Fabio Franzin- CANTI DELL’OFFESA: lettura di f.ferraresso

CANTI DELL’OFFESA

di Fabio Franzin

Dunque dov’è l’offesa? Ma non è / offesa, è strazio1

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La sorte dell’uomo, è mutata.
Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini.
L’acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son più cosa vostra,
non potete più stringerli a voi generando e vivendo.
Altre mani ormai tengono il mondo2

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1 Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi 1965
2 Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi 1947

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luciano ventrone

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Povere statue. Mai state scolpite
mai state toccate da arte o scalpello
scaricate dalla stiva sull’asfalto

bollente dell’estate stese e per le
storte pose degli arti derise. Statue
del gelo nell’algore che ci avvolge.

Impresse nel display di qualche
telefonino quale esotica immagine
di viaggio da mostrare ai mostri amici

le angurie fresche a fette nei tavoli
il ghiaccio nei cocktails a cubetti
quel ghiaccio triturato dai sorrisi.

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Il 14 luglio 2007, nell’area di servizio Bazzera, a Mestre,
da un camion-frigo tedesco che trasportava angurie, furono
estratti i corpi congelati di tre clandestini iracheni. I
giornali raccontarono le risa divertite dei turisti di passaggio,
le foto ricordo fatte coi telefonini.

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luciano ventrone

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Questi vostri nomi Andreas Peppe
Jordanu Emir Mailat questi nomi
sporchi di sabbia e calcina volati

da impalcature posticce il giorno
stesso dell’assunzione queste urla
perse fra putrelle e betoniere sono

il grido che resta imprigionato fra
le celle in cartongesso dei nostri
appartamenti e nelle intercapedini

le piastrelle sono lapidi che il mocio
lucida il detersivo cancella sangue
e nomi sudore e precariato caporali.

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luciano ventrone

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.Ora è anche per noia che si violenta
e si uccide per ammazzare un tempo
ostile in tanti contro uno da vigliacchi

così rinascono squadroni e spedizioni
punitive riaffiora il razzismo fra spritz
e tramezzini fra gli eroi dei videogames

e i jeans griffati così si umilia l’indifeso
il portatore di handicap così fra la noia
e il porno l’orrore è ormai divertimento.

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luciano ventrone

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Lo strazio di questi sgomberi forzati
fra viadotti e incolti di periferia le ruspe
in azione a spazzar via lamiere cartone

far macedonia in fango e pozzanghere
ciabatte colorate maglie arti di bambole
donate dalla caritas; bonificare l’area

è il gergo giuridico che indica diritto
da una parte e offesa dall’altra l’offesa
al genere umano costretto a vivere fra

ratti e baracche il cinismo di chi si indigna
perché quei ghetti turbano l’estetica del
luogo non sono in sintonia con l’ordine

le cancellate dei recinti civili. Triturare far
macerie della miseria cancellarla dalla vista
questa ora l’area dell’anima da bonificare.

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luciano ventrone

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È guerra ormai è guerra senza armi
la guerra sgangherata dei pezzenti
con le bollette in mano i denti laschi

la carie che ha intaccato i sentimenti.
Guerra senza esercito e bandiera senza
elmetto né trincea e che di certo non ha

neppure il suo nemico perché il volto
del nemico è celato nel tracollo della
cifra nel codice d’accesso al bancomat.

Guerra in cui ognuno è solo nella lotta
con la sua sporta il ciuffo di sedano che
sbuca il latte che si spande fra la calca

solo col suo cent a grattare la schedina
con la ricetta nella tasca del giaccone
solo ad una voce registrata che ripete

prema il tasto tre invece se desidera
parlare con un nostro operatore. Solo
a combattere se stesso il suo destino

 
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CANTI DELL’OFFESA  – Il Vicolo Divisione Libri,  editore@ilvicolo.com
.

Non parla in dialetto. Qui Franzin ci mette la lingua nazionale e fa della sua ricevuta offesa un canto per tutti, tutti quelli che ci mettono l’opera propria a costruire il pane la casa e il territorio e una parola che suoni vera. Cronaca la sua parola dice i fatti, inchioda la responsabilità degli uomini nei confronti di altri uomini e donne, non c’è commercio di parola giornalistica, niente scoop. Nei Canti dell’offesa, raccolta di poesia di Fabio Franzin, pubblicata da Il Vicolo Divisione Libri Editore, non c’è una fetta della popolazione che parla. Uno è tutti. Ricordate le visualizzazioni in percentuali, attraverso quelle torte colorate in cui si spartiscono un patrimonio? Un patrimonio vale per tutti perché tutto è commerciabile, tutto è proprietà del mercato, per cui i clandestini viaggiano con le angurie e vengono congelati. Il congelamento è la tecnica sociale più in voga nel nostro paese. Si sono congelate le pensioni, gli stipendi, gli scatti di anzianità.Tentano di farci credere che la mortalità è un fatto superato, che si è “impennato” il dato della longevità. Ora “inpennato” si è di certo perché un conto è scrivere che la vita si è allungata, un altro è verificare le fasce di età con gravi problemi di sopravvivenza, perché le malattie da inquinamento, di ogni genere ormai, hanno pervaso la società, dalla più tenera età fino a quella della fascia media. I quarantenni e i cinquantenni cascano come mosche per infarto, tumore, quando non ci rimettono la pelle per infortunio sul lavoro. E Franzin li fotografa senza perdere un attimo, perché la sua è cronaca e come tale non dipinge il nero ma segna cosa ha potuto perpetuare un simile gesto a ripetizione, ora in cantiere ora in fabbrica. Non è nuovo Franzin a violenze sul lavoro, perché questo sono, atti criminali per mancanza di protezione da parte di uno statuto e un datore di lavoro che non rispetta la sicurezza. Non si può essere solo indignati, ci si deve sentire offesi perché si vuol far credere che anche noi, che tacciamo e facciamo silenzio, in realtà supportiamo quelle scelte, le accettiamo senza muovere un dito, senza sollevare la testa e la voce, senza muoverci tutti a favore di quello che ora è uno poi sarà una decina poi un centinaio fino ad essere troppi: tutti sulla coscienza, la nostra coscienza, non si sa bene in quale girone dell’inferno, sempre più vicino per rumore e umore a quello dantesco. E qui la forma della scrittura, le terzine strette insieme, come un corpo compatto mostrano tutte le proprie ombre serrate intorno al corpo esposto in tutta la sua fragilità e in tutta la sua verecondia: il corpo dell’idea, col suo fascio di luce proiettato sul corpo stesso che la produce, ma umano, elementare corpo di una specie così simile all’animale da non avere nemmeno anima ma sensi. E qui accade che la parola rigiri la fodera di se stessa e coloro che dovrebbero essere l’idea incarnata in un corpo di civiltà si facciano invece la bestia infera, che la religione chiama con nomi ben precisi e sono in scena nel quadro di una televisione di regime, che tiene nei suoi recinti bestiole da svago e altrove da macello, soprattutto quando entra nelle case, nelle famiglie, nella testa dei giovani che non capiscono cosa sia reale e cosa sia show, che non hanno cultura altra se non i videogiochi. Niente ferma la parola di Franzin. Calibrata sulla voce che sente accanto a sé il coro, non mette fermate alla parola che si sviluppa radicando in chi l’ascolta. La misura il sé: metron-omo. Batte, sicura, contro il tempo, richiamando cicli interi di storia, di mai morti da tutti i fronti delle generazioni trascorse, le solleva mostrandole a chi passa, in queste pagine in cui c’è chi sta a destra e chi sta a sinistra con al centro la pietà, per l’uomo, senza colore,vivo del sangue che gli pulsa in corpo, anche se è cresciuto in cattività, negli zoo di periferia attorno alle città che s’ingrossano come fossero tutte una sola via, un anaconda affamato che c’ingoia tutti, s’ingrassa dei nostri corpi pieni di rifiuti alimentari e scorie, di noi alieni, allineati alienati.

Ma era proprio così il mondo/che sognavamo? Questa teoria/di strade e viadotti e villette//a schiera le gru a incombere/come diplodochi a sbranarci/luce le case di wafer e sbarre//notti lacerate dall’ululato degli/allarmi e pomeriggi a vagare/fra outlet e centri commerciali//
è proprio questa la vita che ci/siamo meritati? La maglietta/scontata del trenta consente//di cenare al Mc Donald’s per/la gioia dei bambini l’happy/meal il regalino fatto in Cina//poi la coda l’anaconda di fanali/nel rientrare giusto in tempo per//la trasferta del Milan sul digitale.

f.ferraresso- gennaio 2012

**

POST SCRIPTUM

La lettura critica è del figlio di Fabio, Alessio Franzin, e sono con lui lieta per quanto scrive questo giovane, già in cammino per vedere da dove è partito, già consapevole dell’attracco verso cui farà ritorno.

CANTI DELL’OFFESA, una recensione di parte

A metà fra il Dylan delle canzoni di protesta e il Matteo Salvatore delle canzoni di denuncia sociale, a metà fra la poetica rabbiosa e sferzante di Trilussa e le parole amare di Pennacchi, Fabio Franzin lancia con questi “Canti dell’offesa” il suo urlo primordiale. Versi potenti, scarni, diretti, contro la tirannia dei potenti e contro l’impoverimento materiale, ma soprattutto culturale, del nostro tempo. Come non riconoscersi nei suoi versi, versi che non sono diretti a nessuno in particolare, eppure versi che appartengono a tutti noi. Versi monolitici, che non conosciamo ma RICONOSCIAMO, come le montagne, come il mare. Se, dopo la pubblicazione delle opere di Primo Levi, nessuno ha più potuto dire di non essere mai stato, seppur per un istante, ad Aushwitz, leggendo questi “canti” nessuno potrà più dire di non essere mai stato un operaio, nessuno potrà più dire di non sapere cosa significhi essere precario, sia economicamente che spiritualmente. Questo ci insegna Franzin: che la precarietà, più che una condizione di vita, è un sentimento, uno stato d’animo. Lo stesso stato d’animo delle celeberrime foglie autunnali cantate da Ungaretti, precariamente appese agli spogli rami, in balia delle raffiche di vento potenzialmente fatali.
Un’opera matura quindi, forse una delle opere più compiute del poeta veneto che, conscio della sua maturità artistica ha giustamente optato per uno stile più asciutto, quasi telegrafico, eppure spietatamente efficace.

Alessio Franzin

7 Comments

  1. E bravo, bravissimo Fabio. Che non si smentisce, che va sempre al cuore del problema, che sa fare poesia civile , ripeto poesia, e non invettiva.
    So che è considerato una delle voci più importanti , e ne sono anche io convinta, perchè non straborda mai, è compatto, il sentimento espresso e contenuto nel ciglio asciutto.
    Narda

  2. Fabio fa della sua vita lo sguardo. Quello che accende le ombre e i bui sotterranei di un adesso che svilisce , toglie forza e cuore se solo non lo si guarda dritto in faccia e non si prova a fare dire replicare un no secco.

    “Non si può essere solo indignati, ci si deve sentire offesi ” dice Fernanda.
    E Fabio per farlo ci dona la sua voce, e, sono sicura, anche una viva presenza attiva.

  3. Arrivo solo ora a ringraziare, e davvero di cuore, Fernanda Ferraresso per questa sua lucida, partecipe lettura di questi miei canti avvitati al dolore per un paese che non sa più difendere i più fragili – se mai ci ha davvero provato – (si pensi alla triste richiesta della bacchelli per Pierluigi Cappello di questi ultimi tempi).
    E ringrazio, con altrettanta emozione le amiche Narda e Iole per le loro affettuose, esagerate parole di stima.
    Grazie, grazie, grazie. Mille baci, care donne.
    Con profondo affetto. FF

  4. Benissimo hai fatto fernanda a pubblicare alcuni di questi splendidi canti di fabio che denuda, in un dettato asciuttissimo, essenziale, pacato quanto tagliente, la terribilità del tempo in cui viviamo. La violenza vile e criminale del “fidanzato” che pesta a sangue “l’amata” che lo lascia, i morti sul lavoro che diventano orrore abituale, un evento consueto, quasi naturale, la noia e la solitudine che ci avvolgono ogni giorno di più nella nostra impotenza, nella nostra incapacità di reagire. Un invito allora, anche a continuare a dire, a mostrare ciò che avviene quotidianamente sotto i nostro occhi, per non diventare complici nel silenzio, per non accettare ma sentirci, appunto, offesi. Profondamente offesi. Bravissimo fabio, grazie davvero per questa tua poesia oggi più che mai necessaria, doverosa. un abbraccio con tanto affetto e vicinanza.

  5. La lettura critica è del figlio di Fabio, Alessio Franzin, e sono con lui lieta per quanto scrive questo giovane, già in cammino per vedere da dove è partito, già consapevole dell’attracco verso cui farà ritorno.f.f.

    CANTI DELL’OFFESA, una recensione di parte

    A metà fra il Dylan delle canzoni di protesta e il Matteo Salvatore delle canzoni di denuncia sociale, a metà fra la poetica rabbiosa e sferzante di Trilussa e le parole amare di Pennacchi, Fabio Franzin lancia con questi “Canti dell’offesa” il suo urlo primordiale. Versi potenti, scarni, diretti, contro la tirannia dei potenti e contro l’impoverimento materiale, ma soprattutto culturale, del nostro tempo. Come non riconoscersi nei suoi versi, versi che non sono diretti a nessuno in particolare, eppure versi che appartengono a tutti noi. Versi monolitici, che non conosciamo ma RICONOSCIAMO, come le montagne, come il mare. Se, dopo la pubblicazione delle opere di Primo Levi, nessuno ha più potuto dire di non essere mai stato, seppur per un istante, ad Aushwitz, leggendo questi “canti” nessuno potrà più dire di non essere mai stato un operaio, nessuno potrà più dire di non sapere cosa significhi essere precario, sia economicamente che spiritualmente. Questo ci insegna Franzin: che la precarietà, più che una condizione di vita, è un sentimento, uno stato d’animo. Lo stesso stato d’animo delle celeberrime foglie autunnali cantate da Ungaretti, precariamente appese agli spogli rami, in balia delle raffiche di vento potenzialmente fatali.
    Un’opera matura quindi, forse una delle opere più compiute del poeta veneto che, conscio della sua maturità artistica ha giustamente optato per uno stile più asciutto, quasi telegrafico, eppure spietatamente efficace.

    Alessio Franzin

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