I NOMI IMPLICITI DEL TEMPO, Augusto Pivanti -lettura di F. Ferraresso

Kolja Tatic



Quando si apre un libro si aprono molte porte sul muro della nostra cecità, sul bianco della nostra assenza. Allo stesso modo  si aprono porte quando quel libro si scrive, anche se magari non sono le stesse. In entrambe i casi però, se ben si guardasse, il libro risulteremmo noi e la scrittura niente altro che tutte le cose e i nomi che il tempo deposita in segni e disegni tra noi e il mondo, costruendo per entrambi quelle porte in cui è possibile passare e. La nostra biologia si muove insieme a quei nomi, porte verso strade che hanno il nostro stesso battito cardiaco, la tensione dei  muscoli, la ciclica evoluzione di un respiro, una pioggia di lacrime. A volte, a volte però, capita che vi si ritrovino intere stazioni di tempo, migrazioni e migranti in stagioni che sono clessidre dei nostri giorni, misura dei nostri passi, geometrie non euclidee in cui ci siamo mossi senza nemmeno ipotizzarlo. Camminando lungo i cateti, ad angolo retto, nelle triangolazioni con cui spesso costruiamo le nostre relazioni, e ad altezze variabili, abbiamo fatto quadrato intorno a noi stessi, ai pensieri e ai sogni con cui abbiamo creduto che il tempo fosse una forma stabile, con soli date e ancora altro, in ogni caso calco labile. Sì, ad un certo punto, del movimento del punto, punto in ogni senso, nella sensibilità soprattutto intendo, si intravede una forma di radice, che era nei quadri delle storie, quei cateti inchiostrati di ricordi e memorie, in cui ci eravamo matematicamente asserragliati, disegnando le nostre escursioni nei domini delle parole, delle idee che quelle parole  dipingevano ai nostri occhi, prendendole in affitto dagli specchi di teorie ancora precedenti e. Guardandole, da vicino, con altri occhi e sensi, appuntiti adesso, ora per ora ci si ritrova sul filo di una ipotenusa, opposta all’angolo di maggior ampiezza e, toccandolo con mano ferma, lo si sente come una ipoteca, quell’ortogonalità predisposta ad arte, è qualcosa che invece di chiudere la triangolazione, la spalanca su un deserto di cui non ci eravamo accorti e che noi avevamo costruito, strada facendo, opponendo  un nostro presunto ordine ad ogni per-cor-so, infibulandogli un nome, strappando dal nostro vuoto io una sua definizione. L’ipotenusa diventa il nostro cavallo di Troia e il regno è il tempo, nel vano di un arco, in cui la freccia siamo noi, scoccata e. In viaggio, ci ritroviamo immersi, noi siamo in tutte le stagioni come se il clima avesse una valvola e un volano, o fosse una suola e un passo dentro cui brucia il corpo, il nostro, che non è un sempreverde come spesso crediamo. All’improvviso succede che si vedano le proprie bruciate foglie in terra, tra gli ori del giallo che brilla ancora, le ultime parole, prima dell’autunno, prima che quella sostanza fragile, solo una vetrina di una foglia, una pagina di fili senza linfa, si depositi strato per strato componendo la terra da cui prima era nata. Quando l’autunno arriva e l’inverno lo segue  hanno vortici e mulinelli a cui non si riesce a resistere che facendo sosta, tra i canneti della nostra storia, a volte di qualche parola, da cui affacciarci come da una balaustra da cui scorgere  il nostro profondo, calargli uno sguardo e trarre la relazione con noi stessi che credevamo perduta. Quando crediamo d’essere omo-logati, da qualche parte dentro di noi, da qualche arcaica terra che si è coltivata in noi a nostra insaputa, di tanto in tanto spargendo i suoi odori nel cielo del corpo, nel punto più basso della nostra assenza a noi stessi e nel ventre ancora del cosmo, si apre un solco in cui il tempo è una rosa di stanze, e ogni petalo è un corpo che si svela improvviso e nasconde provvisoriamente ancora l’altro, quell’altro noi che andiamo cercando. E non serve strumento, bulino o chiave per aprire la nostra segreta biblioteca d’Alessandria. Scintillano le cose, nell’acqua ferma che credevamo  un  Sahara (  الصحراء, sahrāʾ, deserto) e la nostra pena ha una scrittura di sabbia e di attesa, un gonfio che avevamo posato sul cuore e l’errore gli aveva disegnato un becco, affilato e scaltro, che ci mangiava l’infinito appena nato e già fattosi infinitesimo dolore, dolore specchiato in mille riflessi a forma di agonia. Ha nomi impliciti, sì, il tempo, vasto di luce e immobile distesa d’alberi, che vengono scalzando il deserto. Ed è il loro germogliare nell’oscuro, misterioso, che Pivanti cerca, parola per parola, come aprendo una zolla dopo l’altra, sporgendosi sugli sbalzi del tempo e  a piedi scalzi si muove sull’ombra dei tessuti arborei dei ricordi, sulle argille molli della memoria in cui tutto ancora lavora la sua impronta.
Morbidi segni del mistero, che pure ha un volto e una storia, un’ora precisa di ogni nostro giorno, in questo continuo viaggio dentro la nostra comune leg(g)enda. C’è, dovunque in queste tra-guardate pagine, un culto, dove il verde della vita si fa dea e madre, anche sull’ultimo miglio, sul seme più acuto che ci punge la carne, fiorisce dentro, in un territorio prima occluso, una soletudine germinante, che illumina l’ultima zolla, quella più aspra, quasi di roccia. Nuda, brilla in quella lama che ci taglia,una stagione che l’autore chiama “controprimavera” aggiungendo non tempo al tempo, ma fiato all’anima compressa, nell’angusto torpore in cui l’avevamo lasciata, mettendoci noi, in affitto ad altro e rimandando di fare un altro genere di conto.

In quali mani passano i miei giorni
espropriati, com’è che il vento di levante
si alza improvviso da ponente?
E’ la direzione delle zattere che muta
il corso del fiume verso la sorgente, un
rovescio rovesciato due volte, come
di specchi a guardarsi – l’immagine rimandata
all’infinito, sempre triangolata
con un grado d’inclinazione di meno.

E tutto che fugge senza un grido, come
se perdersi fosse un gioco dal quale ritornare.

(Il grano maturo per la falce – LA DIREZIONE DELLE ZATTERE)

Il legame è il legante dentro gli elementi, acqua, terra vento e fiamma, che si fanno strumentali alla ricomposizione della nostra zattera, esistenza che ci conduce dentro l’attraversamento, non già solo dentro architetture e paesaggi che credevamo conosciuti. L’anima è una forza che travolge e rovescia tutti i nostri calendari, le litanie non assecondano le sue proiezioni dentro le nostre veglie e baratro è il nostro sonno quando in noi ci rovescia gli occhi. La pacificazione non si addice all’anima, che è ragno e costruisce la corda per il salto ma, pur lucente è solo una bava di sete, non un comodo ponte, e basta un niente, una semplice dis-trazione, che gli equilibri  e le tolleranze si azzerano nelle loro reciproche equivalenze e tutto, tutto ciò che credevamo di vedere, gorgoglia nella gola della psiche, nel non tempo della sofferenza senza ritorno. La presunta superiorità dello spirito è una linea semplice contro l’abisso indicibile della materia. E noi

Abbiamo muscoli intrisi di fragilità, deboli al salto
della corda come bambine malnutrite, siamo
il canto che gorgolia nella gola dell’asmatico
senza il soccorso di un accompagnamento.

 

Siamo sulle ultime foglie di quest’albero, che ha nome Augusto, ed è senz’altro quercia, siamo alle radici dell’albero dove “per solo coraggio ” ci stringiamo con Pivanti in cerchio alle ombre, come guerrieri in faccia al fuoco, finché ci brucia tutto ciò che compone il nostro viso, e abbiamo intatto ancora il sapore e la capacità di ri-conoscimento dell’odore del fiume, quella vita che ci ha generato e ci trasporta in sciacquii e densitudini dell’erba, nel gioco del sonno per gli animali incorrotti. E’ proprio in quelle intermittenze di luci, fra le tante ombre che possiamo, se restiamo di guardia, dice Pivanti, che si può vedere apparire l’altro, quello che ” torna senza preda, vivido della luce che si sprigiona dalla schiena” per quell’essere stato, “dall’altra parte senza voltarsi indietro, per solo coraggio”, dopo aver ammazzato l’erba, succhiato il verde di cui si sente il sapore, che è nostra carne, mentre la mente spreca pensiero, non tempo, in spacchi di spazio, in intagli di cielo sull’asfalto. E ancora galleggia, nella liquidità delle parole, sulle ultime imbrigliate correnti,  un inciso

(dimmi
dove posso lavare a gettone
il cuore, la coscienza).

So che a questo punto non è affatto ortodosso ciò che ora faccio ma, sulla sponda del delta, sulle ultime lingue di parole di questa terraferma di poesia, ho visto qualcosa brillare tra le acque del fiume e poiché l’ho riconosciuta, era vita,  traggo i suoi legni a riva, per farne piccole zattere per me e per voi che leggendo, legate a questi temporanei ormeggi gli occhi e il cuore.

Ci sono

DISPARITA’ DEL VOLO

e

PER QUANTO TI CANTASSI

QUASI DUE, LE VITE DELLA VITE

IL SOGNO SPIEGATO AGLI ACCORTI

UNA VOLTA ACCESO IL FALO’

IL BOSCO A TESTA IN GIU’

IL GRANO MATURO PER LA FALCE

è quanto brucia nei capitoli e nelle capitolazioni del viaggio, dentro un sentiero antico, domus di un’ agricola che non fa che pro-cedere, da un gesto all’altro e nell’ampiezza del rilascio del braccio, una semente che è vita, e ci brilla in corpo. Così si aprono le nostre stagioni, in un fitto rogo, rovo terrestre e nostro  fertilissimo de-serto.

fernanda ferraresso-  settembre 2011

.

Kolja Tatic

Da I NOMI IMPLICITI DEL TEMPO

Le disparità del volo

.

IPOTENUSA DEL VIAGGIO

Collego gli assi cartesiani
della vita nomade, appesa
alle pietre dei luoghi. Appare
ora deserto d’acqua ferma
l’avere scritto – d’ogni strada –
il nome.
Eppure – ipotenusa del viaggio –
non saprei dire dove ho fermato l’occhio
il senso, nel troppo visto del troppo
rammentato. Purifico il ricordo nel rogo
dei taccuini, masticando la cenere
ai gomiti d’una finestra chiusa.
Dissipo l’ombra d’ogni porta
varcata, d’ogni sguardo. Accelero
il battito dei tasti, il ritmo
scompagnato alle memorie, perché
si perda il suono. Perché l’incontro
abbia scarpa, e passo.

***

Pivanti Augusto – “I nomi impliciti del tempo”

LietoColle – Collana Aretusa- Progetto “Essentia” a cura di Piero Marelli

10 Comments

  1. (dimmi
    dove posso lavare a gettone
    il cuore, la coscienza).

    potrebbero fare affari d’oro, di questi tempi, in cui tutti si cambiano i connotati inetriori ed esterni. Bellissimi testi, tutti, una testimonianza. Cecilia

  2. “Quando si apre un libro si aprono molte porte sul muro della nostra cecità, sul bianco della nostra assenza…”

    Dall’inizio alla fine era come se leggessi me, quando cerco di guardare chi sono e spesso non trovo risposta. Intensa lettura,penso che il libro debba snuovere le orme. Grazie. Adelmo

  3. Una lettura ricca di umanità, anche se nel suo cuore, dentro la poesia, c’è anche il dolore, come è sempre nella vita, come è sempre in ognuno di noi e nella natura di ogni cosa con cui ci dobbiamo mettere in relazione, senza nascondimenti.

  4. la lettura conduce all’attraversamento, all’incontro con il corpo-parola-terra
    suggestione ampia nello sguardo e voglia di camminare su ogni zolla

    elina

  5. Ho letto tutto con grande lentezza, qui ci sono labirinti e specchi, oggetti notevoli della nostra matematica interiore,cose leggerissime che si fanno pungenti, perché la vita è un soffio che può farsi il filo di una lama e taglia fino al profondo. Un bellissimo articolo, una lettura che ho salvato e ho preso nota del titolo del libro naturalmente.Grazie.Giorgina Ancona.

  6. Ci sono passaggi in queste poesie che mostrano luoghi che anch’io, di tanto in tanto, mi trovo ad attraversare ma c’è anche una forza, o meglio una luce profonda, dentro le parole scelte come fossero luci di segnalazione, ai bordi del giorno, che ancora si sta aspettando, o forse si sta costruendo in se stessi. federica

  7. non ci fosse il nome direi che i testi appartengono ad una voce femminile, anche se, ci sono, nascosti, dei timbri maschili forti, nelle trame che costituiscono i luoghi. Ottima proposta di lettura per cui ringrazio entrambi gli autori, della raccolta e del post. A.G.

  8. Ho raccolto dalla lettura alcuni passaggi che sento miei, vicinissimi
    Appare ora deserto d’acqua ferma
    l’avere scritto – d’ogni strada –
    il nome.
    Quando i nomi, nella toponomastica interiore, si fanno deserto e non si sa che strada si sta percorrendo è una cosa tremenda ma, come dice più avanti l’autore, è anche l’attimo i cui si riprende a camminare, prima eravamo come in una specie di stallo, in un mondo che in realtà era miraggio del deserto, senza averne la bellezza e la fertilità. Cosima

  9. In quali mani passano i miei giorni
    espropriati, com’è che il vento di levante
    si alza improvviso da ponente?

    Sono tornata dall’ospedale da qualche giorno e, inutile entrare nei dettagli, sento profonde in me queste parole, sono isole in cui traslocare quando ci si denuda di tutto quello che non serve. Poesia piena di forza, vitale per me averla letta, questa parola salutare. luciana

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