Dove sono? Attraversamenti di F. Ferraresso nel CROCEVIA di Anna Bergna

T.Setowski

DOVE SONO?

C’è un istante,
una crepa di tempo
tra l’oggetto e me.

Tra chi mi vede camminare e me che sono coricata,
cenere.

Una stella morta
dimenticata appesa
nella notte lontana,
un lumino.

Il presente della materia
è un già passato al futuro

e non mi riesce proprio di afferrarlo
in questo labirinto di specchi temporali!

Chi crede mette un punto saldo: Dio!

Se non fossi mediocre,
se sapessi tenere il pensiero
di essere un continuo passato che ritorna,
io in un viale di Torino bacerei un cavallo.

.

La lingua che parlo deve sembrarvi ambigua, a doppio senso, ma è solo così, credo, che si deve o si può parlare per adeguarsi al meglio alla natura di tutte le nostre proiezioni sul mondo, attraverso una riflessione della psiche-specchio di innumerevoli, infiniti mondi di cui raccogliamo bagliori e mai i centri. Per questo a commento del testo, opera prima, anche se sarebbe meglio chiamarlo “prima dell’opera”, di Anna Bergna, non lego le mie parole, ma annodo quelle di una voce profonda, con cui da tempo cammino anche in me stessa, convinta che tutto ci annodi e ci sleghi dall’involucro infecondo che tentiamo di costruirci dentro e attorno ed è solo una gabbia di idee della co-scienza, che parimenti nulla sa se non la superficie appena, di tutto. Andare al crocevia significa, come dice Jung per i mandala, la cui forma è spesso un cerchio, un andare al centro.  Nella struttura della croce, i due diametri del cerchio,  e il centro che ne deriva, è  l’inizio della costruzione del labirinto, in cui lo scopo non è trovare l’uscita ma il movimento all’interno di un percorso che non ha comunque fine, proprio come non ha fine un mandala se non nell’apparenza della sua simulazione. Immergersi in una espressione anfibologica  (composto dal greco amphibolía, «incertezza», e lógos, «discorso») cioè in un discorso o un’espressione contenente un’ambiguità, dunque interpretabile in modi diversi a seconda del modo di leggerla, mi sembra sia il centro che questa raccolta porta, per questo  superiore all’univocità e corrisponde alla natura dell’essere. Essere uni-voci significa non porsi in ascolto e, pur non essendo difficile esserlo, porta, come ha detto anche Jung, ad una realizzazione di sé a spese della verità.

<<Io faccio echeggiare intenzionalmente tutti i toni concomitanti, perché da un lato essi sono comunque presenti, e dall’altro danno un quadro più completo della realtà. L’univocità ha senso solo quando si tratta di stabilire dei fatti, non quando è in gioco l’interpretazione, perché ‘senso’ non è una tautologia ma racchiude sempre in sé qualcosa di più dell’oggetto concreto dell’enunciazione>> C.G.Jung

Ecco che guardare dentro la materia, come spesso ci propone Anna Bergna,  non significa spezzare la visione, ma l’univocità, è volerla rendere ambigua, ambivalente, in una corrispondenza continua che diffida delle cose dette e risapute per sempre. Qui si cerca lo sbilanciamento, qui si apre la porta all’inconscio anche se, di primo acchito, sembra che la fisica e la matematica, la biologia, con le loro strutture ingabbino ciò che per noi aveva un altro corpo. In realtà si dissolvono in altri, mondi celesti, mondi del mistero.

CIBO

Rumino carbonio verde,
ingoio cosmo a testa bassa
e costruisco pensieri.
Io, la mucca, la gallina,
miopi a cercare l’infinito
tra le zampe.
Molecole dai legami instabili
semi caduti di galassia,
impasto che all’uscita fa ribrezzo.
Rigurgito che agli altri parla
dell’universo sotto casa
e libera me dai pensieri
che fanno sterile di verità la lingua.

*

SE IL TEMPO E’ UN FIUME

Se il tempo è un fiume
avrà uno scenario, un letto,
una stabilità su cui fluire,
ma il pensiero zoppica
tra la mia istantaneità,
l’inesorabile ritorno della rotazione
e il tradimento dell’orizzonte
che all’interrogativo
perde compattezza.

Come si legano questi fili
se ancora e sempre sono alla partenza
di una crescita che non vedo,
se ancora è sempre la stessa buca?
Se ancora e sempre
sono al punto di affermare
qualcosa che non potrò mai dire:
“Ecco, ho finito!”?
Né testimone né artefice.

Alla sorgente non c’ero.

.

E come nella ricerca di chi non si ferma ad una forma stabile, in Licheni, che offre in due strutture, pare che appunto  Bergna appronti i suoi mandala alla ricerca di un centro, accorgendosi che questo è ancora un poco oltre, un poco più dentro di sé e mantenga gli altri, intorno, come dicono i famigliari di Jung, per essere certa di avere consistenza.

Fernanda Ferraresso- febbraio 2012

.

LICHENI

I licheni sono ife di fungo
e clorofilla d’alga,
simbiosi tra due regni,
organismo insolito,
cordone ombelicale
per aggrappasri al mondo
e non fluttuare.

Stare negli altri peravere pareti,
per essere certa di avere consistenza.

A quale regno io
dovrei bussare?

*

LICHENI 2

Con gli anni
ossa e pensieri
si sono fatti di pomice:
inadatti a frequentare
avvenimenti pubblici o privati.
Fragilità senza clamore
senza luce di maestosa eccentricità.

Scorro sulla superficie del pianeta
come un bolo di nebbia,
alla ricerca di un substrato stabile.
alla ricerca di un pensiero
che allarghi le sue ife
sulla roccia madre di Pangea
e possa darmi struttura.

**

Bergna Anna – “Crocevia”

LietoColle – Collana Erato- ottobre 2011

9 Comments

  1. particolare la scrittura di Bergna, che ho apprezzato moltissimo, interessantissimo e particolare anche l’attraversamento di F.Ferraresso. Magnifici i video che ho poi cercato tutti. Jung è un grande traduttore di luci e ombre.

  2. Letto con grande interesse la presentazione e i testi, ascoltato i video. Un lungo attraversare se stessi come se avessimo più interfacce e lo stesso corpo.Davvero interessante il blog. Alfredo

  3. una lettura interessantissima, come aver aperto un’intera biblioteca e i testi a loro volta si amplificano, ricuciti da altre università di conoscenze.

  4. Grazie a voi. Personalmente ho letto questo testo quasi leggendo me stessa, a tratti, quasi non riuscendo a sentire il distacco dai luoghi che frequento e questi. Poi, leggendo fino all’ultima pagina, e piegando i fogli come sono solita fare quando lo scritto mi interessa in modo particolare, ho trovato passi che erano diretti in altre orme e questo mi ha dato la chiave di lettura. Molto difficile leggere se stessi se negli altri non affiorano le diversità che ancora non hai riconosciuto in te stesso. Grazie all’autrice che spero passi da queste parti. ferni

  5. il libro rosso di Jung,cara Ferni, prima o poi te lo vengo a chiedere. Bellissimi i testi delle poesie in cui c’è effettivamente qualcosa della voce che conosco e ancora una personalità viva e acuta in una autrice che, adesso, ho avuto il piacere di incontrare. Grazie.Veevera

  6. Gustate davvero queste poesie e anche i video, che naturalmente ho “rubato”. C’è un modo di vedere la natura proprio di un biologo, c’è una conoscenza esatta e precisa che comunque afferma che non è solo quello la vita, che dietro, proprio come dice Jung, c’è un luogo a cui accediamo attraverso la porta del sogno, il segno segnale che si può essere, oltre la forma che ci espropria, di fatto, di una più vasta conoscenza.anghelica

  7. Ringrazio Fernanda Ferraresso dell’acuta lettura dei testi di Crocevia e tutti per i magnanimi commenti. Non sono matematica, né biologa, né filosofa, né psicanalista: guardo dalla finestra e cammino. Tanto basta per perdere il bandolo e doverlo ricercare.
    Un giorno un Poeta, Maurizio Noris, di fronte ad un’immagine di pallidi iris commentò “che congrega di magri cardinali” ed io ogni volta li rivedo, un po’ emaciati, vestiti a lutto, stringersi in processione e soccombere alla pioggia. Purtroppo non posseggo questa potenza del suono e questa rapidità immaginativa; mastico e rimastico dubbi comuni con parole piane, li amplifico al crocevia, li coltivo in aiuole spartitraffico, sperando che altri li possano riconoscere nella loro disarmata umanità. Ritengo che l’autore dei testi non sia mai rilevante, forse dovrebbe proprio sottrarsi; trovo difficile persino pensare che siano proprio parole di mia proprietà.

    1. Vedi? Sentivo qualcosa del fondo che…Personalmente dimentico i nomi, ricordo la sostanza di un testo ma non chi l’ha scritto. Penso che l’uomo non sia tanto il singolo che passa, ma “l’uomo continuo” corpo di tutti i passanti. Grazie,fernanda

  8. e sono bagliori e torno a leggere i testi, la presentazione
    e quelle domande, i pensieri, il labirinto tutto chiama
    ascolto una voce che si fa strada, passante,propone parole
    porgo l’orecchio, vi è qualcosa che si fissa in me, una riconoscenza
    grazie a entrambe
    elina

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