“Il terzo occhio di Evgen Bavcar” – dalla rete in una trama di immagini- Fernanda Ferraresso

Evgen Bavcar è nato in Slovenia nel 1946 . A dieci anni il primo incidente, un ramo di un albero lo colpì sul viso. Perse l’ occhio destro. Dopo un anno circa il secondo incidente: un oggetto metallico trovato per terra lo incuriosisce ma si tratta di una mina e mentre gioca con il martelletto la mina esplode, ferendolo gravemente all’occhio sinistro al punto di perdere anche quell’unico occhio, fino ad allora in grado di distinguere i corpi e la luce. Una borsa di studio gli permette di recarsi a Parigi dove studia e si laurea in filosofia a cui segue un dottorato, sostenuto alla Sorbona, con una tesi sull’estetica di Adorno e Bloch. Bavcar parla cingue lingue correntemente: francese, italiano, tedesco, spagnolo e portoghese. Ciò che incuriosisce e che hanno definito un ossimoro, é il fatto che  Bavcar scatti fotografie da un obiettivo dietro cui si trova il suo occhio di cieco.Veda? Il terzo occhio, lui dice, vede: vede nel buio, poichè , come ancora lui sostiene, gli occhi sono nella mente. E poi ci sono gli occhi dell’anima come già un filosofo guida, dell’oscurità della mente, il mito della caverna nel settimo libro della Repubblica di Platone, già aveva in qualche modo aperto un varco al buio del guardare. Gli uomini  guadano il buio, guardano, come tanti prigioneri incatenati,  la faccia rivolta verso il fondo della caverna, le ombre che gli sfilano davanti e che sono ulteriori gabbie in cui restare rinchiusi, come accade ai pre-giudizi. Le statuette, di cui vedono le ombre proiettarsi sulla parete  della caverna, stanno alle loro spalle, e possono essere un passato da cui non ci si libera, ma anche ciò che reale non è ma tale diventa in ogni sguardo. Come a dire che le cose sono tutte ombre e sono noi, hombre, l’impasto in cui siamo con-catenati. Ma nemmeno usciti dalla caverna vedono, i prigionieri,  se non riflessi sull’acqua poiché anche la luce li acceca. Pensiero e sogno divisi da un uguale

Chi vede realmente:  noi o Evgen Bavcar? Sicuramente Evgen Bavcar vede, profonda-mente vede nel buio, che non è sempre nero come noi crediamo, perché nel buio vediamo le immagini dell’anima. Nel buio vivono le nostre metafore, i nostri riflessi. Evgen Bavcar di solito  realizza i suoi scatti di notte, aiutandosi con luci portatili che illuminano i soggetti che riprende. Si riprende ciò che la notte ingoia e per noi è buio denso, quasi a rimarcare una posizione di disagio nostra, di vedenti, che lui invece non ha. Problemi tecnici? Certo, ne ha e li risolve di volta in volta. Alcune volte parte da un’ idea precisa, viva e nitida nella sua mente a cui incorpora gli occhi di qualcun’altro, che  gli descrive procedimento e  risultati . Altre volte scatta da solo, fotografie alla folla che non vede e ai passanti che, in assoluta anonimia per tutti noi, lui sente seguendo altre tracce: voci, odori  incrociati nei suoi sensi attenti. Quando gli chiedono perché ama fotografare lui risponde: «Anche chi non può vedere ha dentro quella che potremmo definire una necessità visiva. Una persona al buio in una stanza brama la luce e la cerca ad ogni costo. I ciechi agognano la luce così come un bambino su un treno desidera rivedere la luce del sole mentre attraversa un tunnel.» I suoi soggetti preferiti sono nudi, paesaggi , bambini, oggetti, completamente immersi in spessi fondali di oscurità, in cui la luce scrive col suo tenue ma preciso raggio, come nella scena di un film o di un sogno ripreso più volte, mentre  lo sguardo si muove nell’oceano profondo di noi stessi.

Fernanda Ferraresso – ottobre 2011

Photo: Evgen Bavcar

Da: Evgen Bavcar- Due sedi, Trieste

Gli sguardi restituiti. Mostra fotografica. “Nelle immagini di Bavcar la luce tesse una trama, a volte sottile, fatta di dense filigrane e simboli arcani, oppure si palesa in rapidi schiocchi che fendono la profondita’ dei neri”. (L. Klun).

Se vedi solo ciò che la luce rivela e odi solo ciò che il suono annuncia, allora in verità non vedi e non senti. Khalil Gibran

Fotografare è catturare la luce, imbrigliandola oppure accarezzandola, lasciandola scorrere e depositare attraverso un gioco di aggiunte e sottrazioni, in alchemiche nozze con l’ombra. La stessa ombra che pervade il mondo di Evgen Bavčar: ma ciò che gli occhi da anni non vedono più, la mente e tutto il suo essere ricordano, con antica saggezza, con struggente nostalgia, con sotterranee correnti che, dirompenti, si affacciano ad esigere risarcimento. Così la Fotografia restituisce ciò che il fato aveva tolto, gettando sul piatto della bilancia il contrappeso della creazione.

Nelle immagini di Bavčar la luce tesse una trama, a volte sottile, fatta di dense filigrane e simboli arcani, oppure si palesa in rapidi schiocchi che fendono la profondità dei neri. La notte, surreale e fatata, avvolge le composizioni: grande madre dispensatrice di sogni e desideri, foriera anche di inquietudini che, inaspettate, destabilizzano le coordinate spaziali. Nei nudi, solo femminili, perché «gli uomini fanno la guerra, gli uomini mi hanno fatto male», la luce sfiora i corpi, in un perenne atto d’amore, con lo sfarfallio di mille mani; in altri ritratti si stende morbida a proteggere i volti di chi si dona allo sguardo interiore del fotografo.

Sono opere intrise di emozioni, ma anche cariche di quella sapienza compositiva e tecnica che sfidano l’erronea logica e l’ingenua presunzione di chi vede, spesso senza guardare. Così le domande sulla ripresa e sulla stampa hanno un’impellenza che rischia di sovrastare il nucleo essenziale della questione: infatti, per citare Man Ray, in fotografia non è importante il come, ma il perché: l’atto del fotografare è prima di tutto un moto della mente, e in rari casi (e l’arte di Bavčar rientra tra questi) anche un espirare dell’anima. Nell’autore la fotografia, arricchita dalla profondità della memoria, è la sola capace di riunire i cinque sensi, per conferire spessore ai ricordi e modellare le sensazioni, ricreando il proprio mondo e quindi, in un moto di concentrica propagazione, riplasmare tutto il mondo. Lorella Klun

L’ultima immagine carpita  di Bavcar è stata la gonna rossa di una ragazza, forse per questo ama portare sempre una sciarpa di quel colore. Laureato in filosofia a Lubiana, ha poi ottenuto il dottorato alla Sorbona con una tesi sull’estetica in Adorno e Bloch, iniziando a lavorare al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi. Dice di avere tre patrie: la prima è la Slovenia, la terza è la Francia… la seconda è il treno che congiunge i due Paesi. Vive infatti tra Parigi (in un appartamento che definisce «grande come un armadio») e la Slovenia, spostandosi per le sue attività, i seminari e le conferenze. Parla sei lingue: è stato fotografo ufficiale dei Mois de la Photographie parigini e, dalla sua prima mostra del 1987, è uno dei fotografi più richiesti d’Europa. Ha esposto le sue immagini in prestigiose sedi in tutto il mondo: Francia, Slovenia, Italia, Turchia, Ucraina, Stati Uniti, Canada e Messico.

Comunicato stampa per la mostra del 12 febbraio 2010 tenuta a Trieste Conestabo Artgallery- via della Fonderia, 5
Rif. in rete: http://www.undo.net/it/mostra/98377

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5 pensieri su ““Il terzo occhio di Evgen Bavcar” – dalla rete in una trama di immagini- Fernanda Ferraresso

  1. quanto è limitato il mio modo di vedere poichè chiedo luce, luce tutto il giorno e mi rammarico dell’ombra e sempre mi aggrappo ad ogni spiraglio che allarghi la mia libertà di pensare almeno diversamente, di sentire il viaggio interamente

    elina

  2. a me capita la notte, o la sera tardi, quando in casa non accendo le luci e vado per le stanze ad occhi chiusi per vedere meglio i percorsi, oppure quando c’è un nodo da sciogliere e non riesco ad aprirlo, chiudo gli occhi e con i polpastrelli trovo sempre la soluzione per risolvere quel groppo. E anche in caso di dolore o paura chiudo gli occhi per trovare in me la strada per allontanarmi e trovare dal mio corpo “requiem”, una situazione transitoria per passare da uno stato all’altro. f

  3. “amare è dare qualcosa che non si possiede a qualcuno che non lo vuole”

    grazie ferni, ho sempre troppo poco tempo, ma ogni volta che riesco a soffermarmi un po’ più a lungo, è un fremito buono di bellezza, di gioia, qualcosa che supera e fa sentire il gesto della luce.

  4. Pingback: light painting, creare con la luce « Georgiamada

  5. Pingback: Evgen Bavčar, il fotografo nostalgico della luce | InVisible Art

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