Michelangelo Camelliti, I colori dei precipizi- F.Ferraresso

dino valls

Nel bianco totale del foglio, come su una nevicata una schizzata di magenta, il tono del sangue nella parola si preme, alla cerca non del piacere, ma di una sostanza primaria, a volte primitiva, sostanza che crea il corpo, lo nutre, lo disintegra e lo ricompone attraverso le arti e versando il proprio cammino tra quello degli altri.

Avrei voluto chiamare questa lettura  “In quarti di quartine”, non per la metrica usata, libera, divincolata dai canoni, ma perché l’ho vista chiara, per gran parte, la sezione viva nella carne dell’autore, come usavano fare i pittori come Leonardo o Buonarroti, per cercare la sostanza di un’ombra, l’incavo di un polpaccio come dicitura della tensione, la modanatura di un piede come equilibrio della postura, l’ incredibile orogenesi di un movimento, quel seme di male e di bene dentro.

C’è un taglio, sì, nella carne, una ferita esposta, che la poesia lenisce ma, anche, fiorisce di tutti i timbri del colore dove sono le passioni le nutrici e il farmaco. Veleno e lenimento, medicamento: l’arte, che apre e se(le)ziona in noi la lezione da ripartire lungo il nostro percorso, con parole mature, come frutti (lo ricorda Farabbi, nella sua nota a chiusura) ma lo sottolinea anche Pivanti, poco dopo nella chiusa, parlando di Carmelo, il padre di Camelliti, a cui dice,  la lettera ultima è affidata, confidando in quel suo analfabetismo che è sostanza di altre resurrezioni nello sguardo. E carmelo non è un nome a caso, sembra che tutto sia già scritto, come in una profezia, di padre in figlio, in cui lettera è lettura e l’analfabeta è ancora e sempre la vita e la fede con cui la si vive, l’occhio dentro cui la si accoglie o la si cinge. Una fede, qui, si tocca, corredo da foglio a foglio correndo di riga in riga, rendendo il cuore,  dentro il guscio duro della mandorla spaccata, là dove si sente  eco di altri echi: voci, sonorità, tono e colori che anni di poesia letta e stampata devono per forza aver innestato nel legno di Camelliti. Si vive poesia, ci si ammala di poesia, e (ci) si cura di e con poesia. Camelliti espone la sua teca ad arte, aggancia il corpo al chiodo del dolore e ne fa frutto, di un albero cresciuto su un precipizio, dove se vuoi assaggiare la polpa devi rischiare lo sprofondo, la precarietà con cui la vita ti involucra come in un baccello. E dentro, in quell’inchiostro vulnerabile, trovi tutti i volti e i risvolti a cui dolore e intensità scrivono il  vissuto, a volte il vivente, come capita qui di sentire. Nella selva, di cui anche noi siamo terra e radice, il vento dissolve la densità con cui il nostro sguardo vorrebbe tingere ogni attimo, rendendolo continuo, eppure c’è, a tratti, come in pennellate sfuggite, più autentiche delle altre che vorrebbero governarle, rimodellarle, quanto ci sostanzia tutti: quel desiderio, sempre impervio e irriducibile ad una volontà, che è la necessità dell’altruità, con cui ci cova amore tra crepacci che sono il nostro carso, o più direttamente  le ossa, legate in valli  e doline anch’esse, e fanno del  nostro tarso, la possibilità di procedere, incredibilmente  donandoci il movimento tra scafoidi e astragali che altro non sono che noi, ancora qui  e mai ancorati, giù, nel basso, a piè di pagina di una rotta, che delinea un corpo, una testa e un collo a sei facce, incluso in una gettata di relazioni, ferri della struttura che non s’impianta in terra, ma procede nel vano di un cielo reso.

fernanda ferraresso- 24 luglio 2011

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dino valls

Dalla sezione GRIGIO PICASSO

Dove volano gli occhi

incisione cutanea da L3 al sacro
laminectomia parziale L4 e L5 arco fratturato
violare il canale spinale
il corretto posizionamento dei mezzi di sintesi

un ponte trasversale tra le due sbarre
le brecce durali tamponate
a strati chiusa la ferita sul drenaggio arreso

dove volano gli occhi

passione di Pasqua nel dirupo fiorito
e la faccia nell’acqua alla esile sfumatura del velo
color oro
ricordo solo un assolo di baci e lacrime
mille volte il mio nome io i loro nomi
nel cielo arreso, dove volano gli occhi
altro non ricordo…
anche io mi sono arreso, come il cielo.

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Dalla sezione BLEU DERAIN

Io trovo il mostro di ognuno
sbirciato nei corpi che prima sapevo altari
di occhi sconosciuti

e trovo il filo per cucirli meglio
nei rattoppi di certe sere
che ancora rimangono appese

so che i pesci sono angeli incoronati
me le loro mani hanno unghie gelide
quando si riesce a smascherare il lupo
che li ha catturati così a lungo

ogni tragica bestia è umana allora
per il grido d’amore che noi siamo
e la difesa di questo piccolo regno sa esserci
assassina

ma di cocinella di tanto in tanto
io poso e riposo
eppure sono i ruggiti che mi mantengono fiore.

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Dalla sezione ROSSO MATISSE

La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.
Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite
le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua
soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura
un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore
e una lettera
(tu non sapevi leggere…)

*

Michelangelo Camelliti, I colori dei precipizi- Lietocolle editore 2011

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Michelangelo Camelliti (Giffone, 1961) vive e lavora a Faloppio, in provincia di Como. Da oltre trent’anni si occupa di poesia.

4 Comments

  1. Di Michelangelo ricordo proprio l’amore per la poesia che, testardamente, coi fogli in mano lo portarono a Milano per la pubblicazione del suo primo libro. Mi fa davvero piacere che un editore, circondato da moltitudini di parole “altre”, ritrovi le “proprie di parole” per un omaggio al padre.

  2. Condivido ciò che ha scritto Fernanda nell’introduzione e che ha ribadito Eletta Senso nel commento precedente: Michelangelo Camelliti conferma anche qui una passione autentica per la poesia in tutte le sue forme, compresa quella più intima e personale della scrittura. Un saluto a Michelangelo, a Fernanda, e a tutti i lettori di Carte Sensibili.

  3. Grazie Ivano e grazie anche a Eletta per la condivisione di un ricordo. Non conosco personalmente Camelliti, se non per averlo incrociato in una sola occasione, per un concorso indetto dalla sua casa editrice. Ho letto questo suo libro “al netto” di qualunque memoria e conoscenza di fatti personali. La mia non è una recensione, nessuna lo è, non mi ritengo all’altezza, non ho alcuna formazione in tal senso,la mia è solo una lettura attraverso quanto lui ha scritto, come fossero terre in cui sostare, territori da guardare, a volte guadare, a volte sfiorare. fernanda f.

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