Fabia Ghenzovich, IL CIELO APERTO DEL CORPO – F. Ferraresso

Anke Merzbach

Diceva di aver passato la vita conducendo i bambini, per mano, e in una poesia, intitolata La sibilla al bambino, appartenente alla  raccolta “Dopo la Russia”,  scrive:

Vieni vicino al mio petto,

più stretto:

nascere, piccolo, é cadere nel tempo.

Dal non-dove, non-terra,

così rovinosa

discesa!

Da spirito in – polvere!

Piangi, bambino, per te, per tutti:

nascere – é cadere nel corpo!

Piangi, piccolo, per il futuro, e ancora:

nascere – é cadere nel giorno!

Nel tempo

sepolcro…

Dov’é l’incendio dei suoi prodigi?

Piangi, bambino, venuto – al mondo!

Dov’é la pena dei suoi tesori?

Piangi, bambino, venuto – al sangue!

– al quando

– al conto…

Ma ti alzerai! Ciò che chiamiamo morte

é cadere – nell’alto.

Ma tu – vedrai! Le palpebre chiuse

sono: venire alla luce.

Dall’oggi –

nel sempre.

La morte, bambino, é ritorno.

La morte é andare a ritroso!

per – l’aria! a – nuoto! a –

scesa: indietro: in dentro – in eterno.

17 maggio 1923

A scrivere questi versi è Marina Cvetaeva, e Fabia Genzovich la cita in esergo nella sua ultima raccolta:  IL CIELO  APERTO DEL CORPO, ancora per poco inedita, uscirà in Kolibris, in una collana curata da Chiara De Luca.

La domanda che mi sono posta, leggendola, è cosa  interessa all’autrice. E la risposta non ha tardato a formularsi tra i suoi versi.  Ritornare al mondo, nel mondo, e accorgersi che questo  significa  costruire una parola profilo, dove filo significa amore, parola aspra e dolorosa,  game and gate, illusione e giogo, anche gioco, come già era visibile nella sua precedente  poesia- rap Metropoli, ma qui sminuzza, la poesia è fines-tra ciò che vive dentro e oltre il cielo, tutta quella vita che preme per farla stare proprio nel centro del fiore in cui tutti siamo raccolti, sempre, come se ogni attimo in vita e morte, ognuno avesse e fosse la mano di qualche altro, senza fine, in una continuità che ci sostanzia tutti. Noi, i soli,  indizi terrestri che vogliono cercare le proprie impronte  e di queste farne lettere di mistero epistolare, rivoluzioni intorno ai frammenti di noi stessi, malati fulminati dal vivere, che usiamo poesia farmacologica e pillole di verità che nessuno è riuscito mai a scovare da quale nido abbiano preso il volo, da quale uovo  abbiano cantato la prima nota o abbiano messo ali e piume, per stare in aria, accampati in questo cielo in cui siamo incappati chissà quando e dove,  e come  ci governa a suo piacimento, trasportandoci dove non sappiamo se non in luoghi così oscuri, riflessi dentro noi stessi, dove il viaggio è pericolo e volo  è  solo per il folle.

«Sappiate che la posta di ogni mio gioco sono sempre stata io stessa: fino all’ immortalità della mia anima. E ho perso sempre io»

Così diceva Cvetaeva che in sé spostava pietre e sposava amore e dolore, come anche Fabia Ghenzovich sembra voler fare, quando scruta nei vuoti del corpo e trova materia di cui sostanziare la vita, la sua e la nostra, quel cielo aperto, caduto dentro il corpo, con cui lavora la sua terra d’ombra.

f. ferraresso- 25 luglio 2011

.

Anke Merzbach

 

Da  Il cielo aperto del corpo

*

nascere è cadere nel corpo

 Marina Cvetaeva

Confine è del corpo la pelle
estesa di me densa carne accesa
da costellazioni di vita e pancia
esposta alla distanza
ma dentro radice
tenera polpa magma sostanza
epitelio – a strati – pellicola scorza
e il mondo l’attraversa.
*
Per la vicinanza
o per la lontananza
uno scarto minimo
un intero universo.

Anke Merzbach

Ecco ora parla il corpo
parla con voce di carne e foglia
voce di riva e casa
dove s’accampa l’intero
del corpo più scuote l’involucro
il vuoto a perdere che sono – il pieno
che scava mondo
carne e foglia  riva e casa.

*

Movendo l’aria
dal fondale del corpo
dalle mani emerse poi
una luna femminile una luna liquida.

Anke Merzbach

Se moltiplichi cieli
e non ti neghi ma apri
parlando di quel poco
come questo gesto o il passo
l’erba sotto e il passero
che becchetta un respiro
più ampio d’ogni chiglia aguzza
del pensiero – più vivo adesso come
tutto quello che muove amore
e non muore.

*

Nel corpo
nel ventre
nell’albume del mio uovo
nuovo nato da me
nuda sorgiva.

Anke Merzbach

Ogni perdita è un buco nella carne
col bisogno di catturare
per colmare ciò che è perduto:
un’assenza come morte
differita in vita.
Anche gesti e parole scavano
la crosta del mattino
spessa come la paura
sulla falla del corpo acquattato
svaria la luce
il flusso il moto
il sussulto d’ogni cellula
fino all’ultimo vivido strato.

*

Che ci vuole a capirlo
prima d’ogni divisione
senza porre alcuna condizione
prima ancora del bene e del male
io e l’altro mi è uguale.

Anke Merzbach

 METROPOLI -poesia rap

Da fondali di asfalto corpo elettrico su picchi di cemento sale stride scatta in avanti

sferraglia muscoli d’acciaio nervi tesi su dorso sotterraneo acquattato per il salto.

Sbuffando monossido approda all’aria interseca geometrie linee diritte croci

dove batte ruggendo il cuore di meccano.

Babele/Babilonia.

Quando sarà finito questo caotico infosferico pullulare d’alfabeti

quando tornerà l’era ad un regno di silenzi e la specie cadrà dall’alto scranno

come fosse in partenza predisposto parole senza suono

saranno le polveri di Babilonia.

 Fiera della simultaneità metropoli globale gorgo elettrico buco nero

d’attrazione fatale prima di cadere prima di cadere istantaneamente

percepire minime galassie indossare  indossare

l’UNIVERSO.

 Deflagrazione caleidoscopica luci suoni colori megaschermo effetto

speciale tutto l’anno come Natale megalopoli inter- razziale.

Ordine /disordine traffico intenso in aumento tutto polifonia

colori suoni odori odori spezie kabab all’angolo di una “square” specialità

indio-cinesi-giappo-tailandesi pizza napoletana mortadella sudamericana

FUSION

colori suoni odori

incontro

in / contro.

Geyser energetici eruttano musica immaginazione mistica medium museum mondi

massimo confort massima espansione

luci suoni colori record di graffiti sui muri

e nell’aria parole parole parole parole parole

e rumori rumori in aumento.

 Materia e non

incolla le parole graffia grida soffia sussurra fa e disfà in duplice triplice distinta

ideazione per contrapposto centripeta vibrazione

d’un suono disfacimento di particelle in profusione.

Materia e non

spazi vuoti spazi pieni

e non.

Giù nel fondo sotto spazi siderali corsari pirati della strada signori della tecnica

politici santoni barbari e barboni a frotte a frotte battono le rotte

tassametri smog cinismo nel retrovisore

click assuefazione click mani telecomando puntate verso overdose di televisione

click prezzi alle stelle click pubblicità money spendere spandere

in collisione di strilli di grilli stress ambientale macello totale

arcobaleni artificiali oscurano le stelle

 per nostra misteriosa sorte seguendo livide chimere

 un testa un coda zigzag

sgomitano pronostici statistici linguistici se dico se canto se chiamo ti amo

amore sputato illustrato in etichette in pasto a rotocalchi in pasto a cani e porci

arrivano da cicliche catene di coatti arrivano gli orchi

Corpi vuoti ombre di corpi uniti per bande ciechi automi dai movimenti spasmodici

in discesa in caduta in precipizio più in basso danze macabre echi feroci

dell’atavico dente mano avida mano di sempre.

Ebbro di sangue l’odio fende colpi dilaga corrompe nel mattatoio

urlano innocenti fino a che lo scempio la morte ricompone

 in sudari di sangue immobilità dei corpi assoluta quasi

di devozione

 Tra abitudine e sgomento ecco il media trasversale esalta il nuovo gioco

dell’uso e del riuso nel rrriciclo d’ogni cosa

persino della parola vecchia con la nuova.

E’esplosa trash la supernova!

Trash fa tendenza trash pensiero trash anno zero

shaker shaker shaker trash!

–        Shakespeare in Rap  –

2.600.000 scatolette di tonno/un KM di binario ferroviario

37 lattine /una macchina per il caffè di tutte le mattine.

E’l’era della rrricicletta!.

Dal dispenser abiti puliti/stirati tutti rrriciclati

dal cilindro della cyberspazzatura si materializza la trash scultura!

Vetro carta lattine acciaio plastica legno combinazioni sorprendenti

mutano forma e colore nel processo del mercato globale tutto scorre

da cosa a cosa quasi fosse regno naturale e la regina è ancora lei

LA ROSA

di plastica recuperata non più aulentissima rosa

non più rosa.

***

  RELATIVAMENTE ALL’AUTRICE

Fabia Ghenzovich è nata a Venezia dove vive. Sue poesie si trovano  nelle riviste “Le voci della luna”, “Poesia”pagina  per competenza di Roberto Carifi ,  “Il Segnale”,  “ Inverso”,  “La Mosca” di Milano, “Il tetto”, nella rivista telematica “Adiacenze” a cura di Adam Vaccaro, nel sito culturaespettacolo del comune di Venezia a cura di Roberto Ranieri e sul sito Poiein. Ha partecipato alla prima Biennale di poesia “Officina della percezione” premio Lorenzo Montano–2004 a Verona –e nel 2005/2006 al Festival Verona poesia. E’ interessata alla poesia e alle sue possibili interazioni e contaminazioni  tra i linguaggi dell’arte e in particolare con quello musicale come nel caso di “Metropoli”, testi  musicati in stile rap con più rappresentazioni a Venezia, Mestre, Padova e Milano.  A Venezia per la giornata mondiale della Poesia 2007 , al teatrino Groggia, è stata curatrice di un  evento di poesia performativa e installazioni, cui hanno partecipato le poetesse: Fabia Ghenzovich, Laura Guadagnin, Cristiana Moldi Ravenna, Grazia Sterlocchi, Silvia Zoico. Nel marzo 2007 ha pubblicato per la Joker edizioni il libro “Giro di boa”  presentato alla Mondadori a Venezia. Nel 2008 è stata segnalata al premio Renato Giorgi (Sasso Marconi), nel 2009 ha vinto il secondo premio per la silloge inedita al premio Guido Gozzano e segnalazione al premio Turoldo. Nel 2010 e nel 2011 ha partecipato al Festival Internacional Palabra en el Mundo ( associazione di amicizia Italia – Cuba-  Circolo Vittorio Tommasi di Venezia).

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19 pensieri su “Fabia Ghenzovich, IL CIELO APERTO DEL CORPO – F. Ferraresso

  1. “Che ci vuole a capirlo
    prima d’ogni divisione
    senza porre alcuna condizione
    prima ancora del bene e del male
    io e l’altro mi è uguale.”

    incontro alla vita alle sue pagine aperte attraversando la scrittura di Fabia
    grazie
    elina

  2. “pullulare d’alfabeti/ quando tornerà l’era ad un regno di silenzi e la specie cadrà dall’alto scranno”.
    Autrice che non conoscevo e dunque ringrazio per questa premiere. Molti i punti di vista comuni e le consonanze che sento di condividere, è stato come bere un sorso d’acqua sorgiva.Difficile in questi tempi, si salva forse perché va più a fondo,dentro, come questi versi che cercano il cielo dentro.Roberta

  3. intime e lievi, hanno una sonorità che incanta e richiama l’attenzione di chi legge, hanno una morbidezza particolare, queste poesie.Grazie, Sabina

  4. A me è piaciuta l’incisività dell’ultimo testo, Metropoli, in cui il ritmo rap ogni tanto s’inceppa, proprio per radicare meglio il senso che viene espresso.

  5. sono a spasso per questo blog, l’ho scoperto questa mattina, in un dolce non far niente che mi era ormai sconosciuto. Scovo ad ogni angolo di queste vie di carta luoghi bellissimi, parole che incantano e portano lontano. Poesia è davvero e ancora oggi maestra. Grazie.
    Nora

  6. un corpo poetico attraverso il quale si intravvedono squarci d’altri mondi, esperienze che passando attraverso la carne ci insegnano a comprendere di quale stoffa sono fatti i sogni…un viaggio esperienziale….

  7. Belle davvero, fabia, bellissime! Non conoscevo le tue poesie e poterne leggere almeno alcune è stato un piacere ed un’emozione autentica. Il corpo – metafora e realtà – come luogo dei nostri segni (quante ferite!), della nostra storia, il luogo dell partenza e del ritorno, sempre presente, sempre diverso, viene toccato in queste liriche con leggerezza musicale sì, ma anche, mi sembra, con forza d’accenti profondi, con strofe-clausole che sigillano un discorso che scava nell’essenza di una realtà nostra, tante volte martoriata, abbandonata, ritrovata a fatica e dolore, e riamata. Bellissima la ballata “Metropoli”, con quel ritmo spezzato, franto che dà il tempo, la misura ad un linguaggio duro e dolente nell’aprire squarci feroci e amarissini sulla sciagurata, demente realtà in cui ci tocca vivere, una poesia lacerata e lacerante, che “punta il dito” e sento molto, molto vicina (sai, quando si pensa “avrei voluto scriverla io”!). Complimenti davvero, un libro che cercherò presto di procurarmi. E proprio questo è uno dei risultati più importanti di questo blog e della bravura di fernanda: fare in modo che il navigatore si fermi, legga e voglia leggere ancora. Saluti a tutti!

  8. è sempre emozianante leggerti attraverso le tue parole, fabia cara.
    è commovente intravedere la tua istintiva ricerca verso la parola che sia in grado di esprimere l’alfabeto del corpo: un linguaggio complesso e sconosciuto, fatto di segni che rigano l’anima, di suoni lontani che abitano le nostre cavità più nascoste.
    il cielo non è sempre azzurro e stare alla finestra è già un atto di coraggio che definisco “materno”, perché rivolto alla vita.
    parola-vita, alchimia che rende sacro il nostro essere in divenire.
    grazie per tuo sincero e nobile esempio.
    claudio ongarato

  9. vi ringrazio tutti di cuore e un grazie a Fernanda così attenta e sensibile,scusate il ritardo della risposta,mi incoraggiate a continuare un viaggio che sento condiviso

  10. Nascere è subire una violenza. Almeno i genitori ti avessero voluto! Il destino della donna? Per far divertire un uomo nascere, per farne divertire un altro partorire. Che strazio!

  11. Pingback: Il cielo aperto del corpo « La dimora del tempo sospeso

  12. cara Lorenza,
    qui si intende anche una nascita interiore come possibilità d’essere per ognuno,come incarnazione.

  13. Nè aulentissima, né di plastica. La mia rosa non c’è, è un “fiore artico che non esiste”, da e per sempre. È il sonno del corpo che esprimo atrraverso la sua veglia. Bei testi, però.

  14. Ciao Janus! E tu quando me ne mandi? Di testi tuoi, intendo? E’ uscito il tuo libro? Non ne ho saputo più niente. Fabia non si arrabbierà se approfitto di questo commento per chiedere anche a te delle plastiche orme, non già forme, perché tali diventano nel momento del “trapasso” in chi legge, come già è accaduto all’autore. O no?ferni

  15. Pingback: Il cielo aperto del corpo | La dimora del tempo sospeso

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