Mirco Ducceschi – Questi viaggi

Guy Laramee‏

Questi viaggi in autostrada sono sempre più lunghi, sempre più pieni di niente. Non lo dico solo per dire, spesso mi capita di rifletterci con un senso di sgomento che va molto al di là della stanchezza. Ma non succede sempre. Ci sono momenti in cui sono persuaso che non sia poi così credibile una realtà che non va incontro a niente e a nessuno. Tra i due estremi non so. Direi che certe volte ci ritroviamo soli senza volerlo e che le altre, a venir meno, sono invece le condizioni che ci vorrebbero lontani da tutti. Emendati da tutti. In questo modo mi risulta più comprensibile. Il mio viaggio si snoda tra questi due opposti al cui centro non succede niente, come nel bel mezzo di una squallida oasi di salvezza. E se alla fine è così, non serve pensarci più di tanto per rendersene conto. Prima che il vecchio morisse, ogni tanto, con la scusa di andarlo a trovare provavo a confidargliele a lui certe cose. Cose così, cose di cui oggi non si riesce nemmeno più a parlare. La domenica mattina, prendevo il sentiero sul fiume fino alla sua officina, chiusa da quasi vent’anni insieme ai pezzi di motore e alle carcasse di automobile che c’erano rimasti dentro. Il vecchio aveva fatto subito murare l’ingresso sulla strada. Chissà poi perché. Era stata una stravaganza di cui si era parlato a lungo nel quartiere e che gli aveva procurato anche qualche grana giudiziaria. Ormai però si accedeva solo da una porticina laterale che dava su un orto inselvatichito e che il vecchio lasciava socchiusa in qualunque stagione, probabilmente anche di notte. «Perché la morte non trovi ostacoli. – celiava facendomi l’occhietto – Che poi non se n’abbia a lamentare». In realtà, quella porta di tavole e lamiere non chiudeva più perché s’era tutta imbarcata per l’umidità del fiume. Ma per rispetto della versione che ne dava non gliel’ho mai fatto notare. In genere il vecchio lo trovavo seduto s’una cassetta di legno al centro della stanza, tutto intento ad almanaccare sotto la luce di un piattello che scendeva dalle travi del soffitto come una delle tante ragnatele nere, solo un po’ più spessa. Non era il caso di salutarlo così, rompendogli le scatole per via di una porta. Dopo un cenno del capo, a cui replicava senza scomporsi, mi fermavo da una parte e mi accendevo una sigaretta. Magari era anche contento di sapermi lì, il vecchio, ma non lo dava a vedere, così alternavo lo sguardo dalle sue mani al sigaro spento e cincischiato che teneva in bocca. Lo assistevo in disparte, fumavo, come seguendo una partita a tennis. Mi annoiavo un po’ ma ci stavo bene. Per ore, gli unici suoni restavano quelli dei nostri respiri e dei vari metalli nei loro diversi spessori, e c’era un clima sospeso proprio come in una di quelle vere di partite. Per di più senza pallina. Ogni tanto la porta sbatteva alla debole corrente del greto, senza chiudersi o aprirsi sul serio. La serietà ad ogni modo era quella. Su quel suo catorcio saldato e imbullonato, il vecchio negli ultimi anni ci s’era messo proprio d’impegno. Quel coso era però così deforme che iniziavo mio malgrado a dubitare che potesse davvero funzionare a motore. In modo convenzionale, voglio dire. Ad ogni modo, com’è che avrebbe funzionato, al vecchio non gliel’ho mai chiesto. Non capivo neppure cosa fosse. «Non ci capisco niente » sbottavo a un certo punto, indicando quell’ammasso informe di lamiere. In fondo, però, alludevo solo alla mia vita. «Non credo che tu ne abbia motivo. – rispondeva il vecchio senza alzare lo sguardo – Sei giovane, ne hai ancora tante di cose da vedere e da sapere». Non è che non avesse capito. Aveva capito eccome. «Così, però, non si va da nessuna parte…» continuavo a mugugnare con la stessa vaghezza, e qualche volta lo aiutavo ad afferrare un arnese tra quelli stesi tra le chiazze d’olio che brillavano sul pavimento. «Meglio! Molto meglio! – sbuffava lui da un angolo della bocca – Almeno non ci si perde. Però qui e qui mancano ancora due ruote. Porco mondo – saltava su – hai ragione, manca sempre qualcosa…». Non mi faceva niente che rispondesse così, per allusioni. Nemmeno io ero mai troppo chiaro. E se aveva capito lui, non vedevo perché non potessi dire di me la stessa cosa. Qualche settimana fa, viaggiando in autostrada come adesso, mi è successo di prendermela con un tizio solo per la forma del suo cranio. In genere non è da me, comunque è capitato. Mica ci sarà da costituirsi. Non è nemmeno reato. È solo per dire la differenza. Anche lì non c’eravamo spiegati, in un certo senso. Bisogna riconoscere che in questi casi si resta sempre sconcertati scoprendoci peggiori di come ci riteniamo abitualmente. Questo sì. Che viene poi da chiedersi perché non avvenga mai il contrario. Perché il male lo vediamo sempre in noi e il bene sempre fuori. In omaggio, elargito o dispensato, se non proprio dato in premio con i punti, una volta fatto il pieno. Per quanto ne so io, il passaggio dall’umano al disumano ci sorprende più per la rapidità con cui scivoliamo nella ferocia che per la novità che ogni volta gli attribuiamo. Anche perché quella novità noi la conosciamo da tempo, eccome se la conosciamo…, al punto che non ci appare mai un vero e proprio ottundimento del nostro essere come ci viene fatto credere. Ti si acuiscono persino i sensi. Vedi molto al di là, anche se al di qua non vedi quasi più niente. Ma come diavolo si fa a conoscersi se non si è mai messi alla prova? Sarà che non smetteva di piovere quella sera. Che ci s’era messa anche quella a complicare tutto. Non so proprio come avessi fatto a scorgerlo quel brutto cranio appiattito. Era tutto fuorché visibile, ma riuscivo ugualmente
a sentirlo vicino, indicibilmente prossimo, a meno di un passo, addirittura addosso. Bastava questo. Avanzava. L’effige di quel cranio deve essersi per forza materializzata accanto a me nell’abitacolo fino a sembrarmi la cosa più rivoltante che fossi mai stato costretto a guardare. Costretto, ecco esattamente cos’era. La costrizione – non quel dannato cranio – doveva essere la chiave di tutto. La mia reazione, lo so, si commentava da sola, non  era che una sparata senza senso, buona solo per non essere raccontata a nessuno. Un’idiozia. Che diamine, dài, bastava andare un po’ più veloci o rallentare. Ma quella costrizione no, quella ormai s’era imposta e spadroneggiava come una provocazione del cazzo, e c’era bisogno di un retaggio preistorico che liberasse il filo della memoria ora che il suo cappio mi soffocava. Tu pensa. Quanta strada per ricordare che uno con quella testa lì, centomila anni fa, l’avresti giusto sotterrato. Mi rendo conto che è assurdo. Ma è assurdo anche trovarsi chiusi in queste autostrade desiderando continuamente qualcosa che si trova altrove. Padroni senza sogni nel dormiveglia delle nostre sopite distanze. Chissà cosa ne avrebbe detto il vecchio. «Sei mica diventato scemo?», «Stai a vedere che il giudizio, ora, lo mette il motore!… » Anche perché probabilmente il vecchio avrebbe ignorato le volte in cui succede il contrario e sono io quello che risulta da ammazzare. Magari ammazzare non proprio, ma vittima di qualcosa simbolicamente di pari rilevanza, sai come. Sai quante volte, sulla strada, divento anch’io quello che per un attimo è indispensabile non vedere, l’impercettibile movimento a cui non si desidera più assistere. L’immagine in sovrappiù sulla quale non si ha più voglia di indulgere e che si è già deciso di togliere di torno. Per tutti gli altri che transitano nottetempo su questa autostrada sfiorandomi come se falcidiassero la malerba del mondo, sarà più o meno uguale. Ma questo, sono sicuro che il vecchio dalla sua officina non potesse saperlo. Ogni tanto ne rimango cinicamente convinto, vada come vada. Ma poi chissà. Le ansie che ci accompagnano su queste strade, per quanto simili tra loro, non coincidono quasi mai. Anzi, non coincidono affatto, e questo ci rende tutti ancora più soli, se uno ci pensa bene. Più soli dell’esserlo o del diventarlo d’improvviso. Metasoli, se appena si potesse dire. O forse, è solo vero che non tutti si mettono in viaggio all’ultimo momento per una donna che ti telefona da un’altra città e un’altra regione. Una donna che non ti dice mai chiaramente «Vieni? Ti aspetto», ma ti racconta senza accenti particolari, tra una frase senza storia e l’altra, che lui stasera «Sta di nuovo per partire». Quando il vecchio è morto, sono passato dall’officina la sera stessa. La porta era stata già chiusa con lucchetto e catena. Mi aveva telefonato alcune ore prima mia sorella, che abita a due passi da lì. «Prova a indovinare chi è morto» ha esordito. Ci faceva anche il quiz, la scema. Sembrava che le spiacesse solo di non poter vedere la faccia che facevo. Se lo poteva scordare. Ormai la cartuccia l’aveva sparata. Lo intuivo dal suo respiro accelerato che avrebbe dato chissà cosa per trovarmisi di fronte. «Sì, va bene, ho capito – le ho risposto – ora però ho da fare» e ho riattaccato. Certe volte, giuro che non riesco a capire che cosa le passi per la testa, né cosa intenda farci esattamente. Ma è una vecchia storia. Era riuscita insomma a farmi incazzare, non a farmi provare dolore. E dopo che si è sbattuto il telefono in quel modo, anche il dolore è un’altra cosa. Visto che ormai mi trovavo là fuori e che la porta dell’officina era bloccata, sono rimasto a gironzolare un po’ nell’orto. Ho acceso una sigaretta soffermandomi sulla vista del fiume che scuriva lentamente. Poi ho smesso anche quello. Non ci vedevo niente di particolare e mi sembrava solo una sciocca romanticheria. Non ero convinto di volerci andare al funerale. Avrei preferito salutarlo lì, il vecchio, nell’officina. Solo che neanche quella maledetta porta era più la stessa. Ho provato allora a tirar su qualche reperto dalla terra. Un finale di marmitta, una scaglia di carter, lo snodo di una biella. Ma anche lì nell’orto abbandonato era già tutto mezzo sepolto e digerito. Pazienza, mi sono detto. In breve s’era fatta notte. Non so se ci tenesse alla cerimonia il vecchio. Non ne avevamo mai parlato. In quel momento mi sembrava di non aver mai discusso di niente. Mi sentivo ancora un po’ intontito. Che c’ero andato a fare? Il vecchio lasciava la porta socchiusa perché la morte fosse libera di entrare, non perché desiderasse essere accompagnato da qualche parte. Anche quando entravo io, forse, lo deludevo. Così mi è sembrato tutto insipido e scialbo, anche la morte, anche le sue inutili conseguenze. Lui almeno, il vecchio, era riuscito a darle il verso, mi sono detto, a farcela passare la smorfiosa da quella porta, proprio come aveva preteso, e poi a chiudersela dietro. Solo io quella porta me l’ero fatta sbattere in faccia.
Al funerale, però, ci sono andato lo stesso. Volevo vedere che gente c’era. Chi, oltre a me, lo frequentava. Sapevo che il vecchio era vedovo da molti anni; aveva una figlia, ma non ero sicuro che i due abitassero insieme. Non glielo avevo mai chiesto. Era un giovedì pomeriggio di fine Novembre. Alle quattro di sera c’era poco movimento. Magari per una giovane strangolata dal fidanzato sarebbero tutti usciti in massa, ma così… A parte i soliti devoti che vivono all’ombra del prete e delle sue funzioni, non era intervenuto che qualche vecchio cliente dell’officina che lo aveva saputo all’ultimo momento. Sembravano comunque tutti preparati. Alcuni si mostrarono addirittura felici di rivedersi dopo tanti anni e si salutarono con toni esagerati, salvo poi rendersi conto di dove si trovassero e ricomporre la piega della bocca. Ma era abbastanza naturale in fondo. C’era poco da dire, poco di cui lamentarsi. Il vecchio i suoi anni li aveva campati. Che gli ultimi fossero apparsi a tutti appena più stravaganti dei primi non metteva conto.
C’erano i primi ottanta su cui fare ancora affidamento. Per quanto mi riguarda, non sono riuscito a distinguere i parenti stretti dagli intervenuti. Alla figlia, poi, non ho detto niente. Che le andavo a dire? Mi sono messo in fondo alla chiesa e quindi in coda allo sparuto corteo. Dal mio punto di vista c’ero. Il vento mulinava sulla strada e oltre a scuoterci tutti come panni stesi, ci teneva a distanza.
Ciascuno pensava ai propri di stracci. Ogni tanto cercavo di ricordare che cosa il vecchio mi avesse detto di così rilevante. Se mi mancasse in qualcosa. Se ci fosse qualcosa di cui essergli grato. Della sua vita sapevo poco, con la sua storia c’entravo ancor meno. L’ho accompagnato fino al cancello del cimitero, poi mi sono acceso una sigaretta e sono tornato indietro. A partire da quel punto,
sarei potuto ripassare quando volevo; in quel momento non mi andava. Mi sono chiesto se gli avessi davvero voluto bene al vecchio, in qualche modo, e viceversa lui, nel caso. Ma non ne valeva la pena. Quando le cose non sono state dette neppure una volta è difficile che la memoria possa scoprirvi qualcosa di sensato quando tutto è passato. Per un attimo mi è sembrato che il vecchio mi guardasse dall’alto, come un migratore spaurito. Succede sempre in questi frangenti, lo so. Poi però più niente. Ho buttato la sigaretta. Deve aver pensato anche lui che tanto valeva lasciarsi sotterrare. Stasera posso anche prendermela comoda. Sono uscito un’ora prima senza che nessuno ci trovasse qualcosa da ridire. A quel punto, ricevuta la telefonata, sai cosa ci restavo a fare. Non appena sto per mettere giù la cornetta e sento che lei aspetta che abbassi, è come se mi scrutasse da dietro una porta. Divento nervoso. Sento passare tra le dita le vibrazioni del suo respiro che si aspetta ancora qualcosa. Si tratta di decidere se andare o non andare. Stasera? Domani? Ce la faccio a tornare? Tutto qui. Un’ameba. Ho detto al mio vicino di scrivania che mi faceva male un dente e che andavo a farmi controllare. Potevo anche raccontargli come stavano le cose, ma di fargli confidenze non mi andava. Ci sono momenti, poi, in cui non lo sopporto.
Non tanto lui per com’è, quanto per il sovrappiù che rappresenta. Nel caso, si dimostrava essere proprio quello, un sovrappiù. E con ciò chiudo il discorso. Il mio vicino di scrivania non aveva nemmeno risposto, o al massimo avrà detto: «Ma cavolo, ci mancherebbe altro!». In un certo senso neanche lo ascoltavo. Avevo già raccolto la mia roba e stavo chiudendo a chiave il cassetto come per un’evacuazione programmata. Ormai mi faceva un male cane. Quando ho attraversato l’ufficio, il vicino me lo ha letto in faccia come su un manifesto pubblicitario cosa andavo a fare. Mi frizionavo la gota con aria truce, ma serviva a poco. Gli ho fatto un cenno con la mano e ho accostato la porta. L’ho visto sogghignare. Se avessi lavorato in officina con il vecchio, un’uscita del genere lui non me l’avrebbe mai lasciata passare. Anche sul punto di credermi sulla parola, come minimo mi avrebbe chiesto: «Fa’ un po’ vedere… apri…aah…». Non avrei potuto mentirgli in quel modo. Il vecchio non era sospettoso, ma avrebbe di sicuro partecipato. Aveva partecipato a tante cose, lui. Solo negli ultimi tempi non gli interessava più così tanto partecipare. Si limitava ad uno sguardo dintorno, un po’ innervosito, come se aspettasse inutilmente di scorgere in fondo alla strada qualcuno in grado di riprendere in mano tutta quanta la faccenda. Alla fine scuoteva la testa e sputava un pezzetto di sigaro. Mentre scendevo di corsa le scale del palazzo, mi chiedevo se non avrei potuto perché con lui non c’era possibilità di mentire, o per cos’altro. Prendere l’ascensore, ormai, mi avrebbe fatto solo perdere tempo. Non era la stessa cosa. La sostanza della scelta di non provarci neppure, intendo. M’interrogavo insomma se ci fossero dei valori che gli riconoscevo e che lui, di conseguenza, faceva riconoscere anche a me, senza bisogno di parlare. Intanto saltavo due scalini alla volta. Rimbombavo all’unisono con le lastre di marmo. Avevo una fretta cane. «Tutta roba muffa – ho buttato lì -, aria vieta di cantine buie stipate di gagliardetti e di onorificenze. Di paccottiglia insomma. Non usa mica più». Ho salutato di sfuggita il portiere che ha sollevato pigramente lo sguardo dal giornale. Chissà se mi sarei mai lanciato in quel modo s’una barricata. Era una domanda come un’altra. Quando ho oltrepassato la soglia dell’edificio avevo esaurito gli interrogativi. Non mi chiedevo più niente.
A quest’ora, facevo caso, appena il cielo si allontana dagli abitati diventa subito nero e profondamente sereno. Notavo la stranezza di poter definire la serenità del buio così, a colpo sicuro, senza alcun timore di sbagliare. Come se ci fossimo già stati, nati e vissuti, andati e tornati. Ma in realtà che ne sappiamo di preciso? Più avanziamo nella notte e più la notte ci fa sentire piccoli e importanti, sempre più piccoli e sempre più importanti, cresciuti come siamo nella vuota pretesa di venire prima o poi, e uno dopo l’altro, nobilitati dalla sua magnificenza. Non è strano? Anche perché, nel frattempo, continuiamo tranquillamente a viaggiarci dentro come ad un immenso vagone sbranato, e più lo squarcio si fa grande e irreparabile, più gli abitati si fanno radi e nascosti, e più l’oscurità del cielo ci appare come se varcassimo un confine. Questo sì che è strano: che prima o poi, uomini e cose si assomiglino tutti, senza scopo. Anche la prima sera che lei mi ha fatto entrare in casa sua mi sentivo a disagio. Anche lì mi sembrava tutto nuovo e tutto risaputo. Quell’imbarazzo, però, mi è rimasto addosso solo per qualche minuto. Poi è scomparso chissà dove. Non sapevo ancora se avessi fatto bene ad accettare l’invito di andarla a trovare. Sapevo solo che lo volevo fare, che le avevo telefonato con il cuore in gola ed era andata. Lui non c’era, per tre giorni non tornava. Adesso mi stupiva come fosse possibile architettare il resto. In un condominio, in quel quartiere. E come fosse possibile, in quella sfacciata architettura, starci dentro in due, invisibili, con tutto il mondo pigiato addosso. Che ci fosse così poco spazio, e che ci si potesse stare così bene. Che avesse un marito non ci volevo pensare. I nostri, in fondo, erano tutti gesti estremamente naturali. I gesti che diresti all’origine di tutte le cose. In camera da letto, comunque, non ci ho voluto mettere piede. Mica ce l’avevo con lui. Neanche lo conosco. E poi c’è un limite a tutto. A quel letto ci ho dato insomma un’occhiata di sfuggita, mentre lei mi mostrava la casa come si farebbe con un ospite di riguardo. Con delicata apprensione, come se l’ospite potesse giudicarla sciatta e ordinaria. Ma in quel momento non ci trovavo proprio niente da trovare. È stato davanti all’ombra lunga di quel letto che l’ho baciata, spingendola maldestramente contro lo stipite della porta. Magari le ho fatto anche male. Era difficile separare l’imbarazzo dalla passione, il bene dal male. C’era bisogno dell’uno e dell’altro. L’amore l’abbiamo fatto sul divano, scattando su come due gazzelle al minimo rumore. Ce lo facciamo ancora. Ma non scattiamo più così in fretta. Ecco. Ora che lo ha detto anche la radio che il tempo reggerà fino a dopo domani, possiamo star certi che non ci crollerà sulla testa. Sono conferme importanti queste, sicurezze che vale la pena di ascoltare, soprattutto quando si viaggia. Secondo me ti assillano apposta. Sai che gliene frega se ti becchi l’insolazione o se la grandine ti bersaglia come se ti volesse lapidare. Dopotutto, anche questo viaggio non è che un altro battito d’ali che prepara la successiva perturbazione. Sarà in base allo stato del tempo che lasceremo andandocene se le ore trascorse su questa autostrada potranno dire concluso quello che una frase come «Ha detto che stasera parte» aveva a malapena accennato. Poi anche loro si faranno mute, esaurite, tramontate. Mezze esistite. Parlare d’amore in questi casi non merita affatto. Lei lo ripeta pure quanto vuole. L’amore non è che un fragile intermezzo stagionale. Sono mica scemo. Quando lui farà ritorno a casa quel tempo non sarà né peggiore né migliore di come lo abbiamo lasciato. Sarà uguale. Se tutto va bene il nuovo bollettino lo ascolteremo con il culo al calduccio sulla nostra di sedie. Diremo «Guarda te, però… cazzo, meno male…» anche se di fatto non diremo niente, estromessi dalla storia di un tempo a cui abbiamo strappato un po’ di tepore con quel nostro anticiclone già passato e inesistente. Anche il vecchio, ora che ci penso, me l’aveva quasi detto prima di morire. «Che fai? Vedi di non combinare corbellerie…». Saranno sì e no due mesi che se n’è andato. Quasi cinque che la storia è cominciata. Non è mica tanto. Una domenica mattina m’ero messo a serrare un bullone al marchingegno dopo che la chiave a tubo aveva cominciato a tremargli con tutta la mano. S’era messo improvvisamente a dar di matto il vecchio, come un bambino che sbatte la posata sul piatto. Accelerava su e giù da fare impressione. Lui non rideva, però, sembrava solo prendere la scossa. Gli lacrimava solo un occhio, come un’opaca guarnizione che perde. Mi ha fatto pena. Gridargli se si sentisse male mi dispiaceva, non volevo spaventarlo. Così gli ho strappato di mano la chiave e mi sono messo di fianco a lui a stringere di brutto. Lo tenevo controllato con la coda dell’occhio. Magari si riprendeva, che ne so. Non sapevo neanche chi avrei potuto avvertire. Sua figlia? Mia sorella? L’ambulanza? È stato allora che il vecchio me l’ha detto. In quell’insolito momento di relax che nascondeva alla bell’e meglio un mezzo colpo riuscito male. All’inizio ho pensato che si riferisse solo alla chiave che gli avevo strappato di mano. Dopo ho capito. Doveva avermi guardato storto anche attraverso il moccio che velava, ma neppure tanto, se da lì passava netto il suo giudizio. Quella severità non riguardava la cosa che m’ero messo a fare. Facessi pure quello che mi pareva, li aveva avuti anche lui i miei anni. Il vecchio contestava quella parte di me che non apriva gli occhi e continuava a brancolare alla cieca. Di quella non sapeva darsi una giustificazione. Cos’ero a trent’anni passati, santoddio, minorato? Così, alla fine, ha trovato la forza per strappar via le lacrime con il dorso morcoso della mano. «Non fare il coglione. – ha ripetuto – Non fare il coglione, dammi qua…» e s’è ripreso la chiave. Stava meglio. In più s’era accorto che svitavo. Quelle piccole tensioni che ci accompagnavano i primi tempi, per fortuna, si sono dissolte. I nostri, del resto, non erano che comprensibili dubbi, cupi rimorsi. O tutti e due in una parola sola: paura. Perché paura non possiamo non averne. Paura non di qualcuno, non di lui, ma di qualcosa. Forse di noi stessi. Ci serve controllo. Ma ti pare poco se sono saltate le pastoie a quelle quattro ore che trascorriamo insieme? Né io né lei, dopotutto, abbiamo mai inteso spingerci più in là di questo. Ci telefoniamo al lavoro, ci facciamo anonimi doni di cui nessuno sospetta niente, ma non ci avventuriamo oltre. Più in là c’è sempre qualcosa. Qualcosa che non dovrebbe esserci. Qualcosa che non deve accadere. Sarà per questo che non le ho mai detto di tornare a casa con me, neppure quando mi sussurra che mi ama, neppure per gioco. Né lei, in fondo, me lo ha mai chiesto. Nemmeno con l’amarezza di uno sguardo. «Tanto dopo un po’ ti stancheresti di me, ed io resterei di nuovo sola» mi ha detto una volta mentre ci rivestivamo. Non ho saputo come interpretarla. Non me l’aspettavo, e poi non le avevo nemmeno chiesto niente. Quella considerazione mi ha solo spiazzato, così ho annuito, o forse no, e sono rimasto lì a guardarla. Forse alludeva proprio a questa eventualità. Ma non ne abbiamo più parlato.

Mirco Ducceschi

RIFERIMENTO IN RETE:

http://www.emt.it/broca/broca93/broca93.pdf

7 Comments

  1. Ci sono terre immense dentro un testo, una poesia, un quadro.
    C’è a volte quello che ci vela e che ci scopre, mano a mano che le parole entrano sottopelle, con una meraviglia grata, o una paura, regalandoci un nuovo interrogativo , o una chiave, una scatola da aprire poi.

    Questo scritto mi dona questo sguardo lungo sottilissimo tagliente.
    Grazie.
    Molto apprezzato.

    Ciao Fernanda.
    Da questa parte della porta, batto il morse del mio augurio. Auguri , Fernanda.
    Che sia la neve. Che ci tocchi dentro.
    iole

    1. come vedi nevico, sulle pagine di questo foglio immobile e variabile, sulle parole come semi di mais che scoppiano, a volte di rabbia a volte di dolcezza, altre ancora di acuminata lucentezza. Che sia neve, sì, anche se poi ci saranno molti sofferenti che non hanno casa lavoro e cibo, gente che sta perdendo o già ha perso tutto a causa di problemi diversi.I libri? Chissà che fine faranno i libri e i viaggi, chi avrà la possibilità di farne? Forse allora la pagina sarà una via in cui aprire il proprio mondo a se stessi, attraversando le lagune e le montagne di chi l’ha scritto e trovandovi i propri universi. Grazie e AUGURI anche a te Iole cara.ferni

  2. Grazie – anche da parte delle amiche ed amici della redazione – per la pubblicazione del bel racconto di Mirco Ducceschi, tratto dal più recente fascicolo della nostra rivista “L’area di Broca”.
    Un augurio di cuore anche per l’anno nuovo, e un grato saluto da
    Mariella Bettarini

  3. Carissima Fernanda, colgo l’occasione per inviarti di nuovo uno speciale, grato augurio per l’anno che sta per arrivare, mentre ancora ti ringrazio per lo spazio che generosamente dedichi al mio (e nostro) lavoro.
    Grazie, e un augurio affettuoso da
    Mariella

  4. Mariella, ti sono debitrice e lo sono anche verso i tuoi compagni di lavoro e scrittura, per tutto quanto avete portato, a noi come agli altri lettori, allo specchiodi molte riflessioni. Spero tu legga: vuoi essere dei nostri, non potremmo che esserne lietissimi. TANTI AUGURI a te a tutto il vostro gruppo. ferni

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