Macondo e la rivisitazione del mito- Narda Fattori


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Il mito è una rappresentazione affabulata dell’intelligenza dell’esistente che dispiega la sua forza in ogni tempo e quasi sempre s’abbevera alle sorgenti della letteratura o comunque della narrazione per giungere in territori sempre più estesi, in coscienza, in consapevolezza, in profondità, in dissezione,…

Così una formulazione- definizione. Non è casuale, infatti, che i miti , anche i più antichi, siano sopravvissuti all’ala distruttrice della storia e ci siano giunti in forma scritta fin dall’alba della civiltà. Non è casuale neppure che una folta rappresentanza della letteratura contemporanea, specialmente sudamericana ( ma non dimentichiamo, fra gli italiani,  l’Ortese de L’iguana e de Il cardillo innamorato o Orcinus Orca di Stefano d’Arrigo) tragga la sua potenza dalla tessitura di mitologie su concreti orditi storici. Ma neppure è casuale che si parli di una persona appena appena famosa ( che canti , che balli, che faccia  l’opinionista , il politico o il buffone o tutte queste cose insieme) come di un mito.

”Sei un mito”, gridano a gran voce madre e figlia; “mitico” si scalmanano amiche ;  “E’ il mio mito”, si confidano  i ragazzini.

Quale grande bestemmia in questi tempi che non hanno bisogno né di miti né di eroi, ma di gente onesta e di buon senso, magari anche di pensiero e di orientamento divergente…Ma riprendiamo il discorso. Sicuramente il rappresentante più noto di questo realismo magico è il colombiano Gabriel Garcia Marquez ( premio Nobel nel 1982) e il suo capolavoro Cent’anni di solitudine  è il paradigma di come la letteratura possa essere sia espressione dell’animo umano nelle sue mille sfaccettature che testimonianza storica conservando una dimensione onirica che impasta eventi , persone e luoghi.

Macondo, paese immaginario dove si svolgono le vicende del romanzo, è un microcosmo che riflette il macrocosmo : a Macondo convivono  memoria e oblio, speranza e disperazione, fantasmi e fantasie, sapienza e superstizione, è un universo che soffre di cento anni e più di solitudine. Infatti la dimensione temporale, scandita dalle generazioni, tende a farsi labile per la straordinarietà di eventi come la lunghissima vita dei suoi protagonisti fondatori attorno ai quali si aggrumano eventi magici e mitici, come l’assunzione in cielo, e l’avveramento finale, in un paese abbandonato, ormai preda delle orde distruttrici di una natura vorace oltre che esuberante, della maledizione che ha dato origine alla fondazione del paese. La saga paradossale e mitica dei Buendia si conclude in un ritmo ciclico e iterativo che la proietta in una dimensione spaziale e temporale immaginaria rendendola paradigmatica. Il fascino del romanzo è costituito dalla maestria del complesso gioco dei piani cronologici ma anche dalle scene di crudo realismo e dalla persistenza del mito e del simbolismo. All’inizio del romanzo, nei ricordi del figlio  del patriarca , incontriamo questa descrizione del paese: “Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.” Viene da chiedersi se le cose non avessero ancora nome perché il mondo era stato appena creato o quel mondo era appena nato. Qualunque sia la risposta , siamo già fuori da ogni dimensione temporale.

martin johnson heade

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Ma la mitologia non può che entrare a piene mani nel tessuto narrativo: Macondo nasce perché Ursula e Josè Arcadio Buendia hanno sfidato un tabù: sono cugini e si sono sposati malgrado la maledizione che grava sulla loro unione e che era costata la vita di un uomo. Uomo del mito è Melquiades , lo zingaro che ogni anno porta a Macondo la sapienza dei mondi lontani: la calamita, il ghiaccio, la chimica, il cannocchiale…. , che muore, così si dice, ma ritorna ringiovanito grazie … alla dentiera e definitivamente muore quando alla sapienza si sostituisce la grossolanità delle donne di piacere. Alchimista e misterico, mitico perché senza origini e padrone del tempo e della geografica terrestre ed astronomica , l’esistenza di Melquiades aveva un senso in un mondo appena creato e pronto ad accogliere la conoscenza come strumento di elevazione non già d’evasione come la zattera di tronchi che trasporta “un gruppo di splendide matrone francesi” che comunque rivoluzionano il modo tradizionale di amare. L’intrusione del moderno fa sberleffi al mito ma riduce gli uomini in miserrime bestie. Non appartengono invece  al mito l’intrusione dei colonialisti spagnoli , gli sfruttatori americani, la rivoluzione contro la dittatura, il trenino giallo che porta ogni sorta di sventura. Quelli sono storia. Restano pagine memorabili di pura mitologia quelle che descrivono la morte di Ursula che, ormai senza tempo, ha 120 anni, rimpicciolisce e regredisce fino ad essere collocata in una culla , ormai mummificata. Fiaba struggente. Essa ha nella morte una specie di rinascita: è ancora una volta il ritmo circolare della narrazione che si riappropria dei personaggi per sottrarli all’oblio. Infatti nella dimensione del mito si coagula una conoscenza che trascende la vicenda del singolo per proiettarsi e riverberare sulla comunità e, spesso, su un’intera cultura, fungendo da pali di fondazione delle strutture relazionali ed etiche. Altra figura paradigmatica è quella di Aureliano Buendia, il primo bambino nato a Macondo che , pur avendo partecipato a ben trentadue insurrezioni, non riesce a vincerne neppure una ; ha 17 figli maschi che vengono tutti uccisi. Riesce a sfuggire al plotone d’esecuzione, abbandona la carriera militare e si ritira nel ventre del paese d’origine per “fabbricare pesciolini d’oro”. O il mito… pesciolini d’oro, inesistenti e fiabeschi, fantastici e di prezioso metallo. E’ malasorte la sua o il destino che tocca agli idealisti che sanno combattere contro ogni evidenza di sconfitta? Noi ne conosciamo alcuni di simili idealisti, non letterari, ma rari, così rari da essere pepite in un deserto di silice.

.martin johnson heade

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Seppure alcuni personaggi principali del romanzo possono esemplificare, ad un’analisi grossolana, dei caratteri umani, essi appaiono dilatati ed esasperati: la laboriosità di Ursula , la violenza del colonnello Aureliano, la purezza di Remedios, Rebeca la sensualità, …; infatti questi caratteri assumano man mano evidenti proprietà del sogno, perdono il  gravame naturalistico per assumere la levità di chi è fuori e al di sopra del tempo; ai ricordi che svaniscono si sostituiscono le fantasie e Macondo diventa il luogo metaforico di ogni possibilità e nello stesso tempo dell’impossibilità di un ritorno alla semplicità delle origini. La civiltà contamina , depaupera e uccide anziché rendere l’umanità più libera e più felice, sembra dirci G.G.Marquez.  Come Melquiades aveva predetto: “Il primo della stirpe è legato ad un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche.” Il romanzo termina con un’altra frase sapienziale:”.. perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.” Quanti Macondo ci sono sulla scabra superficie del nostro pianeta? E quanti uomini sono condannati a cent’anni di solitudine? E avremo davvero una seconda opportunità sulla terra? A queste domande ciascuno fornisce una risposta dettata da scienza e/o fede, ma negli abissi del cuore s’annida davvero una qualche certezza? Ma se davvero nessuno è condannato a cent’anni di solitudine, perché abbiamo ancora tanto bisogno di miti, miti di poco conto tra l’altro, miti che si disfano in breve tempo come la cartapesta di carnevale?

.martin johnson heade

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Da dove sei venuto uomo che guizzi
dentro il mio abbraccio- pesce o dio?
Io ti riconosco perché dal mio ventre
sei uscito e ai polmoni hai dato fiato

mi hai spolpato le ossa ad una ad una
mi hai pettinato i capelli mentre ti cantavo
nanne antiche e poverelle nanne da stalle
canti di osteria e preghiere roche come bestemmie

mi hai lasciato sul fianco come una giumenta
che partorisce il puledro morto- figlio-
amante- padre – resta nel mio abbraccio
che è più caldo del calcio del fucile
della bocca rossa della maddalena di turno

resta dove fioriscono gemme di fiori e d’erbe
dove il tramonto infiamma e non brucia
dove ancora piango e non so darmi ragione.

Resta dove non si ritorna che qui si vive

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Narda Fattori

3 Comments

  1. “Il primo della stirpe è legato ad un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche.” Trovo che sia una realtà evidente e forse l’uomo sentendosi in stato deficitario rispetto a tutte le altre specie, che hanno autonomamente elaborato sistemi di trasformazione e adattamento senza intaccare gli altri componenti, di fatto ha stravolto tutto il sistema per salvare se stesso, solo, disperso e ora avviluppato a tanta velenosa solitudine senza comunione con il mondo. Grazie Narda per questo percorso lucidissimo e per il testo di chiusura, mirabile. ferni

  2. Uno dei testi più compositi e densi che abbia letto. Un grande autore e una parola che apre e chiude la carne della storia delle storie. Grazie a Narda Fattori per questo taglio nel paesaggio di Macondo. giorgio

  3. Ai nostri giorni così scarsamente mitici , DAL MITO si possono trarre davvero spunti significativi che permettono l’ indagine conoscitiva di noi stessi e del nostro tempo.
    Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a “riesumo” simbolico di ogni forza del male, l’Orca/Orco.Grazie a Narda per la rivisitazione del mito e te, Ferni per la generosità . Buona Domenica.Mary

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