Davide Castiglione: I “quadri” fisicamente mobili di Fernanda Ferraresso

hendrik kerstens

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Ogni tanto qualcuno, persone che non conosco, si occupano di ciò che scrivo ed è una festa trovare nei loro passaggi i paesaggi che anch’io ho percorso. Certo le impronte sono diverse, ed è questo il bello della percorrenza, che “da cosa nasca cosa”,  un’altra, con altre direzioni di cammino e crescita. Ciò che penso sia creazione è una continua rivoluzione di elementi che si con-figurano sulla base di matrici complesse che noi com-poniamo in noi stessi, o meglio attraverso noi stessi, qualcosa come quello che la geometria analitica spiega  come molteplicità delle soluzioni in una matrice, attraverso l’algebra lineare, anche se poi la matrice vorrebbe mostrare, e trovare se esiste, una sola soluzione di tutto quanto è sempre e solo continuo cambiamento.

Un insieme di numeri , reali o complessi, ordinati secondo righe e colonne è detto matrice di ordine m x n, ove m è il numero delle righe e n il numero delle colonne.  Ecco, chiuso in un vaso di liquide successioni, che sembrano identiche, un universo che si moltiplica e si espande, oltrepassando i limiti delle parentesi attraverso la lettura, intesa come intersezione dei mondi, mettendo in interazione tutti noi che siamo dunque  (e)vasi. Solitamente non riporto recensioni al mio lavoro, questo è un evadere la regola e offrire una piccola raccolta che ancora è nel cassetto…e chissà per quanto ancora ci resterà! …Portate pazienza, le mie matrici sono lunghe da risolvere, le considero sempre in campo complesso, i numeri ir-reali, per una tonta come me, sono un viaggio senza sosta.

f.f.- 30marzo 2012.

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hendrik kerstens

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Per leggere la poesia di Fernanda Ferraresso nel senso pieno del termine, dobbiamo prima spogliarci delle attese discorsive a cui tanta poesia narrativa recente e contemporanea ci ha abituato. Già da alcuni decenni, infatti, molta poesia ha cercato di allontanarsi dalla significazione romantica e simbolista per assumere, o fingere, un richiamo alla comunicazione quotidiana. Questa tendenza, liberatoria allora, adesso conduce spesso a un appiattimento, a una stanchezza espressiva di cui si farebbe volentieri a meno. Dall’altra parte c’è invece una poesia che ha riscoperto l’irrazionale, il corpo vissuto come ricevente-comunicante, il canto non come evasione ma come espressione di una maggiore aderenza alle proprie radici collettive, agli archetipi. È in questa linea anti-patriarcale, estranea per scelta o temperamento al logos maschile, che la poesia di Fernanda Ferraresso può essere situata, insieme a quella di altre poetesse quali Maria Grazia Calandrone e Marina Pizzi.

I rischi corsi dall’iscriversi in una tale posizione (sovrattono, esclusione del momento esperienziale cosciente, eccessi metaforici) sono alti; ma più alti, com’è il caso di Ferraresso, sono i risultati. La sua lingua poetica (parlare di “discorso” poetico è fuorviante, per quanto detto sopra) si articola in monologhi mobilissimi, per nulla autoreferenziali dato che il loro ‘io’ si è liberato di ogni sovrastruttura (pensiero, personalità, sentimenti privati) per diventare ora un’evanescente entità in continua metamorfosi (“isola / sto sull’acqua ferma / come una parola che galleggia”, II quadro), ora una voce esterna e nostalgica in un’evocazione erotica (“lei gli era antenata / per questo lo faceva passare”, III quadro). Quando invece si fa assertivo, l’io si traveste nelle forme devianti del sogno, dell’assurdo logico (“spacco l’antracite del tuo corvo / nero oscuro”, I quadro).

Ogni quadro articola in modo diverso le proprie forme e i propri tempi: dal presente scandito con assertività del primo quadro, al presente smussato, dolce, del secondo; dalla terze persone singolari nell’imperfetto nostalgico del terzo quadro alla prospettiva più epica, corale, del quinto. Infine, il procedere a scatti e lacerazioni del sesto quadro e l’architettura del quarto. Su quest’ultimo preferisco fermarmi un attimo – non solo perché Ferraresso architetto lo è davvero anche fuori dal verso, ma perché la sua architettura verbale (soprattutto qui) mi fa venire in mente Frank Lloyd Wright: forme che imitano la natura, che hanno come quella capacità metamorfiche e di adattamento precluse ai blocchi del funzionalismo. L’avvallamento grafico dei vv. 4-7 spinge a leggerli sia da sinistra a destra per l’intera lunghezza dei versi, sia come se ci trovassimo di fronte a due poesie accostate: la mobilità fisica della lettura è notevole. E a proposito di tangibilità fisica, una sintassi paratattica (anti-patriarcale, avversa alle gerarchie) e cumulativa conferisce ai testi una drammaticità performativa (di nuovo, si dà rilievo all’aspetto fisico più che a quello concettuale del verso), con la versificazione a seguire scrupolosamente i guizzi del respiro, il respiro quelli dell’emotività.

Interessante sottolineare che, se la poesia di Ferraresso appare libera e indisciplinata, è in realtà sorretta da una sua logica verbale rigorosa: come nel caso di Dylan Thomas (poeta con cui scopro diverse affinità) l’esuberanza immaginativa è in realtà giustificata dai rapporti semantici e fonetici delle parole. Alcuni esempi: “l’antracite del tuo corvo” (I quadro) si giustifica per il richiamo al nero di entrambi i termini, mentre la presenza del “covo” pochi versi dopo contiene l’immagine del buio, del nero, ed è paronomasia di “corvo”; oppure, (II quadro) c’è un gioco di parole per cui “il vento appuntito” come una matita “tempera” le giornate (ma il clima può benissimo essere “temperato”); o, ancora (IV quadro) i libri “mastri” diventano “maestri”: a parte la quasi identità fonetica, “mastri” è davvero la forma antica di maestri (ma la parola “mastro” significa anche “registro”). Queste ripetizioni con variazione sono poi funzionali al testo, che si ripete (“l’ho detto e mi ripeto”, si dice con orgoglio e forse un filo d’ironia). E così via.

Ho parlato prima di fisicità: e in effetti le immagini del corpo, spesso associato a una casa (altro tratto in comune con Dylan Thomas) ricorrono nei testi. Il corpo appare spesso inciso, coperto di tagli: “affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo” (II quadro), “taglio su altro taglio il primo stato    lo strato che freme   la pelle  ogni libello della carne” (IV quadro). L’idea del tagliare è anche nel primo quadro (“taglio l’arancia del tuo raggiungermi”) e ancora nel secondo (“il gelo è un freddo coltello”).

Altro si potrebbe esplorare e trovare: in questo pezzo ho cercato solo di fornire alcune chiavi. Quello che però mi sentirei di consigliare è di leggere prima i testi (o di dimenticare, almeno temporaneamente, quello che ho scritto qui), perché prima della comprensione conta, in loro, l’attraversamento tattile, che non vuole capire per forza (né io ho interpretato alcunché: nessuno deve togliere alle nostre letture personali il piacere dell’interpretazione), ma lasciarsi trasportare, sussultare, e stupirsi tanto davanti alla potenza immaginifica di “apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello” quanto davanti all’umiltà e tenerezza di “a volte mi basta tenere tra le mani un sasso”. A volte basta tenere tra le mani una poesia.

 Davide Castiglione- 29 marzo 2012

hendrik kerstens

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QUADERNO A QUADRI

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I quadro

spacco l’antracite del tuo corvo
nero oscuro: ogni uno
dei tuoi lontanissimi incorruttibili pensieri.
Taglio l’arancia del tuo raggiungermi
spacco il covo che hai costruito dentro
la mia memoria senza la possibilità di perderti
ti rincorro grano per grano
dentro il roseto dei sogni.

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II quadro

isola
sto sull’acqua ferma
come una parola che galleggia
e quando si appuntisce il vento
temperando le mie giornate
l’aria in me si fa per mesi più trasparente.
Niente altro che luce
rimescola le mie ombre
e volteggia la pagina dell’acqua un attimo
quel brevissimo istante prima che s’ immerga
e sommerga
lieve e bianca un’acqua più leggera
nel bagnasciuga di ghiaia
così levigata da sembrare una seconda pelle con cui il giorno
misura l’alba
quando dall’orizzonte corre scalza fino a queste finestre.
Affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo
qui
sull’isola anteriore a me stessa misura i miei passi
specchio fedele dell’altra in cui vivo ancora
mentre il cuore apre le sue valve come una conchiglia.
Il gelo è un freddo coltello e stride sulla lastra del ghiaccio
ora per ora con lo sguardo
attraverso la finestra
apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello
tra onde di fantasmi che indifferenti si levano e poi ricadono
su questo foglio nella forma di un segno.
A volte mi basta tenere tra le mani un sasso.
Percorro la sua levigata superficie e
sento cosa gli ha tolto il mare
inghiottendo onda dopo onda la sua sostanza
decompongo nel suo moto di correnti l’oscuro della profondità di entrambi
e altri si cibano di quanto stava senza peso sospeso in quella polpa
calcificata antica sua e mia.
Forse è così che al fondo di me stessa sento quel peso
uno strato dietro l’altro e la caduta e la perdita e
noi, gli umani, apparsi qui dopo miriadi incalcolabili
di deposizioni e rinascite.
Colonne di nebbia che si muovono assieme alle onde
e le pareti delle case respirano, aria intessuta da dentro
di un fumo più denso, corporeo.
E’ una doppia veste questo labirinto che ci tiene
tutti
uniti noi alle cose
e la vita al suo lato invisibile
ed è forse questo l‘oro
questa cavità in cui il tempo sgattaiola
tra la porta d’ingresso e i sassi senza impronta
in faccia a questo silenzio immenso
in cui ogni parola si colora di un tenue azzurro
senza scrittura d’alberi o voli di uccelli dove persino il vento
mi disseta senza muoversi tra le onde.

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III quadro

lei gli era antenata
per questo lo lasciava passare
lei era dentro la sua testa era la sua tempesta
e non gli lasciava tregua
stava distesa
le cosce tese come funi o rampe
di fango il ventre sopra l’inguine esposto
alla luce del suo tatto
lo aspettava come un fuoco in petto
aspetta le sue vampe
e stringeva le gambe per non lasciarlo fuggire
lei era il valico alla fine del mondo
era il fiume che aveva sempre rincorso
e non le serviva avere un nome preciso lei era
il nodo dentro l’amore che sconfina il terrore
l’ansia nel respiro lei era
tutte le ossessioni fattesi parola
una fortezza di scritture
che strappano i pensieri
e non poteva voltarsi
lui non poteva slegarsi da quella stretta
ogni giorno
ogni ora più cruda
ogni istante più perfetta..

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IV quadro

” In un angolo, il vento
sposta l’ombra delle foglie”

l’ho detto e mi ripeto.

oggi è l’ultima volta ………………….affilati rasoi tutte le assenze sfilano la pelle
dico e so che mi ripeto ……………..la casa ogni livello della carne
taglio il cartone dei miei salti…….mentre nello specchio guado
lame come angeli di silenzio……..ciò che non vedo ancora
.
taglio su altro taglio il primo stato lo strato che freme la pelle ogni libello della carne
la casa mentre lo specchio immobile guarda me che lo guado
guardo ciò che non vedo dentro quel falso
riflesso di un profondo gua(r)ire
.
largo oltre la memoria allargo la notte tutti i suoi libri mastri tornano legni in terra
questa vecchia vecchissima barca senza attracco è linfa che scorre sul filo
l’istantaneo porto di un corpo pasta d’albero non illusione
la carta di un qualsiasi corpo
.
di notte tutti i suoi libri tornano maestri
si fanno sangue che scorre

di ognuno l’albero che cresce e s’incarna in terra
non vento non velo non veliero dentro la scalza forma

scia di una riga dove non resta esposta alcuna radice
non fa mare il respiro di chi guarda un cielo latitante

dentro un sogno tutto è solo
disegno in una stanza di vuoti.

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V quadro

gli orizzonti e i fantasmi
gli eterni saluti tra i vivi e i morti
in quale città si sono persi e quale è la rotta della memoria
il viaggio dei sogni
covati e interrati lungo il cammino e nel cosmo passati
di mano tra un uomo remoto e un bambino futuro
in quale segno si sono deposti tra nuvole e ceneri di incendi
nei camini delle case dove di nuovo bruciano i giorni.
In quale città ne fanno ancora scorta
e in quale strada o via in quale paese oltrepassate le frontiere
di quei segni a vaticinio resta sola
un’ombra la pallida circostanza d’essersi sbagliati
su questa realtà eccedente l’ingombro di una vita anonima sempre
e mediana a qualcosa che sta oltre la misura di un corpo
oltre le frontiere illusorie di una lingua scritta in fretta
dimenticando quella della madre
nostalgia mortale
che spinge gli uomini a viaggiare e le bestie di ogni specie alla ricerca
della propria patria perduta.
In quale città della memoria sta rinchiusa l’unica
stagione che preleva
le sue vittime e le sue storie dai corpi
tutti i corpi dei viventi e sulle palizzate delle parole
depone teste monche soffiate da bocche appena germogliate
una trangugiata nozione del tempo
e mette in un fagotto di dolore e rammarico
ritagliato all’interno dell’involucro di un corpo
spazio senza spazio un respiro da un fiato mozzato.
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VI quadro

c’è distanza
c’è
una irrimediabile distanza
non lontananza tra noi e le cose, tutte
le cose che la luce porge
in fasci
e spettri di colori
suoni vesti di popolazioni di echi
volano ciascuno riverberando l’unico monologo del cosmo
in questo immane silenzio
si fa casa in cui abitare
noi
prossimi sempre solo a noi stessi e
futuri irraggiungibili in tutti gli altri che mai sapremo
d’essere

.

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Nota: Il Quaderno a quadri fa parte di un insieme di altri 2 quaderni, Pagina a righe e Carta millimetrata, che ancora si stanno con-figurando da poco meno di una decina d’anni.

Nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design,ama tutti i generi di espressione d’arte. Docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo.Ha pubblicato suoi testi in alcune raccolte di Aletti editori e, da poco, con i tipi della Lietocolle editore nell’antologia curata da Anna Maria Farabbi Luce e notte. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998). Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda. Numerosi gli scritti in rete che appaiono in molti blog:

https://cartesensibili.wordpress.com,
http://fernirosso.wordpress.com,
http://poesia.blog.rainews24.it/2012/01/16/opere-inedite-fernanda-ferraresso/,
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/,
http://pillolediversi.blogspot.com ,
http://rebstein.wordpress.com/
http://neobar.wordpress.com/
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http://miolive.wordpress.com/
http://alveareuno.altervista.org

RIFERIMENTO IN RETE:

http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/03/29/i-quadri-fisicamente-mobili-di-fernanda-ferraresso/

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8 pensieri su “Davide Castiglione: I “quadri” fisicamente mobili di Fernanda Ferraresso

  1. L’intervento di Davide Castiglione è lucidissimo e sa cogliere perfettamente le ragioni della poesia di Fernanda Ferraresso; mi è molto piaciuto il fatto che si sottolinei l’originalità e la forza innovatrice che questo fare poesia possiede, sia all’interno del ripetitivo orizzonte poetico italiano, che nelle sue profondissime ramificazioni nella nostra storia e nella nostra ante-storia comune; Fernanda Ferraresso compie un’immersione negli strati più profondi della lingua che apprezzo tantissimo.
    Il riferimento a Dylan Thomas è molto, molto illuminante, ma qui si aggiunge, agli occhi di un lettore italiano, la gioia di sentire la propria lingua madre risuonare secondo modalità nuove e inaspettate, assieme alla fortissima valenza di esplorazione e di conoscenza che questo comporta.

  2. ogni volta che leggo con i miei occhi e la mia voce mi accorgo che Fernanda mostra i suoi di-segni e forse tra le parole potrei cogliere
    il “segno”
    …mi sto illudendo infatti preferisco perdere i numeri ri-organizzarli come libere visioni, in libero spazio
    eppure quanta coerenza, metodo, nella scelta dei “nodi” e le chiuse “aperte”..sono pronta a rigirare il foglio per tanto tempo ancora

    elina

  3. Riporto qui il commento che ho lasciato nel “Giardino dei poeti” di Cristina Bove.
    Ogni volta che mi accosto, con il piacere della perenne scoperta e la consapevolezza di una altrettanto perenne sfida, alla scrittura di Fernanda Ferraresso, mi chiedo sempre quale affascinante provocazione avrebbe costituito la sua poesia per il mio professore di italiano al liceo, che amava scovare negli artisti della parola gli “architettonici” e i “musicali”. Sfida e provocazione, sì, perché la scrittura sa essere architettonica e musicale insieme, ma sa essere ancora molto di più: pittorica e sapienziale. Visionaria e tagliente, ha una coscienza della prospettiva che non ha timore (anzi va alla ricerca) del confronto con i classici, possiede il coraggio del recidere offuscamenti e fraintendimenti, del tagliare netto manipolazioni (la lettura di Davide Castiglione mette bene in evidenza questo tratto centrale e originale); è parola, tuttavia, che si fa “valico alla fine del mondo”, e dall’esplorazione dell’abisso ritorna, sempre, perché sa e vuole dire. Sulla sponda, all’imbocco della caverna, da uno spuntone di roccia, racconta, con i suoi quadri mobili e con le sue incisioni tenaci-audaci su lastre di materia varia, duttile e resistente. Chi ascolta, raccoglie e accoglie, conosce ed è riconoscente.

  4. Molto piaciuta la presentazione di Davide Castiglione che apre scorci davvero efficaci ai grandi orizzonti della poesia di Fernanda.

    E’ un dono anche questo saper entrare nella poesia, schiuderne le tracce, farne nuovo percorso, perchè proprio a questo lei induce: fare del suo movimento un movimento proprio che si trasponga e trasmuti mai finito cuore.

  5. movimento, passione, ricerca. leggo Fernanda e la vedo tessere una scrittura che attendo, in ogni senso. grazie a D. Castiglione. grazie ancora, ferni.

    api

  6. Natura poesia e destino in un gioco di rimandi di bella connotazione espressionistica capace di “leggere”e restituire le luci e le ombre del nostro esistere e – meritevolmente – le pulsioni più personali e significative che hanno voluto incontrarle . Una “confessione” lucida e antisentimentale ben sorretta ( e non celebrata ) dalla vicinanza critica di Davide Castiglione , che abbiamo molto apprezzato .

  7. Sono stata molto e felicemente colpita dall’attenzione dedicata ai miei testi. Per me la scrittura è metodo rito e architettura, concede infatti un “ripostiglio” se non una casa, la parola invece è travaglio e cedimento, è morte e trasposizione è viaggio e annegamento, molto più complessa e magnifica nello stesso tempo, con filamenti e strappi che vanno in tutte le direzioni del tempo e dello spazio e non ha una sola dimensione, o tre o quattro ma una molteplicità di tensioni che si accentrano nei nostri nodi nevralgici in cui è noi che dobbiamo risolvere, pena una perdita assoluta, un immobile silenzio di cui nemmeno la natura si nutre. A tutti un profondo grazie,ferni

  8. Pingback: Fernanda Ferraresso – nota ad alcune poesie – Critica del testo poetico

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