TEMPIQUIETI: Vittoria Ravagli -Tra i miti e i meno miti di Antonella Barina

Matthias Brandes

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Antonella Barina lavora dagli anni settanta sul mito al femminile, con viaggi e ricerche documentate fotograficamente. Nei primi anni novanta ha scritto ‘Materno Ancestrale‘, testo in sette ‘Stazioni’, autoprodotto e rappresentato a Venezia tra il 1991 e il 1997, in stazioni staccate ed occasioni differenti, con interpreti diverse, attraverso la Scoletta dei Misteri da lei presieduta. Ha scelto per noi una delle stazioni, la seconda, che ha recentemente ripreso nel febbraio scorso, nel corso dell’ultimo Carnevale di Venezia, al Telecom Future Center, con il titolo ‘Venethea’

La ‘stazione’ che segue è dedicata al Paleolitico, e rivisita la Creazione del Mondo: è una mitopoiesi concepita tra gli anni ottanta e i novanta (primo viaggio di Antonella Barina a Malta 1988):

STAZIONE II

(LA MEMORIA, IL SOGNO, IL PALEOLITICO)

Personaggi: La Signora, colei che genera

La Narratrice

Coro

(Nell’assoluta libertà di riscrivere il mito a partire dal mito stesso, la scena successiva parla della creazione del mondo. È l’interpretazione che ho dato del mito della dea autogenerante. L’albero, mondato da ogni idea di peccato, è una delle sue manifestazioni. Non vi è frutto proibito. La dea albero, la natura, offre tutto ciò di cui si ha bisogno per vivere)

NARRATRICE:

 Lei, bianca di luna, stava.

 Le larghe cosce congiunte

 come due amanti

 e dormiva.

 Sui suoi sogni premevano i non nati.

 CORO:

 Nel tempo che non é segnato nelle pietre e nei libri.

 Nel tempo in cui non si erano ancora separate

 le notti e i giorni.

 In quel tempo esisteva

 solo ciò che si avverte

 nell’abbandonarsi al sonno.

 In quel tempo

 la Signora

 sognava.

 NARRATRICE:

 E sognò un mare

 che si faceva più profondo e scuro

 e le acque che battono sulle spiagge

 Sognò l’increspatura di ogni onda

 Il disegno di ogni nuvola

 Ciascuna pietra di ogni montagna

 I fili d’erba di ogni pianura

 Il granello di sabbia di ogni deserto.

 Sognò l’aria che si faceva più fresca,

 sognò gli alberi.

 E la signora sognò

 un passero

 che le frullava ai piedi.

 LA SIGNORA:

 Io sono te, passero, e tu sei me.

 NARRATRICE:

 E vennero lupi e orsi e il passero fuggì via.

 LA SIGNORA:

 Io sono te, lupa,

 io sono te, orsa,

 e voi siete me.

 NARRATRICE:

 E nei torrenti saltavano i salmoni e gli altri pesci.

 LA SIGNORA:

 Voi siete me,

 pesci,

 io sono voi.

 NARRATRICE:

 E nei sogni presero a camminare donne e uomini.

 CORO:

 La pietra che rotola ne muove altre

 nel canestro le fibre si intrecciano

 ed un vaso sta dentro a un altro

 e quello a un altro ancora.

Le nascite si compiono nella loro giustezza

 e ogni nascita ha in sé la propria morte.

 Non sta a noi dispensarla

 nè farci merito di grandezza.

 NARRATRICE:

 Poi le palpebre della Signora vibrarono.

 Ella sognò rumore di ferri,

 sognò le prigioni e, da una, l’errore…

 LA SIGNORA:

 Tu tradirai te stesso,

 sottometterai la tua specie,

 i tuoi figli ti uccideranno e saranno uccisi,

 le tue figlie si perderanno.

 Nell’amore,

 come una cosa sola,

 vittime e carnefici.

 Vorrai essere padrone e avrai ciò che chiedi,

 ancora non ho sognato la tua fine.

 Cosa sono le tue migliaia d’anni

 a confronto con il mio tempo infinito?

 Io continuerò a sognare.

 NARRATRICE:

 E sognò un albero che dava il suo frutto.

 LA SIGNORA:

 Io sono voi,

 voi siete me.

 Prendete il mio frutto.

Alla seconda stazione è collegata la DANZA DEL SERPENTE O DELLA SPIRALE.

Strumento: aerofoni arcaici, didgeridoo. Metafora creativa fisiologica, alla luce della conoscenza ostetrica, in particolare, la muta ofidica, momento di rigenerazione. Danza estatica paleolitica, sopravvissuta in diversi contesti esoterici e nel folclore. Le sette girano su se stesse da destra a sinistra caricando energia ed eseguono con le mani la forma dell’otto, l’infinito, la quantità innumerevole. Figura ispiratrice: il mare e le nuvole, la Signora paleolitica, la Terra nella sua interezza. La Dormiente di Hal Saflieni. La trottola.

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istar-a.barina

Il testo integrale di ‘Materno Ancestrale’ è pubblicato in: Antonella Barina, Per un Teatro del Vedere – Percorso drammaturgico 1990-1995, Provincia di Venezia, 1997 . Di seguito stralcio della teorizzazione sul teatro, “Teatro come ierofanìa: il vedere”, di Antonella Barina.

TEATRO COME IEROFANIA: IL VEDERE (1990)

(Progetto per la creazione di un teatro condiviso)

Il teatro come ‘comunità di coloro che vedono’ – La parola teatro proviene dal greco théatron, la cui radice riposa nel verbo theáomai, che significa vedere. Teatro, quindi, è la comunità di coloro che vedono (Nicoll, 1971). Aldilà dell’accezione odierna dell’assistere, però, il vedere teatrale contiene un significato diverso da quello che gli attribuisce la sensibilità media (mediocre) odierna. Il greco theáomai, infatti, significa non soltanto essere spettatore, ma anche guardare, contemplare, cercare di riconoscere. Tra l’assistere e il vedere in senso teatrale, pertanto, intercorre lo stesso scarto che esiste tra la figura del semplice vedente e del veggente, dove quest’ultimo non esercita soltanto la facoltà oculistica, ma interpreta, vede, profetizza.

Théãma è spettacolo, theátes chi osserva, assiste, ode, ma soprattutto théa, termine che significa vista, è sia l’osservazione, la contemplazione, che lo spettacolo, in un’accezione in cui l’atto del vedere e il suo oggetto non hanno ancora distinzione, in cui lo spazio scenico non è ancora stato portato fuori da sè, ma vive in quella che potremmo ancora definire un’interiorità sciamanica. La théãsis greca, d’altra parte, è la contemplazione, la conoscenza intima, e non è superfluo a questo proposito ricordare che la contemplazione per culture diverse da quella occidentale non è sicuramente un esercizio passivo, ma un’attiva opera di decodifica dei segni che si manifestano a chi è veggente. Theãrios, cioè veggente, è detto Apollo, dio del vaticinio per greci e romani, la divinità patriarcale che si impossessa del dono della veggenza uccidendo la grande serpe sacra di Delfi, Pito, figlia di Era, dea della terra. La facoltà profetica è infatti strettamente connessa al divino nello stretto legame etimologico tra theáomai, vedere, e theós e theá, dio e dea.

Sono auspicabili approfondimenti specialistici volti a chiarire la relazione linguistica ad esempio tra theá, dea, da théa, vista, tra l’esperienza divina e quella oracolare. D’altra parte, Thea (o Tea) è il nome della dea preellenica della luce, madre di Elio il sole, di Selene la luna, di Eos l’aurora, e cioè degli astri che illuminano la terra (Monaghan, 1987): e noi conosciamo, almeno, il significato iniziatico del termine illuminazione. Cresce quindi il valore semantico di uno stesso termine che significa vista veggente e profonda ed al tempo stesso significa dea, divenendo a sua volta il nome proprio della dea della luce. Tea, ricordiamo, è anche la profetessa che accompagnava Artemide, lunare sorella di Apollo, dea del parto, nelle sue cacce, mentre Teano ne risulta la sopravvivenza orale e poi letteraria come gran sacerdotessa troiana di Atena

(A-θεο-νόα ), altra dea dotata di facoltà profetica, che nel suo aspetto di vegliarda (già consumata la depotenziante triplicità della manifestazione ierofanica femminile) ispirava gli oracoli. Pertanto, la radice del termine teatro, intimamente connessa ad una veggenza di natura oracolare, indica nell’attitudine teatrale, nella sua antica definizione e nella sua intima natura etimologica, la premessa ad un evento ierofanico, dove ierofania significa apparizione del divino attraverso una visione profonda delle cose di cui partecipa tutta la comunità. Estratto da ‘Teatro come ierofanìa: il vedere’ (1990), Antonella Barina, ‘Per un Teatro del Vedere’, Provincia di Venezia, Venezia, 1997

°°

Dall’ introduzione a ‘Per un Teatro del Vedere’, uno stralcio dello scritto di Eva Viani:

“Un procedimento mitobiografico, per utilizzare una sigla di ascendenza analitica – ma di una psicanalisi, non a caso, eretica – presiede il lavoro di Antonella Barina, palinsesto di testi aggregantisi attorno ad una storia, individuale e collettiva…”,

“un testo, o trama di testi, che si articola in una serie di successivi interventi teatrali e di riscritture testuali, dalla prima riscrittura andata in scena al Teatro Goldoni nel 1991..”, “Il fine: ricostruire nella genealogia dell’immaginario femminile la figura del materno ancestrale, scomporne la monoliticità, riappropriarsi dei suoi frammenti”, “Il metodo: un percorso a ritroso nel tempo (dal sacro della cultura cristiana, ai miti classici e preclassici, alla Grande Madre mediterranea fino a quel suono che generò il mondo) e nello spazio (dalle effigi della scultura veneziana, elementi di un paesaggio quotidiano, alla Sicilia della famiglia materna, ai luoghi eccentrici dei viaggi: le isole mediterranee, Messico, Cuba, Brasile, Dahomey e India). Percorso che muove dalla biografia personale e si fa collettivo, s’incontra e coincide con la storia e preistoria delle altre, di tutte, mosso da personali pulsioni, da desideri impiegati come strumento conoscitivo, fabbrica di altri universi e di interpretazione di questo, metodo di lavoro su se stessa e sul resto. Un metodo nel quale confluiscono strumenti semiotici e mitoarcheologici, cultura classica, femminismo e pensiero della differenza, presunte marginalità culturali”, “La parola poetica, infine, come strumento espressivo e di comunicazione: parola piena, capace di trasmettere sensi e significati, corpo e idea, recuperando l’unità spezzata dal privilegio analitico dei testi classici; fiduciosa nella produttività di una voce altra rispetto alla comunicazione impositiva che ha modellato mondi separati, gabbie concettuali, miti imperanti; che ha zittito un genere, gerarchizzato il reale, scritto, letto e trasmesso il potere”, “Così in tutte le direzioni si snoda la ricerca di ogni traccia che conduca a quella parola primordiale negata, a quell’immagine iniziale progressivamente trasformata, ridicolizzata, camuffata; a quel mito solo ‘storicamente’ sconfitto…”, “E questo percorso è, allora sì, e terapeutico e poetico e politico”.

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RELATIVAMENTE ALL’AUTRICE

Antonella Barina (Venezia, 1954). Dagli anni settanta studia il divino femminile con ricerche e viaggi documentati fotograficamente, compiuti da sola o con i figli piccoli, in isole e coste del Mediterraneo; Messico, India, Cina; Cuba, Brasile, Dahomey; Irlanda e Aran, Bretagna e Gavrinis, Gran Bretagna e Orcadi, Danimarca e Bornholm; Anatolia e Canarie. Le sue poesie sono ripartibili in poesie dell’identità, del territorio, del viaggio, in allargamento prospettico fino alle astrali. Scritte “in quanto abitante”, le “olistiche” che danno parola al territorio veneziano figurano nelle raccolte Madre Marghera–poesie 1967/1997 (edita in proprio 1997, selezione Ed.Universitaria 2005), Canto dell’Acqua Alta (Ed.Universitaria, 2000), MestreNiente (“Edizione dell’Autrice”, 2003), confluite nella trilogia Opera Viva (Comune di Venezia, 2007). Quelle di viaggio sono in parte autoedite in “Edizione dell’Autrice”, bimensile cartaceo creato per rendere pubblica la propria produzione (tra le raccolte monografiche, Los girasoles de Ochún, Birds, Poesie dei 50 anni, Inconosciuta, Benvenute ore piccole, Poesieinformadidea, L’Anguana salva, Abito un corpo, la Notte della Pìula, Amo la rana, ecc., consultabili integralmente anche in www.autoeditoria.it e www.edizionedellautrice.it) e in parte edite come l’astrale Turning – Le città della Luna (Empirìa, 2005). Dai primi anni duemila Edizione dell’Autrice dà il la all’autoeditoria praticata come assunzione di responsabilità editoriale da parte dell’autrice/autore. Sempre nei suoi siti, la serie dei Racconti per Venezia (tra cui Albertine, il senso del viaggio) e dei Libretti Rotanti, che si leggono in due direzioni. Dalle diverse opere, pubblicazioni in miscellanee e riviste. Altre pubblicazioni riguardano singoli racconti e saggi, tra cui La sirena nella mitologia (Mastrogiacomo, 1980). Due i video, La pietra, la dea – Viaggio nei luoghi sacri del Mediterraneo insulare (1991) e Madre Marghera (1997). Tra i testi teatrali rappresentati, la riscrittura per teatro dei bambini del Flauto Magico (1981), ed, edite, le commedie ambientalista La Fenice (1983) e storica Seicenta – Vita di Elena Arcangela Tarabotti (1980), la favola poetica Il Vento (1995), il percorso drammaturgico Materno Ancestrale (1990-1997). Dalla fine degli anni novanta si dedica esclusivamente alla produzione poetica, proseguendo con la poesia il “Progetto per un teatro condiviso” (in  Per un teatro del vedere, Provincia di Venezia, 1997), curando incontri poetici allargati promossi col criterio guida di quella che definisce “shatsu-poesia”. Tra questi, il percorso dedicato agli alberi avviato nel 2001 e confluito nella pubblicazione co-autoeditoriale in Alberi – Dieci anni di poesia (2011). ’Tra i progetti editoriali realizzati Strix (1978-1979), Istar (1990-1995), Edizione dell’Autrice (2003). Tra le performance, la Zoster’s House (2011), installazione realizzata al Lido di Venezia con palme che si riproducono nel suo giardino. Già collaboratrice di diverse riviste a partire da Effe, laureata in Comunicazioni di Massa nel 1979 presso il Dipartimento di Spettacolo del Dams all’Università di Bologna, dal 1981 lavora come giornalista all’Ansa di Venezia, dove nel 1995 progetta tra l’altro il dossier Pechino (Quarta Conferenza Mondiale Onu sulla Donna) nel quale registra la crescita di attenzione al ruolo dell’informazione come filone portante del femminile globale. L’esperienza nel mondo dell’informazione la rinforza nella scelta di comunicare in modo pieno attraverso la poesia.

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Nel 2012 proseguono a Marghera le presentazioni di ‘Alberi – Dieci anni di poesia’, percorso poetico da lei avviato e pubblicato in sinergia co-autoeditoriale tra EdizionE dell’Autrice, KiKKaBaU edizioni del pensiero e Gruppo Poesia Comunità di Mestre

(v. http://www.autoeditoria.it/2011/candiani/20settembre.html)

Messa in scena delle prime quattro stazioni di ‘Materno Ancestrale con il titolo ‘Venethea’ nell’ambito del Carnevale di Venezia (con Simonetta Borrelli – amica e webdesigner, vengo con lei a Sasso il 5-6 maggio – dobbiamo ancora metterla sul mio sito, intanto v.

http://www.carnevale.venezia.it/theaters.php?id=2681 ).

In prosecuzione del lavoro sul linguaggio non sessista (http://www.autoeditoria.it/2011/LinguaItaliana/patto.html) aderisce a Giulia, rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome, nel cui sito pubblica alcune poesie di politica dell’informazione

(v: http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=6933&typeb=0&03-02-2012–Festa-a-Venezia-per-il-Patto-sul-linguaggio-anche-al-femminile

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e

http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=10196&typeb=0&E-mollalo-Parole-per-un-rap-sul-femmicidio )

Presentazione dei Manifesti di Edizione dell’Autrice, tra cui Fuori Mercato (2005).

( http://www.autoeditoria.it/2012/fuorimercato/fuori.html )

Incontro ‘Edizione dell’Autrice di Antonella Barina: autoeditoria tra cartaceo e web’ a Mestre (Venezia) promosso dall’Ufficio Editoria della Direzione attività culturali e spettacolo della Regione Veneto. ( http://www.autoeditoria.it/2012/24gennaio/villa.html )

Partecipa a reading poetici collettivi: a Mestre ‘Dimensione artistica’ con le poesie scelte dal gruppo di lettura di Simonetta Nardi a suo tempo per ‘Se non ora quando’ (http://www.autoeditoria.it/2011/8marzo/8marzo.html), a Padova ‘Poesia Fluviale’ con ‘Amo la rana’ (http://www.autoeditoria.it/2010/img/35%20AMO%20LA%20RANA%20a%20due%20colonne.pdf), a Mestre ‘La Palabra en el Mundo’ con poesie tratte da MestreNiente.

Dedicato alla sua produzione poetica sul territorio veneziano, dalla trilogia Opera Viva (1967-2007), il reading del finissage della mostra ‘Global3’ al Candiani di Mestre (11 maggio alle ore 18).

http://www.autoeditoria.it/index.htm

 

Istar – Rivista Centro studi per una nascita naturale 1990

PER UN TEATRO DEL VEDERE-Antonella Barin

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