A proposito di FEBBRE LESSICALE, Villa Dominica Balbinot- Fernanda Ferraresso

.

Da FEBBRE LESSICALE

E ne sarebbe stata affetta

Era l’odore della terra in fiore:

la sua splendente bellezza permaneva,

 le faceva amare cose inermi

.

Si sentiva tutta riarsa

– e  con suo stesso orrore-

fino al midollo

di una sua magra esistenza selvatica.

Ogni cosa appariva troppo fredda.

troppo ampia- e desolata.

Ora si aspetta tutto dall’uomo

come una mattazione,

l’abisso oltre il giardino.

E ne sarebbe stata affetta,

da quei vivi- mutilati e imperfetti-

dai cumuli di piccole celle,

da una minima contaminazione dell’aria.

(era il lieve velo della polvere,

dei fiori che andavano essiccandosi…)

.

Freneticamente viviamo in quasi tutte le città del mondo, siamo dentro un treno, il dna della vita scorre, in tutte le stagioni e con ogni tempo, le articolazioni della morte sono punti di giunzione di quella lunga catena, una specie di proteica lega che salda il nostro tempo, in qualsiasi circostanza, qualunque sia lo stato di composizione,con un protocollo che resta una ripetuta procedura. E ci sono cellule, staminali germinazioni dei pensieri, che crescono in noi come un altro corpo che riveste di sé il primo, abitacolo della nascita, abbozzato nelle forme arcaiche dei nostri antenati, prede, a loro volta, e cessori, concessori di vita oltre la propria. Madre, padre sono formulazioni che abbiamo creato dentro il buio della non conoscenza, poiché nulla sappiamo dell’altro, anche se si tratta di qualcuno che chiamiamo nostro genitore. La chiarezza della gene-a-logia non esiste e ci scopriamo, di attimo in attimo, schiere di altre vestigia, che vivono il/del nostro stesso corpo. Così gli uomini, tutti, sono tra loro distanti e familiari, sono rivisitazioni di storie, raccontate così tante volte da perdere il tracciato dell’origine e il filo del racconto si dirama in altri fili che compongono lo stesso gemmo. Siamo, anche noi, come una sequenza di vesti, tessute in un giorno che nessuno conosce e  appese nel cosmo, in attesa d’essere indossati più e più volte e siamo, noi, il tessuto e il testo di quell’abito che muta , mentre  lo si legge, come un libro delle devozioni domestiche, che diventano passo e legge, giudizio e guida nella sua innocente, imprecisata oscurità.

E ALLA FINE POI VI FU

E alla fine poi vi fu,

quella macerazione,

con quei suoi deliquescenti eccessi…

Nella mente si sfaceva,

smoriva come in una prateria sommersa,

in quelle paludi dei cipressi,

nelle stagnanti acque.

Tutto era divenuto elusivamente grande,

e c’era solo una nera calma

– di quella notte disumana.-

,la corrente che raccoglie ossa

e ne fa sussurri.

Nella vastità scandalizzata del cielo.

– e in ogni dorso cavo-

poteva anelare ad uno spazio casto:

un moto immobile,

la dolce crudeltà,

tutta quella traboccante assenza.

.
E’ dentro queste sabbie mobili, in queste lagune lacune che Dominica si mette in viaggio, e con sè  porta una brace che le brucia i palmi le acuisce la sensibilità e al tempo stesso anestetizza le mani, le produce ustioni di parola sulle labbra, poiché le parole sono esposte ad un icosaedro emotivo che l’autrice sfila da una stridente innocenza narrativa e versa in un buio imbuto, un laminatoio che rende la parola aculeo e apice del dolore, mentre brucia quella parte di noi che abbiamo lasciato, spoglia, come spicchi di realtà creata, gremita di ambigui, spigoli di entità cucite in noi e tra loro dilatantesi, all’interno delle scene, demoni notturni e a volte surreali, di cui la poesia saggia con dosaggi di sapienza le superfici scabre.

Andammo poi verso le lagune nere

Con gesti lenti e catatonici

( punteggiati da un silenzio immobile)

andammo noi verso le lagune morte

– le zattere di fiori, le gondole –

quella città incastrata tra i giacinti acquatici…

Ogni cosa nell’oscurità

era in muto avvicinamento:

i giacinti rabbrividivano intatti,

fuggevoli impressioni di un buio più buio.

La natura apparente delle cose era rotta,

tutto era nella categoria delle cose innominabili,

penetrava nel sangue solo

quel punto sostanziale, una ferita.

(perfino la costellazione

si sarebbe disfatta nel terrore)

Avrebbero poi loro languito in quel lucore

– gli anelli di saturno nell’alba,

come un’infiammazione incipiente,

un’ustione-

tanta luce e tanto deserto,

per quegli animali delle grotte sommersi

nella carne.

Lei però non osava guardare l’uomo

– e nemmeno i mostri sulla parete:

sapeva che il vero amore è inarticolato.

una stasis terminale,

il sermone finale nella città assediata.

(Come una persona

alla quale non era permesso avere

un proprio dolore,

sedeva quietamente in attesa della risposta-

fin quasi alla parola conclusiva

sulle macerie)

.

NELL’AZZURRA FIORITURA

 .

Nell’azzurra fioritura del suo recesso

(meraviglia vi era stata

– all’inizio-

dell’ immacolata bellezza)

i fiori erano ormai scuri  per l’ombra della notte,

come alghe viola le ombre stesse.

Le parole dunque  scritte

– attorno al conclave cadaverico –

erano fragili,

lei le trasformava in due ustioni

fin nel labirinto osseo, lì in fondo:

il nero dei cani neri,

e quello stretto laccio

( nemmeno la più piccola pulsione di sangue,

vi era).

 .

Ne deriva uno spazio che è parte di quelle superfici, rimosse dalla sede in cui siamo soliti osservarle, e divenute il nostro corpo, o meglio: la proiezione del nostro corpo. E’ lì che nasce il dramma, lo stesso che promuove le relazioni umane in cui Balbinot cerca la risoluzione attraverso l’insediamento scenico. Eppure una risposta sembra non arrivare mai, forse perchè non voluta, perchè sembra che, pur l’uno davanti all’altro, ognuno dei due, padre e figlia, siano molti, troppi altri e a malapena riescono a toccarsi. Il distacco, come una primordiale rivelazione, aggiunge alcune luci alle ombre in cui i testi si definiscono e tutto sembra la rifascicolazione dei tendini di un corpo solo in una marea di soli, una mareggiata sulla riva in cui le velature bianche delle onde sono quelle vesti abbandonate sulla spiaggia dai tanti che la morte ha rilasciato alla risacca.

LASCIATE VOI ALLORA

 

“Lasciate voi allora

la dolente al suo lutto:

stiamo sempre annegando

– nel fiorire di un giardino azzurro –

e tutto sarà dimenticato,

e a nulla si porrà riparo!”

Ancora intenta a spolverare

la sua prima morte

( indulgenza a lucrarsi una sola volta al giorno,

nei tempi cronometrici

di un cielo iniziatore di fuoco)

della supplicazione sua

non era capace di trovare il tono,

per la storia crocifissa,

per le evidenti deiezioni, talora di ribellione,

di lamento forse,

di sottomissione, anche.

Perdeva l’aureola, l’innocente martire

– un’ossatura cubica le movenze sue

a rinchiudere –

e balbettavano- e scricchiolavano –

quelle figure enigmatiche,

durante l’inventario delle gocce di sangue.

Sotto quale degli otto cieli

– e dove mai,

nell’ordinato interconnettersi

degli epicicli e degli abissi –

doveva lei collocare dunque

l’agonia del morente,

un accumulatore che si scarica,

in quell’attimo brevissimo e allucinatorio

.

nella notte della Notte più lunga?..

Oh, se solo

se solo qualcosa avesse potuto mai

dissigillare poi le labbra

per un sommovimento qualsiasi degli elementi,

e dopo averlo sentito, quel mormorare obliquo!

(L ‘ Inevitabile dopo tutto è inevitabile

– sacramentavano – gli altri-

tra i rasoi e i feretri sottili

crudamente spersi nel cerchio – e sempre di emaciazione estrema lei periva).

.

La legge e l’ordine restano, corpo della vita, in un viaggio tra identità che sono forme, ciascuna uno sfaccettato  corpo che si plasma, nel gioco delle parti, ed è comunque abito che il tempo fila e scuce, nel trambusto della scena che cambia, perché il pensiero non ha, nelle sue trappole, sufficienti unghioli che lo trattengono e l’onirico è un passepartout che apre, a nostra insaputa, tutte le porte.

fernanda ferraresso- 24 ottobre 2011

FEBBRE LESSICALE, Villa Dominica Balbinot-  ilmiolibro.it  2o10

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20 thoughts on “A proposito di FEBBRE LESSICALE, Villa Dominica Balbinot- Fernanda Ferraresso

  1. parole esposte alla notte, memorie e musiche abitate
    grande è la suggestione del lettore e insieme lo smarrimento poichè è come leggere in fondo alla via, al viaggio, nel libro già scritto
    ringrazio Fernanda per avermi dato l’occasione di incontrare, nel vivo della sua parola, una voce molto particolare e profonda

    elina

  2. Ringrazio molto la generosa Fernanda Ferraresso per avere posto l’attenzione su alcuni testi tratti da Febbre Lessicale.
    Il suo occhio acuto e le sue analisi, ben più che semplicemente accurate( cosa che sarebbe già stata di per se stessa positiva,)ma che di rimando in rimando cercano di addentrarsi per trovare il bandolo, offrono molto, spunti su cui meditare, suggestioni per- anche miei-ulteriori approfondimenti-
    [lagune lacune, ustioni di parola sulla lingua, stridente innocenza..) E già tutto questo sarebbe importante, e poi l’accompagnamento musicale scelto:-)) una cornice generosamente scelta per il mio dire,

    Grazie tantissime, dunque, cara Ferni

  3. Cara e gentile Elina, ti sono grata per la lettura, e per l’intervento, tra l’altro mi dici cose “belle”, parlando di “parole esposte alla notte, suggestione/smarrimento, libro già scritto”– grazie molte. e a presto..

  4. E’ un testo non semplice…ma quale tra i tuoi testi lo è cara Dominique? Ho letto con molta lentezza e più volte tornando all’inizio, anche se ogni volta ne trovavo uno diverso da quello in cui hai disposto la raccolta, sembrava che tutto franasse e si ricomponesse. Un Augurio sincero per questo testo in cui la relazione con il padre si allarga osservando il mondo, non quello chiuso tra i vostri abbracci ma negli occhi e nel vissuto di entrambi e dei molti che in queste vie della sofferenza trovano la ricomposizione dello sguardo. ferni

  5. vedo che le tue considerazioni finali, cara fernanda, auspicano ( o almeno così mi pare di potere intendere se non fraintendo) una ricomposizione della “frana” ma a dire la verità credo di potere dire con una certa assertività che non mi ci vedo tanto in una simile visione, io tendo al drammatico, al tragico ( e me ne sono fatta una ragione,ahimè( o così è se vi pare:-))
    Ciao, grazie di tutto…

  6. La frana era nel mio tentativo di trovare un ordine personale tra un inizio e una conclusione attraverso ora questo ora un altro indizio rintracciati nei tuoi testi. Il risultato era un nuovo inizio, un nuovo percorso tra i tanti che tu apri nei mondi che porti. Ciao Dominique, grazie a te per l’impegno che proponi.ferni

  7. Tra l’altro mi spiace molto- causa problemi mio computer- di non avere potuto ascoltare in pienezza la musica da te “affiancatami:” dagli spezzoni ho capito però che scelta migliore non avresti potuto fare, mi ha “preso”, con un che di ancestrale e struggente, e anche ieratico
    Grazie!!

  8. E’ un canto di origine armena e ha una profondità lunghissima la voce e la musica, sembra salire e scendere nelle fessure della terra, nelle rigature del cielo, è un corpo che si dilata e si perde in onde ampie, struggenti, anche perché il duduk, uno strumento a fiato, costruisce una eco che sembra venire da creature arcaiche, abitanti dello stesso luogo che ci ha generati milioni di anni fa. Se hai modo di ascoltarla, fallo, è davvero, come tu dici, una voce che si articola dentro chi l’ascolta. Un abbraccio,ferni

  9. Ho letto con molto interesse la nota di Fernanda Ferraresso e le parole dell’autrice della raccolta poetica, oltre naturalmente ai testi qui a disposizione.Un intreccio non facile, un mondo di tenebra dove il dramma sembra essere luce viva, che articola la nostra vita in diaframmi in cui è difficile mantenersi in piedi. Mary Coin

  10. Gentile Mary Coin, ringrazio molto per la lettura e il soffermarsi.
    In effetti i miei testi non sono di impatto immediato, e ( non sempre,eh ma spesso) possono addirittura essere respingenti, sia per lo stile sia per la tematica, ma quello che lei dice/( e che in fondo è un contrasto addirittura ambiguo)”il dramma sembra essere di luce viva sia pure in un mondo di tenebra” mi pare interessante,( e anche l’effetto per cui è difficile potere stare in piedi) grazie!!

  11. Faccio anche io i miei complimenti a Dominica. Una voce personalissima che ho conosciuto su VDBD, e che se trovo in giro non mi lascio scappare, capace di spigoli taglienti che danno alla parola corposità intensità bagliore.

  12. Carissiima Iole [ ti ricordo, ti ricordo pure io in VDBD…eccome], non so che dirti: il tuo mi giunge come un intervento molto generoso nei miei confronti. perfino inaspettato, un ricco dono davvero grazie, molte.. lo ricorderò, ne sono sicura!!
    un carissimo saluto, ciao

    Dominica

  13. Dominica sa quanto io “bracchi” da vicino la sua infera poesia: da quando la conosco mi lascio avvolgere dalle sue oscure suggestioni , dal suo incedere arcaico e drammatico che sempre mi avvincono. Fernanda è stata geniale, a mio parere, ad accostarle questo canto armeno che sale dalle radici della terra.
    Un saluto caro a entrambe
    lucetta

  14. Ciao Lucetta,. Vero, quello che dici, questo pezzo d’origine armena sa aprire porte che la mia lettura non riesce nemmeno a stanare. ferni

  15. Grazie a te, cara Lucetta così costante nel leggermi( già in questo ti trovo generosissima), da questo tuo intervento ricevo osservazioni acute come sempre ma che hanno in più la peculiarità di dirmi molto in modo perfino “imbarazzante”, per dirti sono andata a rivedere il significato etimologico di parecchi termini da te usati, tu stessa potrai controllare:
    l’insieme dei termini si associa a “basso, infimo, ombre dei morti.legare con un che di ritorto, camminare con maestà, con gravità( significati di infero, avvinghiare, incedere) .. tu stessa converrai che hai fatto un intervento molto preciso e che rivela moltissimo su alcuni elementi che si possono avvicinare a ciò che vado scrivendo, .grazie tantissime, una volta di più
    ciao, carissima Lucetta.

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