TRASMISSIONE DAL FARO N. 27- A.M.Farabbi: Chiacchierata con una creatura analfabeta. Parlando della mia riconoscenza verso Milena Nicolini. Scrivendo di getto.

Italo Lanfredini- Oltre la soglia

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Guarda questo libro, aspetta non aprirlo non ora, guardalo con lentezza come chi intuisce che dentro c’è il mondo. Direi così a una creaturina analfabeta davanti a me. E le farei toccare la copertina, con il dito percorrere la porta del maestro Italo Lanfredini – a me carissimo carissimo (e non commetto ripetizione) – e poi con l’indice e il medio salire la scala d’argilla. Le fermerei il polso perché non prosegua oltre. In questa sospensione le narrerei due tre cose di quella donna che ha scritto il libro e che ha creato il mondo oltre quella scala.
La signora è una mia amica ma questo non conta niente. Io sono feroce: il mio cuore pulsa diritto anche dentro la nebbia, dentro gli abbagli del sentimento, dentro le dolcezze infinite dell’affetto. Ho un cuore strano che legge la poesia nella sua nudità, scarnisce la polpa sentendo il midollo. Annullato ogni retorico sentimentalismo, arrivo all’essenza: questa signora è esemplare, secondo me,  perché sta alla poesia totalmente, umilmente, rovesciando la sua fragilità in tenacia, tessendo rigore ricerca relazione in un  corpo a corpo amoroso, quasi violento quasi tenerissimo, fino al collasso. Pratica l’opera e non il proprio nome e cognome (vorrei che si comprendesse questa mia breve frase senza che io la descriva).
Ogni sua esperienza è stata studio, incessante, ostinato, indelebile. Dal tornio interiore alla scrittura, ha lavorato, scorticato, sprofondato in sé stessa e nelle carte degli altri. Si è messa a servizio delle opere, combattendo da partigiana per scalfire e sfondare le assenze editoriali. Non ultima la sua battaglia per Daria Menicanti.
Ma torno al cammino del dito: dunque, in cima alla scala d’argilla di Italo Lanfredini ci fermiamo per annusare il mondo. O meglio, entriamo nella cruna, nell’occhiello strettissimo, dentro cui vita e morte sono innestate l’una nell’altra, conficcate l’una nell’altra, in dolore reciproco, in una lingua sconvolgente che scoperchia la meraviglia bellissima e l’orrore plumbeo.
Ci sono opere che sono arrivate su questa soglia terremotata e terremotante, oltre quelle citate da Milena Nicolini: Gina Lagorio con Capìta, Roberta Tatafiore con La parola fine (mi prometto di scriverne), Hervé Guibert Citomegalovirus,… sono perle di una collana organica di biologia letteraria. Ha la loro natura questo libro di Milena Nicolini: figlia e padre, abbracciati, annodati insieme, dolenti ma con respiro ed emozione, emergono dalle acque amniotiche della creazione, traendo forza, sostanza, solidarietà, sorellanza, da spicchi di altri opere, di altri autori autrici segnanti. Imperdonabili, come direbbe Cristina Campo. Nicolini li trasforma in travi dentro una prospettiva, una fuga di accessi, uno dentro l’altro. Questo gesto poetico architettonico è soprattutto politico: indica l’importanza fondamentale della comunità, della comunità dei maestri necessari, utili, orientanti, generanti: coloro che ci portano la parola, la bocca, la mano per un tratto di strada. Fiaccole in marcia nella notte.
Questa architettura mi appartiene. Mi piace. Non è rinascimento fine a sé stesso dentro cui l’io si esalta. Qui l’io femmina grida bestialmente, bestemmia, e poi improvvisamente riavvolge la voce in una curva morbida di pietà, non tanto per il padre amato che sta morendo, ma per sé. Cambiano vertiginosamente i ritmi, i paesaggi esistenziali, così come i minuti non sono uguali mai e rivelano improvvisi e capovolgimenti.
Così, dentro un corridoio di voci, uno solo è il canto d’amore che attraversa: quello della figlia al padre morente, ombelico a ombelico, in un baratto di sacra intimità, di gestualità che è linguaggio, di parola pane rarissima e nutriente come in tempo di carestia e di pellegrinaggio. Lui è steso a letto, stanchissimo, vivo qua e là tra sciabolate di luce limpida, lei lo guarda si chiede elabora sta zitta, lui parla con una parola pietra focaia in dialetto che è terra buttata tra le lenzuola e la flebo. Lei che dentro quel corpo riassume tutto di sé della lingua del dialetto della terra della madre dell’altare dei profumi dell’icona dentro cui prega.
Direi a quella creatura che la poesia è così: mettere a fuoco il proprio corpo, la propria identità, l’anima della relazione con il tu, spogliarla da ogni  sublimazione, diventare lo gnomone della meridiana a costo di essere folgorato dalla canicola della solitudine.
Diventare onesto di fronte alla meraviglia e all’orrido e tanto sapiente da scrivere senza eccesso.
Ecco ciò che conta di questi tempi, come ora sarà per sempre: esporsi dopo aver lavorato fino allo spasimo,  coltissimi dopo aver divorato intere biblioteche, idioti con le mani dentro l’argilla di sorella morte sorella amore sorella parola sorella silenzio sorella nulla mentre ci divarica e, talvolta,  ci permette il miracolo di creare.
Anna Maria Farabbi –  gennaio 2012

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Milena Nicolini
Tre porte ad un padre. Rosso pietra, 2011

9 Comments

  1. Come non condividerle tutte le sottolineature di Anna Maria Farabbi e soprattuto questo passo:- Direi a quella creatura che la poesia è così: mettere a fuoco il proprio corpo, la propria identità, l’anima della relazione con il tu, spogliarla da ogni sublimazione, diventare lo gnomone della meridiana a costo di essere folgorato dalla canicola della solitudine.
    Diventare onesto di fronte alla meraviglia e all’orrido e tanto sapiente da scrivere senza eccesso.- Grazie.D.D.

  2. E’ da un po’ che non scrivo ma qui mi pare di trovare percorsi che non è possibile non condividere.Volevo ringraziare la Dott.Nicolini per la sua scrittura, mi ha fatto sentire meno solo di quanto pensassi, nell’affrontare la morte e i suoi segni.

  3. sono molti i passaggi su cui fermarsi e fare ascolto
    mi ha colpito molto il discorso circa la comunità “dei maestri necessari”, coloro che portano la parola
    penso che questi fari possano aiutarci a camminare anche in momenti di poco cibo spirituale o quando la scodella dell’amore sembra essere troppo colma da non farti guardare oltre…la soglia
    grazie
    elina

  4. raramente il troppo nell’amore non tracima, forse non si tratta di amore. Effettivamente ci sono voci maestre, come quelle nel vento, che portano l’aiuto che può nascondersi in una parola, anche una sola, messa sotto una luce diversa o…dichiara a chi l’ascolta ciò che prima restava inespresso, senza alcun suono e presenza. f

  5. Grazie Anna per questa sequenza di gradi e gradini che portano al massimo dell’escursione termica, alla febbre e al massimo della profondità, nel freddo, estremi tra cui stiamo noi e tutto ciò che in corpo segna paura amore dolore sfregio intolleranza e compassione attesa, di trovare alla fine, certo alla fine di ogni passo, il passaggio attraverso la cruna nel modo meno cruento possibile.ferni

  6. Basta stare due giorni senza aprire il computer (questa corsa feroce del vivere oggi che ti porta in giro come una sporta per la spesa) e ti ritrovi con la corona di un ‘nobel’! Prima l’intervento delle amiche capitanate da Ferni e poi adesso questo -non posso definirlo tanto è… è… – di Anna. Non un ‘nobel’, ma di più, perchè c’è un caldo, un tepore di sangue amoroso che non credo si trovi nelle fredde plaghe del nord. E poi è quasi tutto al femminile, e, per dirla alla Muraro, “non è da tutti”! Mi viene però, subito, una domanda: ma sono io? Davvero, carissime mie tutte, non sono abituata, mi vergogno di stare così in mezzo alla stanza, davvero, non lo dico per buone maniere: troppo, troppo … Credetemi, sono tanto più piccola, tanto meno di quello che si dice. A volte capita di trasmettere un sentire forte, non perchè si sia ‘più’, ma perchè le situazioni ci portano a punti di sensibilità al calor rosso che spezza involucri, impedimenti, ritrosie e nella “nudità regale” (quella che -non so come- vive sempre Anna Maria ) si arriva davvero a quell’altro, a toccarlo dentro. E’ un dono, una ‘grazia’, che mi trascende – no, mi attraversa -come una ‘magia’, che sbalordisce e annichilisce, un po’ come un’estasi, una trance. Non capita, almeno a me, spesso nella vita. La crosta non si scioglie spesso. E non importa se spesso è il dolore che veicola questo stato. Importa che si può, a volte, vedere dio in faccia, che è l’altro. Grazie e grazie e grazie e grazie e grazie e grazie e ….
    P.S. Il mio libro non è distribuito in libreria. Chi è interessato/a può contattarmi alla mia mail. Non so se posso metterla qui, lo faccio. Se non si può, la cara Ferni cancellerà il troppo. beatrice.trenti@alice.it
    milena

  7. Ciao Milena, dono dell’incontro, dell’apertura averti qui tra noi. Quanto all’indirizzo puoi se tu lo vuoi, con il rischio di trovarti una casella piena di richieste. Non vedo l’ora ci si incontri. A Sasso M. ci sari? Ci sarò, l’ho già promesso. Un abbraccio forte, grande,ferni

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