N.14 Groundunderthirty- Veevera: Ma quale casa e cos’è l’inferno?

Beata Bieniak

Li ho trovati  in rete i brani che oggi presento, dopo aver letto il testo, aver incontrato lui, l’ho letto un po’ per volta, tutto insieme questo autore è micidiale, anche se a me ha decisamente aperto un mondo, un modo diverso di guardare come si fascicola il mondo dentro il nostro corpo. Lo propongo adesso, prima che la solita rincorsa al panettone e alle abbuffate contro una paura della fame, ci rintontisca di storie che, con queste, non hanno nulla da spartire. Propongo i testi in due puntate, data la lunghezza, sperando che anche i lettori di cartesensibili si sensibilizzino in modo diverso davanti alle preoccupazioni che oggi ci colgono, tutti, nessuno escluso. Ah! Dimenticavo di dirvi chi è lui! Si tratta di Piero Camporesi, una strana figura, una mente arguta e acutissima. Buona lettura, ma con cautela, mi raccomando con cautela.

Veevera- novembre 2011

Testi da  La casa dell’eternità,  Piero Camporesi- Garzanti.

Quando si compirà l’ultimo atto e gli elementi si separeranno, allora avverrà l’«ultima purgazione del mondo» e tutto ciò che vi era di puro e di nobile rimarrà a glorificare i beati mentre tutto il residuo impuro, tutto ciò che sulla terra rimaneva di «feccioso, d’ignobile e schifoso», colerà nel puteus Abyssi, nella voragine della morte. La colata nauseabonda scenderà a lordare un luogo di limitate dimensioni, stretto e angusto. La «prigione d’inferno»[1] nell’età barocca (e in parte nel XVIII secolo) aspira sempre più a contrarsi, a restringersi, a tramutarsi in una cloaca soffocante. Il puteus interitus tende a restringere progressivamente il suo perimetro, a riassorbire la sua area, a concentrarsi in uno spazio bloccato, a ridefinire la sua volumetria. Pur ridotto a poco più d’un punto geometrico, eviterà con cura la trasformazione in puro luogo dell’immaginario, la decomposizione in astratta figura simbolica. Conserverà una solida dimensione spaziale, seppur circoscritta, in cui i tormenti, pur diminuendo di numero e di varietà, non perderanno nulla della loro intensità. Forse si fa lentamente strada la percezione d’una pena, non diversa ma più intensa, più morale e psicologica che fisica, la prospettiva d’un tormento sempre più interiorizzato. Il crollo dei grandi spazi dell’inferno medievale (valle «multae latitudinis ac profunditatis, infinitae autem longitudinis»[2]), la perdita delle vaste pianure e degli altissimi dirupi dove il ghiaccio e il fuoco si alternavano nella distribuzione delle afflizioni, conduce alla coagulazione e al restringimento (e alla semplificazione) dei tormenti, accentuando sulla «pena di senso», la pena interiore, la «pena di danno», la «perdita infinita», la totale e irreversibile perdita di Dio. L’«inferno del medesimo inferno», come dirà Paolo Segneri.

Il restringersi degli spazi è funzionale alla intensità e soprattutto alla qualità della pena. Né è casuale che fossero soprattutto i gesuiti a far circolare presso i gruppi dirigenti e i ceti superiori questa immagine soffocante e ripugnante dell’inferno ristretto, privo di luoghi appartati e riservati, latrina comune a tutti, nobili e plebaglia. La misurazione analitica e minuziosa degli spazi, l’accertamento matematico dei numeri, rientrava nella strategia del terrore computerizzato.

Sarà quella carcere lontana da noi tre mila e cinquecento sessanta miglia e distante dugento quaranta milioni di miglia dal Paradiso; di spazio non più ampio d’una lega di quattro miglia italiane, quanto basta a contenere ottocento mila milioni di corpi, se tanti fossero; perché una tal lega, ch’è misura di venti mila piedi, multiplicata cubicamente è capace di numero sì grande: dandosi sei piedi quadrati a ciascun di quei corpi, che non si reggeranno su le piante loro, ma saranno uniti insieme, come carboni o pietre nella fornace o come grani d’uva nel torchio o come spighe di zizania ne’ fasci[3].

Sei piedi quadrati pro capite. Troppo poco per passarvi tutta l’eternità. Il padre Ercole Mattioli (1622-1710), conterraneo e contemporaneo del cosmografo Giovan Battista Riccioli, se pur rifiuta la parte di «temerario geografo» non presumendo di tracciare la «topografia esatta» della «terra incognita» situata agli «antipodi dell’Empireo», di quel «paese ove non ha commerzio veruno l’umano intelletto», non rinuncia però alla tentazione matematica per impartire una lezione sull’aldilà ai suoi nobili allievi del collegio gesuitico di Parma. Il calcolo preciso gli serve ottimamente a delineare, con la glaciale autorevolezza dei numeri, la pianta della prigione dove, come nei più famosi carceri dell’antichità in cui gli schiavi sentivano «dalla putredine internata nelle viscere staccarsi di giorno in giorno da sé un pezzo di sua umanità», il lezzo soffocante moltiplica il tormento dell’immobilità coatta.

Da tale angustia di luogo, pieno non solo di fumo solforato, ma d’ogni immondizia, d’ogni putredine, d’ogni veleno e d’ogni più abominevole schifezza, ne deriverà una pena d’intollerabile fetore, peggior di quello che scoprì di là dell’Eufrate l’imperadore Traiano, all’ingresso d’un antro, da cui usciva un alito così pestifero che soffrir non poteano né gli animali terrestri, né gli uccelli dell’aria, né meno nel passarvi sopra di volo, senza cader esanimi…; poiché in quel luogo eravi pur qualche apertura, onde esalasse e si dispergesse parte di quella maligna e dispiacevole qualità; laddove nell’inferno sarà quella peste sempre tutt’unita senza dissiparsi e senza verun esito, per cui traspirando di fuori si rallenti la contumacia del puzzolente e corrottissimo odore ch’infetterà in modo que’ corpi che, se un solo s’esponesse alla vista del giorno, cagionerebbe (dice il Serafico Bonaventura) una generalissima pestilenza nell’Universo. E nulladimeno, legati insieme que’ miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti bocca a bocca l’uno dell’altro, saranno necessitati a respirare con nausea una mortalissima via o una vitalissima morte.

Aggiungasi che la strettezza della prigione cagionerà un altro strano tormento, cioè tra tanti dolori, l’esser affatto immobili, cosa ch’esaggerò per appendice d’ogni carneficina e per pruova d’invitta costanza, il teologo Nazanzieno nel martire Aretuso, quando tutto legato, con esser prima stato di mele intriso, fu esposto, senza potersi riparare, alle punture di crudelissime vespe[4].

Per la «nobiltà dilicata», per i nobili rampolli avvezzi a vivere nei grandi palazzi aviti, a muoversi nei saloni spaziosi delle ville, a galoppare nelle cacce, a godersi una vita senza confini, uno spazio tanto ristretto, un habitat così abominevole doveva produrre sensazioni d’intollerabile angoscia. L’angustia opprimente dell’angolo cottura di sei piedi, l’immobilità forzata, la coabitazione immonda con gente ignota, equivoca, di basso rango, lurida e limacciosa, alito contro alito, pelle contro pelle con «miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti bocca a bocca», appariva infinitamente superiore alle possibilità di sofferenza degli altezzosi signori, ancorché defunti. Per il controllo preventivo dello stato delle anime dei trapassati, la minaccia olfattiva offriva ai gesuiti un magnifico strumento di salutare spavento. Il fetore del povero, il respiro del suo lezzo, l’inalazione del suo odore sociale, lo stillicidio dei suoi umori escremenziali, quella cruda intimità vissuta contro voglia, quel terribile e audacissimo «bocca a bocca», quel bacio repellente, dovevano scatenare repulsioni viscerali, intensi disgusti classisti, rigetti violenti nei confronti di un troppo confidenziale e indecente contatto, di un inammissibile status promiscuo nel buio del sottosuolo, in quel puteus ignivomo e nefando dove tutti i liquami del mondo si riversavano a cospargere i corpi di laido miele nero. Quell’intimità era inaccettabile, la minaccia di quell’atroce bacio peggiore d’ogni contatto infetto, più orrendo di quel bacio disperato che gli incurabili (come raccontava Cesario d’Heisterbach) cercavano di strappare, in remote caverne, ai serpenti, medicamento estremo denso di «schifo, stomacagione e orrore all’umana natura».

E qual apprensione non dà l’offerirsi per piaghe incurabili alla grotta di qualche serpente, fidandosi ch’il bacio d’animal velenoso, che gli lambisca la fracidezza, gli abbia a giovare più che l’arte de’ cerusici, con ferire e avvelenare non altro che il morbo[5].

La transplantatio morbi non era praticabile all’inferno, in questa immortale latrina che i gesuiti aprivano davanti agli occhi (ma soprattutto davanti al naso) dei signori, consapevoli del trauma profondo che nelle regioni viscerali e negli apparati più nascosti avrebbe provocato. L’abbraccio intimo con l’uomo-lumaca, col miserabile straccione, piagato, lordo, fetido, col verminoso relitto delle strade, escrezione maligna del corpo sociale più corrotto, si presentava ai sensi dell’aristocratico come la peggiore delle possibili cadute in basso. Dagli aromi, dagli oli, dagli unguenti balsamici alla peste e ai bubboni aperti del sottosuolo.

La pena dell’olfatto, componente strutturale dell’infernalità, non era certamente sconosciuta agli aldilà medievali: il foetor incomparabilis[6] è presente ovunque ma diluito in grandi regioni dove le anime non si ammassano spremute come acini nel torchio. Nell’inferno barocco la claustrofobia mefitica diventa gigantesca oppressione collettiva. Ogni traccia di contrappasso, di rapporto fra colpa e castigo, scompare. Il fuoco fetido, uguale per tutti, incenerisce ogni residuo di personalità. Nelle sterminate colonie penali sotterranee l’anonimato promiscuo diventa legge generale, regolamento carcerario per tutti gli ergastolani. Un’ansia nuova, più sottile e impalpabile, rende lo stretto budello (non più puteus magnus come ai bei tempi di Beda il Venerabile) ancor più ributtante ed esizioso. Immobilità, intimità repellente, fecciosa, ignobile. Scomparsi i grandi spazi, finita la stagione delle cacce selvagge, delle bufere vorticose, delle corse rabbiose di folletti alla Gianni Schicchi, i voli aerei, gli scontri tumultuosi fra opposte schiere, i ludi diabolici, gli stratagemmi dei tormentati, le maliziose astuzie dei diavoli, le risse plebee e i risentimenti eroici, finita la magnanimità statuaria insieme agli alterchi basso-realistici e alle scudisciate verbali da taverna gotica, esaurito il repertorio di bestemmie e di gesti oltraggiosi, gli atteggiamenti tracotanti ed agonistici. Scomparsa ogni traccia di movimento, i corpi e le lingue, le mani e i piedi schiacciati e premuti da una folla confusa di dannati già sulla strada di diventare massa di dannati, preludio, si direbbe, a una dannata società di massa: il contenitore inferico barocco è progettato, infatti, per assorbire ottocento miliardi di corpi in uno spazio non più vasto di quattro miglia. Programmata razionalità di gusto moderno, anticipatrice degli stipati contenitori umani contemporanei, dei cimiteriali alveari di vivi delle attuali megalopoli. L’inferno di massa alla fine del Seicento è ormai alle porte e i gesuiti lo prevedono scientificamente, misurandolo con occhio aritmetico rivolto al futuro. La preveggenza dei figli di S. Ignazio non può non suscitare la nostra partecipe ammirazione, anche se le loro previsioni e i loro calcoli sembrano anticipare le città dei viventi più che gli ospiti dei (malamente) defunti. Avevano indubbiamente visto giusto, ma la loro profezia col passare del tempo si è completamente rovesciata: la loro mappa delineava minutamente non l’altra città, quella invisibile, ma le visibilissime rovine delle nostre moderne necropoli.

Lontano è ormai l’inferno-caos di San Pier Damiano, la «regio dura», la «terra afflictionis… turbinis et caliginis… in qua nullo ordo… ubi vinculorum fertilis multitudo, planctus et gemitus et alternantia mala impios sine pietate discerpunt»[7]. Qui né turbini, né varietà di dolori («alernantia mala»), ma una tetra invarianza di posizioni impossibili e dolorosissime. Scomparsi i diavoli cachinnanti di San Beda, scomparsi quelli di frate Giacomino da Verona, feroci predatori scatenati alla caccia dei dannati («corando como cani k’a la caça è faitai») che, dopo averli abbattuti, trascinano dentro la città maledetta con un laccio al collo «et un spago entro ’l naso», secondo la vecchia tecnica dell’uso venatorio. Per affumicarli poi sotto i camini (come i montanari usano ancora oggi con le carni di bue o di porco). «Vaccinae carnes – osservava Sant’Antonio da Padova in un sermone – suspenduntur ad fumum et ibi reservantur donec comedantur. Sic daemones carnes talium quae hic accuratae nutritae sunt, ad fumum infernalem suspendent usque dum transeant ad maiorem poenam incendii»[8].

Carni scelte di golosi e impenitenti adoratori del ventre (mediatorium latrinarum) che con troppo amore avevano atteso a selezionare con cura i migliori bocconi per i loro corpi di obesi intemperanti.

In questo iperrealistico inferno folclorico, il «furor rusticorum» sembra essersi trasferito nelle masnade dei selvaggi predatori d’abisso che si abbandonano a cacce plebee, ignobili, antinobiliari e antifeudali, impugnando (armi improprie) gli arnesi di lavoro dei campi come in una tumultuosa jacquerie contadina, guidati da «un gran vilan/ de lo profundo d’abisso, compagnon de Sathan,/ de trenta passi lungo con un baston en man,/ per beneir scarsella al falso cristian». Scenografie da ludi carnevaleschi, tolte, si direbbe, dalle rappresentazioni infernali di piazza nelle quali si ergevano colossali mascheroni di giganti brandenti mazze e randelli. Un inferno mosso, sanguigno e vitale, percorso dagli odori degli arrosti o da quelli delle carni appese ad affumicare sotto il camino, calato in un paesaggio agreste nel quale i giganteschi diavoli-villani sembrano reincarnare i «pilosi» satiri della Vulgata.

La gestualità scomposta di questi sguaiati demoni della selva, gli atteggiamenti canaglieschi, da bassa macelleria, che inturgidiscono in «gran furor» e «ira», il movimento frenetico, convulso di questi irosi «salvatici» scatenati in una caccia sanguinosa, simili a furibondi macellai posseduti dall’ansia del massacro e del linciaggio, che, segugi spietati, braccano l’uomo-bestia, il cinghiale umano per svenarlo, farne strazio, appenderlo con una corda infilata dentro il naso, si sono dissolti in una immobilità funerea.

Lì è li demonii cun li grandi bastoni,

Ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni…

L’un diavolo cria, l’altro ge respondo,

l’altro bato ferro e l’altro cola bronço,

Et altri astiça fogo, et altri corro entorno,

Per dar al peccaor rea noio e reo çorno

. . . . . . . . . .

Pur de li gran diavoli tanti ne corro en plaça

Ké quigi da meça ma no par ke se g’afaça,

Crïando çascaun: «Amaça, amaça, amaça!

Ça no ge po’ scampar quel fel lar falsa-capa».

Altri prendo baìli, altri prendo rastegi,

Atri stiçon de fogo, altri lançe e cortegi,

No fa-gi forza en scui né ’n elmi, né ’n capegi,

Pur k’i aba manare, çape, forke e martegi[9].

Una caccia convulsa e barbarica, senza regole, villanesca e plebea, una caccia-linciaggio, tumultuosa e ottusamente selvaggia:

Altri ge dà per braçi, altri ge dà per gambe,

Altri ge speça li ossi cun baston e cun stanghe,

Cun çape e cun baili, cun manare e cun vanghe,

Lo corpo g’emplo tuto de plagh molto grande.

En terra, quasi morto, lo tapinel sì caço;

No ge val lo so plançro ke perço igi lo lasso;

Al col ge çeta un laço et un spago entro ’l naso,

E per la cità tuta batando sì lo strasso.

La scena è profondamente cambiata. La stagione delle grandi cacce finita. I camini chiusi. Immobilità tombale, contatti viscidi, corpi repellenti, gocciolanti, mantecati da immondizie e lordure. Situato agli antipodi degli olezzanti luoghi edenici, a distanze abissali dal paradiso balsamico, l’inferno giace sprofondato nel fetore del liquame. I «conversi» di questi cupi e maleodoranti chiostri annusano un’aria molto lontana da quei piccoli, deliziosi paradisi terrestri, da quegli eremi che – secondo Pietro Damiano – ristoravano con gli aromi delle virtù i silenziosi contemplativi che si muovevano fra celle e chiostri fragranti.

Eremus est paradisus deliciarum, ubi tamquam redolentium species pigmentorum, vel rutilantes flores aromatum, sic flagrantia spirat odoramenta virtutum. Ibi siquidem rosae charitatis igneo rubore flammescunt; ibi lilia castitatis niveo decore candescunt, cum quibus etiam humilitatis violae dum imis contentae sunt, nullis flatibus impelluntur; ibi myrrha perfectae mortificationis exsudat et thus assiduae orationis indeficienter emanat[10].

Ospedale e prigione insieme, l’inferno barocco sarà totalmente privo di quei pur piccoli sollievi che a carcerati e a infermi portano qualche temporaneo ristoro. Paese dell’insonnia e del ricordo perpetuo, della prigione avrà la «strettezza», le «tenebre», il «fetore». Nell’Inferno aperto al cristiano perché non v’entri, «enchiridion» loyolano dove le «considerazioni delle pene infernali» vengono «proposte a meditarsi per evitarle», la vecchia regio gehennalis si è contratta in un piccolo affollatissimo carcere che l’«istesso Signore» ha fabbricato nell’infimo luogo dell’universo… perché s’allontanasse sommamente dal Cielo». In questa prigione che, diversamente dai calcoli del suo correligionario Ercole Mattioli, disterebbe dalla superficie della terra quattromila miglia anziché tremilacinquecentosessanta, benché il luogo sarà pur troppo capace, tuttavia i dannati non avranno né meno quel sollievo che prova o un povero prigioniero passeggiando tra le sue mura, o un misero ammalato rivolgendosi nel suo letto… E questo sì per la moltitudine de’ condennati, a cui riuscirà angusta quella gran fossa; e sì molto più perché il fuoco medesimo servirà loro di ceppi e di catene… Per tanto quei miserabili non solo saranno ristretti, ma saranno anche immobili; e però se un beato (dice S. Anselmo nel libro delle sue Similitudini) sarà così forte che potrebbe ad un bisogno muovere tutta la terra, un reprobo sarà così fiacco che non potrebbe allontanarsi da un occhio un verme, che glielo rodesse. Avrà dunque quella carcere le sue mura grosse più di quattro mila miglia, cioè quant’è da noi all’inferno; ma pure sebbene le avesse sottili come una carta, saran così deboli i prigionieri che non potrebbero romperle e fuggirsene via[11].

In quella buca coleranno «tutte le immondezze della terra» e lo «zolfo stesso renderà una puzza insoffribile, ardendo sempre in una quantità sì prodigiosa. E finalmente i medesimi corpi de’ dannati spireranno un odore sì pestifero che un solo di loro posto nel nostro mondo… sarebbe bastante ad ammorbarlo»[12].

Qual sarà quell’alito pestilente che esalerà la caverna ove s’accoglie insieme la moltitudine di tutti i demoni tormentatori e tutti i corpi de’ tormentati ristretti in uno, senza respiro? L’aria stessa lungamente chiusa, senz’altra aggiunta, diviene insopportabile; giudicate che sarà mai una sentina di tante e sì stomacose immondezze, priva di esalo?… Questi sono i Palazzi superbi che si apprestano con la loro alterigia quei che dispregiano i poveri e gli ributtano da sé come fetenti[13].

CONTINUA…alla prossima puntata

Riferimento in rete:

http://www.griseldaonline.it/percorsi/archivio/Inferno_PieroCampo.htm

4 Comments

  1. un incontro particolare ma se lo hai scelto vuol dire che la sua parola ti ha parlato
    leggo senza farne indigestione, con cautela, le immagini si succedono e feriscono ogni luce, sembra di scivolare sempre più in basso, dentro un fosso o un corpo-universo che ci inghiotte
    la parola non lascia appiglio, relega a un luogo che può sembrare altro eppure sta vivamente, penoso e vicino
    grazie Vee una scelta non facile una proposta da leggere e penetrare
    elina

  2. Chiedo scusa per il ritardo esagerato con cui ti rispondo cara Elina, non volermene, sono appena tornata in sede, causa lavoro. Effettivamente la parola in questi testi ha un volume e una massa non indifferente, contamina le nostre spesso assurde ragioni e non consente di nascondersi dietro le fragili barriere a cui spesso facciamo ricorso.Tutto viene riportato quasi alla ferocia, perché così lo si percepisce, del corpo, un volume tragico, in una guerra continua tra ciò che è morte e decadimento e ciò che si tramuta in vita da tutto quel lezzo. Trovo che sia magistrale una tale lezione, non lontana da quanto in passato era la traccia di molti maestri dell’arte. A presto, V.

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