Carmina flammulae: quando basta una piccola miccia per incendiare l’anima?- Fernanda Ferraresso

terry cervi

.

Per dirti cosa brucio in corpo ogni giorno comincio dal salto, che quotidianamente faccio sentendomi una formica mentre precipita in un vortice. Eppure salto solo dal primo piano della casa dove abito, un condominio abbastanza vecchio, quasi accanto alla biforcazione tra il Bacchiglione e lo Scaricatore. Non godo della bellezza delle tue montagne, troppe costruzioni chiudono il mio orizzonte e ciò che vedo è solo uno specchio d’acqua, conteso tra chi rema e  chi pesca  per passare il tempo contando i siluri che vi nuotano. Ho sempre abitato lungo un fiume, in precedenza era la Brenta, la si cita al femminile e già questo è indicatore di un  semplice ma profondo sentire. Deve essere stato questo elemento, l’acqua,  presenza già viva sin dall’infanzia, che mi ha aiutato a salvarmi,  ricordandomi l’acqua da cui ero venuta ma anche i morti che vi ho visto galleggiare, più d’uno,  per incapacità di continuare a vivere nella miseria, in una nera indigenza in cui vuoto è il sentire, anzi il non sentire l’altro, il non sentire più la vita, vivendo reclusi nello zero di se stessi. Ogni mattina verso il vuoto che mi viene a trovare, appena apro gli occhi, nel momento in cui sento il mondo ripetere il suo rumore odioso, quel ferruginoso suono di rotaia del tram, ma prima ancora un rumore sordo, di fondo, che tutto il giorno resta come un peso sopra e ti invade la testa, e sempre più calpesta ogni altra voce. Il canto degli uccelli lo sento alle cinque, con la bella stagione iniziano prima, già  alle quattro c’è la chiamata sommessa e fitta del risveglio. Dormo con la porta aperta e dunque, finché gli altri umani dormono ancora,  riesco a farci caso e il boschetto che è nato, per una fortuna di cui ringrazio il caso e persino il commercio di abeti natalizi, accanto alla  casa dove abito, ospita i loro nidi e i loro alfabeti così incantevoli che a volte provo a dare loro un rimando, cercando di pronunciare anch’io quei  suoni. Mi pare che mi rispondano, credo più per compassione, perché sono certa che loro sappiano che non rispondo a tono. Eppure anche qui, in questo luogo chiuso sui quattro lati di un piccolo quadrato, da edifici alti, non montagne come invece tu vedi, l’erba, in anni e anni di incuria di raccolta da parte dei falciatori, ha colonizzato dei suoi semi l’asfalto rendendolo con le tante piogge succedutesi un bel prato ed è da qui, da questo piccolo scroscio di suoni sui verdi che raccolgo dentro di me, che inizio la giornata, nel momento in cui sollevo la tapparella fino a vedere il cielo, che anche qui piove voli e  luci e nuvole e voci che vengono a volte da lontano con  un altrove di odori e ancora altro, molto altro. Pensa , addirittura la sabbia dell’Africa, se ne  sta in forma di piccole dune e onde distesa sul mio  poggiolo. Questo micromondo diventa il microcosmo che muove le mie parole e ne fa i passi di molte giornate. La mia orto- grafia con chiusa di assoli di silenzio. Per questo ho scritto un po’ di tempo fa:

Ci sono nelle parole
seracchi e crepacci  scivoli
tra l’erba  legni  torti
ci sono suoni dentro muri d’aria che è roccia e steli
respiri dove stanno appese luci invisibili
ghiacci   spessi    perché le parole scalano
montagne e movimenti d’acqua   interi  interni
rapprendono in torrenti le parole
cascate    dentro quelle pietre di azzurro e come pesci
nei laghetti a volte abboccano
ad un arpione che si conficca loro nella bocca e allora
sollevano la coda alta più di ogni altra onda
e scrivono con un guizzo un senso  un colore o un odore persino un dolore
se ci sono i tasti  buoni
i segni di lettere lontane lettere esiliate che  scappano sulla neve fresca
lasciando impronte di viole e farina di frumento
sono parole non regimentate correnti di  flussi e riflussi
di storie che cavalcano l’arcione della lingua ma alla fine
quando tutto il freddo  è sciolto giù nella gola una voce  fa eco
e la parolasvelta se la fila dentro una tana
e quando la rincorri trovi solo una volpe che su una riga di orizzonte
scodinzola lontana.

La finestra e, dietro ad essa, lo studio in cui lavoro fino a tarda notte, dopo  gli altri quotidiani impegni non derogabili, sono il mio chiostro, il mio hortus concluso dentro il secchio dei miei occhi, nel pozzo dell’orecchio che non accoglie solo quanto viene da fuori, rumori di cantieri, di auto, di sirene, martelli pneumatici, parolacce, grida di gente arrabbiata, bambini sguaiati che non sanno più la pudicizia e ripetono cose sentite dagli adulti per essere loro stessi loro pari. Per quanto mi riguarda mi  basta anche solo un accenno di vento perché si accenda la miccia e il fuoco arda quanto ho in corpo. Lo scrissi anche in Migratorie, anni fa. E poi è la pioggia, la mia compagna preferita, le nuvole, la neve. Mi riportano sempre all’acqua, di cui dicevo prima e di cui ho scritto, ancora una volta in Migratorie, quelle vie di parola che  non sono solo le vie degli uccelli e tu come me conosci bene.  Carmina triumphalia non ne possiedo, ho solo un canto mono-tono dentro il battito cardiaco, il metronomo del mio sentire, dentro un fiato che spesso devo cercare, per quanto è tossico l’ambiente in cui noi, in città, si vive stretti, infossati. Tagliano i cedri del Libano, le magnolie dei bei giardini all’italiana, ma anche i grandi platani, i bagolari, i carpini, gli alberi magnifici che segnavano ombre mai immobili lungo le strade, per farne piste ciclabili, per allargare le carreggiate, poiché la strada è ingombra di auto sempre più grosse, tronfie della loro cilindrata senza cura della polvere sottile che lasciano nell’aria. Non nego, l’uso anch’io l’auto, di dimensioni limitate, non amo l’apparenza, preferisco la sostanza, e devo portare altre quattro persone e il cane, quando viaggiamo insieme, oltre a non spendere troppo per il carburante e tutto il resto. A piedi non si va ormai da nessuna parte, i mezzi pubblici sono stracarichi e sempre meno, si va a piedi in centro, dove è claustrofobico il falso movimento tra un negozio e il prossimo della stessa specie, dove non c’è niente altro che squallore e un falso lusso che non implica bellezza. Depositi di miserie da consumare, un tempo vestivano così i poveracci, di stracci, che ora paghi troppo cari perché dicono siano firmati. Ma da chi? Chi ruba persino la miseria per farne commercio, insieme a molto altro, davvero molto altro? E’ questo il moderno Hortus catalogatus ? Concluso è il viaggio, tra muri sempre più alti, sempre più fitti, perché si cementifica tutto, e su tutto si specula , soprattutto sulla verticale del cielo. Dove posso vedere le rondini? Il codirosso, la beccaccia, il merlo? Persino il pettirosso o il fringuello disertano le nostre vie, in cerca di piccole plaghe di quiete. Vedo una marea di gabbiani, che risalgono il fiume, o di corvi, che puliscono il pattume delle discariche appena fuori città, cresciute dentro sacche enormi di plastica e poi ricoperti con terra di riporto. Strano vero? Anche noi di città abbiamo le nostre montagnole, peccato che siano solo spazzatura, e ancora solo l’erba fa il solito lavoro di colonizzazione. Anche la campagna è stata devastata. Non ci sono i filari di alberi come una volta, dove i contadini sostavano per il pranzo. Tutto piatto, tutto da percorrere con i grossi macchinari tuttofare, tutto da trattare con pesticidi e fertilizzanti che gonfino persino gli alimenti. Tutto si gonfia oggi: le case, enormi, le auto, grossissime, e le facce,  il seno o il sedere delle donne, che si lasciano iniettare sostanze per sembrare giovinette. Nessuno vuole invecchiare. Nemmeno una ruga esposta, nemmeno sulle scorze degli alberi! E allora ecco le betulle, gli alberi di piccola taglia, i gerani nelle aiuole spartitraffico, nelle rotonde fiori, fiorellini che durano una stagione soltanto e sembrano per questo sempre appena nati, mentre ciò che è secolare sembra sappia di stantio, di malattia, anche se è meraviglioso ed esteso oltre la misura delle case va abbattuto, segato, fatto a pezzi. Tutto questo per dire che aprendo il tuo libro, la fiammetta ha bruciato, e un canto si è aperto, alto, quasi quanto ciò che sento le volte in cui mi scoppia il cuore nel vedere qualche seme d’erba farsi spoglia e poi foglia e germogliare dentro l’asfalto, quando sento dai nidi dietro casa provenire il pigolio di nuovi nati, quando vedo un pipistrello volare sul calar della sera dietro a un moscerino o una zanzara inebetita dai veleni e poi le stelle, puntate su quel quadrato cartesiano, fatto di case, in una piccola piazzetta che la crisi ha lasciato al buio per una folla di luci, lontane, forse già morte eppure vivissime, risorte dentro il tratto di buio lunghissimo, fino a qui, miracolosamente arrivate fino al mio silenzio, appesa alla finestra spalancata dentro e fuori di me. Sei certo fortunata tu, che vivi in quei silenzi, il mio lo devo arare,dentro il caos dei rumori, lo devo praticare in immersioni sempre più profonde dentro me stessa e là, al fondo, annegato anch’io, a volte, credo di veder fiorire un tu, quello a cui parlo, che spesso però ha la faccia di un minuscolo fiore di timo che sbuca dal vaso, o la coda di una lucertula o un’ape venuta a vagliare i fiori del terrazzo, la luna sempre vegliante davanti la finestra della mia stanza e…poi di certo, è il volto dell’assenza, quello che sento più vicino e presente, senza però provare dolore, anzi, un’ampiezza che mi toglie il fiato da quanto riesce ad essere sensibile e costante.

Ecco è per tutte queste piccolissime ma ineguagliabili cose che godo immensamente, fino al pianto spesso, complice forse la commozione prodotta dall’età, che mi domando, leggendo il tuo

pulpa rubra
pulpa rubra
sicut casta

sicut nuda
sicut tacens
sicut dicens
sine culpa
rubra pulpa*

se l’anima è là dove si va all’incontro e…

…se non fossi passata dalla mia strada

se mi avessi ignorata
quale bordo d’aria sarei ora?
Se scrivo ma prima

ancora prima  se sento e    sono
la spinta e la spina che tocca la vena e mi porta
luce aria alto il paesaggio di un canto  e mi fascia
inventa e mi  fa
tua nella rotta che inseguo
il seme di voce che colgo  un’acqua di sponda
alla culla di terra

la parola è niente   un bianco    soluto

neve che scioglie

eppure trema l’anima e la pelle  luccica
e di tanto resta resa
fluida ombra toccata dal chiaro che entra esce si  fa
gorgo e  m’incanta  e     io
io
non riesco  non riesco

a tenerla   neanche il fiato   di un oh!

.

E nuovamente tu, Fiammetta che bruci,  mi ricordi che

ogni cosa finisce
sulla cima
ogni tentativo di somma
o di riporto
qui approda al suo esito

non oltre
nec ultra
….non resta che sottrarre
(anche il mio amore)*

.

Eppure da qui, da queste poche decine di alberi, da queste piazze di desolato commercio non posso che risponderti che

tutto è cima e ogni cosa è un pozzo
tutto avviene  perché tracima da una sola zolla
per la liquida corrente di una nuvola
e non c’è     davvero non c’é
sosta tra l’una e l’altra relazione
entrambe si sottraggono  e il risultato
è moltiplicazione
di pani e di pesci di foreste e di rocce
di spiagge in sillabe fini  una mutante migrazione
finché il pellegrino arrivato alla tua porta  bussa e
dentro il  passo
improvviso si apre lo strapiombo della soglia
una grazia mai raggiunta
non un  solstizio epiteliale
ma il gorgo dentro cui cadere in  volo
senza giudizio senza più  precipizio.
.

* Nota- I testi in grassetto appartengono a Fiammetta Giugni e sono estratti dal libro Carmina flammulae, gli altri invece, presenti nella lettura, mi appartengono.

Leggendo Carmina flammulae di Fiammetta Giungi- fernanda ferraresso, aprile 2012

.

marc adamus

.

Da Carmina flammulae di Fiammetta Giugni

.

oggi la neve beveva la pioggia
e senza paura
cedeva il suo bianco
alla terra

anch’io vorrei seguire l’ordine del tempo
e sentirmi sospesa
fra coesa e dissolta

*

che venga il vento

si muova di nuovo
quell’alito contro
che penetrando divide

che venga
violando le canne e gli steli
agitando la parola

che spezzi l’unità del pensiero
e danzi scagliando il suo soffio
contro gli spigoli duri

lo voglio corrente immpazzita
fra i grigi dei sassi
che ho assurto a colori

che sgorga al suo nome
di favonio o di breva
che si alzi per brezza o per bora
dal turbine della sua rosa

*

cosa aggiungi al mattino
e quanto di quest’aria tesa
apprendi
quando rivogli gli occhi al mondo
fino a quale misura tu discendi
e quale verso sussurri al mio destino

in che forza d’amore
ti confondi

*

per onne Aprile
torna lo flor del pruno
e torna l’ape che se ne ‘mbriaca
e torna la luserta
in fra le pietre
che’l verde muove de la dulcamara

e tutto torna
perch’a lo mio amore
Vostra Assenza ritorni
ancora più cara.

.

Fiammetta Giugni, Carmina flammulaeCFR Edizioni , 2012

Prefazione di Maria Cristina Bartolomei. Note di Arnold de Vos e Gianmario Lucini

10 Comments

  1. Seguo da anni con attenzione la parola di Fiammetta, cucita interiormente e sul foglio con estremo, tenace, spirituale rigore. Mi conforta che ci siano creature che lavorano e respirano all’unisono, in un fare che esclude compromessi e abbagli. Elogio il titolo, la copertina, Gian Mario Lucini editore. Faccio notare il nome della collana dentro cui nasce l’opera di Fiammetta Giugni: Collana Turoldo /di poesia dell’Essere: tutto ruota concentrato nella naturale coerenza.

  2. a Fernanda e Fiammetta, ai loro giardini
    “Se c’è tanta parte del mondo visibile che non riusciamo più a vedere è perché lo sguardo interiore necessario per coglierlo è offuscato o rivolto altrove. Di questi tempi la visione è più in sintonia con il virtuale che con il visibile, con le immagini più che con le apparenze, con le rappresentazioni più che con i fenomeni. […]Di questi tempi manca la giusta serenità perché i giardini possano diventare pienamente visibili. Si può dire quindi che viviamo in un’epoca senza giardini, malgrado i tanti che ci circondano.”

    Robert Pogue Harrison, “Giardini”, Fazi 2009

  3. E finalmente Fiammetta Giugni non vede più il paesaggio dall’esterno, ma lo percepisce e lo elabora in un tutt’uno, per cui il referente del pensiero è proprio il mondo, la natura in cui viviamo, nel quale entriamo , in tutte le trasformazioni della vita, rinnovando e portando energia vitale , compiendo ulteriori atti di nascita. E in questi testi la scrittrice si pone, nello scorrere delle immagini, parole, suoni, la domanda di dove si trova quando sente, pensa agisce: al centro della natura , con tutta se stessa, impegnando il proprio corpo, tra il dentro e il fuori, coinvolgendosi nella relazione con l’altro da sè, nel pensiero asistematico dell’essere nel mondo, dell’esserci, anche se questo dovesse costare la sottrazione, la sofferenza, . Bisogna fare attenzione, però, a quel dentro in cui vive questa forte esperienza del vivere;non è l’interiorità che s’identifica con le emozioni, con il sentimento. Quel dentro è uno stare dentro a qualcosa che è radicalmente fuori, è il luogo in cui tutto ciò che è e accade trova la misura lo spazio il tempo, è l’alterità che ogni essere umano incontra più o meno dolorosamente. In quel dentro si opera lo strappo, l’urto provocato da ciò che è altro dentro ll piccolo spazio dell’io.

    che venga il vento

    si muova di nuovo
    quell’alito contro
    che penetrando divide

    che venga
    violando le canne e gli steli
    agitando la parola

    che spezzi l’unità del pensiero
    e danzi scagliando il suo soffio
    contro gli spigoli duri

    Ed è qui che il dentro che diventa fuori e il fuori dentro, che nasce la profondità del sentire, del vivere, nel paticolare modo di sentire un senso esperenziale del vivere.

    Un profondo ringraziamento a Fernanda per averci fatto vivere e sentire attraverso le sue parole e i suoi nascosti silenzi, un ascolto così profondo e
    macerato nel corpo di cose perdute e inseguite invano …

  4. Cara Fernanda, non sono abituata a tanta attenzione verso la mia poesia, e sono commossa e stordita. Commossa, soprattutto, perché tu hai risposto alle mie parole regalandomi la tua esperienza. So bene di essere in qualche modo privilegiata: sia perché vivo in un luogo nel quale sopravvivono delle bellezze, sia perché riesco anche ad esprimerle. A volte mi sento in colpa perché non sono capace di “poesia civile”. Pe rme è civile coltivare l’armonia; torno da tre giorni nel mio broletto (è la casa dei nonni con la terra di competenza nella quale vorrei morire, ma non ho i soldi sufficienti per renderla vivibile tutto l’anno!), torno stravolta dalla fatica perché curo ogni dettaglio dentro e fuori la casa perché chi viene a trovarmi si senta bene. Lotto con i vicini che stendono plastiche e lamiere dappertutto; faccio crescere l’edera, la indirizzo per nascondere le brutture. E’ il mio testamento questo pezzo di terra salvaguardato…
    Volevo risponderti privatamente ma poi ho pensato che non sto facendo nulla di male se ti parlo “con il cuore in mano”, come si dice qui. E poi volevo anche ringraziare la cara Anna Maria che molto opportunamente ha citato Gianmario Lucini, l’editore, che sta facendo moltissimo per la poesia e sta tessendo una rete di incontri e conoscenze che fanno bene. Sostenetelo…!
    E grazie a Anna Bergna e Ipazia 55 che non conosco (che bello quando ci conosceremo!).
    Ipazia ha colto nel segno quando dice: “ In quel dentro si opera lo strappo, l’urto provocato da ciò che è altro dentro il piccolo spazio dell’io.” E’ proprio così: la poesia è il continuo, strenuo, tentativo di ricucire lo strappo.

    Adesso a frullarmi per la testa è il desiderio di mettere sulla carta tutta la serie di tragitti che compio nel mio lavoro. E’ quel momento di “sospensione di negozio” che ha una grazia particolare.
    Ti regalo il primo abbozzo:

    ogni tragitto è la Tua stanza
    dolce accoglienza senza mura
    del mio movimento

    in questa cura vivo
    quasi un’ interrogazione
    non fra quello che lascio
    e quello che raggiungo
    ma fra la Summa e il dato
    in sospensione di ogni intento

    io corro
    (mi aspettano gli umani
    e gli animali inerti
    nelle mani degli elementi)
    e non inseguo altro
    che la Tua presenza
    la fragranza dei Tuoi unguenti

    (perché mi tenti?)

    io seguo la Tua forma
    ma precedo la forma
    dentro la mia materia

    e per quanto diverse
    siano le traiettorie
    dai porcili agli ovili
    dal canile agli apiari
    queste si definiscono a priori
    (e più composte sono
    più perfette)
    e tutto in esse ti somiglia
    ma non sei Tu ancora

    per quante leghe il mio seguire
    mi condurrà al precedere?
    quando potrò fermarmi
    per gridare
    finalmente (o tacere)
    l’ordine di ogni ragione
    e sciogliere il reciproco
    rapporto di ogni azione
    con questa mia passione?

    Un abbraccio

    Fiammetta

  5. Carissima, tu sai quanti chilometri e chilometri macinavo ogni anno, tanti da distruggere per consumazione 5 auto in meno di 20 anni. Tenuto conto che le tenevo sorvegliate e oliate come una creatura da soma (erano loro che mi portavano dove dovevo andare senza avere la possibilità di altri mezzi di trasporto) mi è sempre parso strano che loro si consumassero e io, che invecchiando le conducevo, non subivo la stessa usura. Eppure tanti altri erano i motivi buoni per consumare non solo mani e piedi,ma lo spirito. Credo invece che quella strada, percorsa ogni giorno, dal buio dell’andata a quello del ritorno, per andare a scuola, sia stata maestra di tante esperienze che hanno svuotato la bruttura e coltivato piantagioni di bellezza, anche dentro quella che altri potevano scambiare per desolazione.
    E spesso non vedevo l’ora di andare, persino dentro la nebbia e aspettare tra le sue ombre, in forma di pensieri di gelo, fiori aulentissimi e meravigliosi, che potevo cogliere solamente con la mente, aperta, spalancata porta verso un mondo che non era là fuori ma dentro e dentro cui io stavo senza essere più io.
    Ringrazio ancora una volta te, Fiammetta picciola e brillante, che spandi luce e disegni interi il cosmo e il cielo in cui ti espandi. Un abbraccio e a presto rivederti. ferni

  6. Aspettavo con impazienza il tuo intervento su CARMINA FLAMMULAE, fin da quando avevi pubblicato un’anticipazione del libro e promesso di scriverne, cara Fernanda. Mi limito a dirti: grazie (ogni altra parola sarebbe inutile e retorica). Spero si intuisca quanto quel “grazie” sia colmo anche di commozione e felicità per questo incontro poetico ed umano, così profondamente umano.
    Un grazie anche a Fiammetta Giugni: il suo libro è qui sul mio tavolo, lo vado centellinando e amando sempre di più. Abbiamo un bisogno disperato di poesia.

  7. Grazie Sebastiano, ti leggerò.
    Grazie Antonio. grazie d’aver ascoltato e sentito.
    Grazie a Gloria (Ipazia) e anche ad Anna Bergna per gli ulteriori approfondimenti e ad Anna Maria che sa sempre ben puntualizzare.
    ferni

  8. è bello leggere le voci ( testi e lettura) a confondersi, come assistere al cucito di una mirabile tessitura
    ll nostro vissuto portato alla mensa del giorno, sul tavolo -dignitoso tavolo – di una vita di ricerca, che desidera, crea, produce, si sacrifica
    e i temi, i grandi temi, che a volte fanno male, il volto dell’ assente a divenire ricchezza…

    un saluto
    elina

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