ASPETTANDO UN NATALE CHE RITARDA – Agnese Gatto

Claudia Cancellotti – Palestina oggi

E’ Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese. – Charles Bukowski

‘J I H I’

Un lampo di luce, nella notte.
E’  cronaca di tanti silenzi , di urla viscerali
non è eccezione che faccia differenza.

Me lo dicono gli indifesi, donne, bambine, bambini, cuccioli.
Quel che non si vede non corrisponde al non sentito.

Un’attesa che ritarda, quella della giustizia.
L’orologio del tempo segna che la vita è soverchiata da atti d’indifferenza
indefessa brutalità,
ma non ho mai sentito che un inverno non si trasformi in primavera,
gioiendo per quel che c’è da gioire, soffrendo per quel che c’è da soffrire.

E il segno del soffrire, mi dico, è il condividere la sofferenza,
un atto detrattivo di chi detrae dalla nostra e dalle nostre moltitudini.
Vita , gioia, speranza, corpo, gesto che segna una a come amore.

Anche ora, che ora la ruota dell’ora ritorna
e sembra attardarsi nella speranza che non ci sia lei, speranza,
attendo le mie sorelle e i nascituri
in quel circo di luci evanescenti, rumorosi fuochi fatui.

E’ :

una nebbia del cuore che non riscalda la vita ladra e avida
di amore
amore
amore
amore, ti aspetto, amore,

in quel Natale – che triste il Natale –
che piange dolore d’inattesi silenzi
e di sorrisi d’ebano all’angolo della strada
che non conoscono freddo,
riscalda il lessico di una geografia basculante,
incerta, disumana, matrigna.
Sorride, lui, coi denti bianchissimi.
No, madre, attardati,
madre, no, ritarda l’attesa, ritardala.

La distanza e la tua assenza non può declinare
il verbo di un eterno ritorno, ripetiti in cosa?
nella vita che non sa di te, madre?
del tuo pianto che piange le tue creature
abissali e immobili, viscere sprofondate
nel gelido mare dell’omertosa vita
serena, quella dell’Ovest?

Non venire, fatti desiderare, madre,
nel pianto e nell’incertezza
del vuoto disumano del gesto umano.

E una mano rieducala, ri-abilita anche due dita
la mano paraplegica
alla semplicità di una carezza,
un gesto, un solo colpo d’iride infuocato
d’amore
amore
amore
amore mio, ti aspetto.
Dove vuoi tu, sarà sempre troppo tardi.
Non attardarti nel desiderio di una enne come il nulla.

Il vuoto, amore, conosci, ma dimmelo che non è così,
Madre.
Ti aspetto nel Natale che vedrà.

Agnese Gatto- 1 dicembre 2011.

4 Comments

  1. è immenso l’amore che chiama, si ripete in un’eco vicininissima
    amore conosciuto amore da ripetere nel gesto, nel coraggio, nella forza dell’attesa
    una scrittura che mi emoziona
    grazie
    elina

  2. Il contrapporsi del reale, con le sue deformità – civili, sociali, morali – alla aspettativa dell’ amore concreto, quello che si fa sorriso e carezza e sostegno e condivisione, segnano fortemente e rendono incisivo e, sì, emozionante, il messaggio della poesia. Grazie, dmk

  3. il passaggio obbligatorio del Natale rende tutto piu’ accessibile malleabile il suono nostalgico dei ricordi lieve lo sguardo dei silenzi vivido il colore della notte spessa e fitta di stelle e luci colori e sapori r-esistenti come i presepi che soggiornano nelle stanze umide dell’anima e rendono le macerie creazioni fantastiche montagne di rifiuti gettati dalla finestra di un sorriso con la mano tesa di una sposa che at-tende fili di memoria alla luce di un’alba che trema di bellezza ogni volta che incontra il mi-raggio di un rosso sole stanco di solitari soliloqui….Grazie Agnese dal profondo mio abisso….

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