ASPETTANDO UN NATALE CHE RITARDA – Api

Karol Bąk

.

Siccità imperdonabile che sboccia fiori color sangue

mentre si finge primavera.

Alberi controvento, piegati come giunchi da diluvi incompresi,

che cercano con le poche foglie rimaste di cancellare scie di cielo alterato,

di nuvole stramate che comprendano lo sforzo di un riequilibrio.

E tutto ritarda.

Ritarda il treno dello sciopero, del pane, delle certezze.

Precarietà è la parola abusata, abusato il tempo, le madri.

Arriva tardi la comprensione di un mondo

dove l’agrifoglio graffia di punte velenose

la meraviglia del suo aprirsi,

dove il succo dei melograni ha color pallido il gusto,

come sbiadisce il verde del rosmarino

e le piante perenni annegano sotto provocazioni

di urina di belve, la notte.

Ritardano i passi un tempo svelti di donne acute e certe

di un corpo generoso, colmo di doni,

ritarda il ticchettio di scarpe consunte,

di abiti lisi e rivoltati, un briciolo di dignitosa presenza.

Davanti al crollo che non è appartenenza voluta.

Ritarda l’orologio di stragi del pensiero e di vite,

infrangendosi come risacca malvagia

su coste indifferenti ed ancora balneari.

Ritarda, ritarda un tempo, non un giorno di festa.

Davanti al granito secolare di gesti ottusi

l’eco acutissima di un rifiuto

che non può perdersi nelle pieghe di un maestrale

convinto del suo potente soffio

nel trasportare voci, umori, lamenti

a cui nessuno può dirsi sordo, escluso, lontano.

E nei regni di signori dimenticati si mormora

in gramaglie e veli di pizzo antico,

eredità della nonna, lavorato col terrore di inferni

a punto basso e di paradisi,

con punti ombra di cui non si può dire il segreto.

Il maestrale, si dice, duri tre giorni.

Poi sei, poi nove…arriverà

a soffiare sopra finti presepi ed alberi

ingannati dentro pareti di case sbarrate.

Lui sarà puntuale, non si ferma

nelle strade fredde e vuote

dove luci sfolgoranti illuminano, irraggiungibili,

solitari passanti e ponti e moli di rifugio,

grate cementate su terribili inconsapevolezze.

Api

12 Comments

  1. una connessione ballerina (lei sì, balla!) un maestrale di una forza mai vista, come ogni volta. tutto per non permettermi di leggere con calma ciascuna scrittura presente, di cogliere ogni voce, del natale che ritarda…forse ora, che è ancora notte.
    ringrazio Ferni della consueta ospitalità, ringrazio tutti, che passano su Carte, a condividere ancora senso e volontà.

  2. Un testo che mi ha preso per il braccio e mi ha condotto aguardare là dove di solito non vorrei perhé sento e so.Qui non si può tirarsi indietro e non ci si può più voltare. si deve guardare,serve una responsabilità per sollevare quanto ancora ci resta di umano da salvare e nutrirlo di sostanza nuova. cecilia

  3. come si spezza il pane così ho letto questo testo, di cui condivido lo sguardo profondo e tutto lo squasso che mette in mostra evidenziando l’incuria e l’indifferenza.Chiama, a raccolta. V.

  4. Letta e rilettta e più la leggo più mi convigno che è di roccia e sambuco, di mare e d i vento, incorrotta. Grazie Api.ferni

  5. un malessere che non è solo dell’anima, ma di tutta la natura ed è una spirale, che parte dall’alto di seggi dove vengono dettati i passi stentati della nostra vita che diventano ancora più faticosi e, solidale, la natura, si veste della nostra pelle, del nostro sguardo, del nostro sangue. come sempre sai raccontare questo difficile respiro che è nostro ed è, soprattutto, della nostra terra non rispettata.
    un abbraccio e Buon Natale
    Blumy

  6. CIAO BLUMY! ,perché non mi mandi anche tu un tuo testo? Hai tempo fino al 20 di dicembre,poi inizio a raccogliere tutto per ripubblicare la raccolta a Natale. Naturamente grazie per gli AUGURI che ricambio con affetto.ferni.

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