La Sefora e Gli occhi degli alberi: due racconti di Zena Roncada

giorgio maria griffa

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LA SEFORA

La Sefora aveva i suoi pensieri.
A ben vedere, neanche piccolini.
Se gli uomini solo capissero, una volta, il verbo figurare…
Se solo intendessero  il disgusto che perdura e sa restare: a macchiare il dentro e il fuori, come certi fondi di ruggine marrone, nei bicchieri.
E invece.
In casa, nessuno a sentire la sua preoccupazione: la nuora, sposa nuova di febbraio, invitata dal figlio a fare la bugada.
La bugada lì, nella corte dei Mortai. Senza chiederlo, come fosse una cosa naturale.
– È lei che vuole, s’era scusato il figlio.
Ma il primo bucato a primavera è quello grosso, coi panni sporchi dell’inverno, che han l’odore del freddo e del marcino. Tenuti a cavallo della trave maestra, su nella soffitta: quattro mesate di camicie, federe e lenzuola, con dentro la febbre sudata della vecchia e gli umori del sonno e della notte.
No, non c’era abbastanza confidenza.
Lei voleva, la Sefora, salvar la dignità: servire a sua nuora il pollo cotto al forno con la legna d’uva (la pelle che sfrigola, insieme al rosmarino e a certe malizie di pancetta fine). E la crostata messa al focolare, con le braci a fare fitto sul coperchio: lì sì che si vede la bravura, nel sapere il punto di cottura solo dal profumo di mela caramella e di biscotto.

Sia chiaro, alla Sefora piaceva lavare a primavera: stare nell’odore della liscia, quando scende calda e lenta, acqua che pare tortorina, con la cenere sciolta e ribollita.
Alla Sefora piaceva  stare con le donne dei suoi biolchi, attorno al mastello grande. Grembiale bagnato sotto il petto e dita rugate di sapone.
Ma con la nuora no.
Così giovane e figlia del notaio. Così  in su, così in su che la piuma a lato del cappello già pareva toccare il paradiso.
Un pensiero, da farci malattia. Ché, poi, era tutta colpa sua, madre matta a voler far studiare suo figlio da ‘ingignere’ per poi vederlo andare fuori dal sentiero.

Fu giornata di mattina chiara, come sa fare marzo, con l’aria dolcebrusca sulla pelle.
Il paiolo al fuoco al fondo del cortile.
La nuora arrivò da piazza  in bicicletta, salutò con la mano, appena intimidita, poi si chiuse un poco nelle spalle, stringendosi il golfino sotto il collo.
– Fa fresco, disse la Sefora e fu tutto.
State  ben in là che butto giù, gridò il biolco dalla finestra in alto.

Dalla finestra del solaio nevicò l’inverno.
Fiocchi di tela grossa, impudichi nell’aria.
Tutta la biancheria di casa.
Nel tacere e nel guardare delle donne, come se a scendere fosse la madonna, il manto e la sua veste.
La Sefora fissava dentro il bianco.
La nuora si mosse per prima: c’era da raccogliere i panni e metterli sul fondo del mastello, strato su strato, prima della liscia.
Discreta, prese dal mucchio la federa con le cifre ricamate, l’ombra del capo appena in evidenza.
Mama, che bella, disse. Ma s’è staccato un pizzo, vede? Neh, che è meglio darle un punto? Adesso, prima di lavarla, sennò si rompe di più.

E dalla tasca prese ago e filo e si mise a cucire, sul bordo dell’abbeveratoio.
La Sefora sentì nelle braccia un chè di molle e buono.

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giorgio maria griffa

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GLI OCCHI DEGLI ALBERI

Il vecchio si svegliò perché le tortore parevano impazzite e sfogliavano la coda. Spettinate baruffe di conquista sul filo della luce, a mezzo del cortile di ortensie e di peonie. Si ritrovò sul fianco, il braccio intorpidito. Dormiva così, quasi ancorato al bordo, dove il materasso  conosce l’orgoglio di una increspatura: argine lieve, prima del vuoto. Si girò, ad occhi ancora chiusi. Il letto taceva, anche a scorrerlo col palmo della mano: nessun respiro, lì vicino. Neppure il calore che a distanza sa dare un corpo addormentato. Allora ricordò. E non gli venne voglia di scendere dal letto: cosa c’era mai da preparare. Tornò a sinistra, per sentire il cuore: gli piaceva accoglierne l’avvento fra le pause delle sospensioni, ché il battito apriva i  suoi pensieri come un picchio.

Quella mattina arrivavano a frotte, le figure.

Il corridoio d’erba, a spalla della vigna, dove, ragazzo, torceva i fili di canapa alla ruota.
Avevano potato: la vide raccogliere secchezze, piccoli tralci un po’ nervosi, con la grazia di chi non sa arraffare, ma sceglie i fustelli giusti da camino, con scrupolo e ordinata gentilezza. La vide che legava le fascine, le gambe piegate con pudore.
Si era innamorato di quei modi, e glielo disse, baciandola dietro la fornace. Ancora ne sentiva il tepore contro il petto. E la forza muta dei fianchi. Ridevano piano, per quelle molle povere di olio, nel letto bianco della prima notte.

Quella mattina arrivavano a frotte, le figure.

Sapevano la strada: rotolavano fra neve e muri di pannocchie, seguivano la coda di fossi e di canali o stringhe di polvere battuta. Erano calde di legna sopra il fuoco, acute come il verso di civetta che ghiaccia l’aria e poi la sfregia, e dolci come il latte nella tazza dei bambini. Arrivavano quasi ci fosse un buco dentro il cuore. O uno squarcio che non tiene e si sfilaccia. Forse una ferita. Il vecchio capì allora gli occhi dei pioppi. Macchie scure, incise fra palpebre di tronco: l’orma che resta di un ramo che si spezza e cade e muore, nello schianto della legna vecchia.
Partenza cerchiata col carbone, quasi fosse un giorno sopra il calendario. Distacco impresso sulla pelle, cicatrice di zuffe col vento e con la pioggia, vuoto tatuato, che non si cancella. Ma anche sforzo di tutta la corteccia, di fili e succhi  chiamati a rammendare, a grinzarsi  attorno a un nero cavo, per risarcire la vita che si è rotta, la perdita di un gesto e di un abbraccio, con un occhio che si apre sul fusto e sa guardare, anche nella nebbia.

Chissà cosa vedranno i pioppi dentro il buio, il vecchio adesso si chiedeva, che lavoro di ombre e di radici, che formicolio di luci in lontananza…

Poi scosse la testa. E lasciò che i giorni tornassero all’indietro, per quel varco aperto dal dolore.
Il corpo accoccolato, tutt’attorno.

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RIFERIMENTO IN RETE:  Zena Roncada

http://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2012/03/05/la-sefora/

5 Comments

    1. Piacere nostro. Ho letto che ha incontrato Tolmino Baldassari e che, in qualche modo, è stato la cuasa che ha promosso la sua apertura alla scrittura. E’ così? Forse tra qualche tempo ospiteremo anche qui i suoi testi,speriamo di averla tra i suoi e nostri lettori. A presto e grazie,fernanda f.

  1. Sono due racconti di sensibilità ferita e ricucita con il filo del dolore e della pietas. Né divergono uomini e natura, partecipi entrambi alla durezza dell’esistere che si s’intenerisce quando altra voce risponde.
    E’ una prosa scarna ma efficace, direi ancora più efficace in quanto scarna perché entra affilata là dove si è formato il groviglio, dove si deve recidere o pazientemente dipanare.

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