Boite d’Artiste: I pensieri in scatola di Monica Martin – Donato Di Poce

Monica Martin

“C’era una volta il quadro
Poi i poeti cominciarono
A guardare le scatole
Nascoste nel cuore degli artisti
Donato Di Poce

 

 Per Monica Martin

Battiti di un cuore senza nome

Ossidazioni di visioni invisibili

Incontri di mondi inconclusi

Tracciano meridiane d’amore nella notte

E costruiscono ponti, scatole impossibili.

D’ improvviso sbocciano progetti e sogni

A cerchio le parole danzano nell’accoglienza

Resistono ad oltranza piccole cose

Tracce di pensieri assoluti e leggeri nodi d’azzurro

I silenzi allevati nella polvere di senso e sensi nuovi

Sui trucioli di te, di me, di noi

Tracimazioni di vite gravide di futuro

E frammenti di bellezza spettinati dal vento.

Sin dal titolo, questa mostra di Monica Martin, è un esplicito omaggio a Marcel Duchamp, che forse non è stato il primo a realizzare una “scatola” d’artista, ma è sicuramente colui che ha reso questo modo di raccogliere frammenti o riproduzioni del proprio lavoro, tracce di idee, immagini, testi, oggetti e altro, all’interno di un contenitore, una forma compiuta autonoma ed emblematica.

Certo è che la “scatola” di Marcel Duchamp Boîte-en-Valise, del 1938-41, costituisce un nuovo medium artistico che nel 900 farà scuola (Dalle scatole magiche di  Cornell, Folon, e Munari, alle ironiche e dissacranti “Merda d’artista “ in scatola di Manzoni, ai reperti di Fluxus, alle Brillo Box di Warhol,  alla scatole surreali di Dangelo, fino ad arrivare ai nostri contemporanei con le “scatole di poesia” di Carlo Marcello Conti, le Magic Box eteree e trasparenti in plexiglass di Nico de Sanctis, alle scatole monocrome e leggere di Franco Colnaghi, alla rivista in scatola BAU di Vittore Baroni.

Questa  mostra costituisce un tentativo di raccogliere nell’oggetto “scatola” i pensieri più intimi e le costruzioni più libere della propria anima, ma sono anche un vero scandaglio del proprio immaginario artistico e poetico , del proprio mondo interiore, una sorta di Anima Mundi, in perenne dialogo con il respiro del mondo.

Alzi la mano chi non ricorda il fascino di una scatola di sigari in legno, la nostalgia di una vecchia scatola di pasticcini che conserva le lettere del vostro primo amore o quella scatola di cartone dove la nonna teneva i bottoni, oppure a quel contenitore di latta che custodiva le matite colorate, o le biglie o i francobolli. Da quest’antica passione alla realizzazione di  “scatola d’artista” il passo è breve.

La scatola d’artista diventa nelle splendide mani dell’artista, un espediente per presentare, nascondere, svelare con leggerezza e poesia, un’opera che si chiarifica contestualmente sia come progetto poetico, che come oggetto artistico, non privo di fascino e sorpresa, con un dialogo costante tra il dentro e il fuori, tra l’oggetto e i pensieri nascosti della creatività, in modo che il contenitore diventa anche un produttore di senso, un medium polisemico.

Il carattere d’intimità che però possiede, che richiede l’apertura di uno scrigno, il contatto diretto e privato con le cose o i messaggi nascosti, oltre o più che alla forma effimera e seriale di una “scatola”, e del suo valore d’uso di trasporto e conservazione, riconduce alla forma e al carattere del diario intimo, del poema interiore, della fantasia creativa e quindi del suo valore assoluto di oggetto d’arte, di reperto e reliquia di senso e di valori. Queste opere sono anche degli splendidi Object d’arte creati nel segno della contaminazione tra pittura, scultura e design, oltre che delle segrete e magiche entità relazionali.

Non a caso questo medium (tra i più originali, creativogenetici e innovativi insieme al libro d’artista e ai taccuini d’artista), continua ad avere un successo ed un interesse continuo e crescente( non si dimentichino le bellissime esperienze delle riviste “in scatola” come BAU, BOITE…).. anche e soprattutto nella ricerca e nell’attività artistica delle donne; vediamo infatti che a partire dalle “Poetry Box”  in terracotta di Giosetta Fioroni, ai “lekitos” verbo visivi in legno di Anna Boschi,  sino alle installazioni di scatole dipinte di Maddalena Rossetti , sino a queste poeticissime e leggere “scatole d’artista” di Monica Martin.

A ben guardare questi lavori, sembra che l’artista, abbia imparato molto dalla Storia dell’Arte per approdare poi ad un linguaggio personalissimo e leggero, intenso e poetico di grande suggestione e magia: dalla valigia di Duchamp e dalla Brillo Box di Warhol ha imparato che l’arte è un processo «anestetico» di  conoscenza del mondo, è un modo diverso di vedere le cose, ad andare oltre le apparenze e a chiamarle con un altro nome o decontestualizzandole; da Cornell ha imparato a vedere e riconoscere i nostri mondi interiori e da Folon, la leggerezza, la poesia e la bellezza dell’arte e della vita, quella vita che a volte trascuriamo o roviniamo per paura o per troppo amore della vita.

Arthur Danto (il grande critico Americano) ci ricorda che “l’arte può (talvolta «deve ») fare a meno della bellezza. Però la bellezza è «una condizione necessaria per la vita così come vorremmo viverla». E’ un bisogno etico, non estetico. Si tratta di ridare alla  bellezza «un valore morale». Ed è esattamente quello che fa Monica Martin andando oltre il valore d’uso o di scambio delle cose, trasfigurando quelle piccole cose quotidiane, quelle piccole cose dell’anima, quei pensieri in scatola che ci rendono meravigliosa la vita.

Queste opere, per quel che contengono e lasciano intravvedere, vanno lette anche come fossero delle didascalie, degli appunti a margine…tracce che conducono ai legami con la storia e con la vita  non solo estetica e personale, e lasciano intatto il clamore e il desiderio di sapere qual è il codice segreto dell’opera, la sua genesi creativa, il suo futuro emozionale.

Non va dimenticato tutto il valore simbolico, affettivo e d’intimità, oltre che mitologico e sacro della “scatola”, che tende ad accogliere, a proteggere, a dare memoria e valore,  in tutte le sue varianti di “Casa”, “Container”, “Carillon” ,  “Tabernacolo” , “Reliquiario”, “Valigia”, facendo salvi sia il valore progettuale dell’Arte che il suo valore oggettuale , anzi di reperto iconografico e materico che rappresenta la “scatola d’artista”.

Se l’estetica del Brutto (nata con Rosencranz, allievo di Hegel) percorre e segna tutta l’arte del Novecento e oltre, come disvelamento degli orrori del mondo, la “scatola” è forse un tentativo estremo di andare oltre il concetto di bellezza classica, anzi direi che la “scatola” è l’elevazione estetica di un medium, verso un nuovo canone di Bellezza che non può più nascondere, truccare, far accettare la realtà, ma può indicare la via del gesto artistico “eroico” e dell’azione creativa di recupero e trasfigurazione del reale verso valori, cose e pensieri da conservare, preservare e salvare dalla diaspora del quotidiano e dal dilagare dell’effimero e del banale.

La “scatola”, diventa allora il nuovo medium, capace di veicolare cose e idee, oggetti e pensieri, sogni e progetti nel futuro, dare continuità ad un presente in agonia e scardinare con eleganza i replicanti seriali di quadri , i cloni stupidi del design, i facili cantori filosofici post-Hegeliani della morte della Arte, che invece è ben viva e vegeta, magari ha cambiato forma o prospettiva estetica, oggetto d’indagine o soggetto d’azione, modi di comunicazione o luoghi d’esposizione, uscendo dai musei, andando nelle strade o nascondendosi in una “scatola”.

Ma non bisogna mai dimenticare che la “Scatola” è prima di tutto uno spazio interiore, mentale, un’alcova creativa, dove avviene sia il drenaggio emozionale, che la nascita delle nuove idee. L’uomo soffre inconsapevolmente perché messo in “gabbia”, inscatolato e impacchettato in una condizione fisica o concettuale, Monica Martin, apre varchi, buchi e spiragli alle sue “scatole”, mettendole così in “respiro”, traspirazione, relazione tra il dentro e il fuori, tra origine e divenire e ricordarci che l’arte è aldilà dell’oggetto estetico, un fatto mentale, e che l’uomo è un’anima desiderante che squarcia il velo extra- estetico e va oltre i limiti e le convenzioni sociali, artistiche, emozionali.

Da notare come in molti artisti, la “scatola” è considerata e apprezzata non solo per le sue caratteristiche di “custodia” e protezione, ma anche per la sua caratteristica di “viaggiabilità”, e “trasportabilità”; si vedano, infatti le “valigie “ di Duchamp, le “mostre portatili” di Munari, la “scatola di fiammiferi” di Giacometti contenente micro sculture, sino alla “valigia dell’artista viaggiatore” di Apostolo.

Questi Artisti ci ricordano che gli Artisti prima che manipolatori di oggetti e inventori di forme, sono degli Artigiani di senso, che il loro viaggio artistico è innanzitutto un viaggio mentale e che non viaggiano mai senza i loro sogni.

Le “Scatole d’artista” di Monica Martin sono consustanziate di questa consapevolezza e risultano perciò essenziali, leggere, utopiche e in contaminazione tra reale e immaginario, in relazione tra umiltà, rinascita e donazione, ricordandoci che l’Arte è un dono condiviso e fondante nella triplicità unitaria di verità, libertà e bellezza.

Donato Di Poce-Venezia/Milano, novembre 2011.

1 Comment

  1. Molto interessante! Sono una collezionista di scatole da sempre. Quando ne ho una tra le mani immagino immediatamente a come trasformarla e a cosa potrebbe contenere. Le ho usate per una sperimentazione in Arteterapia….. grande emozione dà questo contenitore!!!!!

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