F.Ferraresso: breve viaggio nei marosi del testo “La nascita, solo la nascita” di Luigia Sorrentino

Jean François Rauzier

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A volte mi domando come un corpo così pesante, quale è quello del nostro pianeta, che continuamente partorisce terra e mare e montagne e creature di ogni genere e specie in tutte le stagioni, sia così lieve, visto dal cosmo e visto che galleggia e fluttua, e non posso non stupirmi nel pensare che non sia densa la materia che lo sorregge, visto che poi è la stessa lievissima sostanza che noi respiriamo, perché si traduce in cielo e aria ed è così leggera da passare le barriere minuscole degli alveoli nei nostri polmoni, ci colonizza il sangue con il sole. E poi penso a noi, che sul suo corpo siamo un niente e riusciamo, forse resuscitando, da secoli e secoli  a crederci pensanti e dunque pesanti, consistenti, corpi che hanno un potere, un potere capace di schiacciare i propri simili e  cambiare la storia di popolazioni intere, non solo di esigui gruppi di migranti, e modificare in questo modo la faccia del pianeta. Noi,  lo siamo tutti migranti nell’universo, elementi di un campionario celeste, che gareggiano in circhi di stupidità all’ennesima potenza, mentre qui, il nocciolo che ci ospita corre nel circo massimo di un magnifico caos che ci è sconosciuto praticamente per intero. Qualunque  peso dell’uomo è un niente, per la terra che lo ospita, eppure sembra  vero il contrario e cioè che sia la terra che pesa all’uomo, occupato a guardare in modestissime porzioni del suo occhio ormai cieco ed involuto, occhio di un recluso nella gabbia di Platone, dove la statua vede e l’uomo va tastoni. Ricordare che la terra è solo una sfera che naviga nel cosmo e che all’interno il fuoco governa i cataclismi e le geografie di tutte le nazioni, dovrebbe permettere a tutti di inquadrare la falsa faccia di un inesistente potere, che taluni si vorrebbero arrogare nei confronti di tutti gli altri loro pari e che se vi sono popoli a cui la terra viene negata, da sempre, questo accade per colpa di proiezioni mentali: i-deo-logie religiose, politiche, economiche…Solo falsificazioni. Tutte provengono da un vuoto in cui l’uomo getta se stesso nella fossa e fin tanto che non si renderà conto che è la sua carne che divora niente sarà di fatto nascita, come auspica Luigia Sorrentino in questi versi.  Stragi, genocidi, deportazioni, torture, fosse comuni: questa è la polpa e la polvere della terra che abitiamo. Terra aperta al cielo che continuamente la rinasce. Morte dopo morte, dal seme più piccolo alla faglia in mezzo all’oceano muore naturalmente qualcosa che si rigenera in altro corpo.  Eppure oggi non si vede più la morte,  non certo per averne capito l’estensione, dopo ore e ore di filmati e proiezioni, ed è piuttosto per incapacità a sostenere il suo con il nostro sguardo, la sua parola profondissima con il nostro esiguo superficiale silenzio, che voltiamo lo sguardo come si cambiasse canale radio o frequenza tv. Forse vedere morire è sentirsi morire e per questo è meglio altro, qualunque cosa è meglio della paura di comprendere che l’altro è noi, moltiplicato per milioni di esseri e di volte e volti e di vite, ieri e domani, tutti in questo oggi. Elementali sono: terra, acqua, fuoco, il ceppo che vive bruciando nel grembo e  rappresenta la necessità di ritrovare il nostro corpo intatto, l’origine perduta, la bolla d’aria che procrea non solo il verbo pronunciato costruendo il segno di una lingua non più madre carnale. Scrivere, credo sia stato da sempre cercare l’uomo esiliato e mi piace pensarlo come colui che ha lasciato le mura di “Il’io“, teatro di quella guerra, di Troia, narrata nell’Iliade e poi nell’Odissea e l’Eneide e ancora molti altri testi. Ma è la guerra, come quella di Troia, che si continua a cantare e che non è mai stata distrutta e oggi non c’è né sacro, né epica o poema che possa pareggiare i morti che tutte le guerre hanno conteggiato tra le proprie righe e i solchi, in pagine di terra che sono tutto ciò che  mappa il mondo.  Schliemann nel 1871 riscoprì la città di Ilio, noi ancora non abbiamo capito che è l’io che dobbiamo rigettare in mare per farlo viaggiare e aprire le porte al noi che è quel luogo della sacralità in cui la singolarità si fa plurale, proprio come nell’acqua tutte le gocce, nel fuoco tutte le lingue delle fiamme e nessuna è allontanabile dalle altre.

fernanda ferraresso- gennaio 2012

Jean François Rauzier

Da “La nascita, solo la nascita”

QUESTA INFURIATA MATERIA

il braccio universale di questa cosa che fluttua
nel ronzio in declino
nella trama della canapa che invecchia
sul viso della poesia, il lamento
nauseabondo
la morte spontanea, la morte
nella pace dell’inguine
dove è più del caldo del padre
della vertebra,
il palmo su cui terminerai molto prima
nelle intemperie della rosa
nell’aria difforme delle gelate di aprile
perenne, come spada la leggerezza del fiore
fende
questa infuriata materia espulsa dal suo peso
che braccia umane scardinano e separano
madre di estemporanea ebbrezza
sprovvista di tallone

*

madre obliqua ricoperta da strati e inverni
sulle ginocchia mentre spinge di anca la salita
ceduta, proprio dove ora si trova il peso
corrucciato nel frinire delle cicale
con l’euforia della scoperta disseminata
tra gli sterpi, le piccole rughe ai lati degli occhi
evapora il giorno lento, nella stagione che conta
la stagione che ti conforma all’umano
su quella base incerta
su quel corpo lasciato obliquo a difendere la prima
vedovanza
uno strascico di ombre dove la luce è orfana
e il cammino ha recessi di tallone

*

basta un abbraccio, una curva dell’onda
lontano dalla terra fecondata dagli aratri della pioggia
specialmente quando il vento di maggio si fa fuoco
e la luce irrompe
dalle maree sollevate e il sangue spazzato via
attraverso la carne espulso come il mare
esibisce la sua lacrima, balza la genesi
vena ardente nitida eredità sta piantata nel mio
petto
a forza devo liberarmi dalla nascita che mi fu contagiosa
nel mare in marcia contro gli anni contro le pianure e
la desertificazione
l’urto

*

se solo tu avessi un istante sotto questo
millesimo
chiuso nel bottone di ogni tua immersione
quando tutto per noi emerge come un cratere
ti dicono questa è la cavità,
questa la legge delle esplosioni
una natura morta,
dove si consuma il movimento
vedi, questo è il significato della materia
da ombra a sangue e carne, dissolta da ogni lato
e non discutere gli argini, il letto
d’acqua che spunta all’improvviso
pattugliato dalle gambe degli angeli

.

Jean François Rauzier

l’impeto lo tiene sotto la sferza
schierandosi con la forza sa dove andare
in principio – almeno così dissero –
un battesimo senza acqua benedetta
consapevole del limite anche nella nebbia
la ritrosia dell’albero non fece più frutti
e fu inevitabile
lo chiamarono l’albicocco dai fiori lattei
e gli tolsero gli occhi con il riverbero del sole
per segnale ebbe uno spasmo
una forchetta che buca il tronco
e lo solleva su un’enorme onda
la caduta fu violenta
scure d’acqua e di spuma che avvelena
e affligge

*

il passaggio del millennio
l’offerta sacrificale al dio della guerra
il suo fuoco perenne
le mille vie della scellerata
incline alla discesa
con mano leggera di essere
forte distruzione del genere umano
furente
la treccia del mare batte
il respiro universale della madre
il feroce impatto amplificando
il centro doloroso

*

ha il respiro gravido l’impatto
il cervello chiuso in un istante
nella velocità con cui si muove la scheggia
dopo l’esplosione
non c’è grado o misura per la schiera degli afflitti
vengono
ma il presagio non ha volto
l’onda ribatte sulla faccia
e il nodo non cede alla pressione anzi
rimbalza fino a fare male
per questo capita che un bambino
muoia per l’occidente
quando costruisce un pallone
siamo noi il pezzo mancante?
o è dio che non esiste?

*

tutto è passato sempre
anche il vento delle cicale
che sbattono qui vicino
senza tregua
il male è assoluto
a questo passaggio non posso che assistere
senza grandi espressioni
compiendo parole leggere o di piombo
non credo ai miei occhi per tutta questa
sperfezione
pronunciata come montagna
panorama del brutto
incompiuta

***

Luigia Sorrentino –  “La nascita, solo la nascita” (Manni 2009)

.

RELATIVAMENTE ALL’AUTRICE

Luigia Sorrentino è nata a Napoli. Giornalista e poeta, vive a Roma e lavora a Rainews. Cura per il sito del canale il primo blog di Poesia della Rai, Poesia. (http://poesia.blog.rainews24.it/).
Tra le sue più recenti pubblicazioni: C’è un padre (Manni, 2003), La cattedrale (Il ragazzo innocuo, 2008), L’asse del cuore (in Almanacco dello Specchio Mondadori 2008), La nascita, solo la nascita (Manni, 2009).

6 Comments

  1. Ho letto con attenzione questo percorso e non posso che condividere quanto scrive nei suoi versi l’autrice, anche se fa male, fa male davvero anche solo pensarlo che tutto si riduce ad un inizio e poi è destinato a perdersi, nel cammino.

  2. ha il respiro gravido l’impatto
    il cervello chiuso in un istante
    nella velocità con cui si muove la scheggia
    dopo l’esplosione

    Ne ho visti di volti trasfigurati dalle esplosioni e leggere qui mi ha portato a dei flash in cui la mutilazione dei pensieri avviene in fronte a tanto orrore, e prima era avvenuta nella logica che deve aver presieduto la scelta di praticare la guerra e le sue orripilanti mutilazioni.

  3. se solo tu avessi un istante sotto questo
    millesimo
    chiuso nel bottone di ogni tua immersione
    quando tutto per noi emerge come un cratere
    ti dicono questa è la cavità,
    questa la legge delle esplosioni
    una natura morta,
    dove si consuma il movimento
    vedi, questo è il significato della materia
    da ombra a sangue e carne, dissolta da ogni lato
    e non discutere gli argini, il letto
    d’acqua che spunta all’improvviso
    pattugliato dalle gambe degli angeli
    *
    La trovo particolarmente intensa anche senza ferite di lama,arriva in profondità in chi l’ascolta

  4. il braccio universale di questa cosa che fluttua
    nel ronzio in declino
    nella trama della canapa che invecchia

    Una istantanea che fredda tutta la fretta e mette in movimento una visione cosmica, come poi dice anche ferni. Grazie per questa nuova voce.
    cecilia

  5. fluttuando_flouando (termine desunto dal mio j. joyce complice luigi schenoni più traspositore che non mero traduttore) si perviene ai sensi delicati del poetare raffinatissimo di luigia sorrentino ben presentata da f.f. con nota ricca e coinvolgente, bello sentirsi flouare da questa doppia lettura, sorrentino_ferraresso
    r.m.

  6. Cari amici,
    grazie per la vostra partecipazione a questi pochi versi. Fernanda ha colto in pieno il senso dell’intera raccolta ‘La nascita, solo la nascita’ anche se non so se l’ha letta. Sembrerebbe di si, oppure la sua intuizione è davvero grandissima, oppure, semplicemente, Fernanda è davvero ‘un mio simile’.

    Mi soprende Fernanda quando scrive : sembra che sia la terra a essere diventata un ‘peso’ … Ed è proprio così, per me: nel libro titolo un’intera sezione ‘Il peso della terra’.

    Oh, certo, Fernanda! chissà chi pesa di più! Certo, a noi “migranti nell’universo”.

    […] terra che pesa all’uomo, occupato a guardare in modestissime porzioni del suo occhio ormai cieco ed involuto, occhio di un recluso nella gabbia di Platone, dove la statua vede e l’uomo va tastoni. […]

    Grazie Fernanda.
    Luigia Sorrentino

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