Georges Simenon- Espedienti per scrivere- Schizzi a mano libera di Raffaella Terribile

Christophe BODARD

“Scrivere non è una professione, ma una vocazione di infelicità”:  chissà se quando scriveva questa frase Simenon parlava di se stesso e della sua condizione di travet della scrittura, seduto alla scrivania ogni giorno per una vita, la luce schermata quasi completamente da tendaggi pesanti dello studio, una matita temperata dopo l’altra, la pipa sempre accesa, un ritmo di ottanta pagine al giorno, senza uscire dalla stanza. «Per non perdere il ritmo».

Metodico, costante, preciso fino ad essere maniacale. Scrive per i soldi, per essere ricco: nel 1933 firma con Gallimard un contratto che lo impegna a consegnare all’editore sei libri all’anno a fronte di una tiratura garantita di cinquantamila esemplari l’uno con il dieci per cento sulle prime diecimila copie vendute e il dodici e mezzo sulle restanti. Nel dopoguerra ottiene dall’editore Presses de la Cité trecentomila franchi d’anticipo, il quindici per cento per le prime ventimila copie, il venti per cento per le successive riservandosi integralmente i diritti cinematografici e sull’estero. Sa fare bene i conti Simenon, senza bisogno di agenti letterari. Si dice anche che abbia scritto un intero romanzo in una gabbia di vetro, sotto gli occhi del pubblico, a scopo pubblicitario, anche se lui, autodefinitosi come «l’autore di mille racconti e sessanta romanzi» non ha mai confermato la sua esibizione che sarebbe avvenuta nel 1927.

A quanto ammonta la sua produzione? Probabilmente almeno quattrocento romanzi. La sicurezza assoluta non c’è perché tra il ’24 e il ’31 furono pubblicati circa 190 titoli a firma di Christian Brulls, Jean du Perry, Georges Sim, Jacques Dersonne, Gaston Vialis, Georges-Martin Georges, pseudonimi, tutti, di Simenon, che firmò come Christian Brulls anche «Train de nuit». Claude Menguy e Pierre Deligny, i suoi biografi, riassumono in 431 titoli il totale delle sue opere.

Invidiabile la flemma e la volontà con cui Simenon affrontava la fatica della scrittura: Francois Nourissier, dell’Académie Goncourt, in un suo contributo al Figaro, ha ricordato un cortometraggio degli anni Sessanta in cui Simenon parte in treno da una città, forse Losanna, e dopo qualche ora scende, forse a Milano, entra in un piccolo appartamento, senza targhetta sulla porta, in un condominio anonimo: scrivania, pipe, matite e silenzio, rotto solo dal vergare della penna sui fogli. E scrive dall’alba al tramonto, continuativamente, un intero capitolo di un romanzo che alla fine di capitoli ne avrà otto. Nourissier sottolinea giustamente nel filmato come lo stile di una scrittura non sia separabile dal metodo con cui viene prodotta. A prima vista la scrittura di Simenon scorre piana, placida e tranquilla, senza colpi d’ala né cadute di tono. Chiude la valigia subito dopo aver messo il «punto» finale al capitolo appena concluso.

Formidabile affabulatore Simenon, creatore di atmosfere che hanno fatto la fortuna dei suoi libri, più che l’articolazione delle trame: fermo alla sua scrivania si cala in atmosfere brumose, nei quartieri malfamati, in brasserie dalla dubbia fama, scale sordide, appartamenti popolari o piccolo borghesi dove aleggia l’odore stantio della minestra di cavolo. I suoi personaggi  sembrano figure reali, di vecchi amici, di conoscenti appena usciti dal bistrot dietro l’angolo, uomini di cui si leggono il pensiero e le intenzioni più nascoste. Con un vocabolario limitato e tuttavia scorrevolissimo, non certo da intellettuale, è riuscito a pennellare figure indimenticabili, atmosfere e sapori di città di provincia, come Liegi dove si era fatto le ossa appena sedicenne come collaboratore del quotidiano locale, indagandone  noie, vizi e ossessioni. O come Parigi, di cui ha ricreato i colori che ne hanno fatto quasi una cartolina: la Parigi “altra”, quella notturna, quella che vive di espedienti, e quella lontanissima dei quartieri alti, dove il burbero Maigret mette piede sempre sentendosi a disagio. Un mondo vario di miserie, di rinunce, di odio e di passioni, sempre diverse ma alla fine sempre le stesse.

R.T.- 18 novembre 2011

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