Il soffio del divino nel respiro di Marguerite Yourcenar- Daniela Pantaleo

 anne siems

… Sono in un deserto che è circondato da

attese infrante di Dio. Ma in verità vi dico,

nel deserto, qui un tempo deve esserci stato

Dio”.

Ingeborg Bachmann

“… Ci deve ben essere un paradiso da

qualche parte”.

Marguerite Yourcenar

“L’essere fugge, l’io è diviso; farsene un’immagine globale è pura illusione”.

Ora aforistica e asciutta, ora grondante di fascinosi preziosismi, la scrittura di Marguerite Yourcenar lascia intravedere la fisionomia di una donna che dalla coscienza del proprio essere multiforme deriva la libertà di mostrarsi autoritaria e passionale, tetragona e volubile, altera e vanitosa. Diffidente e insofferente verso ciò che si cristallizza in forme univoche, l’autrice de L’opera al nero esibisce, non senza orgoglio, la sua appartenenza a diverse culture, diversi paesi, diverse religioni.

“Pellegrina e straniera” per temperamento, scorge nella coesistenza pacifica di voci e posizioni antinomiche la possibilità di screditare quei pregiudizi e stereotipi che imbrigliano il libero divenire del pensiero in categorie interpretative fisse e immutabili. Non a caso, i suoi personaggi più amati, l’imperatore Adriano e l’alchimista Zenone, incarnano appieno quel nomadismo spirituale che la induce a privilegiare la mobilità agli approdi definitivi, il procedere erratico alla stasi.

Quanto detto, di sicuro non attenua l’imbarazzo di fronte alla sostanziale complessità dei testi yourcenariani, il cui innegabile rigore resta comunque “aperto all’irrazionale; è anzi addirittura probabile che, senza di esso, Marguerite Yourcenar, non scriverebbe”. Così il critico Matthieu Galey che, pur riconoscendole “un’architettura intellettuale solidissima”, non manca di evidenziare la singolare attenzione accordata dalla romanziera a esperienze di segno opposto, spesso confinanti con quel indecifrabile quid che permea la realtà e che, non conoscendo la barriera dello spazio e del tempo, partecipa ad un ordine superiore.

Senza rinnegare le origini cattoliche della sua educazione, e pur tuttavia estranea a “quel cattolicesimo che si esibisce alla messa delle undici”, la scrittrice matura le distanze dalle “tre religioni del Libro”, ossia il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo, ravvisandone l’”impostura” non già nel loro dogmatismo di fondo quanto nella rivendicazione, a suo dire, insolente di un rapporto diretto ed esclusivo con Dio tanto da affermare che “c’è la tentazione del fanatismo, e tutto l’orrore che ne consegue, e che attraversa la storia: è stata una tentazione particolarmente forte, bisogna riconoscerlo, presso i musulmani e i cristiani, persuasi di essere i depositari della verità di un Dio unico; ed è infine una tentazione sempre acuta in tutti i settarismi laici di oggi. E’ sempre pericoloso detenere in esclusiva una verità o un Dio o un’assenza di Dio”(da M. Yourcenar, Ad occhi aperti. Conversazioni con Matthieu Galey).

All’arroganza di ogni presunta “vera religio” che, monopolizzando la produzione del discorso religioso, cede alla rovinosa tentazione di dettare legge e di chiedere adesione in ragione della Parola rivelata, la Yourcenar oppone la feconda molteplicità delle forme del sacro ed esprime il suo rammarico per quegli spiriti che sarebbero arrivati all’assoluto se solo non avessero imboccato quei sentieri che invece “finiscono fatalmente nell’ingranaggio della Chiesa”.

Riferendosi esplicitamente “all’ossessione cristiana del peccato della carne” e alla questione relativa al controllo delle nascite, ella rintraccia nel cattolicesimo, in particolare, una latente intolleranza che, supportata dal preteso possesso di verità inconcusse, in molti casi si traduce nell’incapacità, o se si preferisce, nella mancata volontà di adeguarsi alle mutate condizioni del vivere umano. E ancora dichiara:”…sono infinitamente riconoscente al ministro protestante di Northeast Harbor per aver celebrato una funzione in memoria di Grace Frick (la traduttrice, presto divenuta amica e segretaria, con cui Marguerite convisse per quasi quarant’anni), che non apparteneva ad alcuna Chiesa, con dei testi scelti da me e che andavano dal Discorso della montagna e dal Cantico delle creature alle meditazioni sulla vita e sulla morte del filosofo taoista Chuang-tzu, e ai “quattro voti buddisti” dedicati allo studio e alla carità. Non sono affatto sicura che il sacerdote di una parrocchia cattolica avrebbe fatto altrettanto” (da M. Yourcenar, Ad occhi aperti, Conversazioni con Matthieu Galey).

Avvalendosi dei testi cruciali di più tradizioni religiose, la scrittrice francese rivela una notevole apertura mentale nel consegnare la polifonia del proprio sentire a espressioni spirituali differenti che, nell’orizzonte di un dialogo ideale, si incontrano al di là di ogni possibile contraddizione.

Non a torto, definisce religiose le basi della sua cultura, si rivela scrupolosa nel cogliere ciò che la ragione diserta e sensibile al fascino emanato dai riti e dall’iconografia sacra tanto da riconoscere nel Cristo oltraggiato e offeso ogni uomo vilipeso, violato nell’intimo. Ad Eric von Lhomond, voce narrante de Il colpo di grazia farà dire: “la crudeltà è un lusso da oziosi”, condannando con tono imperioso la gratuità del male e confermando implicitamente la necessità di coltivare l’inclinazione alla carità e l’attenzione verso gli altri esseri sì da infrangerne la solitudine e condividerne l’eventuale miseria.

Dalla precoce propensione al misticismo, a suo giudizio fomentata da un particolare corredo di letture, la convinzione che solo un’adesione estatica e contemplativa a ciò che ha esistenza al di fuori del sensibile impedisce che una confessione si risolva in un codice comportamentale desunto da un testo sacro. Al santo ascrive, difatti, il merito di aver sublimato la fede in virtù della sua eccezionale capacità di conoscere e comprendere Dio attraverso l’immaginazione, facoltà che gli consente di annullare la distanza e di attraversarne l’animo. In Gioacchino da Fiore e in Francesco d’Assisi individua “due maniere di ripetere Gesù”; negli antichi santi d’Irlanda, in particolare in san Colombano, il concretarsi di un prodigioso accordo fra il sentimento della trascendenza e quello della natura.

Avvertendosi in profonda sintonia con l’universo, Marguerite Yourcenar esalta la cultura classica greca quale autorevole prototipo di un’umanità armonica, serena e pacificata con una natura visitata da continue epifanie e abitata dagli dei. Ciò le consente di proiettare situazioni attuali su sfondi passati e di imprimere un moto circolare al tempo, quel “grande scultore” in cui ella confida al punto da rifiutare la chimera di un destino prescritto, certa della possibilità che l’uomo ha di mutarne il corso.

Al lettore viene così consegnata una visione rigorosamente laica ma intessuta di profondissima religiosità, nel cui orizzonte attingere nuove aurore, alle cui sponde recuperare la risacca di un pensiero nomade, sempre fiero e ostinato nel vantare l’orgoglio della sua forza intellettuale.

Completato “il giro della prigione” e accordata complicità alla morte, Marguerite Yourcenar farà incidere sulla sua tomba: “Piaccia a Colui che forse è di adeguare il cuore umano alla dimensione di tutta la vita”, affidando a quel “forse” la protervia delle sue titubanze, e a Dio l’ultima parola.

Daniela Pantaleo

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Articolo pubblicato su Leggendaria. Libri Letture Linguaggi, n.37 febbraio 2003 col titolo redazionale Il soffio del divino nel respiro di Marguerite Yourcenar.

Bibliografia essenziale

Josyane Savigneau, Marguerite Yourcenar, trad. it. di O. Del Buono, Einaudi, 1991.

Marguerite Yourcenar, Ad occhi aperti. Conversazioni con Matthieu Galey, trad. it. L. Guarino, Bompiani, 1999

Eadem, Il tempo, grande scultore, trad. it. di G. Guglielmi, Einaudi, 1994.

Eadem, Maria Maddalena o della Salvezza, in Fuochi, trad. it. di Maria L. Spaziani, Bompiani, 1999.

Eadem, Saggio di genealogia del santo in Opere. Saggi e memorie, trad. it. di F. Ascari, Bompiani, 2001.

RIFERIMENTO IN RETE:

http://www.letteraturaalfemminile.it/danielapantaleoilsoffiodeldivino.htm

2 Comments

  1. “Pellegrina e straniera”, mi sono sentita proprio così, e non solo fuori dai confini di questo nostro paese, ma ovunque, come se qualunque cosa abbia fatto e faccia l’uomo ciò a cui tende è un eccesso, che poi sia il superamento del limite non è detto. L’uomo tende a ciò che sta molto lontano da lui eppure è convinto di toccare, o almeno è convinto di raggiungere con canti,litanie, preghiere, scritture, meditazione. Vuoto e parola come ponte oppure il salto, per raggiungere la sponda desiderata.
    Anche oggi così, anche se sembra che il consumismo abbia abbassato il mirino a qualcosa che non è poi tanto lontana, portando un mortale avvilimento della ricerca umana. Mary C.

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