TEMPIQUIETI -Vittoria Ravagli

Octavia Monaco- “La rete delle fate”


Noi, singole donne o gruppi di donne, elaboriamo da anni temi a noi cari. Sempre è uscita, ricorrente e forte, la figura della madre, di nostra madre, di noi madri e delle nostre figlie, delle antiche madri: e ci siamo dette dei vuoti, delle mancanze, delle nostalgie,delle perdite, da capire, da elaborare. ..

Madre terra, la Dea Madre, la lingua madre, la madre, ricorrono in grande parte dei nostri discorsi, dei nostri scritti. Così un anno fa, decidemmo di incontrarci per scambiare le nostre esperienze tra gruppi di donne, donne singole, studiose, venute da varie parti d’Italia; “tempiquieti” fu a Ca’ Vecchia, a Sasso Marconi, un luogo bellissimo immerso nella natura, nel silenzio, ideale per pigliare fiato e poterci dire parole profonde lasciando fuori protagonismo, prevaricazione e rumore. Per allargare la tela che ciascuna tesse, unendola a quella delle altre, dando così un senso più ampio alla nostra vita, al nostro operare di donne. Il tema era dunque: “Madre” – la madre, madre terra, dea madre, lingua madre….

Al centro, come figura di riferimento, Anna Maria Farabbi. Poi i gruppi, molti e diversi come provenienza e formazione: gruppi di donne aperti e impegnati nel discutere argomenti importanti per le nostre vite, lontani dal cercare un riconoscimento pubblico, per niente attratti dalle “passerelle” letterarie. E gruppi di scrittura, di poesia. Tante donne poete, scrittrici, studiose (filosofe, psicologhe, storiche), e donne semplicemente interessate al tema. Vivace l’adesione di Associazioni di donne. Questo incontro, che ha avuto grande partecipazione, ricchezza di idee e di contributi, ha segnato l’inizio di altri momenti collettivi di riflessione: i nostri “tempiquieti” .

Ora vorrei ripartire da lì invitando le donne a mandare i loro scritti, quelli di allora e quelli maturati anche dopo, in questi mesi, sull’argomento: le donne di Mantova, quelle di Modena, di Sasso Marconi, Bologna, Ravenna, Udine e le altre che contatterò una ad una: le amiche, le studiose, che sull’argomento hanno molto scritto e pensato, spesso restie a mostrarsi.

°°

Venendo a me, quando dico “madre”, il pensiero subito va a mia madre, poi a me che sono madre, ed al rapporto col figlio, poi alle donne che ho incontrato ed ho sentito madri, donne che mi hanno trasmesso o mi danno dei segni, degli insegnamenti, dei riferimenti importanti come quelli che ci si aspetta dalle madri. Che segnano tracce per altre, che indicano la strada. Madri come spiriti guida, non madri di sangue.

In questi anni, quelli che sento della mia maturità, ho messo in fila, in un mio ideale luogo, le immagini e i libri, le parole e gli scritti, di alcune donne. Ho osservato le loro vite, le ho ascoltate. L’incontro con loro mi ha permesso di fare ordine in me sciogliendo via via molti dei nodi che rallentavano la mia crescita spirituale.

Giovani donne hanno visto in me una madre: da questo tipo di rapporto ho avuto gioia ma anche molta sofferenza, così come succede spesso alle madri di sangue: per una difficoltà di comprensione, per un bisogno di ribellione a volte inspiegabile che porta a ferire e a ferirsi per poi ricomporre il legame, con fatica. Ma questi passaggi difficili fanno crescere, aiutano a capire.

Vittoria Ravagli – 28.10.2011

33 Comments

  1. Federica Trenti, Gruppo Gimbutas Sasso Marconi, Bologna.

    Ho partecipato a Madre ed ho voluto leggere una mia piccola poesia, che poesia vera in realtà non è, ma un pensiero che a me sapeva di materno. L’ho condiviso, ma come sempre mi sono emozionata molto ed ho pianto, incapace di trattenermi, ormai esposta davanti al semi cerchio di donne a me in gran parte sconosciute. Le mie corde interiori sono prepotenti a volte, suonano lacrime e commozione, ribelli ad ogni costrizione. Continuo a dirmi che vorrei non piangere, ma non mi riesce mai. Sono fatta così, almeno per ora o forse per sempre. Nelle sensazioni “rotonde” è possibile, affidandosi, scoprirsi contenute e protette. Il pianto non è una sorgente che porta alla deriva, ma una possibilità, una voce che stupisce. A quell’incontro di ottobre del 2010 a me è successo di sentirmi spiazzata, forse perché volevo tenere una maschera, pur essendo lì per uno stare insieme cui era stato dato il nome di Madre; ho avuto ancora una volta la conferma che non ero stata ancora abbastanza figlia.
    Lasciando depositare in me quell’esperienza, ho sentito che le lacrime prepotenti non mi avrebbero lasciata ma che, se volevo, potevo scegliere di impiegare le mie emozioni volgendole al sorriso. Paradossale? Forse. Ci sono dinamiche interiori che suonano le corde del pianto, altre che trasformano quelle note in una musica preziosa e penso che l’attenzione la si debba volgere più all’ascolto che alla comprensione. Perché una musica non è un punto d’arrivo ma evoluzione e scoperta, e nuove prove e nuove scoperte di sé, dell’altra, della propria madre, del proprio essere madre. Quindi non c’è nulla di statico o perenne. Credo di avere preso anche questa forza da Madre, questa idea o semplicemente invito: se ancora fatico ad accettare l’inarrestabile pianto, posso provare anche a scrivere note di leggerezza nutrite del mio sentire di femmina che guarda, che vive il suo tempo e la sua vita. Posso osservare e sentire scorci del mondo che mi circonda e provare a raccontarlo, posso vedere l’altra metà del cielo. È soltanto un punto di vista, ma è anche una voce e mi scopro stupita e grata dell’ascolto.

    Ali chiuse, di Federica Trenti

    Ci son due galli nella campagna
    le ali chiuse
    l’uno di fronte all’altro
    senza rivalità.
    Sul loro petto splende il riflesso dell’acqua
    laggiù, nel pozzo su cui vegliano.
    Anime alate attendono
    su di uno scavo che contiene il segreto
    la pena e l’orrore.
    Ali chiuse ed occhi gialli
    per sopportare il tempo dell’offesa.
    Finché nel buio si accende la verità
    ed il segreto non è più un segreto.
    Restano nel pozzo orrore, pena e compassione
    bussano a molti cuori, turbando sonni
    svegliando segreti.
    Si aprono maestose le due anime alate
    per proteggere ciò che resta di un sogno.
    Le loro piume raccolgono
    il colore dei capelli di una madre
    il colore del sole sulle terra
    il colore del mare quando fa quasi buio.
    Ci sono due galli nella campagna
    Due anime alate per un volo a tre
    che solleva e fa volare
    due galli e una ragazzina. Per Sarah, 8 ottobre 2010

  2. Il toccante scritto di Vittoria Ravagli mi ha richiamato alla memoria un mio racconto sulla sofferenza di una madre, che propongo qui di seguito. A.R.

    Un gennaio gelato: era andata al lavoro col pancione, dopo uno dei suoi soliti sonni agitati, pieni di sussulti, di paure, di fantasmi. Il medico aveva detto : “Non prima di meta’ febbraio “ ; e lei continuava i suoi ritmi di sempre, per non pensare, per sentirsi attiva, normale, forte; e si muoveva , anche se un po’ lentamente, con quei suoi maglioni larghissimi, con le sue gonne piene di balze, che cercavano di nascondere inutilmente il suo stato .
    Non era un’ attesa felice, quella di Laura : aveva gia’ due maschietti, nati a poca distanza l’ uno dall’ altro; e di questo terzo nascituro ripeteva che lo avrebbe accettato unicamente se fosse stato una femmina. Allora non si facevano esami sul sesso dei bambini che venivano al mondo, al contrario di quanto accade oggi (fra breve anche il sesso dei figli diverra’ una scelta e si cancellera’ quella che per secoli e’ stata una attesa avvolta di mistero) .
    Gennaio, il quindici. Finito il Natale, con la neve, come nelle cartoline d’auguri. Autobus, corriera: eccola la sua piccola scuola, con i bambini imbacuccati, in attesa della “ signora maestra“. Uno strano dolore, mentre sale le scale: impossibile, troppo presto. Entra in aula. Una fitta e un’ altra: pensa a disturbi intestinali, da’ la colpa alle castagne arrosto, mangiate la sera prima. Legge forte i “pensierini “ di una ragazzina, che parla del fratello con grande ironia, e cerca di nascondere il suo
    malessere.
    Oh Dio, ancora! Si sente improvvisamente bagnata. Si sono rotte le acque. Il medico l’aveva avvertita che il travaglio del terzo parto probabilmente sarebbe stato breve. Una bidella, chiamata in fretta , si dichiara impotente: “avverto subito il signor Preside”…
    Bisogna correr via dall’ aula, subito : Laura si trascina lungo il corridoio fino al piccolo ambulatorio di fortuna, senza riscaldamento, dove c’e’ solo un lettino e un lavandino . Ora bisogna farlo nascere quest’ esserino , che si gira e scalcia, perche’ vuole uscire. Laura ricorda che la madre di Paolo, quel suo scolarino col ciuffo in primo banco, e’ infermiera: e prega la bidella, che la segue sempre piu’ angosciata, di chiamarla subito al cellulare. Marisa, la mamma di Paolo, una mamma bambina, arriva di corsa: non e’ proprio un’ ostetrica ma, avvertita dell’ imminente nascita, ha portato con se’ alcuni strumenti essenziali e un grande coraggio .
    La scolaresca di Laura, non molto lontana da quello stanzino, e’ stranamente silenzios : i bimbi hanno capito e sono in attesa, col fiato sospeso.
    Laura urla ora: si’, aveva seguito il corso pre-parto per il primogenito, ma adesso non ricorda piu’ la respirazione, ha fretta, vuole liberarsi da quelle morse di male, da quel peso non desiderato, concepito non si sa come, se per un amore fatto troppo in fretta , se per un calcolo delle ovulazioni sbagliato, se prima di dormire, stremata dalla fatica e un po’ inconsapevole .
    Le urla sono interrotte da domande assillanti all’ improvvisata ostetrica: Laura e’ quasi certa che sta succedendo quello che nei passati otto mesi ha temuto. Il bambino uscira’ deforme , non meritero’ una creatura sana io, che non lo volevo, Dio mi punira’ per il mio egoismo. C’erano mille motivi che poteva addurre anche con se stessa per essere perdonata : il suo secondo bimbo aveva undici mesi, lei era ancora provata da quel parto, le sue condizioni economiche erano molto precarie, il padre era poco padre, ma quasi un altro figlio…

    “e’ uscito un braccio? Ora anche una gamba? E’ intero? E’ vivo? Voglio morire con questo bambino! non lo voglio, non lo voglio! “. L’ infermiera, madre di Paolo, era calma e incoraggiante: sentiva la responsabilità di quel compito e poi quella era la maestra di suo figlio; aveva un po’ timore a comprimere il ventre, a riprenderla per quelle urla. E soprattutto a farle capire che quella creaturina era uscita girata e per espellere la testina ci voleva un immenso sforzo finale. Che arriva puntuale, estenuante, come se le avessero strappato un grande pezzo di carne sua. E ora, dopo l’ uscita della placenta, su cui s’ informa, quasi fosse piu’ importante del figlio (o figlia ?), urla che se è un maschio non vuole vederlo, che lo portino via…
    Marisa tace: pulisce il bambino (si’, il bambino ), lo fa piangere, lo fa vivere. E poi, con l’aiuto della bidella, lo avvolge in una coperta di lana (ma forse e’ uno scialle bianco, lasciato li’ da qualcuno, fatto ai ferri in qualche ora vuota e non finito completamente), quanto mai provvidenziale in questo momento: ma il bambino senza nome (Laura non aveva mai parlato di questo col marito, proponendo solo nomi femminili: Silvia, Chiara, Bianca) ha freddo, forse anche perche’ nel grembo di sua madre non aveva mai sentito il caldo dell’amore, non aveva mai conosciute le carezze, non aveva mai ascoltato quei richiami, che le vere mamme fanno ai loro figli e di cui lei era stata prodiga solo con i primi due bambini.
    Piange Laura, ma non per il sesso della sua creatura: piange per se’, per la disperazione di non saper godere di qualcosa di suo, uscito dal suo corpo: e piange per lui – ora sa che e’ un lui , “lo chiameremo Francesco” – a cui ha tolto, persino prima che nascesse, quello che qualsiasi essere umano ha diritto di avere .
    “E’ bellissimo, maestra, lo guardi “, le dice Marisa, mettendoglielo in braccio quasi a forza; appena lei si e’ un po’ ripresa, ha aperto gli occhi, ha finito di piangere, ha chiesto di telefonare al marito .
    Sa che deve vedere il piccolo, prima che lui arrivi: lui, Marco , non avrebbe capito mai il suo star male: e una volta ancora avrebbe pensato – magari senza dirglielo, ora – che lei non e’ una vera donna , che ama solo se stessa, che e’ proprio malata (glielo ripete sempre ).
    Si’, e’ bello quell’esserino, tremante di freddo e ha bisogno del corpo di sua madre: e’ intero, e’ dolce e lei lo amerà. Intanto si copre con lui nello scialle – coperta: e i loro due pianti leggeri leggeri si confondono.

  3. Per “madre” ricevo le poesie con foto dall’amica-poeta Aldina De Stefano , che ringrazio
    Vittoria

    sono tornata al fiume
    dove sempre
    andavamo
    tu ed io

    sono tornata al fiume
    madre, Principio d’Acqua
    ma tu non c’eri
    e il fiume era contratto

    allora sono corsa a letto
    ho aspettato la notte
    e
    il Grande Sogno

    e lì
    ti ho incontrata
    calma
    come in attesa

    zitte zitte
    siamo tornate al fiume
    dove sempre andavamo
    tu ed io, nel fiume mormorante

    di prossima pubblicazione su Harmonia, Cividale (Ud), novembre 2011, di Aldina De Stefano

    archivio vivo per la madre

    addio madre
    tua figlia se ne va
    dal ventre oscuro

    addio madre
    tua figlia se ne va
    dal caldo grembo

    madre oh madre
    infibulato dire
    taciute smanie

    di aldina de stefano da del silenzio, 1999

    nell’ora del compimento
    mentre marzo
    fioriva
    sul davanzale colmo

    mentre qualcosa
    di te, d’ ineffabile
    usciva dal corpo
    come noce dal mallo
    come castagna dal riccio
    come chicchi dal melograno

    mentre tu morivi senza salutarmi
    madre, io ti partorivo senza gridare
    sola, in piedi, di fronte a te impietrita

    mentre tu mi lasciavi, per sempre
    lasciando il tuo corpo nel letto
    bianco freddo beffardo

    io ti ho partorito, madre
    madre io ti ho partorito!
    ed ora sono vuota
    come mallo senza noce
    come riccio senza castagna
    come melograno senza chicchi

    io – sono – vuota
    come questo mio presente assente
    senza il tuo passato incombente

    mentre agosto
    sfiorisce
    sul davanzale vuoto

    inedita, novembre 2011, di Aldina De Stefano

  4. Tutte queste note di commento sono in realtà testi degni d’essere raccolti in un articolo. Ringrazio Vittoria Ravagli per aver mosso i monti e le acque concedendo a queste compagne di viaggio di arrivare fino a queste stanze di carte,sensibili alla loro voce, alla loro presenza. fernanda.

  5. Quando, con la conoscenza delle scoperte di Marja Gimbutas prima e poi con le ricche informazioni dei convegni di Armonie di Bologna e del Gruppo Gimbutas di Sasso Marconi, ho incontrato la Grande Madre (non suggestione utopica, ma concreto terreno di ricerca, studio, speranza) ed ho smesso di essere orfana di dio, ho capito anche tante cose in più di mia madre, di ogni madre a dire il vero, di ogni donna per essere precisa: la grande, e non del tutto pensata capita indagata, capacità di generare, di creare, a partire dal proprio corpo (“a propria immagine e somiglianza”, sì), dopo averlo, questo corpo, aperto all’accoglienza dell’amore dell’altro, del compagno. E’ questo, credo, che rispettassero ed onorassero gli uomini e le donne del Neolitico, in villaggi spesso senza mura militari e dalle case non troppo diverse tra loro, perchè la differenza era quella naturale tra individui e non di caste sociali. Io, che non ho figli, tuttavia ho percepito in me questa forza potenziale della vita, mi ha illuminato, guidato, fino a ripercorrerla nel rapporto con mia madre. Vorrei partecipare a questo incontro proprio con versi che riguardano il ri-percorso di questo rapporto.
    da “I tagli e le giunture”
    Mater

    nella totalità della tua acqua era
    da dentro il centro quieto del turbine e
    l’occhio della spirale prima del
    vortice che distende spazi e prima
    del margine nel tempo e prima del
    diviso l’indistinta
    comunione

    nell’urto dondolante al mondo fuori
    formavi lievi le ombre e vanescenti
    senza tatto nell’onda che si sforma
    ad ogni permanenza e solo torna
    possibile nel gioco
    del creare

    nel doppiarmi sul tuo fiato per l’acqua
    l’aria venivi ancora senza sorsi
    di fuoco nel segno d’ ‘una-due’ appena
    l’alterno battere del cuore come
    nel farsi chicchi della mora resta
    l’insieme

    nel dividermi la tua carne e farmi
    l’una, goccia dopo goccia, e farmi altra
    da te terra, altra vertigine al vuoto
    che sconfina per le stelle, tessevi
    nel silenzio lunga traccia di un’eco
    che portasse desiderio all’origine,
    cieco alla direzione inversa ma
    senso eppure e segno
    se memoria di dio in te per l’amore

  6. una cara amica poeta che non desidera firmarsi, mi manda queste sue poesie, in cui c’é molto dolore. La ringrazio.

    non riesco a sentire
    il tuo grido – mamma-

    io ti strappavo
    le viscere e tu
    mi partorivi
    in silenzio.

    del tuo silenzio
    io posso morire.

    tu, mio amore e
    mia morte buia
    cavernosa umida
    silenziosa.

    Ho attraversato le acque
    per raggiungere la luce

    e qualcuno ha spezzato
    quel cordone,

    ma l’odore caldo del sangue
    tra le coscie
    pulsa nel mio corpo.

    io – viva –
    ti urlo ancora
    PARLA.

    Di quel tuo sguardo implorante
    i miei incubi notturni
    mi hanno distolta dalla luce,
    in te e con te
    volevo ritornare
    per riprovare a vivere
    nel farti ri-vivere.

    Dentro le mie viscere
    nere e rosse
    ho concepito i miei figli,

    nell’antico battito d’ali
    ho ascoltato il fermento
    di un raggio di sole.

    Ho zittito il magma violento
    cullando al suono di
    dolci ninna nanne
    il terrore di quel silenzio
    di morte.

    via, lontano dal mondo,
    io, lupa selvatica,
    volevo partorire in riva al mare
    e dare mio figlio alla luna.
    ululando la mia gioia

    e riposare quieti
    nel mormorìo delle onde.

    Nel mio grido il terrore
    dell’inutile separazione

    io, tua figlia, sempre
    ritornavo a te.

    Guarda come l’onda
    abbraccia la spiaggia

    – della mia fiduciosa dipendenza,
    perché avevi terrore? –

    Quella mia dipendenza, rifiutata,
    si tramutava
    in follia

    e , cieca per il dolore,
    vagavo con l’orrenda ferita
    del tradimento e dell’abbandono.

    Di donna in donna
    ho cercato la cura
    cacciata ancor prima di poter
    nominare il mio
    tormentato bisogno,

    era di te che avevo bisogno
    e tu di me
    nell’intimità di un’autentica
    Alleanza.

    Il tuo silenzio, frutto di una cultura
    patriarcale, io bambina, come
    un cavaliere errante
    ho protetto con il sacro scudo
    del mio segreto amore
    e ho difeso con la spada infuocata
    della Ribellione,

    andavo per il mondo rifiutando
    ogni uomo
    eppure ardente d’amore,
    lo sguardo perduto.

    In questa dolorosa e crudele
    ambivalenza,
    il mio essere dilaniato
    da una scelta che pareva
    obbligata,

    svuotata di ogni materna sapienza,
    anch’io divenni silenziosa
    e nel grembo inaccessibile e sordo
    ho sepolto
    il mio desiderio.

    Come trasformare
    quell’eterno conflitto
    di progenie al femminile
    in possibili armonie
    tra me, figlia, e madre di mia
    figlia?

    L’antico legame
    raggrumato nei nodi aridi
    del silenzio imposto
    dal potere sessuato
    si è disciolto
    nelle profondità più intime
    del proprio Desiderio
    – consapevolezza e istinto –
    odori e sapori ancestrali
    di un sapere ri-conosciuto
    e per ciò stesso
    amato.

    Io vecchia lupa
    corro attraverso la prateria e
    mentre il vento accarezza
    le mie profonde cicatrici,
    gemo di tenerezza e
    le mie scarne mammelle
    s’inturgidiscono
    – lì –
    accanto a me
    nella luce dirompente dell’alba,
    schietta e senza vanità,
    nata dal mio canto pieno
    – viene mia figlia –
    e io scavata dal suo fermento
    la guardo :
    nella sua Unicità,
    è Regina di se stessa.

    °°°°°°

    a mia nonna
    mia madre
    mia sorella
    °°

    tra siepi di
    rosmarino,
    nel fondo profumo
    di bosso
    l’onda del mare
    lambisce lieve
    la mia anima

    e vedo piccole mani
    danzare
    ricami gentili
    su tele di lino

    – era umiltà
    o rassegnazione? –

    La pace
    che ora sento
    racconta
    la silenziosa forza
    che da donna a donna,
    sia pure con tutte
    le mie ribellioni,
    è filtrata.

    È nel mio sangue
    che scorre lento
    è nel mio seno
    che di latte ancora
    è ricolmo.

    Nelle dolci radici
    materne
    affondo

    e un ricamo odoroso
    io intesso.

    °°°°°°°

  7. in corsa come spesso… ma rubo ancora un minuto per lasciare il mio passaggio su questa iniziativa , su questi versi, che coinvolgono, commuovono….

  8. Ricevo da LETIZIA DIMARTINO – La ringrazio.
    Dalla silloge “Resta Niente”, ispirata da sua madre.
    °°°°

    Per questo anello verde bosco
    la tua mano freme
    dita sottili uncinano il lenzuolo
    adesso tengo una pietra
    chiusa nel pugno punge la pelle
    e così traspare la tua vita
    mi accorgo solo oggi che dentro
    ci sei tu che scorri
    capelli neri, un’ombra rossa
    il passo lungo, la gonna bianca
    sulle gambe ombrose
    il vento che ti viene contro.
    Un giorno ci sedemmo, insieme.
    Restano le mie parole
    il tuo letto sgualcito.

    °°°°

    Di cosa ti accorgi
    se ripeti il mio nome
    stringi il lenzuolo
    la dita sulle mie.
    Avevi un collo di pelliccia una volta
    un cappotto bianco
    riempivi armadi, scarpe alte ai piedi
    colori sul labbro
    ora la notte è lunga
    piangi alla carezza
    entra il giorno,posa sul letto
    un brivido nel caldo del mattino

    il tuo respiro copre il silenzio della casa
    sul pavimento solo i nostri passi.

    °°°°

    Hai un velo, fragile tela che copre
    “fuori il sole?” e già canti.
    Questi muri che stringono
    l’isola della vita ridotta
    apri, invece, le labbra al cucchiaio.
    Siamo libere. Siamo ancora due.
    Lo scialle che accarezza
    la macchia che tinge sul mento
    il mare che conoscesti e
    la città lontana.

    Dietro conto i tuoi giorni
    le foto strappate
    le ore divise.

    °°°°°°

  9. un’ora fa ho ricevuto da un’amica una scrittura sulla madre
    la portava per condividere il suo sentire
    ho pensato a questa nota-raccolta, alla possibilità che la sua voce potesse aprirsi tra le altre
    penso che invierà le sue parole all’indirizzo di Cartesensibili

    grazie
    elina

  10. Può in ogni caso partecipare ai commenti in modo che Vittoria possa risponderle direttamente. Puoi dirglielo? Ciao Elina,grazie,f

  11. ..partecipo volentieri ai commenti, con uno scritto per il compleanno di mia mamma, dicendo a Vittoria che leggere questi spazi d’anime mi emoziona particolarmente e ringraziando Elina e Fernanda..donnesensibili e amiche!
    * * *
    15 novembre
    (scrivo oggi prima che l’inconsapevole giorno
    scivoli sull’ineluttabile goccia degli eventi)

    Oggi mi manchi
    che scrivo ancora parole da regalarti
    e custodire nella borsa tra rosarii di vetro
    penne consumate e fiori di lavanda
    oggi, in un tempo d’infanzia dismessa
    eppure nuovamente bambina
    dai grandi occhi neri e ciglia umide
    tra queste mura d’instancabili farfalle
    e ancora campane dlin dlin dlin di sand’Linn(*)
    sul petto che allatta
    lo stesso peso silenzioso
    come la tua cicatrice
    a dispetto della vita ieri fuggevole
    e che oggi ride afferrando l’aria
    tra il silenzio di un bacio rubato
    mi mancano le tue mani semprebelle
    capaci di ricucire fratello e sorella
    ricamando ricordi dalle iniziali azzurre
    e la tua voce di favole e memoria
    filata al fuso di legno consumato
    (che ancora conservo)
    per farne maglioni per quest’inverno così vicino
    ed anni in numero della Creazione
    hanno oggi il loro gioioso epilogo
    nel francese del tuo nome.

    Oggi (anche il giorno del suo primo vaccino)
    mi manchi ancora di più.

    ________________________________________
    (*) “le campane del Santo Legno”,strofa di nenia franco-provenzale cantata a Faeto (FG), paese di mia mamma

  12. L’incontro con le donne emozionate dalla parola madre che inesorabilmente si insinua nei sentieri dei ricordi e nella pelle assaporando il dolce salato delle parole e delle immagini mi risuona nelle cellule … ci immergemmo nella notte nel canto insieme al fuoco ci rende tutte vita – un pulsante cerchio di vita, di speranze, di forza e di dolcezza. in connessione con tutto le madri di tutti i tempi e con la luna .. nostra , riflettente, eterna espressione del femminile.
    Grazie per le parole di saggezza a tutte – un grazie dal profondo a Anna Farabbi e a Vittoria

  13. ringrazio Angela per la sua toccante poesia che ci fa condividere il suo ricordo della madre. Questi scritti mi emozionano. Grazie a tutte.

    Un abbraccio a te Sandra, che facesti con le altre il cerchio delle donne sotto la luna piena, ed io vi “sentivo” a distanza; voi mi aiutaste a guarire nello spirito, a trovare una forza che avevo perso.

  14. Per me quei due giorni di Madre – Tempi Quieti pensati da Vittoria sono stati tutto un ribollire di sentimenti che venivano dal profondo… ogni tanto nel sentire una frase, un verso sul rapporto madre-figlia, sentivo come un cucchiaio lungo che andava in fondo in fondo alla pentola e smuoveva un po’ di materia, facendo partire onde di emozione che venivano su. Una materia che è ancora tutta da mettere a posto, perché sento che è una base importante.
    Alla fine ero stanchissima, come se avessi pianto per tutti i due giorni.
    Io andavo e venivo tra la Ca’ Vecchia e casa mia, che è lì vicino. Mio marito stranamente aveva il suo aiuto nel gestire i nostri 3 bimbi, senza farmelo minimamente pesare. E diceva loro, quando io ripartivo per il convegno e loro protestavano: bimbi, lasciamola andare la mamma, ci conviene, vedrete che poi è più contenta…
    E’ stato prezioso anche conoscere Anna Maria Farabbi.

  15. grazie a Fernanda per questo spazio che possiamo riempire con i nostri scritti: li possiamo leggere e rileggere ogni volta come fosse la prima, ascoltando voci nuove diverse ma simili nell’intensità. Grazie ad Anna Maria Farabbi, amica e sorella, che ancora una volta ha tessuto la sua tela.

  16. Da Mariella Bettarini, poeta-amica, ricevo queste belle poesie. La ringrazio.

    POESIE PER MIA MADRE, ELDA ZUPO*

    I
    andata silenziosa nel novembre duemilatre
    dopo mute – tranquillanti preghiere
    e segni della croce e silenzi
    e pochissimi moti dentro un letto
    ma tranquillanti – schietti – com’era (com’era sempre stata)
    tua consuetudine

    andata non so dove ma lievemente –
    per forte chiamata – ed obbediente tu –
    senza inutile gloria – ma con gloria silente

    andata – andata – per niente tu ribelle –
    pacifica – paziente – illuminata –
    illuminante-mente trasognata – come
    appagata tra silenzio e velle

    andata e andata e andata come se
    l’auto guidassi ancora – e come spira il vento –
    e cosa avviene – e questo e quello – ed altre cose belle

    andata al di qua – al di là
    del confine – al di là delle vòlte
    confinata – sì – della vita e delle sue ruine –
    e come dentro un sogno addormentata

    andata e andata ma rimasta – infine –
    sei tu rimasta – madre – nella grande vastissima
    spianata del viver qua ad ascoltar novelle –
    gran fole della vita – e tu di qua smarrita
    ma rimasta nel grembo delle cose –
    grembo tu grande – piccola madre tu
    dormiente dentro un letto – tu più niente facente
    che tutto fai dal tuo letto di niente –
    così rimasta (e andata) – dentro un brano di vita
    s/confinata

    II
    che m’è rimasto? di te
    che m’è rimasto? e che è rimasto
    senza te? ricordo (vago) – pensiero
    latente ( un cogente – volatile pensiero) –
    ostinato dir niente – uno scrivere niente
    (affaticato) – un niente fare
    di quel che – tu presente – facevo – fabulavo –
    dicevo – ero

    evi fa ero: ora non so – non più – non
    già: mistero e non mistero – diroccato
    pensiero – maniero andato – faticante
    sentiero e poi tanto silenzio verace –
    menzognero

    III

    e passano giornate (come passano) – e passano
    di qua – e uguali passano – e lente e svelte
    come folli fulmini

    e tu passi e non passi – non passi mai – non passi
    più – non hai più passi per passare di qua
    e tuttavia sapessi come stai – come permani – come
    non passi – come
    non finisci mai d’essere – di passare

    IV

    da dove – dunque – ri-partirò?
    ri-partita io? – mai partita? – e che
    partita è questa? per la vita?
    per la vita passata e più
    tornata?
    e dopo ri-partita?
    dunque (anche) divisa? e divisa da che? da
    chi? come divisa? e in quante parti?
    e a me qual è toccata?

    vedi – madre – che se scrivo di te
    scrivo di me (e viceversa) –
    che storia
    è questa? – non so – lo ignoro (sono molte di più
    le cose che io ignoro di quelle…)

    ma basta –
    basta basta! la manovella è guasta e non la posso
    più girare – ho dell’altro da fare – ho da dire
    di te – da tentare di farti ri-fiorire (“ri-fiorire? che dici?”) –
    dico e ridico – ridicola che sono –
    son qua – son senza suono e voglio raccontarti? ri-partire?
    narrarti? – matta che sono! basterà se riesco (ma riesco?)
    a ri-accennarti – abbozzare la tua effigie – ri-
    abbracciarti – ri-trovare minuzzoli di vita –
    ritentarti (non certo riuscire a darti
    la parte pur millesima di quanto hai dato a me)

    nient’altro – madre –
    e riposarmi in te
    e dunque ri-posarti – ché sei nel tuo
    lungo riposo – e io son stanca –
    sei
    nel tuo bianco silenzio ed io
    tento di lavorare di parole
    e tu sei ancòra
    il sole ed io ti vengo dietro

    (marzo 2009)

    *
    Queste poesie, insieme a molte altre, fanno parte di un eBook (presente in rete dall’aprile 2010) che porta il medesimo titolo: Poesie per mia madre, Elda Zupo, scaricabile mediante il link seguente:

    http://www.ebook-larecherche.it/ebook,asp?Id=40

  17. Grazie, Vittoria, per avermi offerto prima l’opportunità di partecipare agli incontri alla Cà Vecchia, ed ora la gioia di riflettere sulla parola.
    L’estate scorsa, troppo afosa per respirare la vita, ha lasciato spazio alla morte. Il mio caro nipote ci ha lasciato. Un giovane uomo, con tutto il cammino ancora da fare. Con la felicità da scoprire. Con il sorriso a metà e gli occhi che guardavano lontano. Una lunga sofferenza. Un dolore antico. Uno strazio del cuore e dell’anima. Il filo troppo teso. Lo sguardo vuoto. La bocca un buco nero. La madre al suo fianco. A guardare il pallore, a respirare il suo fiato, a sentire il tempo. Non parola per una madre senza figlio. Non più. Mi sono sentita madre.

    respirare il suo fiato, a cogliere un suono. Minuti che si facevano ore, giorni, tempo

  18. quanto dolore Alba! grazie per averlo condiviso con noi.
    E grazie a Sandra per le sue amichevoli confidenze. Mi rendo conto che a volte il solo nominare la parola “madre” crea silenzio, perché ci sono ricordi, problemi, dolori, rapporti irrisolti, blocchi antichi. Riuscire ad aprirsi fa star meglio, credo.

  19. Carissima Vittoria sono anch’io con le altre sua ospite in questo viaggio che tesse relazioni ramificate nelle profondità della terra interiore e di quella che ci sostiene. Ora che è parte del nostro gruppo questa è casa sua e di tutte coloro che passeranno di qui.ferni

  20. tempo fa scrissi un pensiero, lo ricordo bene poichè costituiva parte di una raccolta di testi per il blog fernirosso
    sono andata a cercarlo o meglio quelle parole mi hanno chiamato e di nuovo parlato
    lo riporto qui poichè lo leggo vivo e intatto, ogni sua parola concretamente io vivo

    Hai soffiato sul lume
    il respiro si è fatto lento
    il passo incerto come punta di penna
    ora scricchiola sulla carta
    Traccio un cerchio sulla scena
    piombata nell’ombra
    attorno emergono figure, campi, alberi e
    in uno spicchio tra le case mia madre al pozzo.
    Un attimo, non posso usare la voce.
    E l’ombra avanza liquida e gli oggetti fanno rumore.
    Ancora disegno contorni di fumo
    basta il tuo respiro ad accendere il lume.

    Elina 01/02/2009

  21. Molto bella Elina questa immagine, questo ricordo che sembra un sogno dipinto su di una tela antica da cui escono rumori, e l’ombra avanza…

  22. Sono stata presente all’ultima giornata del convegno e ricordo benissimo una grande ricchezza, una grande intensità, e interventi che mi hanno insegnato molto e fatto riflettere, come quello di Luisella Mambrini, ma anche la piccola performance sulla matrangela e sulla melagrana, un sapere forte e interiore che le donne come Vittoria Ravagli e Anna Maria Farabbi, Milena Nicolini, Lisabetta Serra, Marina Giovannelli, le amiche del Gruppo ’98 rimettono in circolo perché si diffonda sempre più…un’esperienza che crea rete. Loredana

  23. Cara Vittoria è bello ritrovarci qui anche per me che non sono potuta venire a Sasso; è una rete che ci sostiene e in cui ci ritroviamo come una madre e in cui ci sentiamo sorelle. La parola madre rimanda a un vissuto personale e intimo che coinvolge il corpo e la mente di ciascuna di noi, ma c’è anche un vissuto pubblico e culturale che il pensiero patriarcale religioso e laico ha posto a fondamento di una società che ci imprigiona in un ruolo che fa del nostro corpo un oggetto sempre di proprietà di qualcuno che ci determina e ci violenta. Ma non è di questo che qui si parla tra noi, qui si parla di una genealogia femminile che da valore e riconoscimento al “ dare e mantenere la vita” contro il principio di morte del pensiero maschile. In ogni donna vive la Grande Dea Madre e ne dobbiamo essere consapevoli. Al Convegno di Sasso mandai mie poesie che lesse Lisabetta Serra per me che ero a casa ammalata; parlano di me e di mia madre che è da anni in demenza senile e che è per me la stella cometa che mi indica la via. Le riporto qui e le dedico a tutte le amiche. Grazie ancora per averci offerta l’opportunità di incontrarci.
    Giovanna

    a mia madre
    ………alle turgide mammelle
    il cui sapore odore
    si cela nel mio corpo infante
    alle rosee labbra
    parche di sorrisi e di baci
    che l’età ha reso più generose
    agli occhi sagaci e intelligenti
    alle mani capaci ed operose
    al suo corpo di adolescente
    che fece innamorar mio padre
    al suo ventre incinta
    di me sua figlia
    che donna la riconosce e si riconosce
    alla sua paternità mediterranea
    che in me ha posto radici
    come le nebbie della mia terra padana

    anche a lei io devo l’essere fedele all’amore

    lingua madre

    “ la me mama
    et te la me mama?”
    sì il dialetto
    è la sua lingua
    ora/ anche la mia

    illumina il suo viso
    una risata
    mi ritorna
    da un nulla
    che solo lei conosce

    un pensiero
    secco
    come colpo di fucile:
    di lei
    mi mancherà
    l’odore dell’urina
    anche

    Vanna

    Vanna
    così mi ha chiamato
    ieri l’altro

    dov’è la Vanna?
    sono qui mamma

    ho freddo

    di disperazione si può anche impazzire

    lo so
    lo sento
    il clic del cancello segna l’inizio dei giochi
    breve galleggiamento
    un passo in bilico sul filo
    costruzione del muro
    interminabili esercizi l’hanno abilitata
    la mente
    lei conduce lei detta le regole
    unica regola vietato oltrepassare il limite
    la mano spinge il cancello
    sul confine mi blocco
    sulla soglia attendo
    in precario equilibrio
    l’altra me – entra
    il gioco è fatto

    Fare finta

    Faccio finta
    di non vedere i suoi capelli spettinati
    che si aprono a raggiera sulla nuca

    faccio finta
    di non sentire l’odore acre
    dolciastro dell’urina

    faccio finta
    di non fare finta

  24. Tra le poesie più belle che ho letto sul tema, c’é questa che segue, di Eva Bourke, tradotta da Chiara De Luca in “La latitudine di Napoli” – Edizioni Kolibris

    IV

    Dopo che la ebbi spogliata
    giaceva davanti a me come un bimbo,
    senza vergogna, il suo corpo silenzioso e nudo.
    Non l’avevo mai vista nuda prima
    ed ero piena di paura.
    C’era una bacinella d’acqua calda
    così nulla di freddo l’avrebbe toccata
    e una tavoletta del suo speciale sapone profumato.
    Fuori l’estate correva
    da un astuto schema
    di colori all’altro.
    Le colline erano calme e azzurre
    nell’ultima luce del pomeriggio
    e una brezza dalla finestra
    tastava e spazzava le tende di lato.
    Un lento strascico di luna diurna passò pigramente.
    Allora la lavai, il viso silenzioso,
    sollevando le ciocche di capelli
    che le infermiere occupate avevano tagliato corti,
    il collo, la gola,
    lavai la volta di costole del petto,
    piatto come quello di una ragazzina,
    i seni accartocciati.
    Era così magra
    che le vedevi le singole ossa
    sotto la pelle.
    Non mi ero mai accorta fosse tanto deperita.
    Ma dove avevo gli occhi?
    Com’era riuscita a nasconderlo
    così bene? Toccai
    il punto della clavicola in cui
    una frattura si era ricomposta male,
    la grinza bianca di una cicatrice.
    Le lavai il ventre,
    il recesso dell’obelico, la pelvi,
    il generoso incavo. Sentii
    la pelle liscia come pelle scamosciata,
    palissandro, fresca come acqua, sgualcita
    e sottile come crêpe de chine.
    Lavai con reverenza
    il dolce rigonfiamento
    del pube, il sesso ora glabro
    lavai la sua carne segreta,
    le cosce e i fianchi gracili.

    Ci eravamo scambiate i ruoli, lei e io.
    Per la prima volta feci
    per lei quel che senza problemi
    lei aveva spesso fatto per me.
    Eppure a dispetto del suo silenzio era lei
    a comandare il tutto, a insegnarmi ancora
    come aveva fatto in vita
    tutto ciò che sapeva della morte.
    I suoi occhi erano sprofondati
    sotto le palpebre arrotondate.
    La bocca era morbida e calma.
    Allora la vestii, l’aria era calda
    e la sera d’estate azzurra.

  25. grazie ancora a tutte.
    Ricevo da Maria Laura Antonellini – e Maria Lasi – della “Società poetica, arte della Lingua materna” di Ravenna, una poesia ed uno scritto, Le ringrazio. Eccoli:

    DONNE CHE TRAMANDONO

    Chi sarete voi, domani?

    Germogli di rigogliose piante
    nell’abbraccio del sole
    o immensi prati di fiori
    da non calpestare,come dice lui?

    Sono sicura che non sarete più
    donne-oggetto, donne-natura
    oppresse da schemi forzati
    ma continuità di pensiero femminile

    Oggi noi siamo donne-orme
    che tramandano i tempi al vostro tempo

    Allegri lampi di luce
    dati dallo Spirito ai nostri vissuti

    Con lenti passi abbiamo sdipanato
    matasse di sofferenza e di coraggio
    annodato lotte e conquiste
    per tessere dignità umana e valorizzare
    il nostro esserci state, anche per voi

    Dai Cieli dei molti Mondi
    seduta sulla mia nuvola
    fra il respiro cristallino del vento
    beatamente annuserò le tracce
    di nuovi pensieri, di nuove gesta
    portati dalle vostre future voci

    Maria Lasi, in collaborazione con la Società poetica

    Ravenna,16 novembre 2011

    EREDITIERE

    E’ l’alba.Un’alba pallida e tersa,con appena un filo di vento.Fra poco,
    quando giungerà Aurora, Aurora dalle dita di rosa, apparirà all’orizzonte,per lo sguardo umano, un nuovo oriente di civiltà.
    Ma ora, sul confine fra notte e giorno, fra passato prossimo e futura Storia, le ultime madri ( quelle cioè che lo divennero per ultime, fino a quella linea temporale là), sospendono il tempo e si prendono per mano e stanno immobili,in attesa. Giustamente tementi e inorridite di ciò che viene avanti.
    Perché loro sanno.
    Perché loro hanno visto.
    Perché loro hanno capito.
    Perché loro dovranno testimoniarlo a quelle che verranno.
    Sono le ultime,certo, ma di un’ infinita teoria di madri,che risale a ritroso la notte del tempo dell’Umanità e poi veloce ridiscende al presente, per consegnare a quelle, le ultime, il prezioso segreto e l’arcana domanda, chiusi nella pietra scolpita della loro Memoria.
    Sono lì quelle ultime speciali madri a testimoniare il sorgere di quella che sarà detta:l’alba della Storia. E solo loro, in questo momento, sanno che quest’alba, da altri così attesa, ha nelle viscere il tramonto delle madri e le dita dell’aurora, le dita di rosa, sono intinte nel sangue dei loro cuori traditi.
    E’ così, è da questo misfatto che nascerà la scrittura e l’Umanità entrerà nella Storia.
    Nel rafforzarsi impietoso della luce del sole le madri, accecate,ma non cieche, piegano la testa e si susssurrano un ordine segreto. Da allora nasconderanno il loro Sapere nelle pieghe dei gesti quotidiani, nelle parole cantilenate e tramandate dalla voce: e saranno trattati di astronomia e astrologia, di medicina, di sapienza relazionale, di cura e amore, di spiritualità.
    Altri li chiameranno:istinto materno,intuizione femminile..
    Ma che succede? Qualcuna rompe la fila, alza la testa, e a braccia levate grida verso quell’alba un avvertimento. Quel grido non andrà del tutto perduto, precipiterà a lungo e infine ricadrà nel sangue della Tragedia greca. Ecco perché ancora lo possiamo riascoltare.
    Poi fu il silenzio, ma le madri continuarono a tramandare,a tramandare, a tramandare lo scrigno di pietra col suo segreto.A un certo punto, non restò che il gesto. Nessuna ricordava più né il cosa, né il come, né il perché, né il quando.
    Eppure rimase aperta una scena, che si rinnova ad ogni nascita, e che mai fu assorbita dal Grande Canone. Ed è qui che lo scrigno di pietra della memoria femminile si apre e mostra la sua sapienziale luce di civiltà:nella relazione madre-figlia.O invece si presenta come sospesa minaccia d’oscurità e di morte, per la piccola creatura?

    In ogni caso, felice o infelice che siaquella primaria relazione, è certo che la radice marteriale della Lingua, del nostro saper parlare, nasce dal nostro rapporto col corpo di nostra madre,a volte pietra di luce, a volte pietra oscura.Ma sempre pietra calda della vita.

    Grazie al loro tramandare senza fine (e anche senza più saperlo), ogni relazione madre-figlia, apre la scena di un altro ordine simbolico, quello delle madri, che le ultime madri della preistoria traghettarono al di qua.
    Non è sempre facile ereditare, sapere di portare sulle spalle anche macigni di dolore e oscurità, ma quelle ultime madri ci fanno capire,con la loro tenacia, che essere ereditiere è la nostra necessaria condizione per stare nella Storia e così poter accedere alla pienezza della nostra umanità, che è speranza d’umanità per tutti.
    E portiamo pure sulle spalle l’arduo compito di tradirle, per poterle salvare e tradurre. Mai sapremo quale fu la parola segreta che da allora cominciarono a tramandare di madre in figlia, e certamente possiamo credere che dire Ordine Simbolico della Madre, è un tradire, per lingua diversa e storia, quella parola.
    Ma se una parola, un pensiero, una frase ha fertilità e contagio germinitivo,non solo per me, ma anche per altre, allora possiamo essere certe di essere vicine al cuore di quel loro segreto, ormai nostro,anche se chiuso nello scrigno di pietra del tempo.

    Maria Laura Antonellini,della Società poetica,arte della Lingua materna, di Ravennna

  26. Un nuovo racconto di vita vissuta da A.R. che non desidera firmarsi:

    UN RISOTTO BUONO
    “Sì , sono la mamma, la madre… E’ grave?”.
    “No. Abbiamo fatto la lavanda gastrica. Sta meglio. E’ al primo piano, medicina d’urgenza, camera 18, letto 2”.

    Sono le sei di mattina. Mi urla al cellulare d’andare subito all’ ospedale: “Fanno tante storie per lasciarmi uscire…devi venire con me a cercare la moto, non so dove l’ho messa stanotte…”.

    Una nebbia impalpabile, i primi accenni di luce, una nervosa attesa dell’ autobus: per la strada qualche ragazza che porta il cane nel giardino addormentato, le serrande del grande magazzino che cigolano e s’aprono, per ricevere cassette e cassette di cibo. Mi copro inutilmente in uno scialle senza tempo.
    L’ ospedale: bianco, falsamente accogliente, lo stesso complesso d’ edifici dove lui è nato. Non desiderato, aspettato con una riserva a cui volevo aderire ad ogni costo: lo tengo solo se è una bambina. Invece era Michele (non Michela), che non desideravo neppure vedere, quando fra le mie grida finalmente uscì, dopo che il ginecologo mi aveva dilatata manualmente, perché io proprio non volevo saperne di partorire.
    Era stato un parto laborioso, con me che urlavo impazzita che “la bimba” veniva fuori a pezzi, con l’ostetrica che inutilmente mi ripeteva di rilassarmi, di respirare , di spingere, mentre io, tra doglie atroci, pensavo agli altri due bambini a casa, ai miei concorsi ancora rimandati, a mio marito che mi disapprovava con aria severa, e a me, che mi ero tutta sformata e che certo sarei rimasta grassa ed indesiderabile.
    Mi guardava con occhi scandalizzati l’ ostetrica, che ripeteva che la mia era una creatura bellissima: ed evocava nascite di bambini malformati, quelli sì che era terribile guardarli…

    E’ sbucato il mattino: con la prepotenza e il colore d’un sole d’aprile.
    Lui ha un’aria torva, smarrita: occhi persi, come gli ho visti tante volte: non è solo alcool, ma certamente anche la solita bianca sostanza. Mi saluta appena, mi conduce per le strade a caso, senz’alcun ricordo.
    La vita sta riprendendo, i ragazzi con gli zaini camminano veloci verso la scuola, uomini e donne svicolano sugli scooter, in mezzo al traffico caotico delle macchine. Al lavoro, tutti al lavoro: per necessità, abitudine, dovere.
    Lui no: ancora annebbiato dall’ alcool, frastornato da una notte insonne, umiliato dagli sguardi di compatimento dei passanti, e forse dai miei, che provo vergogna per mio figlio e non per me, mamma – non mamma…Eppure, dopo quarant’ anni, non riesco ancora a perdonarlo e a perdonarmi, non so concentrarmi davvero sulla solitudine e la paura in cui è cresciuto il piccolo Michele. Affidato alle dade, lasciato in una latteria, in attesa di esser “preso” da qualcuno che lo accompagnasse a casa, consegnato a “signorine” di scuole materne, di campi solari, di colonie, e sotto la tutela insofferente dei fratellini di poco più grandi.

    “Non so la marca né la targa, né il colore, dimmeli, come faccio ad aiutarti?”. “Seguimi, e basta!”. Evito gli sguardi di chi mi conosce, in questa zona che per anni è stata la mia , la nostra. Michele, che dice di aver ricordi così negativi della sua infanzia, torna spesso qui: e si ferma nel baretto sotto al portico, dove i proprietari sono gli stessi che mi hanno visto col pancione di lui, e mi rivedono ora, anziana e un po’ curva, seguire questo figlio che ha perso la moto e forse la voglia di vivere.
    L’ ha raccolto qui , mesi fa, il 118. Non era riuscito ad entrare nel bar e si era appoggiato e poi afflosciato contro una colonna. L’ avevano portato direttamente all’ospedale psichiatrico, perché farfugliava in modo sconnesso e delirante. Molto più tardi era riuscito a chiamarmi al cellulare, ingiungendomi d’ andare subito. Ed io , che avevo corso così poco per lui quando era piccolo, mi precipitai.
    Entrai dopo uno sferragliare di chiavi ed un rapido sorriso di infermiere asettiche, e mi trovai presso un letto disfatto, su cui era steso lui, innocente come un bambino, inebetito dai farmaci, smarrito, spave
    Ho scoperto che io, mamma – non mamma con i miei figli , sono capace di dare e di ricevere felicità con quest’ esserino, le cui domande talvolta m’imbarazzano, tanto mi sembrano frutto di riflessioni , che immaginavo estranee ai bambini . ntato.
    Sullo sfondo lamenti, risate, parlottare confuso; e poi visi assenti, occhiate curiose, anime perse.
    “Lei poteva pur essere una donna disperata, infelice : ma questo non doveva esimerla dal preparare ogni tanto un buon risotto a suo figlio, condito magari con qualche sorriso!”. Di tutte le parole che mi rivolse lo psichiatra, nella penombra del suo studio, con riproduzioni di Van Gogh alle pareti ed una libreria zeppa di psicologia, queste mi rimasero dolorosamente impresse. Sì, un buon risotto : le mamme – mamme fanno risotti e torte ai loro figli. Michele ora stava tanto male, perché non gli avevo fatto un buon risotto, pieno d’ amore materno ??
    Eppure sarebbe stato facile : ma io correvo dietro ai miei sogni e alle mie paure…
    “Dimissioni contro il parere dei medici”, anche allora. E di nuovo fuori da quel luogo di dolore, dove tutti sono gonfi, stanchi e senz’età, e ad ogni squillo di campanello s’ affaccia la speranza che qualcuno vada a liberarli.

    Ed ecco la moto: a due passi dal bar, senz’ alcuna chiusura di sicurezza: un miracolo! E un miracolo ora il suo aspetto, che torna disteso e “normale”. Vi sale veloce e preme l’ acceleratore. Resto lì, col cuore gonfio d’ emozione, la testa piena di ricordi, il corpo inerte e dolorante…

    Son passati tre anni e io faccio a tempo pieno la mamma a questo bimbo biondo biondo, con gli occhi che bucano, come quelli del papà Michele. Dolce, tenero, curioso, mi abbraccia e mi chiede altre favole e altre ancora. Non le ho mai raccontate ai miei bimbi, tutt’ al più ripetevo distrattamente “Pollicino”, “Cenerentola” e “Biancaneve”, sempre quelle, confondendo spesso nonne, mamme , lupi, fate e streghe . I bambini mi correggevano e percepivano certo la mia fretta, il mio scarso talento di narratrice.
    Ora le invento le fiabe, che son popolate di bambini veri, dove non ci sono né orchi né maghi cattivi, né re né regine. Cerco di raccontare la vita com’è a questo mio piccolo Marco, che è venuto lui sì magicamente, a dare a noi tutti un senso di pace e ad alleggerire il peso che da tanto m’ affligge per l’ amore sbagliato, voluto a suo padre.
    “Perché il mio papà non ti dà mai un bacio ?”, mi ha chiesto a suo modo. “Perché , quand’ era più piccolino di te , io non mi fermavo a dargliene; perché stavo poco con lui; perché non sapevo ancora le nostre favole”. “Perché facevi così ?”. “Perché allora ero una mamma – non mamma”.
    Abbiamo inventato un nostro linguaggio, formato di poche parole che, a seconda dell’ ordine in cui sono poste, danno vita ad idee e ad immagini diverse . E parliamo con le formiche, con le farfalle, coi fiori, con gli alberi, con questa natura così ricca e felice che ci circonda, di cui non avevo mai colto i colori, gli odori, i respiri, i silenzi . Giochiamo, guardando le stelle, a giochi fantastici, legandole con fili immaginari e facendole scendere a terra sotto forma di ghirlande; e conversiamo con le nuvole, che si appoggiano ai nostri aquiloni colorati. Ci nascondiamo e ci ritroviamo, ci rincorriamo e ci raggiungiamo talora fino a sera, quando tornano Piera e Michele, assetati dei sorrisi e delle tenerezze del piccolo Marco, che aspetta la nonna il mattino seguente con una favola nuova..

  27. Luisa Gastaldo manda una poesia molto bella dedicata a sua madre:

    quando mi fermo penso
    alla tua frutta sciroppata
    ancora nella dispensa
    veleno dolce amore assoluto
    di cui mi faccio imbuto
    con l’amarena ingoio
    come fosse un’ostia
    il nocciolo duro del ricordo

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