A proposito di Tolmino Baldassari: un poeta da ricordare

giorgio scalco

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Ricordando – Milena Nicolini

La prima volta che l’ho visto, mi ha colpito la sua figura forte, che quasi non si addiceva ad un poeta ‘d’ombra di luna’ come lui : alto, robusto, un corpo solido di terra; ma è vero che, allo stesso tempo, lo si avvertiva leggero e gentile. Anche quelle sue grandi mani, che avevano conosciuto i lavori più faticosi e deformanti, si muovevano in gesti lievi, contenuti, di delicatezza. Così anche la sua voce, che pure s’era spesa nelle assemblee, nelle lotte, aveva inflessioni di mezzaluce, sottili punte di testa e bassi quieti. Lui era proprio questo: la forza contadina e coraggiosa di una terra antica come la Romagna, con tutta la sua cultura ancestrale di credenze, miti, consuetudini; con tutto il suo amore un po’ anarchico e brigantesco e rivoluzionario per  la libertà; con tutta la sua sanguigna cedevolezza alle grandi passioni.
Ma era anche la totale adesione alla  cultura che apre ed unisce tutto il mondo: aveva un profondo rispetto per quanto l’uomo, in ogni campo, in ogni tempo e luogo, aveva prodotto di artistico, scientifico, filosofico; aveva passato la vita a leggere e conoscere i grandi segni della cultura umana: la sua ricca e varia biblioteca lo testimonia tuttora. Io l’ho capito soprattutto da come ricordava le circostanze e parlava delle emozioni dei primi libri letti: erano eventi basilari e a lui cari  come certe affettuosità della mamma o certe esperienze condivise col babbo (non diceva mai: ‘mio padre’o ‘mia madre’, ma ‘il babbo’, ‘la mamma’); e poi ti mostrava le file ordinate della sua biblioteca, soffermandosi su quello lì o quell’altro là, come fossero  dei figli e le loro vicende. Quando ha cominciato a non stare bene, negli ultimi tempi, si è preoccupato della loro sorte, proprio come un bravo padre, destinandoli dove potessero essere ancora sfogliati, studiati, utili. Tolmino, con tutto l’amore che aveva da dare, non aveva figli. Ma aveva una moglie, Giuliana, che adorava ancora alla fine come il primo giorno e di cui raccontava volentieri un particolare della giovinezza, quando il professore emerito, che l’aveva in cura per una grave patologia cardiaca, aveva tentato di scoraggiare il giovane Tolmino a prendere in moglie una che non avrebbe superato l’anno a venire. ‘E invece, vedi?, siamo ancora qua!’: lo diceva con una soddisfazione che gli faceva brillare gli occhi e c’era anche, di sicuro, l’orgoglio di avere sfidato e vinto la morte. Proprio da romagnolo. Vivevano fianco a fianco con la famiglia della sorella di Giuliana, quasi un’unica, unitissima grande sola famiglia; il cognato è stato forse il più caro amico di Tolmino, che non s’è dato pace della sua precoce morte. Quando arrivavi in quella casa, arrivavi da tutti,  quei loro larghi visi ridenti di accoglienza e i grembiali subito annodati per mettere mano alle offerte per gli ospiti: le fragole raccolte nel campo e le piadine tirate con la cannella e il caffè e i dolcetti e.  E poi c’erano i  nipoti amatissimi  e che li amavano tanto, gli zii, sempre cari, a disposizione di coccole e giochi, attenti ai loro bisogni, al loro crescere. E io che guardavo quel piccolo giardino quieto, quegli alberi così quotidiani, quei filari così rassicuranti: ‘ma è qui che hai sentito fermarsi tutto?, è lì che hai visto da lontano il tuo amico morto?, è là che la volpe si fa vedere?’, quasi avessi bisogno di connettere due realtà del tutto discordanti: la serenità del mondo di Tolmino e l’inquietudine misteriosa del suo mondo poetico. Perché, se Tolmino ne parlava, di certe cose, ne parlava come di una comunissima esperienza, con sobrietà e senza sbavature. Ero io, educata alle fiction, che non potevo accettarle come comuni. A poco a poco Tolmino, con la sua poesia, mi ha fatto entrare in un modo di sentire che ho poi capito essere anche il mio, almeno nel senso di una ascendenza che mi connette ad una cultura contadina, tanto antica e radicata, quanto profonda, misteriosa, ancora da capire e scoprire fino in fondo, che apre squarci incredibili sui tempi della Grande Madre, sui grandi passaggi preistorici del nostro simbolico. Certamente la sua poesia mi è tanto cara soprattutto per questi aspetti. Più in là conto che Fernanda mi dia lo spazio per porgere a chi vuole una riflessione sulla poesia di Tolmino che proprio questi aspetti cerca di fare emergere. Ma era poesia molto ricca, che di molto altro ha parlato e detto. Perché lui era molto ricco, aperto, curioso. Ed era anche molto colto, ma in un modo tutto suo: quello che sapeva, che leggeva, doveva metterlo a frutto, diventare parte viva della sua vita, del suo pensare e comunicare; mai lettera morta, mai trofeo da esibire, mai nozione vacua. Così con la gente, con i lettori, con i tanti che gli mandavano le loro cose da leggere. Aveva rapporti con ‘persone’, ci parlava –preferibilmente a voce, magari per telefono, più che per lettera -, incoraggiava, suggeriva, stava paziente ad ascoltare. Ma se ti leggeva poesie nuove, dovevi dargli un silenzio profondo, un’attenzione che, poi, ti permetteva di entrare, passare quel confine che lui sapeva attraversare, e così potevi andargli dietro, al suo piffero magico di poeta psicopompo e sibillino. Nella fotografia che c’è al cimitero lui si sporge verso noi, verso la  luce, da una finestra, in alto, con l’ ombra dietro … Gli ho voluto, gli voglio un gran bene.

Milena Nicolini

giorgio scalco

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 Luciano Prandini – Rimpianto per un amico

Conobbi Tolmino nella seconda metà degli anni ottanta come mio ospite occasionale (dormì sul divano in salotto di fronte al camino) quando mi fece da traduttore con una delegazione del Partito Comunista Messicano, in occasione del festival nazionale dell’Unità. Quell’impegno non lasciava respiro e non ebbi modo di approfondirne la conoscenza, ma la sua espressione, i suoi gesti scolpivano lo spazio con  una leggerezza  che contrastavano con la sua figura massiccia. Oltre ad accendere la mia curiosità, ebbi subito la percezione di un’affinità che travalicava la esperienza politica, sfalsata nei tempi ma sostanzialmente identica: operaio, politico, sindacalista.   In quel momento lui era all’indomani del suo approdo definitivo e totale alla poesia. ‘Ades a faz e poeta’ dichiarò appena varcata la soglia della pensione, nei primi anni ottanta. Un territorio vagheggiato fin  dall’infanzia,  un retroterra che la politica non ha mai diluito o scalzato. Esperienza analoga, nell’idealità e nell’autonomia di pensiero, alla mia, cardine di una sintonia che ha plasmato la nostra amicizia. Io, invece, ero ancora sulle alture di una scelta totalizzante, seppure in procinto di tracimarne i confini. Fu infatti alla fine di quel decennio che feci il mio ingresso, in punta di piedi, in poesia, in coincidenza con i cambiamenti epocali di quegli anni. Per ragioni intrinseche,  dettate non dalla contingenza, ma dalla necessità di corrispondere alla mia visione più complessiva sulla natura dell’uomo. Certo, le vicende e il clima di quell’epoca hanno scavato non poco nella mia come nella sua coscienza. Eravamo alla vigilia della caduta del muro di Berlino e del tracollo dei regimi dell’Est, orfani nel mare aperto della ‘terza via’, l’araba fenice di noi vecchi comunisti non più comunisti. Il dramma per Tolmino, come mi confessò poi con grande intensità emotiva, più della dissoluzione della perestroika (l’esile filo delle nostre residue speranze), fu, in assoluta convergenza con il mio pensiero, la constatazione della nostra impotenza rispetto al destino di  quelle popolazioni in rotta verso la ‘cornucopia’ occidentale. Come la sua zenta (gente) costretta a rincorrere stracci o chimere: povra zenta, in duv’ëi? (povera gente, dove sono?), riflesso inverso del limbo dantesco. Parlammo a lungo di questo, con l’angoscia e la delusione di chi è costretto a subire la forza ineluttabile del destino. Povra zenta, destinata alle fauci di Cerbero, il capitalismo, l’occidente super Faust. ‘La storia non può essere finita’ mi disse un giorno commentando con amarezza, e dispetto, la sentenza – incauta- di Fukuyama, prodroma dell’infausta ubriacatura liberista. Tolmino già ne presentiva l’esito e quando gli sciorinai la mia pessimistica previsione  di un finale, per l’umanità,  alla ‘Grande abbuffata’ di Ferreri, non ripetè ‘povra zenta’ ma disse: ‘poveri giovani’.

Quando gli consegnai Acque occidentali (un poema che scrissi di getto in quel periodo che, partendo dalla Shoah, sfociava nella visione angosciante dell’uomo naufrago nella palude del materialismo e dell’edonismo) mi dichiarò, con enfasi, il suo apprezzamento e la sua condivisione. Ne scrisse anche un saggio pubblicato sulla rivista Clandestino  e compartecipò, poco dopo, con una sua lettura, al mio reading sul poema ai ‘Cortili’ modenesi (il massimo evento culturale estivo modenese).

Fu dunque a cavallo tra gli anni ottanta e novanta che radicammo la nostra  conoscenza. Quando, contemporaneamente al mio ingresso in poesia, avevo maturato la scelta di uscire dall’impegno diretto in politica, non sopportandone più le deformazioni e le ipocrisie. Quando gli raccontai della mia decisione, mi fissò con un’espressione grave poi, scuotendo il suo testone, dichiarò: ‘Per fortuna ne sono uscito prima’.

L’inizio avvenne quando, dopo aver fondato con alcuni amici e amiche (in maggior parte quest’ultime) il Circolo Rossopietra (con la finalità di  fare cultura poetica), decidemmo di occuparci della poesia dialettale. Tolmino fu il primo. E fu un’autentica rivelazione. Un’epifania mozzafiato, come quelle che lui sciorina abilmente nella sua poesia. L’altro grande di cui ci occupammo fu Baldini, un suo conterraneo che lui apprezzava moltissimo, più di Guerra, ma che, indirettamente, alcuni anni dopo, gli procurò una certa amarezza. Mi confessò infatti, un giorno, che un illustre critico, nonché amico, aveva optato per Baldini dichiarando che la vera poesia era la sua.  Lo stesso critico che una volta, volendo scrivere anche lui poesia dialettale e non riuscendo a essere all’altezza, gli chiese: ‘Ma tu come fai che io non ci riesco?’  Quel giudizio mi sorprese molto perché sono due poeti non riducibili a un ordine d’importanza: parlano entrambi della stessa tragedia dell’uomo, ma da sponde diverse: Baldini predilige la chiave teatrale, mentre Tolmino ama il silenzio, l’ascolto, l’attenzione alle sorgenti più minute. E, in definitiva, secondo me, le più profonde. Glielo dissi e lui, pur conservando l’ombra nello sguardo, mi ringraziò con un largo sorriso. Con Tolmino mi trovai subito in simbiosi, avendo in comune, oltre alle radici,  la medesima  visione della realtà in cui l’uomo, preda del suo destino, prigioniero della sua alienazione, soggiace all’impossibilità di riscatto. Lui aveva già all’attivo diverse pubblicazioni importanti (Al progni serbi, è pianôfort, La campâna, La néva, Al rivi d’êria), godeva di molti riconoscimenti ed era citato in molte antologie.   I primi due libri però, tenne a precisarmi fin dall’inizio, li considerava ancora ‘immaturi’, la vera poesia cominciava con La néva, il suo primo capolavoro. Parlava molto di sé (ogni volta che lo andavo a trovare non mancava di farmi il resoconto meticoloso delle sue ultime vicende e dei riconoscimenti), ma sapeva anche ascoltare e apprezzare. Come con il mio ultimo libro di poesie Il sommesso viaggiatore. Quando gli consegnai la prima stesura,  non ancora ordinata in sezioni e nel suo definitivo andamento teatrale, non mi disse nulla. Forse aspettava che fossi io a chiedergli cosa ne pensava. Ma io non lo sollecitai, temendo un giudizio negativo. Lui sapeva essere franco e non me l’avrebbe taciuto. Poi, quando gli spedii, con apprensione, il libro già confezionato, mi telefonò subito. Le sue prime parole furono: ‘Ma cosa hai fatto?!’  Mi sentii precipitare pensando a una stroncatura. Invece, dopo alcuni (sofferti) attimi,  proseguì con queste ‘magiche’ parole: “Hai scritto un capolavoro”. Poi specificò il suo elogio, irrorando  il mio ego come una calda pioggia primaverile. Tolmino (assieme a Caproni) è stato per me il mio principale referente poetico. Ne ebbi la netta percezione quando lesse, in un reading da noi organizzato, Int la végna (Nella vigna, pubblicata ne La néva) dedicata al cognato Sandrin, l’amico più intimo morto prematuramente. Ancor oggi, quando la rileggo, provo lo stesso brividio di allora: U s’éra fat scur int la vegna/ e’ vent l’éva e fes-c lòngh/ j’élbar la vósa basa./ A so armastê in urecia/ e am son basê dri tëra/ e’ cöl pighé cumè un ulöch./ A j ò fat segn cun la mân/ e lo un s’è mös./ Al so che vléva ch’a j andes me,/ mo me am s’èra inciudê: u j’éra int l’eria e’ svuit de’ mond/ un filtar fen ch’un s’pasa (Si era fatto buio nella vigna/ il vento aveva il fischio lungo/ gli alberi la voce bassa./ Sono rimasto in ascolto/ e mi sono abbassato vicino a terra/ il collo piegato come un allocco./ Gli ho fatto cenno con la mano/ e lui non si è mosso./ Lo so che voleva dire che ci andassi io,/ ma mi ero inchiodato:/ c’era nell’aria il vuoto del mondo,/ un filtro fine che non si passa). Lì c’era tutto. Tutto quel mondo che io cercavo, quell’altrove che mi pulsava dentro e che ho cercato di rappresentare per la prima volta in Mingen (una poesia dedicata a un amico di gioventù morto a vent’anni per un incidente sul lavoro). Quando gliela lessi, ancora inedita,  mi fissò con uno sguardo intenso e disse: ‘Questa è la vera poesia’.

La lettura di Tolmino è sempre stata una fonte miracolosa. Il mio ultimo libro, Fulet, in via di pubblicazione,  l’ho scritto interamente con lui nel cuore. Durante il lavoro di revisione e di limatura, mi chiedevo cosa ne avrebbe pensato. Ho cominciato a scriverlo che era ancora in vita ed era scontato che fosse lui il primo a leggerlo. Ero certo di fargli una sorpresa gradita. Lui avrebbe capito subito: non rappresenta solo un  passo oltre, più intimo e disteso, nel mio percorso poetico, ma anche il pagamento del debito che ho nei suoi confronti.  La sorte, purtroppo, ha disposto diversamente e vivo questa mancanza come un’amputazione. Il libro è pronto da diversi mesi ma è ancora lì, non si decide ad aprire la porta…

Da diverso tempo, ogni volta che lo incontravo, mi ripeteva immancabilmente: ‘Basta, non scrivo più, quello che dovevo dire l’ho già detto’. Salvo poi smentirsi con una nuova raccolta. Tolmino si era attestato da tempo all’apice della sua scrittura poetica, raggiunto il quale non gli restava altro che seguire il percorso già segnato sullo scenario della tragedia umana. Ne era ben consapevole e temeva forse di ripetersi o, peggio, di scadere nel manierismo. E io, puntualmente, gli ribadivo il mio scetticismo: per lui, sottrarsi alla necessità di esercitare la sua vocazione, avrebbe significato spodestare  se stesso. Glielo impediva la sua stessa natura, l’inderogabilità da quella realtà che gli penetrava da tutti i pori. Poi venne il periodo della malattia. Un fulmine a ciel sereno. Lo imparai, con sgomento, che era già ricoverato all’ospedale. Non volle che lo andassimo a trovare lì e aspettammo che uscisse. Lo rivedi, assieme a Milena Nicolini (l’amica che mi accompagnava spesso alle sue visite), costretto a letto nel suo studio, assistito da un’infermiera, destinato, nella migliore delle previsioni, a una carrozzina. Era sottomesso al male, ma cercava, faticosamente, di reagire. Nel suo sguardo primeggiava l’ombra.  Agli inizi di luglio del 2009 mi scrisse: (…) anche se per me è difficile, stante le mie condizioni di salute, avere uno stato d’animo ‘normale’, dopo mesi d’ospedale e ormai in carrozzella (…) sono in condizioni di angoscia. Ma quel che mi fa più soffrire sono le condizioni di Giuliana, ormai disperate, dopo tre mesi presso una casa di cura di Cesena e ora all’ospedale di Ravenna…  è una strana cosa la vita: ‘effimeri, che siamo? /o che non siamo? Sogno/ d’un ombra l’uomo…’ (Pindaro). Poesia non ne creo più Per quanto mi riguarda, quello che dovevo dire l’ho detto. Ho avuto questa fortuna (…).

L’ho letta solo l’otto agosto, perché ero in ferie ed è rimasta ancorata nella cassetta per un mese. Ebbi una sferzata al cuore. Gli telefonai subito e mi sembrò rinfrancato dai miglioramenti che nel frattempo erano intervenuti. Infatti dopo diversi mesi sembrò potesse uscirne, riusciva ad alzarsi e a camminare con le stampelle. Ma poi, nel soccorrere Giuliana, ebbe una ricaduta da cui non si riprese. Più della malattia, però, gli fu fatale la morte di Giuliana. Appresi la notizia da Milena , che gli telefonò anche a nome mio per concordare una visita, a funerale avvenuto: i parenti, non trovando il suo indirizzario, non avevano potuto avvertirci. Stessa cosa per tanti altri suoi amici. Milena me lo comunicò piangendo e anch’io, fulminato, non potei trattenere le lacrime. Fuori da ogni retorica, non posso tacere che mi manca immensamente: con lui se n’è andata una parte di me stesso. A volte, quando mi assento dalla quotidianità, o mi trovo da solo in campagna, irrorato dalle voci degli alberi, o all’alba quando il canto degli uccelli intinge il silenzio, mi ricompare con il suo sguardo bonario e penetrante; non parla ma odo la sua voce: at l’éva dit, te l’avevo detto. E tutto il mondo si concentra in quest’attimo. E mi ritrovo accucciato davanti a una scolina, nel paesaggio della mia infanzia, con lui dall’altra parte che mi guarda come lo guardava Sandrin nella sua vigna. E m’illudo che, prima o poi, spunti davvero da qualche albero o cespuglio. Accanto ai miei ‘Fulet’.

 Luciano Prandini

giorgio scalco

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.TOLMINO BALDASSARI

POESIE 

da E’ pianafört, Ravenna 1977

Ori  bianchi

E chesca dagl’j’ori biänchi
al fofli al sona in t’l’urloz
pìguri so par la muraia
una luna ciutëda da la neva
l’am zira ‘d dentar giazeda.

Ore bianche – Cadono ore bianche/ i fiocchi di neve suonano nell’orologio/ pecore su per il muro/ una luna coperta dalla neve/ mi gira dentro fredda.

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Da La campana, Forlì, 1979

I bév cun me j amigh

Ad nöta i bév cun me j amigh
a s’atruven da un étar tempo
u n’è ch’a ciacarèma tânt
i cheş dla vita j è zà sté
ognun e’ sa che cl’êt l’è lè
mo cvéşi an s’avden
an saven evânt mònd ch’ui sia
o ch’u ni sia.

Bevono con me gli amici – Di notte bevono con me gli amici/ ci troviamo da un altro tempo/ non è che parliamo tanto/ I casi della vita sono già accaduti/ ognuno sa che l’altro è lì/ ma quasi non ci scorgiamo/ non sappiamo quanto mondo ci sia / o non ci sia.

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Da Ombra d’luna, Udine, 1993

E’ capël

 e’ capël e’ muriva
int la luş ziga dla mateena
in so int e’ cumò
l’éva fni d’cuntê una stôria
cminzêda de’ nuvantaquàtar
e adës e’ capël e’ muriva
quânt che i rastel j è giazì
e al gozli dla guaza agli è férmi

Il cappello- Il cappello moriva/ nella luce cieca della mattina/ sul comò/ aveva finito di contare una storia/ cominciata nel novantaquattro/ e adesso il cappello moriva/ quando i cancelli sono freddi/ e le gocce della guazza sono ferme

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La vóipa

la nöta dacânt e’ cumò
la vóipa la pasa
int l’óra piò fònda
us sint e’ rispir
de’ mònd ch’u s’è férum

La volpe –  la notte accanto al comò/ la volpe passa/ nell’ora più fonda/ si sente il respiro/ del mondo che si è fermato

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E’ piuvéva fôrt

a sèma insen tórna a la têvla
fora e’ piuvéva fôrt
e l’éra bël a ‘tê d’ascólt
l’aqua ch’la batéva int i cop
la saltéva int ca córta
la curéva in i fos
u ngn’éra prinzipi u ngn’éra fen
e’ mònd e’ duréva d’dentar

Pioveva forte-  eravamo insieme intorno alla tavola/ fuori pioveva forte/ ed era bello stare in ascolto/ della pioggia che batteva sui coppi/ saltellava nella corte/ correva nei fossi/ non c’era principio non c’era fine/ il mondo durava dentro

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Al cadeni di poz

U s’è farmê l’urloz
par  ‘tê d’ascólt l’armrór de’ vent
par d’là di sùùint e’ canéd

al cadeni di poz
al chesca zò par la muraja
dla luna rosa che la zira
staséra in so int e’ moc de’ strâm

al cadeni di poz
al pôrta i sec dalòngh

Le catene dei pozzi – s’è fermato l’orologio/ per ascoltare il rumore del vento/ di là dei solchi nel canneto// le catene dei pozzi/ cascano giù per la muraglia/ della luna rossa che gira/ stasera sul mucchio dello strame// le catene dei pozzi/ portano i secchi lontano

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Da  E’ zet dla finëstra, Bologna 1998

La Pierina

é ch’a m’arcord dla Pierina
pugéda a e’ mur dacânt a ca
l’éra malêda e la jè môrta zóvna
e dö i géva “la póra Pierina”
– me a séra incóra un babin –

e pu in l’à piò det
adës l’è còma s’la ni fos mai stêda

La Pierina- sì che mi ricordo della Pierina/ appoggiata al muro accanto a casa/ era malata ed è morta giovane/ e dopo dicevano “la povera Pierina”/ -io ero ancora un bambino-/ poi non l’hanno detto più// adesso è come non ci fosse mai stata

giorgio scalco

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Un mêr da dalòngh

a so intrê int e’ tu respir
chêlum
cumè un mêr da dalòngh
intórna u j era un zérc
alzir
a l’avèma fat nun

Un mare da lontano – sono entrato nel tuo respiro/ calmo/ come un mare da lontano/ intorno c’era un cerchio/ leggero/ l’avevamo fatto noi

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A toi méi

a toi méi un ciap ad stúran
ch’ai gvérda ch’i vóla cla vôlta
cha séra int e’ cavdêl
int un nuvèmbar ad tëri spianêdi

a j ò gvardê fina ch’in s’è piò vest
e u m’è armast un avdé e un nòn avdé

Preferisco –  preferisco uno stormo di storni/ ch’io li guardi volare nel tempo/ che ero nella cavedagna/ in un novembre di terre spianate// li ho guardati fino a che non si sono visti più/ e m’è rimasto un vedere e un non vedere

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Culur

e’ zal culór dalòngh
e’ vérd a mezavì
e’ blu ch’a pôrt indös
e’ mònd l’è culurê
e int l’òmbra dal câmbri
u j è luş d’un gvardê

Colori-  il giallo colore lontano/ il verde a metà strada/ il blu che porto indosso/ il mondo è colorato/ e nell’ombra delle stanze/ c’è la luce d’un guardare

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Da L’éva, Rimini 2002

I pasarot

i pasarot int i rem stil ch’in s’véd
fìrum taché sò in l’êria
caicvël i pensa

ai vegh nench a la nöta cun j oc ciuş
al vóşi şmorti
ch’a j ò pinsir de’ mònd

I passeri – i passeri sui rami sottili invisibili/ fermi appesi all’aria/ qualcosa pensano// li vedo anche la notte con gli occhi chiusi/ le voci spente/ che ho i pensieri del mondo

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Câmbri  dla memôria

u n’è sól un caicvël ch’a s’arcurden
mo l’è cvel ch’u s’à fat nun
zenta ch’an sen int la stôria
parchè a sèma puret ch’a fadighèma
e s’incuntren di sbaruzér
l’è sól parchè ai pinsen
sól nun però chè adës l’è un’ êta stôria
u ngn’è piò nisun ch’al sépa
nench se cun tot e’ dafê
as putrèsum farmê a ‘tê d’ascólt
caicvël d’un’êta vita
e’ lavor  e’ lavor ch’u j è stê

Camere della memoria- non è solo qualcosa che ci ricordiamo/ ma è quello che ci ha fatto noi/ gente che non siamo nella storia/ perché eravamo poveri che faticavamo/ e se incontriamo dei barrocciai/ è solo perché ci pensiamo/ solo noi però ché adesso è un’altra storia/ non c’è più nessuno che lo sappia/ anche se con tutto il daffare/ potremmo fermarci ad ascoltare7 qualcosa di un’altra vita/ il lavoro il lavoro che c’è stato

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Da Canutir, Rimini 2006

Un mament

l’éra un gran zet ad stëli
e me a séra a lè
nenca j animalin j éra fìrum
l’érba la j éra sota e tot al piânti
nench j élbar grènd in chêv de’ cantir
t’sira incantê
mo u t’avniva una voja d’culór zal
cveşi una porbia tra al didi
t’capiva ch’l’éra un mament
sól un mament
ad piò un putéva lës

Un momento- era un gran silenzio di stelle/ e io ero lì/ anche gli insetti erano fermi/ l’erba era asciutta e tutte le piante/ anche gli alberi grandi in fondo al campo/ eri incantato/ ma ti veniva una voglia di colore giallo/ quasi una polvere tra le dita/ capivi che era un momento/ solo un momento/ di più non poteva essere

 .

giorgio scalco

 

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Da L’ÉVA (2002)

Sânza temp
i murt i n’à un temp
e’ temp de’ nöst arcôrd
u ni à piò fôrza d’nun
ch’andren tra d’ló

Senza tempo – i morti non hanno un tempo/il tempo del nostro ricordo/non dice niente a loro/ma hanno più forza di noi/che andremo tra loro

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Da OMBRA D’LUNA (1993)

ÒMBRA D’LUNA

fórsi u n’è sól e’ ven
ch’e’ rapa so int al médi
o e’ rogia int e’ mudêl de’ poz
e che piò têrd us férma
in so int al veti dj élbar

o l’aqua ch’la j è fnida cun e’ sòn

int e’ zet de’ fê de’ dè
u s’è sintù cumè una böta sórda
a d’là in la câmbra şvùita

e alóra t’pu ciamê e i n’abêda

se t’tè d’ascòlt la nebia int e’ rivêl
quela ch’la stà piò zeta zò int e’ fiun
un galöp ad cavël int la pianura

e döp un quël ch’ò pérs ch’an m’arcôrd piò
un’òmbra d’luna ch’l’atravérsa e’ mêr
jè scurs ch’a n’en piò fat

e u j éra e’ sumar d’San Juşëf
– o de’ Signór?-
macia scura int e’ nibion
d’una pianura lêrga
fina a la fen de’ mònd

e pu una séra
u s’incontra la lòva int e’ cavdêl
e tròmbi al ven  zò zeti da l’inféran

OMBRA DI LUNA- forse non è solo il vento/ che si arrampica sulle mete/o grida sulla vera del pozzo7 e che più tardi si ferma/ sulle vette degli alberi//o la pioggia che è finita col sonno//nel silenzio del far del giorno/si è sentito come un colpo sordo/ di là nella camera vuota//e allora puoi chiamare e non rispondono//se ascolti la nebbia nell’argine/ quella che sta più silenziosa giù nel fiume/si ferma il mondo o che va dritto per sempre/un galoppo di cavalli nella pianura//e dopo una cosa che ho perduto che non mi ricordo più/un’ombra di luna che attraversa il mare/sono discorsi che non abbiamo più fatto//e c’era l’asino di San Giuseppe/ -o del Signore?-/macchia scura nel nebbione/di una pianura larga7fino alla fine del mondo//e poi una sera/s’incontra la lupa mannara nella cavedagna/e trombe vengono giù silenziose dall’inferno

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FIGURI FATI D’PËZA

sânza la mùşica ch’lam daşes e’ temp
al gâmbi al s’éra alzêdi dentr a l’êria
int una luş che la ngn’è piò
e sòbit döp figuri fati d’pëza
là int e’ fònd dla câmbra
ch’e’ pê ch’al bëla e’ tango
(l’è la Marì de’ Gag
l’è Sivio ch’us ch chêva un stivêl
e me ch’a pas sânza lasé una pëdga
in da ch’e’ şbat l’òmbra dla tëra)
e’ nòn Nando a l’ò vest sól una vôlta
l’éra int e’ mëż dla strêda
cun e’ curpet e um pê ch’e’ rides
e döp a l’ò zarchê
e gnit e’ nòn u ngn’éra
adës e’ temp u s’è basê int la stopia
i guzlun i camena zà int e’ strâm
prèma ch’us fëża nöta
la luş la s’apögia int i rem
e las ciud int i fiench ch’i fa mêl
par arivé in dal murài
êlti tröp êlti int e’ zil
e pnël ch’us suga int e’ scur dla matena
ui vreb un fabiôl ch’e’ sunes
i vreb de’ grân in fiór sota la róvra
o nenca e’ biş ch’e’ zira int al saleni
l’armor d’una chitara
un dé ch’j à fat e’ salghê nôv
ui  vreb una cantêda a góla vérta
tra mëz i bosch ad spen
e quel ch’l’è stê l’è stê
sânza bşogn d’fê un gran so so
e’ temp ch’e’ fa quel ch’e’ farà
sempr int i scurs dla zenta
l’arcôld ch’e’ dà la tëra

FIGURE DI PEZZA- senza la musica che mi scandisse il tempo/le gambe si erano alzate dentro l’aria/ in una luce che non c’è più7e subito dopo figure fatte di pezza/là nel fondo della camera7che pare che ballino il tango/(è la Maria del Gag/è Silvio che si leva uno stivale/e io che passo senza lasciare un’orma/dove batte l’ombra della terra)// il nonno Nando l’ho visto solo una volta/era in mezzo alla strada/con il corpetto e mi pare che ridesse/e dopo l’ho cercato/e niente il nonno non c’era//adesso il tempo s’è abbassato nella stoppia/i goccioloni camminano già sullo strame/prima che faccia notte/la luce si appoggia sui rami/e si chiude nei fianche che fanno male/per arrivare a muraglie/alte troppo alte nel cielo//il pennello che si asciuga nel buio del mattino//ci vorrebbe un flauto che suonasse/ci vorrebbe del grano in fiore sotto la rovere/o anche le alghe che girano nelle saline/il rumore di una chitarra/un giorno che hanno fatto il pavimento nuovo/ci vorrebbe una cantata a squarciagola/in mezzo alle siepi di spini/e quello che è stato è stato/senza bisogno di farne un dramma/il tempo che fa quello che farà/sempre nei discorsi della gente/il raccolto che dà la terra

giorgio scalco

.

PR ADËS

pr adës a so ‘que ch’a scor cun vujétar
e’ vent a l’ò sintù incóra int la faza
un vent ch’e’ pögia e’ muşi nt i gambun
piò têrd a magnaren a tirumbëla
e al stëli al farà grop sóra la tësta
a so ‘que ch’a scor cun vujétar
e a pens chi sa e’ parchè
da burdël um piaşéva e’ liron
ch’e’ sunéva int e’ d’fora dl’orchëstra

PER ADESSO- per adesso sono qui che parlo con voi/il vento l’ho sentito ancora sulla faccia/un vento che poggia il muso sugli steli//più tardi mangeremo a più non posso/e le stelle faranno gruppo sopra la testa//sono qui che parlo con voi/e penso chi sa perché/da ragazzo mi piaceva il contrabbasso/che suonava nel di fuori dell’orchestra

*

Da I VIDAR (1995)

I vìdar
i murt is pérd a la strêda
j è sté n’è sté
ui gvérda i vìdar la matena prëst
cumè una fanfara
ch’las sint apèna
j à sól sta cumpagnì

I vetri – i morti si perdono lungo la strada/sono stati non sono stati/li guardano i vetri la mattina presto/come una fanfara/che si sente appena/hanno solo questa compagnia

*

Da LA NÉVA (1982)

Int la vegna
U s’éra fat scuri nt la vegna
e’ vent l’éva e’ fes-c lòng
j élbar la vóşa basa.
A so armastê in urecia
e am so basé dri tëra
e’ cöl pighé cumè un ulöch.
A j ò fat segn cun la mân
e lo un s’è mös.
Al so che vléva di ch’a j andes me,
mo me am sèra inciudê:
u j éra in l’éria e’ şvùit de’ mònd,
un folta ch’un s’pasa.

Nella vigna- Si era fatto buio nella vigna/il vento aveva il fischio lungo/gli alberi la voce bassa./
Sono rimasto in ascolto del vento/ e mi sono abbassato vicino a terra/il collo piegato come un allocco./
Gli ho fatto cenno con la mano/e lui non s’è mosso./Lo so che voleva dire che ci andassi io,/ma mi ero inchiodato:
/c’era nell’aria il vuoto del mondo,/un filtro fine che non si passa.

***

RELATIVAMENTE ALL’AUTORE-

Tolmino Baldassari è nato nel 1927 a Castiglione di Cervia (Ravenna). È stato meccanico, bracciante, funzionario politico, sindacalista e consigliere comunale a Cervia. Si è costruito fin da giovanissimo da autodidatta una vasta cultura, soprattutto letteraria e poetica. Nel 1962 si è trasferito a Canuzzo di Cervia, dove è rimasto fino alla fine, avvenuta il 27 aprile 2010. E’ restato  fedele, nelle sue poesie, al dialetto di origine, ben distinto dalle altre parlate romagnole per certi suoni che ne accentuano l’intensità e il fascino. Ha tenuto lezioni di letteratura e corsi di poesia presso varie scuole e “L’Università degli adulti” di Ravenna. Ha curato la traduzione di classici del Novecento, tra cui inediti di F.G.Lorca. In poesia ha pubblicato: Al progni sérbi, Ravenna 1975, è pianofôrt , Ravenna 1977, La campana,  Forlì, 1979, La néva, Forlì, 1982, Al rivi d’êria, Firenze 1986, Quaderno di traduzioni, Forli 1990, Òmbra d’luna, Faenza 1995, E’zet dla finëstra, Castemaggiore 1998, L’éva, Villa Verrucchio 2002, Se te t’gverd, Osnago 2005, Canutir, Rimini 2006.

È presente nelle antologie nazionali Mondadori (1984), Einaudi (1987), Garzanti (1981). È incluso nelle storie della letteratura italiana Garzanti (1987), Einaudi (1989), Curcio (1990), Rizzoli (1992), Newton Compton (1994), UTET (1996), e nel “Dizionario della letteratura italiana del Novecento”, Einaudi 1992.  Particolarmente significativa e importante anche l’autobiografia Qualcosa di una vita, Lugo 2007 e l’opuscolo Cervia un luogo del vivere, Lugo1998. Per Puntoacapo Editrice è apparso di Tolmino Baldassari, L’ombra dei discorsi. Antologia 1975-2009 a cura di Gianfranco Lauretano.

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11 pensieri su “A proposito di Tolmino Baldassari: un poeta da ricordare

  1. Ho conosciuto e anche frequentato, pur saltuariamente, Tolmino e mi sono trovata in entrambe le due descrizioni: era proprio così, un corpo forte e un’anima lieve e delicata come una piuma. La sua militanza come sindacalista gli aveva forse affinato il gran rispetto per gli uomini ma la sensibilità nel cogliere i lievi sussulti d’animo e le visioni predittive, erano una caratteristica tutta sua.
    Davanti a poeti come lui, che in vita sono stati sì riconosciuti come tali, ma indisponibili alla gazzarra del presenzialismo dei critici, occorre fare un gran silenzio e rileggere le sue poesie, che rinfrancano anche in questi tempi bui.
    Narda Fattori

  2. Non conoscevo questo autore, i suoi testi e la sua storia li ho incontrati attraverso Milena che qui lo ricorda con Prandini. Anticipo che altri saranno i testi che, sempre Milena, mi ha promesso invierà per farne un quaderno a disposizione di noi lettori.Grazie per queste memorie ricche di umanità e grazie per quanto ancora tu Milena, e Tolmino ci regalerete. fernanda f.

  3. mi ha colpito in particolare la lettura di Milena, la descrizione di una persona “accogliente”, vigile alle sollecitazioni della vita, in grado di “portare” attraverso le sue parole
    attendo di leggere altri testi per cogliere e conoscere la sua persona

    elina

  4. Bella, interesante,articolata la recensione! Io però vorrei proporvi di fare un sito o blog tutto al femminile e di inserirvi la grande Marcia Theophilo , candidata an Nobel. Ho tutto il materile, le poesie, registrazioni di conversazioni con lei, ma, sinceramente, lo vorrei postare su un sito che tratti solo di Talento femminile. Vi sti
    Senza nessuna intrusione di case editricimo molto, ma se non avete quest’impostazione, lo farò io tra un po’- Noi donne scriviamo solo da 150 anni, e siamo molto brave. Anche in arte visiva musica etc. Se questo sito diventa al femminile, vi passerò il materiale originale che ho raccolto. Altrimenti potremmo farne un altro. Con impostazione , temi, registri stilistici e opere… di talenti ‘femminili’
    Ma il sito, cmunque, io lo farò fare. Se voi siete d’accordo, se potete farlo o trasformarlo, mi date notizia. Grazie!
    Ma senza nessuna intrusione di case editrici che fanno mercatoe,come si dice oggi, con parola che detesto, business.
    A voi tutte con stima e affetto
    Gloria
    da questo sito nascerà un bel libro…..che interessamolti su twitter etc

  5. Cara Gloria, qui nessuno rappresenta nessuna casa editrice.Chi scrive qui mette in evidenza ciò che è ricchezza dell’umano, ivi compresa la critica, sia essa diretta ad una donna come pure ad un uomo. Il lavoro è lavoro condiviso senza violenze di alcun genere e/o meschinità. La tunica che ciascuno si porta cucita addosso, per ciò che ci riguarda, non è elemento discriminante. Lo è invece un pensiero contraffatto, il falso, il raggiro, l’interesse speculativo a favore del denaro e del guadagno fine a stesso. Tutto ciò non rappresenta ricchezza. Per noi non il capitale è di capitale importanza, ma il luogo, sia esso la casa che ci ospita, il pianeta o il cosmo e l’essere, in qualsiasi modo sia configurato. Lavorare insieme, senza escludere chi potrebbe portare il suo contributo a favore di tutti, per partito preso, non ci sembra un buon metodo né davvero producente. Femminile o femminismo sono dei punti di vista e di essere che devono continuare ad evolversi, indipendentemente da ciò che i tempi e le mode vorrebbero fossero, inquadrandoli in schematismi che sono poi solo ghettizzazioni di pensiero. Questo sito ha fatto proprio lo spirito più autentico della comunicazione e dell’arte, della fertile pluralità dei linguaggi espressivi, liberi interpreti della realtà e del vivere sociale quotidiano, senza accettare schiavitù e servilismi di alcun genere di potere voglia imporsi come sistema morale fondato sull’opportunismo e non sulla gratuità e la condivisione. Questo sito inoltre sarà sempre lieto di ospitare voci di persone autentiche e critiche, libere, che non si tirano indietro davanti alle diverse situazioni, siano queste economiche, ideologiche, politiche e non “speculano” se non come metodo di studio, per approfondire la propria e l’altrui conoscenza, offrendo l’esito del proprio studio individuale anche agli altri. Marcia Teophilo,a cui auguriamo un avvenire in cui ciò per cui si batte da anni si realizzi, perché l’Amazzonia è vita per tutti, non solo per il suo popolo ed è parte del corpo intero del nostro stesso corpo, sarà sempre una gradita ospite, ma non accettiamo ultimatum e delle proposte di baratto che implicano modalità di pensiero obbligatoriamente diverse. f.f.

  6. Condivido in pieno, carissima Fernanda.
    Grazie per questa puntualizzazione che conferma quanto ossigeno vivificante ci sia in CARTESENSIBILI.
    Grazie a te e a tutta la Redazione per il lavoro e la splendida ospitalità che donate

  7. Non avevo nessuna intenzione di barattare, nè accuse da fare. Ho fatto solo una proposta diversa,che mi sta a cuore. Ho indicato delle ipotesi di nuovo sito, ma assolutamente nessun baratto o cose che non sono nei miei pensieri….Ho tentato un progetto insieme, con delle indicazioni di massima, come si fa di solito. Nient’altro. Di solito dico chiaramente quello che penso e non m’importa delle conseguenze. Ma stavolta no, era solo una proposta che mi piaceva. nella risposta, invece, si dice tutt’altro. Ghettizzazioni, ma non è un ghetto il talento femminile; parlavo di registri stilistici e temi. Poi ho cercato di mettere noi tutte sull’avviso, che è facile essere sponsorizzate, non ho detto che lo siete. Non vorrei che mi fossero messe in bocca frasi accusatorie che non ho detto. Non ritengo che gli stli e i temi delle donne-autrici, nella loro diversità (che è ricchezza), siano una ghettizzazione, soprattutto visto che da anni scrivo libri sulla Storia delle donne. Che leggo Dwf, che sono in contatto con vecchie e nuove femministe e studio la questione femminile da tempi lontani, continuando anche su nuovi modalità.
    Sono stata accusata da Blanc de ta nuque di parlare di talento femminile ma di non essere capace ,come tutte le donne, di fare rete. Ho dato ragione a Stefano e ci sto provando. Ho tentato anche con voi. Non credo dello stile e nei temi ‘neutri’.
    Vi ho spiegato tutto. Absit iniuria verbis.

  8. Ricevo, attraverso Zena Roncada, la testimonianza di Ornella Fiorini, che attraverso e mail mi dice di prendere dal suo sito la memoria, avendo delle difficoltà a connettersi con il pc, direttamente. Così riporto l’url della pagina in cui lei, Ornella, parla di Tolmino.La ringrazio e spero che, superate le difficoltà temporanee di connessione, venga a farci visita.f.f.

    http://www.ornellafiorini.com/StoriaTBaldassari.html

  9. Ho solo colloqui silenziosi con le parole di Tolmino Baldassari: non l’ho mai incontrato di persona, eppure la sua poesia, che parla-tace, mi fa sentire a casa, ogni volta. Chiama dentro.
    E così continuo a ritrovarmi in quelle sue mattine dove passa un niente (in dóv ch’e’ pasa un gnint), solo il respiro o il vapore di un vento di marzo.

    Occorre un grande cuore per cogliere il niente di un fiato o per sentire come il silenzio sappia battere nella testa di una stoppia “ch’la balena žala”, che balugina, gialla.

    Quando ho saputo della sua partenza, mi son tornati in mente i versi di Al rivi d’êria (Le rive d’aria):
    us šluntâna quaiquël ch’a n’en ciapê
    râma fiurida int l’êria rôša
    luš de’ mònd ch’ la camena vérs e’ bösch
    (si allontana qualcosa che non abbiamo preso
    rama fiorita nell’aria rosa
    luce del mondo che cammina verso il bosco).

    Non c’è stata tangenza, ma le parole sanno la strada.
    Grazie per tenere amorevolmente aperta la porta della memoria.
    zena

  10. Che belle parole, Zena! Credo davvero che tu abbia un dialogo speciale con Tolmino. Grazie di avercene parlato. A proposito di alcuni messaggi qui sopra, io vorrei solo ribadire l’eccezionalità di questo spazio che Fernanda ci appronta con amorosa ‘cura’, sì, tutta femminile, sì, ma che non vuole escludere nessuno. Altri, e doverosamente deputati e motivati, possono essere gli spazi di una riflessione di genere tutta interna al genere; credo comunque, io molto legata ai temi di genere per poesia e arte, che occorra anche dare visibilità nel mondo al fare delle donne. E, pur se retto da un simbolico che tantissimo esclude e dimentica delle donne, comunque il mondo, dove le donne vivono ed hanno relazioni, non è neutro. E Cartesensibili non è fuori dal mondo.
    Milena

  11. Pingback: A proposito di Tolmino Baldassari: un poeta da ricordare- PROPOSTA DI RILETTURA | CARTESENSIBILI

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