Leggendo Stellezze: Gianmario Lucini su Paola Febbraro

pierre marcel

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Prima di essere arte, la poesia è condizione dello spirito, o se si preferisce, della psiche. Prima di essere gioco linguistico, espressione, tentativo di comunicazione, approccio. La poesia, io credo, è costitutiva dell’essere umano, sua caratteristica peculiare e ontologica, come lo è la capacità simbolica. Tutti gli esseri umani portano il gene della poesia ed essendo l’essere umano parte della natura, possiamo considerare la poesia come lingua della natura, lingua del suo silenzio, espressione di questa grande anima collettiva e pervasiva che tutto comprende. L’uomo è lingua e voce della natura, è un suo dovere, la sua cura.

Quando un essere umano riconosce la poesia della natura, nella natura o in se stesso (che ne fa parte), si accorge di avere un ruolo insostituibile, che è quello del dire l’anima mundi, il sostrato vitale di ogni essere, comune a tutti gli esseri, anche in quelli che all’apparenza non hanno vita, ma che partecipano, con un ruolo di primo piano, a quello che l’uomo chiama “vita”. Si accorge di essere capace non solo di pensare la verità del mondo (di speculare, significare, interpretare, costruire monumenti di ragione e di calcolo), ma è capace anche di sentire la verità del mondo, o l’anima mundi, senza la mediazione del pensiero critico (che è infatti una elaborazione successiva e derivata del pensiero poetico, ma molto più riduttiva di questo, a ben vedere) e allora non può fare a meno di riconoscere in sé la poesia, chiamandola “bellezza” e dedicando ad essa le energie della sua vita, per quanto gli consentano le sue possibilità. La poesia di questo volumetto di cui sto parlando, è pieno di mondo, di natura, di esseri animati e inanimati, è pieno di anima mundi e delle ricchezze del suo insondabile silenzio, ed è piena di slancio, di dedizione e di ri-conoscenza.

Leggendo Stellezze, di Paola Febbraro, mi si affacciano alla mente queste riflessioni e cerco nei suoi testi questa testimonianza della poesia, che è riconoscimento/riconoscenza di una verità primigenia, sentita dalla persona umana nella sua condizione più nuda e disarmata. L’impressione è, come anche Anna Maria Farabbi sostiene nella sua nota introduttiva, di trovarmi davanti a una “interità di creatura immersa nella poesia”. Ed è la condizione intellettuale diametralmente opposta a quella speculativa e calcolatrice, è la condizione del “sentire” e del tradurre nella parola, dalla quale Paola pretende la raffinatezza delle sfumature e la profondità di spessore. Questo sentimento, a mio modo di vedere è, come scrive Matteo Bonsante in un suo folgorante verso, un lasciarsi attraversare (“mi lascio attraversare come il muezzin all’alba”). Solo così la scrittura della poesia diventa un atto di verità, “fuori da qualsiasi commercio, compromesso letterario”, come ancora riconosce Anna Maria Farabbi. La poeta diventa allora il medium, il canale che mette in comunicazione un mondo nascosto (ma affatto reale) col mondo reale dell’esperienza banale; è la figura intermediaria fra il mondo degli uomini e la dimensione del divino (così come credevano gli antichi) perché cerca e trova la parola degli dèi, la parola capace di ricreare le condizioni dell’origine, l’essenzialità degli elementi. Diventa allora così inutile, noioso e fuorviante il discorso sulla poesia come “prodotto” culturale, quasi fosse un oggetto misurabile e il cui “valore” consente una spendibilità sul mercato del potere, della notorietà, del danaro, delle strategie, dell’industria culturale. Diventa inutile perché si avverte che la poesia sfugge a tutto questo e la sua forza sta nell’esatto opposto, ossia in quella condizione di nudità disarmata, che si lascia “attraversare come un muezzin all’alba” dal mondo-vita, traducendolo in parole il suo silenzio.

Ed è appunto questo, credo, il punto cruciale da dove parte la riflessione (la girandola di riflessioni) che tenta e ritenta di cogliere l’essenza della poesia, in questo volume che raccoglie i pensieri forse più intimi della poetessa, quelli che cantano l’innocenza di un mondo materno, il cui destino vero sta nel mettere insieme gli esseri che lo popolano in un’armonia classica, antica e modernissima, arcaica e per questo irregolare, deviante. L’armonia della madre, del pensiero femminile che indaga il concreto e ne coglie la valenza profonda e indistruttibile, resistente ad ogni tecnica, ad ogni ragione che se stessa divora, ad ogni invischiamento e semplicemente folle, come folle è l’innocenza della madre, l’amore della madre.

La ricerca di Paola s’incunea proprio nel “limen” fra poesia e parola, fra conscio e incoscio, fra dicibile e indicibile  (“è vero che la poesia scritta ha qualcosa di triste perché toglie alla vita a chi la scrive / per questo vorrei non scrivere più ed è per questo che sto scrivendo ancora / per smetterla di togliermi la vita”). Si incunea accogliendo la verità senza neppure tentare di possederla, senza la violenza del possesso, riconoscendola maggiore perché di questa verità la poeta stessa fa parte. Ecco allora che il frammento, il lampo, l’illuminazione intuitiva permettono di togliere quel velo e raggiungere, fosse per un attimo soltanto, l’armonia dell’aletheia, dell’appagamento di ogni sete spirituale. Perché il mondo dei fatti accade dentro, non fuori di noi.

Pertanto, questo libretto va letto lasciandosi attraversare da esso, così come la poeta si lascia attraversare dal mondo, senza bisogno di capire, ma soltanto di sentire, di comunicare tramite questo sentimento con la scrittura, nella quale il vero poeta non muore mai ed è sempre pronto al dialogo, alla comunicazione.

Gianmario Lucini

Paola Febbraro

Stellezze- Lietocolle 2012

a cura di Anna Maria Farabbi

ALTRI RIFERIMENTI:

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/02/12/trasmissioni-dal-faro-n-29-a-m-farabbi-paola-febbraro-stellezze/

http://www.lietocolle.info/it/stellezze_di_paola_febbraro.html

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6 pensieri su “Leggendo Stellezze: Gianmario Lucini su Paola Febbraro

  1. …”La poesia anima mundi” di cui parla Gianmario è verità assoluta, e ne sentivo fluire la sorprendente vena dalle parole e dalla persona di Paola, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, ahimè per breve tempo. E’ anche il titolo di un Quaderno Poiein che Gianmario ha curato per me, riconoscendomene qualche soffio. Ora DEVO immergermi in queste Stellezze di Paola, questo amnios che riconosco, queste voci così vere e dense che si raggrumano in stelle.
    grazie a Gianmario e Ferni per aver dato e dilatato questa luce.
    annamaria

  2. “è la condizione intellettuale diametralmente opposta a quella speculativa e calcolatrice, è la condizione del “sentire” e del tradurre nella parola, dalla quale Paola pretende la raffinatezza delle sfumature e la profondità di spessore. Questo sentimento, a mio modo di vedere è, come scrive Matteo Bonsante in un suo folgorante verso, un lasciarsi attraversare (“mi lascio attraversare come il muezzin all’alba”). Solo così la scrittura della poesia diventa un atto di verità, “fuori da qualsiasi commercio, compromesso letterario”
    e ancora oltre mi piace sottolineare un altro passaggio della lettura di Lucini, dove sottolinea che la poesia della Febbraro “Si incunea accogliendo la verità senza neppure tentare di possederla, senza la violenza del possesso, riconoscendola maggiore perché di questa verità la poeta stessa fa parte. Ecco allora che il frammento, il lampo, l’illuminazione intuitiva permettono di togliere quel velo e raggiungere, fosse per un attimo soltanto, l’armonia dell’aletheia, dell’appagamento di ogni sete spirituale. Perché il mondo dei fatti accade dentro, non fuori di noi.”
    E di questo sono assolutamente convinta. ferni

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