La ciotola: vive memorie da un tempo archeologico- Mauro Cesaretto

Ho un amico, si chiama Mauro Cesaretto, che vive praticamente lì, al Museo dei Grandi Fiumi, a Rovigo. Dico che vive lì come dire che vive di tutto ciò che viene recuperato nelle terre attorno al Museo, nel Polesine che è vasto e ricchissimo di storia,  ma ha legami e relazioni con moltissimi altri territori ben lontani da Rovigo e dall’Italia. Lui, Cesaretto, è responsabile dei restauri dei reperti archeologici, restaura i pezzi e, prima, segue gli scavi. La pazienza e l’amore con cui esegue questi lavori, spesso lunghi e anche noiosi, e soprattutto sparge quel seme di ricerca tra i ragazzi delle scuole, che non sanno nulla di cosa sia stare dentro il dna della storia, che è anche la loro storia, sono le doti che si aggiungono a quelle di visionarietà con cui ripercorre le tracce dei frammenti che trova, aggiustando memorie con sogni, ricavandone segni. Quello che presento è appunto un suo racconto, elaborato su un ritrovamento, lo cita Cesaretto stesso, all’interno del suo discorso. Non vi anticipo nulla, il bello è dentro queste righe, scavare è ascoltare e serve attenzione e silenzio. Fate buon viaggio!

f.f. -27 luglio 2011

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Poco prima dell’alba un gruppo di cacciatori si muove silenzioso, confondendosi con le ombre della foresta e con la bruma, che sale dalla vegetazione palustre che rigogliosa cresce tra gli acquitrini e il grande, placido, maestoso fiume. Conoscono ogni albero, ogni cespuglio, ogni anfratto, conoscono il linguaggio della natura. Sono sulle tracce di un cervo con un palco di corna gigantesco: è il padrone assoluto di quel lembo di terra. Le foglie degli alberi stanno arrossando ai primi freddi, la natura si sta preparando ai rigori dell’inverno già in  arrivo. All’improvviso un bramito echeggia tra gli alberi. Il vecchio maschio reclama il possesso delle femmine e del territorio. Il silenzio che segue alla possente sfida viene subito interrotto dalla risposta sonora di un giovane cervo maschio nel pieno della sua prestanza ed esuberanza fisica. È venuto dalle vicine fitte boscaglie che coprono i colli Euganei, raccoglie la sfida del vecchio signore dell’harem. In una piccola radura, illuminata dai primi raggi di un sole livido, i due maschi si sfidano sotto gli occhi apparentemente indifferenti delle cerve. Ma altri occhi guardano quello che accade: i quattro cacciatori aspettano in silenzio l’epilogo della sfida; sono pratici, opportunisti, colpiranno il cervo che sarà sconfitto, sarà più debole, forse ferito, una preda più facile. Si stanno scambiando occhiate e segni, quando colpi secchi e potenti attirano la loro attenzione. I due maschi hanno iniziato la lotta che porterà al vincitore la possibilità di riprodursi e di diventare in qualche modo immortale. I colpi sono furiosi, assordanti, convulsi, l’eco rimbalza su ogni albero, su ogni cespuglio, su ogni foglia della foresta, lasciandola indifferente. Poi, all’improvviso com’era iniziato, torna il silenzio. Il più giovane dei quattro cacciatori incocca la freccia di canna, con una cuspide fatta da lui stesso, in selce e legata con tendini; tende la corda di budello del suo arco di nocciolo; è impaziente di colpire il cervo, di far sapere agli altri del suo valore, della sua abilità di cacciatore. Inizia ad inseguire il vecchio signore del bosco, come un bambino insegue un aquilone, dimenticando tutto quello che suo padre e gli altri cacciatori gli hanno insegnato: il silenzio, l’invisibilità, l’attenzione, l’istinto del predatore. Corre, salta, inciampa, si rialza, riprende il vano inseguimento. Ha creato scompiglio, confusione, agitazione, terrore tra gli animali della foresta. Ma ha anche destato l’attenzione di un altro predatore, non fornito di arco e frecce ma di zanne ed artigli: un poderoso orso bruno intento a saccheggiare un alveare ricco di miele dentro un albero cavo. Il ragazzo, vedendo il cervo sparire alla vista tra la fitta vegetazione, scocca l’unica freccia che sibilando finisce il suo volo conficcandosi in un canneto. Ora il giovane è disarmato, ha sprecato la freccia, è ricoperto di sudore e di sangue uscito da piccoli graffi provocati dai cespugli durante il folle inseguimento. L’orso sente l’odore del sangue, l’istinto gli dice che deve mangiare più che può per poter affrontare adeguatamente il lungo letargo invernale. I piccoli occhi neri, inespressivi, puntano la preda. Scatta immediatamente come una molla: in un attimo quattro quintali di muscoli sono sull’ignara vittima, il ragazzo ha solo il tempo di lanciare un urlo di terrore, una poderosa zampata gli squarcia la gola. L’urlo di morte arriva veloce alle orecchie dei compagni che intuiscono immediatamente quello che può essere accaduto. Corrono a perdifiato, arrivano in un lampo e di fronte a loro si presenta una scena antica e terribile, il predatore sta per divorare la preda. I tre cacciatori scagliano con precisione tre frecce, le punte in selce affilata e tagliente penetrano senza difficoltà la folta pelliccia e la pelle dell’animale, e si fanno strada tra muscoli, grasso, vene, legamenti, distruggendo implacabili tutto quello che trovano, sino a frantumare, tranciare, maciullare gli organi vitali. L’orso è scosso da un dolore acuto e lancinante, improvviso, inaspettato: è il dolore della vita che lascia il posto alla morte. Il grande orso, svuotato della vita, cade come un albero morto a terra in una pozza di sangue. Il predatore più forte della foresta è stato ucciso dal più potente predatore del pianeta, l’uomo. I compagni ricompongono i resti del giovane e imprudente cacciatore, lo avvolgono dentro la pelle dell’orso appena scuoiata, convinti che la forza dell’animale si trasferirà al cacciatore per le cacce che affronterà nell’altra dimensione. Mestamente il piccolo gruppo si avvia verso il villaggio che sorge poco lontano, sulle sponde del grande fiume; lo raggiungeranno alla fine del giorno dopo. Al loro arrivo iniziano subito i preparativi per il rito funebre: la morte del giovane per la gente del villaggio è un triste evento ma fa parte della vita, è la partenza per una nuova esistenza, un’altra storia da vivere diversamente. Viene preparata la pira con legna profumata e resinosa; lo sciamano invoca il mondo degli spiriti facendo offerte e chiedendo di accogliere il nuovo spirito. Sono deposti i miseri resti sulla catasta di legna e viene appiccato il fuoco, che, grazie alla resina, prende forza e vigore e in poche ore consuma il suo compito, profumando l’aria di oli delle piante utilizzate sapientemente. Le braci, ancora calde, vengono deposte in una piccola buca rettangolare orientata est-ovest come il percorso del sole, e i miseri resti vengono coperti da una ciotola della famiglia del ragazzo. Il padre del giovane vuole anche regalare, come ultimo amuleto, un pezzo del palco di cervo tagliato con una sega di bronzo, perché abbracci eternamente e protegga quanto resta del figlio e gli doni nell’altra vita tutte le nobili capacità di un cervo.

Ma anche  la ciotola ha raccolto qualcosa di quell’atto e  a noi, che in uno scavo l’abbiamo recuperata, lo ha svelato. C’era una voce dentro e questo è quanto in molti abbiamo detto di aver sentito quel giorno.

– Fui ricoperta di terra dagli uomini, il luogo dove mi deposero divenne un posto sacro, una necropoli, una città dei morti. Quel lembo di terra per molte generazioni fu rispettato e onorato, poi, in maniera impercettibile ma inesorabile, venne sempre più dimenticato. Anche il fiume con le sue esondazioni stagionali mi ricoprì strato su strato e la vegetazione si impadronì di tutto, nascondendomi per moltissimo tempo. Ho sentito uomini, culture, civiltà, passarmi sopra; qualche volta, come durante la colonizzazione romana, sono stata sfiorata dai lavori degli agrimensori che centuriavano il territorio. Sempre più la polvere del tempo mi coprì, e sempre più attutiti mi arrivavano i suoni dei nuovi eventi che via via si susseguivano sulla superficie. Un giorno, alcuni strani rumori mi crearono molta apprensione. Già rotta, fratturata dal peso degli strati di terreno che mi coprivano, temevo che i miei frammenti venissero dispersi e la mia memoria si perdesse nell’oblio. Rumori inconsueti, ritmici e metallici si addensavano sopra di me; sentii la pressione della terra che m’inglobava farsi ferocemente intensa, sino a quando la terra dalla profondità del campo venne portata in superficie con un unico, lento, continuo movimento. Alcuni frammenti di manufatti depositati vicino a me furono esposti improvvisamente all’aria e alla luce dopo più di 3.000 anni. Quel luogo dove sorgevano antiche e rigogliose foreste è oggi diventato un campo coltivato, con delle case intorno. Al posto del placido e lento fiume ci sono strade asfaltate, abitazioni, orti, giardini e coltivazioni. L’unica cosa che è rimasta quasi inalterata è che vicino al mio luogo di deposizione, in superficie, c’è ancora un luogo sacro, un cimitero. Quei frammenti di vaso, strappati dall’aratro dalle profondità del campo, furono consegnati da alcuni uomini curiosi del loro passato ad una giovane archeologa, Cecilia, specializzata nello studio della Preistoria e Protostoria. Quando vide la manifattura dei frammenti, la studiosa si rese conto che lì vicino potevano forse trovarsi i resti di antichi insediamenti umani. Quei piccoli e consunti frammenti di storia vennero affidati all’archeologo Luciano che da oltre trent’anni studia i reperti del periodo del Bronzo in Veneto. Dopo attenti esami, Luciano contattò il personale del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e venne organizzata una squadra per lo scavo archeologico. Una mattina di ottobre la squadra si incontrò a Campestrin di Grignano, vicino al sito da indagare. Gli archeologi si posizionarono quasi sopra di me e guidando un mostro gigantesco e giallo incominciarono meticolosamente a togliere strati di terra dal campo di mais, fino a quando percepirono le tracce di antiche presenze umane. Subito si calarono nella grande trincea e si misero a scavare, scoprendo, millimetro dopo millimetro, testimonianze materiali talmente antiche da essere state ormai dimenticate: ogni strato che veniva tolto era un balzo nel passato che in un attimo si faceva prodigiosamente vivo, presente. Il cielo di Grignano rivedeva, dopo migliaia di anni, frammenti di quotidianità strappati al tempo dall’uomo. Erano proprio solo frammenti, insufficienti perché gli uomini potessero capire di cosa si trattava. Sentii ancora possenti rumori metallici, nuovamente lo scavatore sconvolgeva la campagna. Questa volta il sondaggio lo fecero lontano da me, non ero preoccupata. Trovarono solo sabbie, la testimonianza del vecchio fiume che per lunghissimo tempo trasportò argille, torbe, limi e proprio quelle sabbie che, più pesanti, lo soffocarono e lo riempirono, costringendolo a trovare un nuovo corso. I rumori poi si avvicinarono a me in maniera preoccupante. Sentii gli archeologi dire: “Apriamo qui”. La possente benna d’acciaio addentò la terra in superficie e ad ogni colpo portava via della terra, quella terra che mi aveva protetto e che, insieme all’arte dell’uomo e alla magia del fuoco, mi aveva creato. Alla terza gigantesca cucchiaiata sentii un dolore, ma il palco di cervo che mi aveva abbracciato per secoli mi protesse dalla lama d’acciaio. Sentii le voci gridare all’unisono allo scavatore “Fermati!”. Gli archeologi si precipitarono nella trincea. Avrei voluto arrossire: mi scoprirono lentamente, tolsero la terra che ancora mi copriva con attenzione, con dolcezza; recuperarono quei frammenti di stanga di cervo che mi avevano ancora una volta protetto. Mi fotografarono, raccolsero ogni mio piccolo frammento, anche il più minuto, raccolsero anche i carboni e le ossa che avevo fino ad allora custodito. Mi lavarono, come un bambino appena nato: sono rinata. Un’altra vita mi aspetta, grazie alle attenzioni del restauratore che rimetterà insieme i frammenti fino a che la mia forma originale, quella fatta con l’argilla del fiume e plasmata dalla madre dello sfortunato cacciatore, verrà guardata, osservata, studiata forse, e magari deposta in una vetrina al museo. Spero di non finire al buio dentro uno scatolone, in un magazzino! Voglio farmi ammirare da tutti: io sono un frammento della storia, della vostra storia! Ma, a proposito di storia, chissà se questa è proprio la mia vera storia?

Ciao, ci vediamo al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo.

Mauro Cesaretto

http://www.rovigooggi.it/articolo/2009-12-17/riportati-alla-luce-i-resti-di-lavorazione-dell-ambra/

7 Comments

  1. Che bella questa storia! Bellissimo scavare dentro la pancia del tempo quando è terra stratificata in secoli e secoli e secoli, come per ricordarci che tutto quanto noi viviamo resterà raccolto, in questa immensa e meravigliosa teca che la terra è. Grazie. Ivana Norbiato

  2. purtroppo l’archeologia è una strada non praticabile da tutti,servono mezzi e determinazione, e poi serve una buona dose di fortuna. Ho letto del ritrovamento e dei reperti venuti alla luce, ad opera del museo menzionato in apertura, a Campestrin. Magnifica scoperta, speriamo che in Italia non tirino sempre indietro i finanziamenti, altrimenti è come dire chiudete tutto e non se ne parli più.

  3. Ehilà! Ciao Mauro, lo so che come Veevera non mi riconosci, bello essere in incognita! Prima o poi ti dirò chi sono, sappi che sono venuta anch’io a lavorare nei gruppi estivi di restauro.Ho fatto restauro e ora…ho intrapreso un’altra strada.Vabbè, ora dovresti aver capito. Un abbraccione e grazie per il racconto.V

  4. Ho letto con molto interesse, anch’io mi dedico all’archeologia, ha le schede del nostro essere qui.Il fatto che non riusciamo a leggerle è perché ancora non siamo maturati al punto da riuscire a leggere dove gli “analfabeti” hanno saputo scrivere tracce magnifiche. Grazie. fatima

    1. CIAO CARISSIMO! Quando ti vedrò ancora? E’ da tanto che non facciamo una bella chiacchierata.Mi manca la tua sincera ironia e i tuoi lavori. Ti abbraccio,ferni

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