IL SENTIMENTO RELIGIOSO NELL’ARTE CONTEMPORANEA.LA RICERCA DEL SIGNIFICATO- Angela Chermaddi

claudio cargiolli

Nulla è intelligibile, nulla è dotato di senso? Il pensiero scientifico tende a raggiungere una conoscenza esatta della realtà, e questo sapere ha immensi meriti perché si trasforma in tecnica, in potere di trasformazione e dominio della realtà che produce sicurezza e fiducia nel progresso. Però la restrizione del concetto di razionalità, che considera autentica solo la realtà oggettiva-verificabile riduce la capacità conoscitiva dell’uomo ai suoi stadi più elementari , con la rinuncia a elevati aspetti della creatività umana. L’universo è cifra enigmatica, ma non si può respingere tutto quello che non risponde ai requisiti della scienza. Il significato risiede oltre i confini della scienza, perché dipende dalla intenzionalità, e questa implica la soggettività. In ogni cultura esiste una visione che l’uomo ha di se stesso, ciò che crede di essere e, diversa, la visione di ciò che l’uomo crede di dover essere, cioè il fine dell’esistenza umana. In mezzo c’è il cammino che l’uomo deve percorrere da come è (o crede di essere) a come crede di dover essere, cioè alla realizzazione delle finalità, siano esse la liberazione, la giustizia, il paradiso, il nirvana.. La religione (che può essere un’ideologia, un movimento, o la religione tradizionale) adempie a questa funzione, aiuta l’uomo a dare il massimo senso possibile alla sua vita. I diversi modi di concepire l’uomo e i suoi fini danno origine alle diverse religioni.

Le religioni che “erano apparse secondo l’idea illuministica e positivistica come forme di esperienza residuale destinate a consumarsi….oggi appaiono nuovamente come possibili guide per il futuro….Oggi non ci sono più plausibili ragioni filosofiche forti per essere ateo o rifiutare la religione” (Gianni Vattimo: Credere di credere). L’uomo contemporaneo si trova nella difficoltà di credere utilizzando i vecchi schemi che oggi possono apparire inadeguati, per cui occorre filtrare ciò che viene dalla tradizione e riconoscere nella religione un simbolo. In un orizzonte interculturale  la meta, comune a tutte le religioni può essere creduta (ma non vista perché la terra umana è rotonda) e può essere indicata per simboli. Il simbolo non soffre di inadeguatezza perché non pretende di essere universale e obiettivo. Il simbolo allude a una realtà molto più ricca del concetto, non si lascia ridurre al concetto, è intuitivo, include soggettività. L’assenso religioso comporta un’adesione personale, costituisce un modo di incontro. Si dà un ambito dialogico interpersonale come un campo di gioco che diventa campo di possibilità dove a poco a poco si chiarifica la realtà profonda. Se la ragione analitica studia senza compromettersi la realtà oggettiva, l’esperienza religiosa è una forma di incontro, tenta di conoscere realtà inoggettive, non misurabili e non verificabili, di entrare in rapporto con una realtà diversa, lontanissima eppure intima. L’incontro avviene in un rapporto circolare, è risposta a un appello, accettazione attiva di una possibilità. E il significato , alla cui ricerca eravamo partiti, nasce dall’incontro, non si dà in modo fisso oggettivo, ma s’illumina nel gioco dell’interazione, nella partecipazione attiva del soggetto conoscente al processo di incontro, esige capacità creativa-immaginativa. Così la conoscenza esperienziale per mezzo della religione, pur non essendo “esatta”, appare superiore alla conoscenza oggettiva. Il criterio di autenticità è interno. I metodi della conoscenza razionale non sono validi per l’analisi di realtà metaoggettive. Essa confonde il non oggettivo con il non reale, il soggettivo con l’arbitrario. Mentre S.Tommaso e il Medio Evo pensavano di provare l’esistenza di Dio a partire dall’ordine del mondo, il pensiero religioso moderno cerca le prove di Dio nella precarietà e tragicità della condizione umana. Sul filo del tempo arriva l’ora delle tenebre, il senso del limite, il male che torchia. L’uomo è disarmato di fronte al dolore, alla morte. Lo sviluppo della scienza e il benessere ad esso conseguente ci avevano illuso di essere vittoriosi. Ci sono situazioni limite, eventi come appello o invito alla libertà dell’uomo che può intuire che la sua vera autonomia dipende dalla sua intima capacità di relazione. Quando la vita è muta arriva un’eco. Il dolore spesso fornisce la chiave. Non è convertirsi: è accogliere, aprirsi a una relazione, cercare attendere dilaniarsi sperare, sentire il nostro mancare dell’essenziale. Essere è mancare. Il processo di apertura non è rettilineo, ma penoso e drammatico in un gioco di avvicinamenti e allontanamenti che consente di scegliere liberamente. Diceva Jaspers che l’esistenza di Dio non si presenta mai in modo impositivo. Dio si rivela in modo ambiguo, c’è abbastanza luce per chi vuole vedere e sufficiente buio per chi è contrario.  Come avverte Pascal, la “ religazione “ è apertura alla divinità ma non si impone con evidenza razionale E’ aperta la strada per chi vuole credere il mondo autonomo. La scelta è un rischio. “ Io sono la mia libertà”  dichiara Oreste ne Le mosche di Sartre. E M. Eckhart nel Sermone 52: Se avessi un Dio che potessi conoscere, non lo considererei mai Dio “. Appelli, proteste, ribellioni, invettive. Anni è stata questa ( e lo è ancora )la mia strada. Giaculatorie, versi come giavellotti verso il cielo, ma non sai mai se buchi le nuvole. Difficile da capire e accettare, sta qui il senso del silenzio di Dio, che è senso sacrificale, non indifferenza o lontananza ma rispetto per la libertà dell’uomo.

claudio cargiolli

L’ARTE COME VIA D’ACCESSO ALLA DIMENSIONE RELIGIOSA

Questa assenza, questo silenzio attiva un itinerario nelle insondabili regioni del mistero perché , se Dio tace, il suo silenzio è parola bruciante che invita a uscire allo scoperto, a vincere la paura, ad aprirsi. L’esperienza estetica appare una via d’accesso perché la creatività implica apertura, atteggiamento dialogico, nasce e riceve spinta dal silenzio. E’ funzione dell’arte “ infrangere il recinto angoscioso del finito in cui l’uomo è immerso e aprire una finestra allo spirito anelante verso l’infinito” ( Pio XII : Allocuzione agli espositori della VI Quadriennale di Roma, 1952). Delimitato rigorosamente l’ambito, l’incontro diventa illuminazione, creatività esistenziale. P.T.Illich dice che la religiosità è principio propulsore di tutte le creazioni culturali. Non contro, ma oltre la ragione, lo Spirito viene come rottura delle forme stabilite, ventata che rinnova, è principio di disordine e rivoluzione. Esso ha carattere irrazionalistico e si lascia esperire nell’arte e nella religione, che sono distinte dal sapere intellettuale appunto perché attingono a zone più remote, a luoghi in cui si aprono verità originarie Il mito di Ulisse che forza i confini del mondo conosciuto per raggiungere l’ignoto dà legittimità alla ricerca. L’artista si muove in un panorama incerto sfocato, avvolto dal mistero, in un territorio abitato dall’emozione che sussurra un’altra verità e ridisegna un’altra realtà. Gli si svela un universo spirituale che prova a rendere accessibile. Prima di tutto a se stesso. Spinto a indagare l’enigma dell’esistenza umana, guarda se stesso. Scrivere, o scolpire, dipingere.., è distillare il senso della propria vita per colmare una disperata necessità di conoscenza. L’arte  è il sangue del cuore umano. Il poeta spagnolo Antonio Gamoneda dice in modo esplicito:

” Nella generazione della poesia il pensiero o la memoria sono posteriori a un impulso musicale. Io non posseggo il mio pensiero finché la mia scrittura non me lo rende sensibile-intelligibile: quello che dico lo so solo dopo averlo detto”. E Ungaretti: “Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella  mia vita / come un abisso”. Il vero artista trova senza cercare (“ Non cerco, trovo “ diceva Picasso) e trova il tutto prima delle parti, non riflette contempla. Non ricordo chi disse “ il primo verso è di Dio “, gli altri li mette il poeta, che però vengono da soli seguendo una musica nata non si sa da dove e che chiede solo umile accoglienza. Quando nasce qualcosa che proverà a diventare un fatto d’arte si percepisce un’urgenza, quasi una spinta, una gioia su cui si fonda la speranza di riuscire.

Scrivere o fare con le mani per comunicare lo spirito alla materia è preghiera,  avvicinarsi a cose lontane. La religiosità, come tendenza a “ religarsi “  a una istanza assoluta è fenomeno anteriore e più generale della fede. In qualsiasi delle possibili etimologie ( religare come vincolare l’uomo alla divinità come, religere come re-eligere cioè scegliere, relegere come considerare con diligenza, rileggere gli eventi come opera di entità soprannaturali, o ancora relegare , relinquere…) il concetto di religione implica una scelta che ci fa essere noi stessi. “ Essere umano, o meglio diventarlo, vuol dire essere religioso” ( M. Eliade: La nostalgia delle origini). L’artista avverte per via di sentimento ciò che per via di pensiero non riesce a capire, e trova nell’arte un canale per esprimerlo e comunicarlo agli altri, “ rendere visibile il reale” come dice Klee. Sente la sfida a riflettere il mistero che ci abita, interpretarlo, renderlo percepibile. Così l’arte sconfina nella zona dell’ineffabile. Ma come raffigurare l’invisibile, esprimere l’inesprimibile? Ogni prova è un balbettio. Nella tensione verso un mistero tanto insondabile quanto affascinante l’arte è un ponte per trovare accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo, nella sua sacralità è un ponte verso l’esperienza religiosa, anzi è esperienza religiosa perché ogni vera realizzazione artistica è un luogo teologico. Anche se la società contemporanea è caratterizzata dall’indifferenza verso il prossimo, dall’assenza di Dio e quindi dal diminuito interesse per i temi religiosi, è oggi più che mai scontenta di sé e delle conquiste tese a rinnovamenti sociali economici e culturali che non riesce a perseguire. Questa scontentezza è sete, angoscioso bisogno di Dio, drammatica richiesta.

claudio cargiolli

IL SENTIMENTO RELIGIOSO NELLA POESIA CONTEMPORANEA

Nietzsche aveva ben profetato gli sviluppi della secolarizzazione senza però immaginare le conseguenze per l’Occidente del venir meno di un orizzonte religioso. La perdita del fondamento ha gettato l’uomo contemporaneo nell’angoscia. Se infatti non resta altro che il vuoto, da dove l’uomo trae la forza morale per regolarsi nella condotta? Oreste diventa Amleto, oppure continua nel suo delirio assassino. Come osserva Franco Giustinelli in Letteratura e pregiudizi commentando l’Oreste di Euripide: “Il provvidenziale intervento divino sembra dire che solo gli dei possono mettere un freno alla follia umana). La morte di Dio comporta lo smarrimento dell’uomo, alla deriva, abbandonato a se stesso, privo di senso e scopo, frutto del caso, solo volto a inseguire una felicità sempre delusa. Senza Padre l’uomo è sciolto da ogni vincolo di fratellanza, come pensare a Leopardi senza la solidarietà, ognuno affronta da solo il suo labirinto. Ecco tanti poeti del ‘900 sulle tracce di Dio, per denunciare o fronteggiare la frana delle certezze, dei valori, per testimoniare che senza Dio l’uomo non può comprendersi. Poesia religiosa come ricerca di senso. (Il termine senso è più ampio, complesso e sottile del termine significato). Il Dio cercato tra inseguimenti nostalgie incredulità, penso a Luzi, a Caproni…, resta nascosto, chiuso nel silenzio. Si cerca proprio perché non si possiede, perché manca. La religione dei poeti oggi non è patrimonio di dogmi e precetti (da Dante a Manzoni si cantavano i dogmi, i sacramenti,  le pratiche religiose), è esperienza. Oggi la poesia religiosa è colloquio intimo che lascia perplessi, è protesta preghiera bestemmia per capire la miseria umana. Ci perdiamo nel labirinto di Giobbe. Dio diventa un interlocutore con cui si instaura un rapporto personale, a cui chiedere conto dell’esilio, della sofferta lontananza da una patria ideale, del deserto, della ricerca della terra promessa, del paese innocente. Siamo tutti pellegrini, malati di ulissismo senza rimedio. Dio è il tu perché è l’unico detentore di eventuali risposte. Per avvertirle,  solamente come cenni allusioni suggestioni, occorre prima fare il vuoto. Ovvio che non si può riempire un bicchiere già pieno, di sicurezze, di pregiudizi, di concetti. La poesia nasce da un pozzo di silenzio , si estrae come una spina dal corpo della sofferenza. Petrarca l’ha detta sacra, e Ungaretti l’ha definita preghiera. E’ espressione di religo (mette vicine le cose lontane), perché esperisce una lontananza da colmare. Dietro emozioni musiche paesaggi che si fanno interiori, sentiamo sempre più il nostro mancare dell’essenziale. Si scopre che la verità sommersa è metafisica, sottende l’essere e le sue ferite.

M. Heidegger dichiarò che “ la poesia è lo svelamento dell’ente”.

L’auscultazione interiore è percepire quando Amor mi spira ciò ch’ e’  ditta dentro, è cogliere di sorpresa perfino se stessi, catturare la propria ombra, cogliersi nel proprio mancare. L’uomo è per Agostino la sua privazione metafisica, costretto a balbettare l’assenza amara del suo essere nulla. Siamo soli col nostro grido di penitenti e di bestemmiatori.

Dice Franco Loi che un poeta non può non essere religioso:  “E’ il movimento stesso del poetare che giunge alla religiosità – ne sia cosciente o no il poeta “.

Arte e poesia sono inscindibili, sia l’una che l’altra agiscono in uno spazio e un tempo autonomi non soggetti a leggi esterne. Poiché l’arte pone in diretto contatto con l’Essere, potrebbe essere considerata sacra qualsiasi manifestazione artistica. Anche se , all’insegna dello stravolgimento delle forme, l’arte contemporanea si oppone alla serie di rappresentazioni tradizionali del sacro, per contrasto, proprio quando si intende spogliare l’opera d’arte della sua aura (vedi Duchamp) si genera una sacralità nuova. Ad esempio la quotidianità si converte in simbolo della trascendenza nell’opera di Morandi, e la natura, quando smette di essere paesaggio da contemplare, si innalza a significato di tempio (Richard Long o Mario Merz). Più l’artista rifiuta la forma mimetica e rappresentativa, più elimina i dettagli delle immagini, e più manifesta una costruzione spirituale. L’immagine, liberata da elementi naturalistici arbitrari soggettivi, si avvicina al modello spirituale, prova a divenire visualizzazione di verità spirituali universali. Ecco il salto: dalla contemplazione delle forme visibili si cerca di passare alla contemplazione delle forme invisibili. L’opera si fa introversa, spirituale inseguendo il brivido della sacralità. E’ una necessità per l’animo umano parlare delle cose più profonde che gli appartengono, illuminare l’essenza dell’esistenza umana, oggettivare l’essenzialità. Poiché questa non è intelligibile, dobbiamo forse fermarci alla famosa citazione di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si dovrebbe tacere”? Siccome le domande esistenziali più vere si pongono con la loro maggior forza nell’ambito religioso, ecco che il sentimento religioso diventa fonte di ispirazione, anzi diventa la propria casa in cui si cerca di ordinare il caos secondo valori spirituali. Il mondo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. Non dice Dostoevskij che “ la bellezza salverà il mondo”? e la poetessa Biancamaria Frabotta che “ la poesia salva la vita”?. Ma esprimere ciò che si profila nell’ombra del mistero è un combattimento di speranze dubbi cadute analogo alla lotta di Giacobbe con l’angelo per arrivare a una eventuale illuminazione. Con la gioia della creazione come atto d’amore e l’amarezza della perdita si vive l’effetto di fili gettati e ripresi, di rimandi e allusioni, di echi distorti che si rincorrono a creare un’unità. “ Scrivere è costruire su carta / parlare è fare cose con l’aria / vedere è prendere la luce e darle forma /  di qualche cosa che non c’era mai stata “ ci dice il poeta belga Patrick McGuinnes . Vedere è un’attività fisica percettiva o un’attività psichica e analitica? Vedere è sia catturare un’immagine, sia fare di quell’immagine un nucleo di senso. L’arte tutta può essere, come dice Kandinsky, al servizio del divino, espresso da ogni artista secondo la propria necessità interiore. Spesso le orme del sacro si esprimono col vuoto, vuoto spaziale interiore che rimanda al silenzio di Dio, spesso è ossessione del vuoto, spazio disabitato, desolato, gabbia di ferro come prigione, silenzio avvolgente. E, se l’arte è preghiera, è coscienza di una preghiera inascoltata, vana. O l’epifania può manifestarsi in forme pure, in colori puri, spazio di magico silenzio in De Chirico, bianco nel suprematismo di Malevic, azzurro mistico in Klein, o spazio strutturato ortogonalmente in Mondrian, squarciato in Fontana. La religiosità è vissuta a livelli molto diversi lungo il percorso spirituale, e sentieri diversi si inerpicano verso la stessa vetta. La luce, se non vuole solo illuminare ma anche essere visibile, deve scomporsi nel suo spettro. Tutto è incarnazione. “ L’oro ha bisogno di una forma per apparire e l’anello ha bisogno di un materiale per divenire visibile” scrive Willigis Jager in L’onda è il mare, e ancora: “soggettiva è solo la descrizione “.

Il problema è trovare un linguaggio aderente ai propri tempi conservando un afflato spirituale, trovare uno spiraglio oltre il conservatorismo avvilente e  al di fuori dei muti fuochi d’artificio senza amore senza anima che troviamo nel supermercato del mondo. Si tratta di reimmettere la spiritualità nel flusso del quotidiano. Può  avvenire attraverso un rigore stilistico quasi metafisico che carica di spiritualità anche le nature morte ( Casorati ) o attraverso stilizzazioni rarefatte ( Wildt ). Addirittura si può spiritualizzare non smaterializzando ma intensificando magicamente la materialità (Burri, Leoncillo). La crisi dei linguaggi figurativi ha messo in discussione non solo le iconografie tradizionali ma anche la stessa possibilità di nuove iconografie. Oggi il linguaggio è più libero ma l’assenza di limiti accresce il travaglio. L’arte contemporanea si è giustamente ribellata agli accademismi e ha cercato linguaggi soggettivi originali così eterogenei da creare disorientamento, spesso risultati incomunicabili esercizi di stile perché privi di umanità. L’arte non si dà senza umanità perché è l’espressione più autentica di se stessi, confessione delle proprie angosce, di sogni desideri o deserti del cuore. Ogni opera è autoritratto, bandiera insanguinata che trasforma le oscure acque della vita in poesia, fa emergere i misteri del sangue segreto. Munch diceva “ Un’opera d’arte proviene direttamente dall’interiorità dell’uomo”. Questo livello metaforico conferisce all’opera d’arte un ruolo. Poiché non siamo più all’arte per l’arte, essa si fa non solo confessione ma strumento di cambiamento del mondo, ha un ruolo sociale. E’ uno degli strumenti più efficaci per avvicinare le persone e le culture tra di loro. E’ come un pellegrinaggio interiore volto a riflettere ascoltarsi e trovare una libera voce per esprimere l’anelito verso la pienezza della vita. Ascoltare e percepire il mondo dello spirito ha un ruolo umanizzante. Il grande poeta palestinese Mahmud Darwish da poco scomparso, al Festival della Letteratura di Mantova rivendicava alla poesia il ruolo di umanizzare la storia, di far emergere la bellezza come risposta alla crudeltà dei nostri tempi. Ritrovare la religiosità che viene da radici inestinguibili è ritrovare il legame con le cose, con le creature , è scoprire l’amore come norma suprema, risvegliarsi.

Dopo dubbi, lacerazioni, angosce affacciato sul niente, “ la vita è ricordarsi di un risveglio “, scriveva il nostro Sandro Penna.

L’arte è linguaggio dello spirito, la verità delle religioni è l’amore e la ricerca della bellezza è assumere il mondo nell’amore. Quando comunica, l’arte si trasforma in una torcia che passa di mano in mano, è una torcia più antica della fiamma olimpica, la poesia è uno dei fiori più antichi della terra e è connessa col divino, mette in contatto con la radice delle cose. “ E’ emozione sacra che  tocca il tuo spirito e il tuo corpo “ ( Costantino Kavafis). Certo, il lavoro dell’arte richiede pazienza e fatica per portare in un altrove dove riconoscersi. Io non credo che oggi l’uomo debba riconoscersi nella sensazione del non senso di tutto, del nulla radicale di ogni esistenza, accettare il trionfo della materia deserta delle illusioni dello spirito, accettare una realtà reificata, diventata allo sguardo semplice cosa. L’artista impegnato in un discorso sacro vuole ritrovare la possibilità di vedere la realtà nella pienezza dotata di senso. Penso alle figure di Giacometti in cui sono scomparsi tutti gli aspetti esteriori. E’ lavoro per aprire un varco che non è che una breccia, perché l’arte non è mai vittoria, insegna solo l’ostinazione, la volontà di ricominciare sempre. E l’apprendistato non è mai finito, ogni opera è sempre un rinnovato inizio, una riconquista drammatica. Ma non so mai se vado verso la risposta o il totale oscuramento.

Per essere percepita l’opera aspetta, e ogni artista aspetta per le sue opere, un ascolto attento, un incontro innamorato. L’opera è un oggetto potenzialmente attivo, resta in una specie di perenne disponibilità, in una specie di stand-by come qualcosa che da un momento all’altro può tornare in vita. Per questo l’arte irride la morte, aspirando a superare il limite della parabola umana. E’ desiderio di rivincita contro la morte, e comunque antidoto contro la sua ombra.

“O morte, ti hanno sconfitta tutte le arti / ti hanno sconfitta i canti della Mesopotamia / l’obelisco dell’Egizio, le tombe dei Faraoni, / le incisioni sulla pietra di un tempio ti hanno sconfitta, / hanno vinto, ed è sfuggita ai tuoi tranelli / l’eternità…” (Mahmud Darwish in Murale).

Nell’opera d’arte vi è un pathos che si esprime, ma non si esaurisce nel significare. Da ciò l’oscurità che spesso il senso comune imputa, come un difetto, all’opera. Vorrei estendere all’arte tutta l’affermazione “ la poesia è scuola di resistenza “ fatta da Massimo Cacciari nella sua lectio magistralis tenuta nel 2008 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano: “ La necessità della poesia consiste nel resistere a ogni riduzione del linguaggio a mezzo, a mezzo destinato a un significato univoco e lì a esaurirsi “. Questo è proprio del linguaggio filosofico scientifico , continua Cacciari, che però non apre ad altre dimensioni. In poesia, come negli altri campi, il bisogno di esprimersi, il bisogno dell’altro, il bisogno di Dio sono percorsi d’amore. L’amore va più lontano dell’intelligenza. Volevo ( e vorrei ) capire, e invece l’importante è imparare ad amare. L’amore è “l’altro nome della vita “ ci dice Corrado Calabrò. L’arte è voce d’amore, esterna l’amore. Quando è percorsa da bellezza e sacralità si fa canto d’amore. Anche la materia diventa linguaggio dello spirito, segno sacro. L’amore, figlio di Poros e Penìa come afferma Platone nel Simposio, è mancare, e nel suo mancare indica una direzione, cerca come l’ago della bussola il Nord. L’arte, che esprime una spiritualità transconfessionale, una religiosità che trascende le religioni, può indicare la direzione, realizzare il miracolo, conferire essere all’assenza. Testimonia un impegno , un’esperienza, ma nello stesso tempo è impotente: non si può convincere nessuno della realtà dello spirito, è come spiegare i colori ad un cieco. La porta deve aprirsi dall’interno. Chi non percepisce questo mancare, o lo riduce alla giusta retribuzione, alla nostalgia per l’età dell’oro o dell’utero, non può accedere a questo livello di coscienza diverso da quello mentale. C.G.Jung ha scritto: “ L’esperienza religiosa è assoluta. Non se ne può discutere. Si potrà solo dire di non aver mai avuto un’esperienza del genere…; chi ce l’ha possiede il grande tesoro di qualcosa che gli è diventato fonte di vita, senso e bellezza e che ha dato al mondo ed all’umanità una nuova luminosità “ ( Psicologia e religione ).

Vorrei concludere citando il poeta Yves Bonnefoy ( lectio magistralis alla Triennale di Milano 2004 ) il quale dice che, cadute le speranze del progresso, nella nostra esistenza è stato introdotto un pessimismo ignoto prima della nostra epoca, perché constatiamo che vi sono nella vita stessa delle forze ribelli alla ragione. “ La via della poesia è stretta, e per questo motivo non pretendo che essa sia in grado di risolvere nulla in modo durevole e profondo nella nostra società in preda alla grande crisi. Bisogna ritenerla necessaria, come lo sono la carta dei fondali marini o il portolano o la bussola perfino su una nave nella tempesta e che fa acqua e teme di affondare. Senza di essi, in ogni caso, quella nave non può raggiungere il porto”.

Angela Chermaddi

da UMBRIA CONTEMPORANEA rivista di Studi Storico-Sociali

 

2 Comments

  1. “Il significato risiede oltre i confini della scienza, perché dipende dalla intenzionalità, e questa implica la soggettività. In ogni cultura esiste una visione che l’uomo ha di se stesso, ciò che crede di essere e, diversa, la visione di ciò che l’uomo crede di dover essere, cioè il fine dell’esistenza umana. In mezzo c’è il cammino che l’uomo deve percorrere…”
    O forse come disse qualcuno:il mezzo è il cammino, e non serve muoversi, si può benissimo restare “fermi”, l’astro gira,l’universo gira e noi con esso.Impossibile essere realmente fermi, anche il nostro sangue il respiro,tutto ci muove,volenti o nolenti,siamo parte di una grande eco di un sistema che è sinergia di moti e frequenze,oscillazioni, periodi,ritmi. Pochissima,infinitesimale cosa la nostra percezione, solo attraverso intuizione, non logiche, non calcoli, solo approssimazioni, anche quelle dell’arte, di ogn arte che cerca di prolungare la nostra capacità di vedere, toccare, percepire e dire, non per questioni di potere, come in molti vacuamente oggi fanno su ogni palmo di terra, ma per poter essere consapevoli dell’ infinito che le muove. Grazie per queste profonde riflessioni. fernanda

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