Gianfranco Draghi: per testimoniare Cristina Campo attraverso le lettere

Lorenzo Lotto

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Ahi ahi, Cristina, come ti riconosco in queste pagine perfette di lettere in queste definizioni fulminanti: riconosco anche la tua durezza la tua intollerabilità, il tuo cattivo umore che non si pronunciava come tale, ma era inesorabile impietoso e del tutto unilaterale giudizio: io ho scritto di Cristina ad abbondanza della luce che sgorgava da lei, della pietrosa diamantina fragilità e forza che scorreva dalle sue sottili vene: riaprendo questa sue lettere ad Alessandro Spina (insieme non nego una mia invidia a chi le ha ricevute, anzi una tenerezza per la mano che le vergò benché anch’io tenga, in qualche magazzino dei miei traslochi un nugoletto di lettere di Cristina) ho sentito qui un abbandonarsi confidenziale, una amichevole partecipazione: ma forse eravamo troppo giovani e diversi io e Cristina all’inizio degli anni cinquanta…

Una figura, se non ne vediamo anche i lati ombrosi, le difficoltà, diventa un epitome, una santificazione, diventa troppo perfetta (e ognuno ha la sua perfezione) e non abbastanza perfettibile e reale: e proprio guardando queste lettere di Cristina, stampate benissimo da Vanni Scheiwiller, penso ad alcune agavi immaginate durante anche le altre letture e tenute in serbo per l’ombra che forma ciò che dobbiamo accettare di lei ma anche pronunciare: io sapevo bene, so bene perché ci siamo persi di vista: l’intransigenza di Cristina quel tagliare che costituisce il terreno…C’é qui lentamente un leggero irrigidirsi di lei in queste lettere e negli scritti che si dilatano nel tempo, assumendo forme anche grandiosamente forti,architettoniche e insieme indurendosi come pietre: nessuno di noi é una misura assoluta, ognuno é la misura per se stesso: si può riconoscere una assolutezza senza uccidere? Si può riconoscere un valore con la comprensione dell’altro e l’accettazione: nè l’arte né la lingua sono valori assoluti: potrebbero se no diventare tanto duri, agguerriti e totalitari come qualsiasi forma mentis catafratta e irrigidita: per il bene supposto di Dio si fa come il pastore de “Il pranzo di Babette”, che uccide le possibilità espansive delle figlie, ne soffoca i talenti, gli amori per pretto e vischioso egoismo: ma solo l’artista è ricco della sua possibilità espressiva, anche quella di un pranzo generoso ed abbondante, folle e pantagruelico. Non può neanche tanto aiutarlo un uomo così. Non sa che ciò che vuole è solo affetto,tenerezza, bontà, vuole essere amato e non lo é abbastanza soprattutto da se stesso e soprattutto in quelle parti sue che gli sembrano repellenti e nemiche.Le nostre parti negative sono negative solo per una morale che distrugge o taglia e non sa accettare per trasformare. Questo è il crinale del cuore sofferente che mi fa soffrire o leggermente mi inquieta quando leggo questi testi pur tuttavia impeccabili di Cristina: perché l’impeccabilità di un gesto deve diventare soffice come una piuma, sentire il piccolo essere bisognoso di amore e cure che ha in sé, che ognuno sente, foglia sbattuta dal vento della vita.Come a un amico che ti telefona una sera, ed è, lo senti, in difficoltà, te lo dice, è stanco, è una grande lotta la vita dice, e ti parla della figlia che è bella come un virgulto, porta un nome italico meravigliosamente poetico, e soffre però, soffre di qualcosa di misteriosamente piagato: e tu vorresti dirgli “Affranto mi parevi amico, e disfatto, della tela di Penelope, del tuo sforzo, della tua cedevole buona tenera natura di padre, del tuo serissimo forte vigore di padre, affranto e disperato nella forza della voce, e lo dici e tieni per te, e lo pensi così l’integrità e l’accortezza del destino si piegano contorcono alla fatica del vivere: come puoi oltrepassare quel mare? Come puoi interrogare quelle voci e disinnescare quelle inutili flottiglie di carta che ti perseguitavano pensiero, ricordi, afflizioni, liturgie?” E’ appunto alla liturgia di un gesto che possiamo apporre riparo: il rituale che consacra una pieve o un castello o una città.Anche l liturgia conserva ed è significante finche il suo liturgico sermone è come passare con la mano sul vello caldo di un cavallo e non è castigarlo di botte per un’inutile gara: è come quando venti o trenta anni fa si parlava con qualcuno dell’inquinamento della terra e come i fiumi le vene della nostra madre soffrissero e qui qualche Hopi veniva a parlarcene: ridevano gli altri, i vili, i mercenari: ma che importa, il processo tecnologico vincerà tutta la produzione industriale, capiterà anche questo? Un bel disastro invece: era una mancanza di elasticità, di coscienza … certo Cristina non soffriva di questo, l’esemplificazione è meritoriamente all’ opposto. Ahi Cristina Cristina come mi fa soffrire questa luterana indigenza questa durezza parrocchiale. In queste considerazioni c’é il richiamo ad un bisogno di addio, ad una capacità di amare, una peccabilità che anche Cristina sentiva, la piagava, e me la rende, me la rendeva più umana. Magnifiche le due traduzioni da Hofmannsthal rivestite di un manto purpureo, azzurro e verde autunno; foglie colori rumori passi, la natura, quella realtà che ci possiede e che abbiamo risentito nella sua ottusità splendida e nella storia dell’uomo in un manto sontuosamente liberty come lavorato dalla mano grandiosa di Mariano Fortuny: e la morte del padre e della madre, quell’azzurro degli occhi… e la grande lettera sul cavallo che la guarda.

A spalancarsi l’abisso e richiudersi la possibilità è la forza dell’amore per la scrittura come comunicazione perfetta ed impeccabile: di fatto non siamo impeccabili neppure Cristina è impeccabile, o di volta in volta è vero, siamo perfetti ed impeccabili ma ci vuole, come il filo in un canone gregoriano, la morbidezza un canale di dolcezza e di comprensione: si alternano in lei devotamente e misteriosamente…La ricerca del rituale, la ritualizzazione della vita, la liturgia del gesto quotidiano, erano ciò cui aspirava Cristina la sua intensità. La vita è fatta anche della brodaglia inconsapevole, l’essenza archetipica (quella che Zolla ha illuminato benissimo in “Androgino” e nell’ultima parte dello “I letterati e lo sciamano”) codesta essenza è qualcosa di riluttante, di magico, di sporco anche: eppure Cristina Vittoria lo sapeva; quando parla dell’artigiano: avevre un senso della conversazione diventa un senso eccessivo della forma; eppure come sono quelle pagine delle lettere sulla cerimonia del sacerdozio del monaco…La mia venerazione per Cristina non m’impedisce (non m’impediva) di sentire questo suo lato rigido che corrispondeva a una fragilità delicata come di cristallo: la disperazione che la perfezione è inattingibile. E’ questa la rende, pure questa debolezza, che certa è quella come ho già rilevato che mi allontanò da lei quando la mia vita verso il sessanta prese l’andazzo di occuparmi degli altri, dei loro nodi e di scioglierli con la dolcezza, con l’accettazione, con l’integrazione e non con il taglio, (il taglio viene poi da sé) eppure a ripensarci è una umanità dolente che la colpiva così in queste pagine perfette respiro anche una voluminosa tragedia, un dramma rarefatto: sento dietro la prosa impeccabile un sibilo stordente una frustrazione mattinale. Cara Cristina come vorrei, col senno di poi (la lunga esperienza di tunnel e luci, tunnel e luci) aiutarti in questo, non posso che rievocarti e dirti grazie comunque di avere eretto e scritto queste pagine stupende.

Gianfranco Draghi

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IL MIO PENSIERO NON VI LASCIA. Lettere di Cristina Campo, Adelphi- gennaio 2012

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RIFERIMENTI IN RETE:

www.cristinacampo.it

“Nell’epistolario di Cristina Campo c’è la meglio cultura del secolo scorso”- Luca negri

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