2012- Alcuni testi tratti dalla Giornata mondiale della poesia all’Aquila

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Il 21 marzo si è svolto all’Aquila il principale evento italiano per la Giornata Mondiale della Poesia patrocinato dall’Unesco. L’evento in questione si chiama Lapoesiamanifesta ed è stato ideato e realizzato da Anna Maria Giancarli, Alessandra Di Vincenzo e Isabella Tomassi, con la collaborazione di Michele Fianco. Invadere L’Aquila con la poesia era il concetto, che dapprima ha convinto l’Unesco poi numerosi poeti e associazioni a partecipare. Sempre sul loro blog è possibile trova informazioni su tutti gli eventi realizzatisi, mentre questa è la lista dei poeti che hanno messo a disposizione i loro componimenti: Nanni Balestrini, Franca Battista, Dario Bellezza, Tomaso Binga, Donatella Bisutti, Maria Grazia Calandrone, Ugo Capezzali, Alessandra Carnaroli, Alessandra Cava, Franco Cavallo, Alessandro Chiappanuvoli, Tiziana Colusso, Bruno Conte, Ignazio Delogu, Lorenzo Di Marcantonio, Antonella Doria, Michele Fianco, Giovanni Fontana, Biancamaria Frabotta, Anna Maria Giancarli, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Mariangela Guatteri, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Valerio Magrelli, Alda Merini, Giuliano Mesa, Francesco Muzzioli, Elio Pagliarani, Marco Palladini, Paolo Paoletti, Elio Pecora, Lamberto Pignotti, Elena Ribet, Amelia Rosselli, Paolo Ruffilli, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa Spaziani, Fausta Squatriti, Isabella Tomassi, Gianni Toti, Valentino Zeichen. Le poesie sono raccolte qui. Un evento di risonanza nazionale dunque, tanto che già si prospetta, da parte dell’Unesco e della Giancarli, una nuova edizione per il prossimo anno.

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Nicola Ammazzato
Caduto sotto il tetto
i coltelli aperti
La matita in bocca l’urlo
cerchia il braccio sanguina
la morte sbaglia fianco
Nicola Ammazzato
il muro prugna secca
il letto non era pronto
A tenerti gli ossi stretti
insieme vivissimi
(si muovevano come granchi
Crampi nella pelle
nelle ghiandole senza pianti).
la terra piegarsi schiacciare
Mordere il cemento
cavarti i denti
gli organi interni
cercare le scarpe
Che le scale inciampano
E i cornicioni spezzano
il fiato lecca le fondamenta
nel centro de L’Aquila
La scossa va forte
Accelera si mangia
la tenda della doccia
la caffettiera aperta
la terra ha sbattuto la porta cento
i libri saltati dalla mensola trenta
Non bastava ancora
non era sufficiente,
volevano che restava alzata
solo la finestra.

Alessandra Carnaroli- da Ju tarramutu
Piagge (PU), 2011

*

fossi il limite inutile, l’inganno del confine, fossi l’apertura

generosa del valicare, fossi quella generosità del confine a

schiudersi, disponibilità infinita dell’accedere, del passare,

dell’oltre, del traversare – potessi sporgermi da tutti i balconi

e vedere passare, potessi vedere passare le cose, potessi, sapere

per caso che cosa, l’oggetto che ha trama speciale, che ha l’intreccio

introvabile, lo strappo, introvabile tessitura delle cose perdute –

Alessandra Cava- da rsvp, 2011

*

Come quando fuori piove

Come quando fuori piove
dentro no.
Esiziale/
essenziale come una metastasi.

Il cuore vale più delle picche
e azzardo fingersi giocatore di poker,
la poesia è come il bridge:
dichiarazione di contratto temporaneo.
(Chevalier accroupi)

I quadri e i fiori?
Ninnoli
tra gli orgasmi e i suicidi.

Alessandro Chiappanuvoli
L’Aquila, 2011

*

[…] aveva fatto un sogno rosso […]”
Arthur Rimbaud

Mappa dello scontro

allora circuitiamo il corto circuito in zona calda /
garruliamo il paradiso da sempre perduto
in zona d’ombra / sorvoliamo quartieri stipati
di stracci e siringhe e bambini a rischio / le mani
insozziamoci prensili in zona verde / incolliamoci
le vesti tappiamoci il naso lucidiamo missili /
innaffiamo di sangue terre minate in zona rossa /
bombardiamo zone depresse vaneggiamo zone franche
francamente vantaggiose / delittiamo in triplo petto
costrutti pervertiti / svaporiamo in zona a rischio
foraggiando mutazioni mentali / con vuoto a rendere
candeggiamoci la co-scienza / ladies and gentlemen
ripariamoci fuori zona / sordomuti fuori pista
trasmigriamo sazi in zona silenziosa di vergogna

Anna Maria Giancarli- da Sconfinamenti – poesie 1997-2005, 2006

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Sta per entrare il sole

So di avere poco tempo – m’è arrivato un fax di Rimbaud –
dopo tre balli di seguito lo accarezzo come seta
concentrando le mie anime in viaggio,
un fruscio di suoni allontana visi siliconati
è rara occasione d’una scheggia di felicità concreta
tanto da riflettersi nell’acqua di morbide lacrime
sprofondate sul foglio caldo di leggerezza e aroma di caffè.
Canta come sorgente il poeta e svela velando
lo sguardo dentro l’oceano della mia cella
in cemento dis/armato da girasoli stra/volti
a toccare il cielo con un dito, pregustando il mistero.
Qui non si fa altro che dimenticare, lo sappiamo
tutti noi che indossiamo rosse toghe di vergogna.
Allora Rimbaud scaccio il liberismo di frustrazioni
allago questa stanza memoriale di petali
perché ho visto il dolore alitare come il vento
per troppe verità sepolte con kamasutra mentali.
So di avere poco tempo – in fretta d’argento mi dipingo –
per tuffarmi negli abissi da un grattacielo d’emozioni.

Anna Maria Giancarli- da Sconfinamenti – poesie 1997-2005, 2006

*

La Città
illuminata visibile invisibile
insonne insegue sguardi
d’abisso dismisura oltre
le Colonne (sgoccioli di
regime) sillogismi sofismi in
segue dalla soglia
non cuore coraggio calore
solo mano puttana s’insinua
(sai questione di prezzo) solo
carne palpa offresi in vendita
cartellino rosa in vista
su pubblica piazza dilaganti
felici equilibrismi osceni
stampelle per qualche
skranna a Corte
– in omaggio –
Invasa
(alta in difesa)
rimane invasata la
Mente
Senza memoria di sé
senza passato questo
andare non sapendo…
La Città ha transiti veloci

Antonella Doria- da Metro Pólis, 2008

*

Questo nel dolore è compimento felice.

Chi ama la vita lo conservi e bruci,

ma resti impassibile, di marmo

a contemplare la sventura mia

e il disinganno. Ché solo morte

esiste e a lei m’affido, tranquillo

negatore terrestre delle Stelle.

Dario Bellezza – da Morte segreta, 1976

*

Due rose

Cogliere due rose sul terrazzo
per trasferire la loro aerea morte
in una bara di cristallo
sarebbe solo crudeltà se del passaggio
un segno non restasse sopra i petali.

Donatella Bisutti- da Penetrali, 1989

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L’Aquila ferita e offesa, fiera, non arresa
alienata L’Aquila, morta e resuscitata
città sventrata che non dimentica le sue sorelle.
Onna, Paganica, Assergi,
isole di macerie e speranza.
Non bastano parole e silenzi
a dire quante voci contare, a smarcare gli sfregi.
L’Aquila chiama musica, chiama
i poeti, le arti bianche, a raccolta,
nere tragiche, magiche alchimie, camuffamenti.
Chiama a raccolta i suoi abitanti,
antiche virtù antenate.
Non c’è entropia che tenga.
Chi ha spirito si sacrifichi comunque,
mentre brucia l’incenso nelle chiese
e la gente, i pompieri e gli architetti
si rimboccano le maniche come si può.
Come si può. E nulla vale più di questo
darsi pace e darsi guerra.
Una guerra trasparente, diafana, come straniata
straniera sonnambula nella zona rossa dell’anima.
Così ti ricordo Aquila in volo,
come polvere sollevata al cielo,
imprecavi con la moltitudine
nel prisma delle sue paure ritrovando luce, scomposta
ricomposta nell’arcobaleno delle sue figlie.
Ritorna, L’Aquila madre con il dolore amata,
con il dolore armata.
Il non senso delle stanze vuote,
delle facciate storpie e transennate,
l’ossario dei palazzi sfranti,
quel non senso di rame che risuona.
Sul vuoto si ricostruisce un mito,
anche senza storia si riproduce.
Ama di nuovo L’Aquila
perché tra vita e morte non resta che la strada.
Guardala come resiste.
Lo avresti detto? Guardala, come è fiera.
Non per scherno, né per presunzione
ma per il sangue d’Abruzzo,
per il suo cuore di aria e terra, di fuoco e acqua.

Elena Ribet
Roma, 2012

*

Il tempo è questo mio e senza termine:
nessuno m’ha preceduto nessuno mi seguirà
da solo ho inventato le storie
compresi i diluvi comprese le ère felici
in me la forza e l’errore.
Sono Ercole Idra Buddha seduto
Lucifero fra le fiamme.
M’è toccato di perdermi nel labirinto
m’è riuscito di uccidere il mostro
ho potuto anche salvarmi
grazie a un filo colorato.
Ma sono infinite le fatiche
innumerevoli i labirinti
inestinguibili i mostri:
è tutta in me la storia
promessa tentazione smarrimento
incessante guerra che forse
non è più di un gioco.

Elio Pecora- da Motivetto, 1978

*

I padroni della terra

Spianate e immense lacune
lentamente riempite di animali piante
liquidi salati e dolci
indotti a voci rovinose o sussurri
così come funerea calma silente
putridi stagni
e cartocci di pietra aguzzi
altissimi e freddi
da valicare perforare violare sprecare.
Solo dopo
materia sconvolta
concede tregua di spazio percepito piatto.
In quarantacinque gradi d’angolo
accolti incauti passi transeunti
sulla crosta spessa
cercando contatto.
Progetto mai sazio compresso infuocato
per i capelli scuote
spezza il filo a piombo
a spaglio risemina abitanti e le loro cose
sassaglia inversa e speculare
ordine di strage nell’ira innocente.
I gradi si torcono stringono allargano
si torna a spazio circolare
giro di vite
pochi secondi a casaccio e poi guardare:
quel che è fatto è fatto.
Dal manto ancora caldo
siano raccolti i resti.
Più facile seppellire i morti
che dimenticare le case.
Tornerebbe con piacere
all’origine
nucleo di fuoco potente e molle
tesoro vello terra e polvere
e vita non sempre è vita.

Fausta Squatriti
Milano, febbraio 2012

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La luce della candela riflessa
è circostanza delle cose.

L’idea di immobilità profonda
appartiene al tempo
– il tempo scorre immobile
(stasi e movimento – movimento della stasi)
e gli uomini scorrono nel tempo
lasciando tracce che si perdono
in una desertificazione delle ore
e in un deserto delle ossa

‘Il regno della stasi
è fatto di cubi, come il cielo è fatto di sfere’.

Ro-
vesciando un postulato
di Sinisgalli:
Perché la natura si è sfasciata?
Perché la poesia ne ha perso il controllo.

Franco Cavallo- da Frammenti dell’horror vacui, 1995

*

Simul
(che impoemetto – in – scena così completabile)

… si ordinavano e si disordinavano
credevano d’essere i primi e gli ultimi
e dell’infiniverso i riuniversificatori

e il tale era il quale e talità
la qualità – e quandovunque viviamo
proprio durante questa nostra vita
tutto accadrà pensavano e ioìvano –
e io per tutti i futurituri
risponderò e per tutti i compassati
nelle centrìferie del qualcosa
tutti i sogni sognati e sognabili
anche dopo che io sarò venuto
irrealizzeremo – què la vida
es un sueño y los sueños vida son…

Gianni Toti- da Letteratura degli anni ottanta (antologia), 1985

*

4. (da canta Fredo)

Perdere è più difficile, credetemi,
voi che credete di vincere
(e chiedetevi, domani,
fra il break e il lunch, che cosa
vi perdete, e dove),
anche in questa città che ho liberato anch’io,
nei tempi dei tempi, anche qui
i senzatetto si sono attrezzati col cane, a uno,
a un altro, non gli ho dato una lira,
non ho cacciato il grano,
no, che i problemi non è così che si risolvono,
gli ho detto dicendolo in me,
camminando, «bisogna lottare,
altro che elemosina», e poi
mi sono infilato in un bar
a scolarmi l’aperitivo (era l’ora), servito
con patatine e noccioline e, ah!,
teneri gambi di sedano,
trance di peperone rosso, ah!

Giuliano Mesa- da Improvviso e dopo
(poesie 1992-1995)

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(non vuole essere

visto mentre vede

così della casetta, della casamatta calcinata

riprende la scocca senza finestra

dove non ci vive e meno vince

la ramatura, non si sposta e si sposta

la griglia di perimetro – cattura

le radioonde – grammatica / lontana –

che fanno i cacciatori in ciascuna

domenica, gara a chi centra il piccolo)

Marco Giovenale- da In rebus, 2012

*

vanno nel giardino così cambiandolo

e le troppe felci di troppi metri

di verità di nero dato al sole

scóntano dentro la propria funzione

di terra: ridire, disfigurare

da zero a zucchero a frutto : un secondo

zero, più pieno, per cui c’è guerra

Marco Giovenale
da In rebus, 2012

*

«non è più libero di separare
da mondo mondo».

insetto che abitua due ciechi.
(che dopo se lo contendono).

per quanto sia in alto nel corpo
quello che la nega,
la cosa da dire è detta.

di tutti i personaggi, non c’è la maschera
che tradisce, passando il sasso di bocca.

un pezzo di lama è in tutti

Marco Giovenale
da In rebus, 2012

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Questa, la luna

Lei riempiva le cavità di lui come una bestia riempie la sua tana
lui la portava come una venatura di argilla
pullulante di piccoli animali.
Poi la notte allungava la sua mole di assi sui soffitti e sulle orditure
dei solai che sorreggono tutta la struttura e solo gli iris pieni
della stessa abbondanza
si ripiegavano perché più dolce e impervio
fosse lo scomparire.
La luna le portava le visioni. Lei non riconosceva
i sessi, gli diceva so che ti salverai
e mi lascerai qui come energie che gonfiano la terra, come intonaci molli
non appena le voci inizieranno
a diradare e si sentirà solo
il sussurro oltreumano della polveriera. Tu mi rinnegherai
prima che il tuo destino abbia consolidato la sua salvezza.
Ma lei vinta ne regge la struttura morale nonostante il crollo
di torre campanaria e lo vede
comparire ogni notte sotto la luna come un grappolo di larve
la fiammella di un arto non sviluppato
e la bellezza del sorriso rotta da una traccia umana.
Nonostante il suo nome sia spento
lei lo chiama, senza nome
lo chiama e senza volto – con la luna soltanto, con la cenere e con la solitudine di un astro.

Maria Grazia Calandrone
Roma, 12 aprile 2009

*

Nigredo

Se il veggente s’inebria, scrivàno,
sii cauto per lui. Incatena i venti
se troppo gli scompigliano la chioma
perché il veggente è donna, e ben lo seppe
l’ultimo dei profeti. Ricongiunti
essi saranno ormai. E non dall’ala
del genio, forse, né dal ritmo arcano
che resuscita braci in grandi fuochi,
ma da un odore di catrame e corde
di navi, voci, timonieri e arcangeli
che leggono la rotta fra le stelle
e ti guidano a porti sconosciuti,
odorosi di ambre. E là t’ingaggi
fra turbe armate senza nome, tanto
è sconosciuta la battaglia e il capo
quanto sicura questa furia, e l’impeto
che ti assomiglia al sole e all’uragano.

Maria Luisa Spaziani- da L’occhio del ciclone, 1970

*

cieli

quando soffia il
nuvole a pezzi
macchie manipolate
senza contorni
sfocati sparpagliate
opachi significati
di qua di là
dimentica la sensazione
l’istante estate
deformazione senza
trasformazione il
strappano i fiori
tanti giorni sparsi
volando basso

Nanni Balestrini- da Poesia italiana della contraddizione (antologia), 1989

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Sempre caro mi fu stare qui chiusa
e questo speco ch’è camera oscura,
guardo d’amante che musa m’includa.
Ma sedendo e mimando la sua parte
anch’io mi miro per occhi sovrumani,
godendo diva la profonda quiete
ove io mi fingo un fallo fra le cosce,
poeta obtorto collo, e come il vento
odo frusciare sulle labbra mie quello
suono di lui che a questa straba voce
vo comparando: e mi sovvien gli eterni
fiati in fuga da silvie morte lune,
presente e viva di rimorsi imago.
Annega immenso il pensier mio nel suo:
e sprofondar spaura in dolce specchio.

EPPURE ANCORA IN ME CERCANO IL BELLO

Rosaria Lo Russo
da Lo dittatore amore, 2004

*

La mezza città

Se vieni a visitarla
con passi da straniero
e dita asciutte da dottore,
L’Aquila è ferma,
una cornice rotta
un guscio senza pelle.
L’Aquila è vuota.
Ma se ti avvicini
con la delicatezza dell’innamorato
senti un debole respiro
che odora di storia
di neve, di pane quotidiano
e di noi.
Figli unici
in mezzo a una strada
a cercare la strada.
Le restiamo attaccati
ognuno col suo sangue.
Le case sono amanti
sorpresi mezzi nudi
per sempre
nel cuore della notte.
Agli occhi di chi ha visto
L’Aquila è semplicemente
piena
di silenzi.
Si vive in quel traslucido equilibrio
tra speranza e accanimento
tra voglia e disincanto
e memoria, e deriva e nido e
dignità
nel non staccare la spina.
Sul suo corpo freddo
ferito
si accendono
le luci di Natale

Ugo Capezzali
L’Aquila, 2010

*

Utopia

Nella prospettiva che la vita

possa interrompersi e che

inconfessabili mutazioni genetiche

possano smemorare della forma

ogni specie

vanno assai di moda le enciclopedie.

Quali inedite arche della natura

che almeno ci permetteranno

di salvare nelle illustrazioni

gli ultimi tipi di universali.

Valentino Zeichen
da Ricreazione, 1979

*

i cani della polizia mi stanno addosso, e i merletti
agli orli delle case proiettati sul muro dal sole
sembrano le note della notte che non hanno lasciato il giorno
quale slabbro posso sopportare alle mie illusioni?
IL MIO TEMPO DELLA VIOLENZA
STA FINENDO E VORREI ANDARMENE CON TE
e vorrei rimanere seria con te
e vorrei resistere con te
in questo verde spiraglio di
fertile speranza
quando voglio venire con te
sento qualcosa di nudo,
un altro

io sono marco polo umanonauta
con tutto il piacere dell’ermeneutica,
tra le storie che ho amato interpretare quella
in cui ero la ragazza semplice e a volte complessata o
storta senza risolvermi mai a scoprire credere emettere che
una sedia è una sedia e non
la (so) stanza d’ingresso di un senso
tutta adornata di semplici aneddoti
o imbrattata della Storia e delle sue tristi chincaglierie
prima galoppo poi in una stanza a cogitare
come inviare truppe e controlli
cani addestrati a mordere il morso alla libertà

…gli addestratori della massa e i loro esperimenti umanisti!

Isabella Tomassi
L’Aquila, 2011

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