fallimento della forma-merce,disidratata di sistemi valoriali,alla ricerca di un senso,nella stanchezza di un verso testimone della stessa crisi compositiva,che si salva nel momento in cui la struttura strofica e abbastanza lineare,il metro mediamente compatto,nella crisi c’è un perchè che è anche,strutturalmente,la tecnica che viene scorsa.

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