La Dracaena Draco- Mauro Longo

dracaena draco- socotra (yemen)

La Dracaena Draco è una pianta conosciuta in passato con un nome straordinario, che allude subito a magie e portenti antichi. Essa era l’Albero del Drago, un essere vivente ritenuto misterioso e prodigioso, che poteva essere inciso e liberare una delle sostanze più preziose dell’antichità: il “Sangue del Drago”. I sapienti romani e greci conoscevano infatti un reagente chimico che utilizzavano in medicina e tintura, il cui colore e la cui densità, unite alle portentose caratteristiche, faceva loro pensare a qualcosa di preternaturale e magico, come appunto il sangue di un drago. In realtà, quello che mercanti, carovanieri e speziali vendevano nelle grandi città del bacino mediterraneo come sangue del drago erano sostanze di diversa origine e natura. C’era sicuramente il cinabro, minerale da cui si estraeva il mercurio, attraverso la forma cristallina del solfuro di mercurio. Una mistura contraffatta che vendeva smerciata poi ai clienti meno accorti o a quelli che volevano risparmiare era composta da sangue di bue, sorbo secco e polvere di terracotta. La maggior parte dei carichi di sangue di drago “originale” (in questi casi chiamati anche “vero sangue di drago” o “cinabro vegetale”) erano invece composti dalle resine essiccate o semiliquide estratte dalle differenti specie di quattro distinti generi botanici: Pterocarpus, Croton, Daemonorops e, appunto la Dracaena. Tra tutte queste modalità, l’incisione del tronco della Dracaena Draco delle isole Canarie e della Dracaena Cinnabari di Socotra (isola a sud dello Yemen) era senz’altro la più celebrata e diffusa fonte di sangue del drago dell’antchità.

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Il sangue del drago viene nominato da alcuni testi naturalistici, come il Periplus maris erythraei, scritto probabilmente in greco da un mercante egiziano del I sec. d.C., il De Materia Medica del medico, farmacista e botanico Dioscoride Pedanio e la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Proprio quest’ultimo ne racconta anche l’origine, narrando lo scontro letale tra un elefante e un drago e la nascita della pianta dal mescolarsi del sangue dei due animali. Al di là delle leggende più pittoresche, la resina della Dracena era certamente utilizzata come colorante e sostanza medicamentosa dai misteriosi Guanches, la popolazione indigena (in età storica) delle Isole Canarie. Ad Orotava, nell’isola di Tenerife, cresceva nel ‘700 un esemplare di Dracaena Draco, che il botanico tedesco Von Humboldt descrive nei suoi “Quadri della Natura”. Studiando le dinamiche di accrescimento di queste piante e misurando in quell’esemplare delle dimensioni ragguardevolissime, Humboldt stimò che esso doveva avere approssimativamente 6000 anni di vita, qualificandolo come l’essere più antico in quel momento sul pianeta. Seppure questa ipotesi non sia stata mai confermata, i draghi delle Canarie, anche se vegetali concreti e non animali fantastici, sono tra gli esseri più interessanti e misteriosi dell’occidente europeo. Essi sarebbero stati tenuti in grande rispetto e considerazione dai Guanches, che amministravano alcune cerimonie pubbliche e religiose intorno alla base di questi giganti grigi. Anche gli abitanti di Socotra avevano una predilizione per le Dracene, che dicevano essere alberi benefici, in grado di scacciare i Djinn (geni, spiriti) malefici e che connettevano alle molte leggende sui draghi riportate su quell’esotica isola sperduta. Il nome stesso dell’isola, Suqatrah, pare sia una traslitterazione del toponimo arabo che sta per “mercato (suq) delle dracene (qatir)” ovvero l’isola era conosciuta come un grande porto-mercato frequentato principalmente per le Dracene e la loro resina.

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Leggiamo da resoconti di leggende locali, che esso veniva chiamato anche l’“albero dei due fratelli”, perché si diceva nato sulla tomba di Abele, ucciso da Caino. Il sangue che ne trasuda ricorderebbe proprio quel mitico episodio biblico. La sua linfa avrebbe per questo il potere di togliere la vita oppure di ridarla. In maniera più concreta, gli indigeni delle Canarie e di Socotra usavano la resina dell’Albero del Drago come un rimedio per ogni problema della pelle e del sangue, per ferite che tardavano a coagulare, piaghe e febbri, diarrea e dissenteria, ulcere a bocca, stomaco, gola e intestino, perfino per irregolarità mestruali e traumi interni ed esso veniva raccomandato per abortire ma anche per ricostituente dopo una gravidanza. Per gli stessi usi e per gli innumerevoli esperimenti di fisici classici, scienziati arabi, maghi bizantini e alchimisti rinascimentali essa fu importata dall’estremo occidente europeo o dall’isola yemenita spersa nell’Oceano Indiano. Il primo e più comune impiego del sangue di drago era comunque molto prosastico. Esso serviva come colorante negli opifici che producevano stoffe, tessuti e abiti. Il Sangue di Drago forniva un rosso più forte di quello prodotto dalle radici della robbia (Rubia Tinctorum:la più antica fonte conosciuta per il rosso) ma meno brillante del vermiglio estratto dagli insetti della famiglia Kermesidae e meno cupo e vivido della porpora estratta dai murici.

Con questi ultimi due coloranti il sangue di drago riusciva a competere anche per preziosità, prestigio e difficoltà di reperimento. La resina della Dracena aveva una tonalità forte e stabile, resistente al lavaggio e all’esposizione della luce. La tintura avveniva in grossi recipienti di argilla o in vasche di conglomerato, nei quali il tessuto veniva immerso in una soluzione di acqua e colorante e agitato diverse volte, mentre il liquido veniva riscaldato fino ad un potenziale punto di ebollizione. Il sangue del drago era una delle cosiddette “grandi tinte”, ovvero dei reagenti più preziosi e difficili da reperire, trattati dai mercanti e dai tintori più importanti. Esso veniva dapprima macerato nelle vasche e cotto fino a rilasciare una densa colorazione uniforme e poi attendeva i tessuti o le matasse di filato. La sua natura “mordente” non necessitava nemmeno di utilizzare altre sostanze fissanti durante la “mordenzatura” e ne faceva un prodotto a tutto tondo. La resina veniva utilizzata anche per lacche, tinture per legno, pigmenti per cosmetici, tinte, ombretti e rossetti, coloranti per il vetro, il marmo e le pietre dure e tutti gli altri usi analoghi che l’ingegno degli artigiani antichi riusciva ad ideare. L’erboristeria e la medicina erano la seconda applicazione. Abbiamo già detto i mille usi e applicazioni che ne riportava la tradizione dei guaritori, degli speziali e dei medici antichi e medievali. Nei banchi e nei ricettari del passato il “sangue di drago” era sempre presente accanto a tutti gli altri rimedi conosciuti: estratti vegetali, polveri minerali, parti innominabili di animali e altri componenti più o meno magici: olio di mummia, bezoar e veleno di scorpioni. La tradizione di queste portentose funzioni rimane ancora oggi, nelle ricette wicca, nelle candele e negli incensi proprie della sensibilità new age e perfino nel vudu haitiano e americano.


L’alchimia utilizzava il sangue del drago come uno dei tanti simboli esoterici che si incontrano nel percorso iniziatico che conduce alla realizzazione della Grande Opera. Il rosso della resina di Dracena alludeva alla Rubedo dei filosofi e degli occultisti, quell’itinerario chimico e spirituale che doveva portare l’uomo a superare i conflitti in una sintesi superiore ascendendo a nuovi fasti. Nel tipico linguaggio ermetico che è proprio dell’alchimia occidentale, il francese Nicolas Flamel così descrive questi passaggi, nella sua Explication des figures hiéroglyphiques:

Il rosso lacca del leone volante, simile al puro e chiaro scarlatto che ha
il seme della rossa melagrana, dimostra che in tutto la Pietra si è
realizzata, rettamente e genuinamente. Perché essa è quel leone che
divora ogni pura natura metallica, e la trasforma in vera sostanza, in
vero e puro oro, più fine di quello delle migliori miniere. Così
trascina l’uomo fuori da questa valle di lacrime..

La Grande Opera si conclude proprio con il rosso acceso della Pietra Filosofale, lo stesso rosso acceso dei fuochi viventi che ardono nell’Atanor, il crogiolo degli alchimisti, e dell’oro rosso a cui spesso gli occultisti alludono come sostanza simbolica dei processi alchemici. Grazie a tutta questa sovrabbondanza di simboli implicati, gli Alberi del Drago vennero perfino ritratti in celebri e importanti opere d’arte del passato. Ne “Il Giardino delle Delizie” di Hyeronimus Bosch, e in particolare nell’immagine visionaria del paradiso, si distingue probabilmente una Dracena, pianta che trova posto, per il geniale pittore perfino nel giardino dell’Eden.


Ma anche nel “S. Giovanni a Patmos” di Hans Burgkmair, il santo è ritratto tra due palme e, probabilmente, il fusto di una Dracena. Ultima nota di colore (rosso) è quella che pone una misteriosa e inquietante correlazione tra i draghi delle Canarie e i miti più antichi del mondo greco. Nel Giardino delle Esperidi, luogo immaginario, ma identificato proprio con le Isole Canarie, era un misterioso Drago a custodire il giardino dei meravigliosi pomi dorati di Atlante, una sorta di paradiso mediterraneo posto ai confini occidentali del mondo.

Se questi indizi alludano proprio alla nostra Dracaena Draco non è in questa sede dato saperlo, ma segnaliamo infine un ultimo accenno a questo mitologema situato a Roma, nella celebre Porta Alchemica di Piazza Vittorio. Su questo incredibile concentrato di simboli e geroglifici alchemici e filosofali, spicca ai nostri occhi una parte dell’epigrafe dell’architrave:

HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO

“Il Drago delle Esperidi custodisce l’ingresso del giardino magico”.


Mauro Longo

RIFERIMENTO IN RETE: http://maurolongo.wordpress.com/2011/12/15/lalbero-del-drago/

2 Comments

  1. molti sono i dettagli e le annotazioni che questo testo mette in luce e che personalmente ho salvato interessandomi d’arte.ferni

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