Rossana Roberti: La “lingua materna” e la poesia

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La domanda “che cosa è la Poesia”  attraversa tutta la cultura occidentale che, di volta in volta, si è provata a fornirgli risposte ricorrendo all’ausilio di filosofia, antropologia, psicologia, psicanalisi, linguistica, semiotica, poetiche d’autore… Purtroppo le varie risposte non si sono mai mostrate definitivamente esaurienti, visto il loro susseguirsi anche inquieto e stizzoso.
Questo stato di cose ha finito per circondare il “fenomeno” – l’apparire – della poesia di un alone di misteriosità difficile a diradarsi.
Maria Corti scrive che “non risulta possibile porre un confine, una tramezza fra testi poetici e no, tanto minimi sono i passaggi del non poetico al poetico, tanto arduo stabilire dove qualcosa comincia a diventare poetico…”
Forse la Poesia si può sapere soltanto abitandola? Sarebbe riconoscibile il suo “esserci” ma inconoscibile la sua essenza? Si tratterebbe allora, più semplicemente, di decidere, di volta in volta, dove la poesia “sta”, dove è il “suo luogo”? Ma ogni epoca individua il suo proprio “luogo della poesia”, così che quest’ultima può essere anche pensata come uno specchio che le diverse culture provvedono a costruire affinché, interrogato, fornisca risposta al loro particolare bisogno di felicità.
(Si può lasciare fuori la questione della “verità” della poesia  perché nella “felicità”, che è di per sé condizione grande e al di sopra della questione vero-falso, è soddisfatta la più grande esigenza umana di autenticità di sé a sé. Una poesia, quando è tale, è in sé “verissima”.)
La difficoltà a cogliere l’essenza dell’espressione poetica potrebbe derivare più semplicemente dal fatto che si tenta di spiegare attraverso un pensiero e una lingua di fondazione logica un pensiero e una lingua di per sé intraducibili da quelli.
La Poesia non è un “modo” particolare di atteggiarsi della lingua della comunicazione, è un’altra lingua che risponde ad un pensiero del mondo differente da quello che è alla base del nostro comune sapere. Un pensiero del mondo diverso che noi, tuttavia, quando ci capita di incontrarlo, riconosciamo e che, talvolta, – nell’ispirazione, nell’estro – siamo capaci di riguadagnare.
Per gettare comunque uno sguardo nel pozzo del mistero della poesia – perché la tentazione di una spiegazione resta comunque in noi – possiamo provare a portarci ad una specie di primo livello  della comprensione, ad un livello in cui il corpo riguadagna la sua preminenza conoscitiva sulla proliferazione soltanto intellettuale dei concetti. Mi riferisco al sapere singolare guadagnato dalla cultura femminile in merito alla nascita della capacità umana di linguaggio. Agli studi felicemente condotti sulla potenza della “lingua materna”.
La semiologa Julia Kristeva ha sostenuto che anche un soggetto che si trovi in una prima fase di esistenza “indistinta”, che non riesca ancora a pensarsi come un “io”, ha tuttavia già la capacità di “semiotizzare”, di registrare cioè come “segnali” gli impulsi diversi che gli vengono dal corpo materno.
E’ ormai noto che un neonato non riesce a percepire il suo corpo come distinto da quello della madre, ma neanche la madre riesce a pensare all’inizio a quel nuovo essere come altro da lei. E ciò avviene provvidenzialmente perché la formazione del cucciolo umano è molto complessa e richiede tempo, continua oltre il suo uscire dall’utero: da perfetto organismo naturale dovrà diventare a poco a poco anche creatura sociale, condizione che gli garantirà sopravvivenza oltre la madre e libertà, capacità di completare la sua complessità umana.
Nella relazione perfettamente conveniente che si instaura allora tra madre e figlio, – anche se infelice perché psicologicamente eccessiva o scarsa – tutto ciò che la madre fa  funziona da imprinting per il nuovo nato. Dagli stessi primi gesti di accudimento che comprendono anche abbracci, carezze, sorrisi, sguardi, emissioni varie di voci, ecc., il figlio apprenderà le forme dello spazio e del tempo – distanza e durata – e pian piano tutti i codici di riferimento simbolico del gruppo sociale che l’accoglie. In questo primo momento una prossimità fisica amorosa dispensatrice di segnali è indispensabile, come dimostra la terribile anoressia del lattante che si lascia morire (atrepsia infantile) perché è nutrito ma non coccolato, perché è escluso da una relazione corporea che dà senso e salva da una insignificanza più terribile della morte.
Questo compito di “umanizzazione” sottolinea l’importanza del corpo femminile: è dalla madre che nutre, o da chi abbraccia nella dedizione il nostro corpo indifeso che noi, fiduciosi, apprendiamo insieme il mondo, la lingua e le sue possibilità espressive.
La “lingua materna” non è tuttavia identica a nessuna delle lingue che ci potrà capitare poi di parlare. E’piuttosto la lingua “madre” di tutte loro, assomiglia alla fondamentale competenza linguistica di cui sono dotati gli esseri umani, una specie di “universale” – se fosse possibile indicare così l’esito strepitoso di una “singolarità umana in relazione” – felice ossimoro -; è lingua infatti di una strettissima relazione affettiva, vive di due che la usano per essere presenti l’uno all’altro e non perdersi mai di vista.
“…quel dire che fa incontrare l’altro e che illumina l’esperienza facendosi però nutrire da essa, è una “grazia” o un “dono”.” E’ in sé un “momento d’essere”.
Non è lingua che definisce, cataloga, spiega: non è lingua di dominio sugli altri né sulle cose.
Per esistere non ha bisogno di un emittente, di un destinatario e di un oggetto di cui si parli, eppure è produttrice di senso.
Siccome volere e piacere di madre e di figlio coincidono, quello che la lingua materna mostra è il modo in cui un rapporto sempre  cangiante può divenire, per forza di amore, fondamento stabile di conoscenza profonda e felice della realtà. E’ espressione di un universo sentimentale/intellettuale che non teme la complessità del mondo e la continua ricontrattazione a cui costringe.
E’ una lingua della creazione che non ha bisogno di separatori intellettuali, “ci immette in un continuum conoscitivo sensoriale” in cui gli eventi si danno anche per semplice nominazione, “ci libera infatti dalla fissità di ogni riferimento oggettuale”.
Nella lingua materna significante e significato non esistono separati; il significante nel suo semplice apparire è, infatti, il significato.
Si potrebbe azzardare che essa è l’espressione di una idea del mondo che sa cogliere e che sopporta il “divenire” come legge divina a cui sottostare. Le è estranea l’infelice coatta ricerca dell’”essere”.
Forse Parmenide ha avuto timore della potenza indistinta di questa interpretazione del reale, Eraclito ha cercato inutilmente di spiegarla e di disciplinarla, Platone ha invitato i giovani ad allontanarsene promettendo loro in cambio una Verità inamovibile ed eterna, quella dell’Idea.
Il principio di identità, che fa il mondo ordinabile e sottomesso, ed è per sua natura escludente e tiranno, è estraneo alla lingua materna che esprime, al contrario, una idea del mondo fondata sulla congiunzione di tutto con tutto, sul coesistere.

E’ ora il momento di porsi la domanda che forse può fornire materia per rispondere – ancora una risposta – al nostro bisogno di definire che cosa sia la poesia.
La “lingua materna” non è forse la lingua ancora e sempre parlata dai poeti?  Per quanto è stato detto finora la risposta non potrebbe essere che affermativa.
Questa coincidenza – che sorprende e su cui ci sarebbe molto da riflettere – ci porta ad una ulteriore domanda: chi sono allora i poeti?
Una risposta conseguente potrebbe essere: i poeti sono i disobbedienti – donne e uomini – che, pur allevati alla scuola dei padri, non hanno mai dimenticato i modi della lingua materna – o della nutrice, come scrive Dante – e della sua amorosa capacità inclusiva.
Per questo sanno di dover chiedere a quella antica sapienza il dono dell’eloquio: “Cantami, o diva, del Pelide Achille…

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Rossana Roberti– Testo pubblicato sulla rivista romana “I fiori del male” Quaderno di Poesia Cultura letteraria e Arte – n.48 – aprile 2011

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Brooke Shaden

Bibliografia di riferimento:

Maria Corti, Principi della comunicazione letteraria, ed. Bompiani 1997

Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio 1979

Elisabeth Jankowski, Ascoltare la madre in “All’inizio di tutto. La lingua materna”, Rosemberg & Sellier  1992

Vita  Cosentino (a cura di), Lingua bene comune, Città Aperta , Enna 2006

Chiara Zamboni (a cura di), Il cuore sacro della lingua, Il poligrafo, Padova 2006

7 Comments

  1. Ricordo di aver letto che Rilke, proprio lui, il poeta più grande del XX secolo, si definiva “figlio per parte di madre”. Esprimeva così l’intuizione che la poesia viene dalla parte materna.
    E’ stato bello per me ritrovarne conferma.
    Cari saluti
    Fiammetta

  2. Socrate parlava della levatrice, ed era sua madra, per esprimere la dialogante metodologia del nascere attraverso le parole, perché non solo le cose ma noi stessi rinasciamo con loro nel pronunciarle, cioè facendole nascere ed allontanandoci da dove eravamo e da ciò che eravamo per abitarle o alloggiandole in noi anche se questo significa allontanarci dalle cose “reali”. Questo gesto è già poesia, ed è scrittura perché segna material-mente un non corpo, rendendolo fisico, visibile,tangibile. Eppure la loro tangibilità “è” perché noi le vedi-amo, l’esistenza della cosa, qualunque cosa, senza l’intermediazione dell’altro non è, poiché non appartiene che a se stessa. Come se la madre tenesse in sé il figlio e del suo, nel suo corpo vivessero entrambi, l’uno all’oscuro dell’altro e per gli altri come non ci fosse niente di diverso. ferni

  3. è una pagina di felicità questa
    una foglia ridente di ciò che abita e ci rende luoghi di creazione e relazione
    io figlia ri-creo mia madre, abito la sua nascita così mia madre vive e si nutre del “momento” della mia vita
    ringrazio Fernanda per la scelta di questo articolo e per la sua profonda lettura da ri-leggere
    elina

  4. Nella complessa relazione tra l'”io” e il “mondo-fuori-dell’io” stabilmente fa da medium la parola, di per sè ossimorica congiunzione della fisicità fatta di fiato, bocca, lingua e del logos non-fisico fatto di concetti, pensieri, idee. Questa specialità dell’essere umano, rapportabile quasi per mistero e potenza alla ghiandola pineale di Cartesio (che secondo il filosofo metteva appunto in contatto materia e pensiero in qualche punto del corpo), non viene avanti spontanea con la crescita, almeno da quel poco di ipotesi che si sono fatte a partire dai ‘ragazzi selvaggi’, che non sono più in grado di usare la parola se hanno vissuto i primi anni di formazione allo stato puro animale. Occorre la madre, o chi per lei in funzione materna, a insegnare la parola. Chissà, forse perchè – qualche studioso ha ipotizzato- l’ha inventata lei, la donna, la parola? Comunque, quando per la prima volta, dietro il materico dito indice puntato su una cosa del mondo, si incanala lo sguardo del bambino, oppure quando la mano grande fa sentire alla mano piccola un con-tatto materico e così -corpo a corpo- con tutti i sensi; e intanto si accoppia a quel dito, mano, orecchio, lingua, occhi un fiato di nome, una due tante volte, finchè magicamente il nome ‘chiama’ quella cosa, anche senza che ci sia, ecco che magicamente quei due poli apparentemente divisi in modo irrevocabile si trovano, si fondono e fanno l’io-mondo della parola. Mediatrice la madre, mater-materica, appunto, di latte e di lingua, di pensiero. Ecco perchè la poesia, sì Rossana, pertiene alla ‘lingua materna’, alla lingua che non dimentica il con-tatto originario. La poesia vive su quel confine burrascoso e terremotante tra astrazione simbolica linguistica e pura matericità extralinguistica, quello che la lingua di tutti i giorni e la lingua specializzata della scienza (e, vogliamo dirlo?, tanta poesia) hanno perduto o messo da parte quasi del tutto: certo, per necessità diverse, certo per bisogno di indagini particolari, ma sta di fatto che, quando tu ‘senti’ la poesia, ti accorgi del suo senso diverso, ti accorgi con un brivido sibillino che sei su un margine difficile e inquietante, metamorfico, polisemico, che dice tanto, fino al troppo, e sempre nuovo e diverso. Non a caso la poesia usa i modi (metafora, metonimia, simbolo, etc., certo padroneggiati con volontà e indotti a ‘strumantazione’) che sono ‘linguaggio’ di quel luogo sconvolgente in noi, tanto magmatico quanto basilare, dove il con-tatto ancora e sempre avviene, ed è misterioso quanto l’input alla nostra vita venuto dalle stelle a quella prima molecola materica: quel luogo che chiamiamo ‘inconscio’, ‘es’, come volete. Chi perde la matericità materna della parola, io credo, perde questo con-tatto col mondo, perde la ‘veggenza sciamanica’ della poesia, la sua capacità di conoscere in modo assolutamente diverso. Non è poco. Grazie, Rossana, per questa lucida e profonda riflessione che ci hai dato, istigatrice di tanti altri pensieri. Dovremmo pensarci tanto e di più a queste cose. A tutti/e che non la conoscessero già suggerisco la lettura di “L’ordine simbolico della madre” di Luisa Muraro.

  5. lingua della madre, per me che non l’ho più avuta accanto nel momento in cui s’impara l’indipendenza, dai sei anni cioè, è significato un cercare la madre che non abbandona, cioè cercare la madre nei luoghi che sono origine della madre e sono madre essi stessi:un solo luogo e una sola lingua universale pronunciata in altri linguaggi, in fonemi e grafemi, in grafie che portano ad altri luoghi, in cui la madre cresce interiormente disseminata.Questo rappresenta sia un pericolo sia una grazia: mina e semina portando alla morte della madre o alla sua resurrezione in altri corpi mondi fino a trovare in sé la madre stessa senza bisogno di andare oltre sé se non per specchiamenti in cui si trovano i colori e i disegni dello stesso volto, dello stesso corpo. La poesia sa questo e solo quando costruisce il vetro dentro cui il labirinto si riflette riesce in qualche modo ad offrire la soglia per il passaggio anche agli altri. Ma. Non avviene educando il figlio-figlia, porgendogli il bolo di parola dalla propria alla sua bocca, piuttosto strappandone il cordone con i denti e mordendone le carni perché si allontani e veda la sua ampiezza. Stellare ancora, anche se la mater(ia) sembra essersi contratta, rattrapita in questo corpo mi(ni)mo, in cui esiste sempre l’infinito che lo vive.Ciò che si è cercato di dire è questo passaggio, non tanto dire il mondo inventando abecedari di adamo, che guarda il vetro dello specchio e non vede mai se stesso. Eva mangia la mela poiché sa che mangia la sostanza del suo corpo.ferni

  6. Mi accodo a te, Ferni, così: non so se ti riferivi o no al mio intervento; comunque, mai e poi mai insisterei su una sorta di ‘educazione’ (che implica già un ordine simbolico NON della madre, ma del mondo dominante al maschile), piuttosto su quella ‘costruzione’ originaria, certo ‘adamitica’ se vuoi chiamarla così, ma che non funziona per ‘abecedari’ già costituiti, bensì per un con-tatto parola-mondo che la madre-nutrice media al figlio col mondo, che quindi organizza un ordine primigenio NON nel segno del mondo simbolico stabilito (anche se la madre lo può avere assorbito e accettato pienamente), ma in un ALTRO ordine, della madre, della donna, perchè in quel rapporto primo non è una maestra che insegna, ma un corpo-madre che si moltiplica, si dilunga ancora da sè, facendosi figlio e mondo (cominciando dalla pelle, dal latte etc), accogliendoli entrambe nella sua cura per mediarne il con-tatto. Non per sempre. Per pochissimo. Appena il linguaggio è nato subentra l’ordine simbolico del mondo, quello che ben divide parola e cosa. Ma comunque il primo con-tatto c’è stato. Non a caso, da Dante a Franco Loi a Zanzotto, quanti poeti affermano che per fare poesia ricorrono alla lingua ‘materna’, fino a parlare, scrivere, fare in una lingua che NON CONOSCONO, NON SANNO nella loro abitudine cosciente: Emilio Rentocchini scrive in un dialetto che non parla assolutamente; Franco Loi in un dialetto a volte che ne mescola di diversi ben poco posseduti nella vita e con cui ha pure convissuto poco. Ma c’erano o erano limitrofi alla loro madre. Questo primo linguaggio secondo me favorisce la poesia che osa la carne dell’extralinguistico, che fa mondo, mette al mondo.

  7. Leggiamo, mi pare, e diciamo la stessa mater(ia) e se pur da punti di vista diversi accade quanto avviane in geometria nelle omotetie. Esistono relazioni biunivoche percui pur proiettando, perché questo avviene sempre, da centri do proiezione diversi, arriviamo a costruire immagini legate ai corpi che quelle immagini hanno prodotto e viceversa.Ecco: questo vice-versa è importante, tanto quanto l’origine della mater(ia),facendo di noi ulteriore mater(ia).Esiste anche lo strappo, quel taglio del cordone dal corpo della madre avviene anche con la parola in cui il mondo si riforma in ciascuno di noi ricreando mondo e madre, ampliando l’essere, facendolo mare. ferni

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