Inedito Luigi Bressan- cinque poesie e un racconto

E ho sentito una specie di euforia, qualcosa che mi soffiava in corpo  come fa il vento in novembre e qualche raffica di scirocco nella bella stagione. Gli estremi mi accoglievano, durante la lettura, vivendo l’uno con l’altro e addirittura nell’altro. Era come avere occhi molto grandi e una curva all’altezza del ricordo, mentre delinea l’orizzonte del cuore e lo inarca nella mente, la barca dei segni, riuscendo ad emergere.

“Our truest life is when we are in dreams awake.”
Henry David Thoreau

f. ferraresso- 13 giugno 2011

Canto di zoccoli breve

.

Ci vorrebbe un’aria grande

per l’incipit un’alta intonazione

ma il luogo è un centro balneare

una platea ampia d’assenze

sola folla i palazzi alle spalle

mentitori di tenui tinte

.

Settembre muore il sole ride

.

Per viali per aiuole brevemente

lascio lo sguardo sorprendersi di vuoti

muovo qualche passo dietro un refolo basso

che rotola freddo

.

Sono venuto senza vedermi

a esporre alla spiaggia il corpo macchiato

a rabbrividire di candida luce

.

Il mare affonda lame

nella rena tagliata

.

In lontananza appaiono

scompaiono sagome d’aborigeni

le segue forse questo beduino

rappreso dall’aria con l’avanzo

di tre tappeti e due teli da bagno

che lo figurano un prelato

mentre si lascia cadere sfinito

nasconde la faccia nella teca delle mani

diventa un fardello funerario

per rinascere al viaggio

.

Qual vento si torce tra noi?

.

In sogno percorriamo a ritroso

ciascuno il cammino dell’altro

fino ai cent’anni e cento

così evitiamo d’ammazzarci

.

Ma è troppo dispendioso l’argomento

già mi confondo a cercare di spiegarmi

ciò ch’è avvenuto nel contempo:

là tra le case là dietro

un canto di zoccoli breve

un legno femminile leggero

si porta via un’eco di voce

*

La cocca rosa

.

Pesa a Settentrione

un Tardo Cinquecento veneziano

tutto abbracciato alla sua carne

.

Non è che un burlato sentore d’inverno

.

remoto ancora      ma quei roghi

di pestilenze ardono e consumano

tra le carcasse dei secoli fumando

lungo le carovaniere dei TIR

come spopolavano i fondachi d’Oriente

.

Al balzo di campane e sirene si scende

a pian terreno di questo mattino

svegliato per fughe     in fronte il vecchio viale

suda di piova e fatica notturna

rotto nelle sue piaghe dalla luce

.

La zingara matriarca sbuca a procacciare

– il collo levato a varcare i cancelli

spavalda come cresta di gallina

una cocca rosa pende sui capelli –

.

ma è tutto una rovina il dismesso ospedale

e addosso agli alloggi dei dragoni

– era delle taccole il segnale –

in bocca alle finestre diramano le acacie

*

Il dattilo

.

Lungo la nobile muraglia

il mattino è notturno

un sogno verde lo rincalza

.

Anche il respiro è d’ombra

su da un’ansia d’orizzonte

a riannodare incerti passi

.

Solitario si disegna un noce

un dattilo rilascia le sue coccole

.

.

Novembre

.

Non cessa il parlottìo del giorno

chissà se dello stesso trapestìo

che viene dalla nebbia dei Santi

che varca nella chiesa dal portale

spalancato per l’unzione dei cardini

.

Escono sconnessi fiati d’oranti

Si passa senza lasciare orma

.

Sale dal cavedio del palazzo accanto

la nenia della ragazza delle scale

già s’inoltra col peso del secchio

nel giardino rinselvatichito

tra alte erbe ha adocchiato

nel fogliame secco grattare enormi ricci

.

Non faranno in tempo dice   quest’anno

a crearsi intorno la palla di fieno

*

Il racconto

.

Ho amato i piedi della bella

per capriccio deformi e ricovrati

nella fossa dell’inguine

Ho amato in lei tutti i piedi

quelli tornati alla mossa del fango

ali slogate ali cadute

i chiodi arrugginiti nel sangue

più forti del dolore dell’urlo

spine più selvagge del nitrito

.

Il pellegrino stringe il suo racconto:

un giorno contratto in un istante

Dio mi ha perdonato per sempre

*

Il favo

A tavola gira vino dolce. Me ne danno a bere e ribere. Si mangia carne arrostita e si ride. Voci di donne e di ragazzi si mescolano e disegnano facce ai vetri aperti e nell’aria che brilla, al settembre pieno di sole. Mi alzo col sorriso tatuato che non mi vuole riposare e giro con gli occhi e con la stanza, cammino verso l’ombra della siesta guadando un lab-lap tra spruzzi di grida. Salgo la scala nella foschia del sudore, scende attraversandomi un profumo di rose. Sbando nella camera dei miei (dove saranno?), entro nel silenzio chiuso, segreto, che viene colto da un brivido, mi lascio cadere nella grande nuvola bianca. Odora di bucato e di sonni e sogni e amplessi lavati. Dormi dormi.

Non ho più tredici anni, ne ho diciotto come Angiolina, la porterò via a Gusto quando lei verrà a sbaciucchiarmi come un eterno bambino, le farò sentire come ferve la mia pelle su tutto il corpo, l’abbraccerò al collo e ai fianchi e cadremo insieme frugandoci e ridendo. Dimenticherà gli sguardi di lui e i fianchi che si toccano quando camminano vicini. Farà per me quel gesto di spostare all’indietro i lunghi boccoli biondi col capo filato dalla mano, seduta sulla panca in giardino abbandonerà le braccia sulla gonna affondata tra le ginocchia appoggiandosi indietro al ruvido vecchio melo per liberare lo sguardo tra i rami e l’azzurro.

Dormire di giorno è morire due volte. Mi risveglio che ho di nuovo tredici anni. Il pomeriggio ha spento una luce, un cerchio d’ombra mi stringe le tempie, sento friggere l’aria come per minuscole ustioni, ronzano scuri garbugli.

Ancora disteso mi rivolto sull’orlo del letto con la testa che sporge: da una fessura dell’assito germogliano voli frequenti, spicciano fuori api, soffiate d’api.

In piedi nella stanza alveare giro su me stesso come smarrito in mezzo a un frutteto in piena fioritura. Corro a dare la notizia.

Adesso intorno all’alcova un andirivieni di voci allegre e stonate, di curiosi e burloni che si parano agitando le braccia, si lascia dietro un’aria di sgombero. Dal trambusto emerge una certezza: si dovrà ricorrere al cugino Felice, che se gli rivolgi una parola la ripete canticchiando senza guardarti in faccia e, navigando nel mondo dei suoi gesti misurati ed esatti, conclude nel plauso ogni intervento idraulico, meccanico, elettrico o da esperto contadino apicoltore, com’è il caso. Qualcuno già cavalca una bicicletta a chiamarlo.

Scendo allo strato terreno della famiglia dispersa, tra tavoli mezzo sparecchiati, bucce e bicchieri con impronte di labbra.

Si gironzola. Angiolina sta assorta là in alto sul mio male nascosto, la bocca socchiusa come per un bacio, abbandonata al suo sogno.

Felice, padrone del tempo, compare con la sua orchestra sul palco ancora illuminato del tramonto . Lo precedono in camera, lo seguono. Largo, largo. S’inginocchia in mezzo al turbinìo, schioda un’asse e la rivolta: ecco la bestia, semiaddormentata, semidesta, adagiata fra una trave e l’altra nel suo morbo che si rapprende e pullula. Accanto il cugino si va ricoprendo di pustole alate, si mimetizza con l’animale, come uno sciamano ne assume la voce, ondeggia e incanta, nel mentre ha lasciato in disparte un’arnia vuota, una bella casetta d’illusioni. Immerge adagio le mani nel brulicante contagio, trasfigurato in una sagoma arcaica che attinge l’esca magica del fuoco, ne estrae la grande generatrice, la regina, il suo addome morboso e lo trasferisce nella nuova dimora. Abbandonate il campo, profani.

Da basso ci spartiamo i resti del giorno, nel chiarore cieco, non c’è quasi più nulla di cui ubriacarsi.

Qualcuno vuole sapere come mai, come mai è potuto accadere. Felice cala lì una spiegazione, mordendo il grappolo d’uva strappato alla pergola: una trave lasciata a filo di muro, rosicchiata dal tempo e dall’umidità diventa una porta segreta per il solaio. Risale solitario e ricompare con la sua nuova arnia chiusa, decorato da qualche pecchia ritardataria: potete dare l’assalto al favo!

E infatti corriamo a staccare pezzi di cera come da una pagnotta fresca, alzando le braccia per sottrarre la preda agli opportunisti, impiastricciandoci del miele, che cola fino ai gomiti, la faccia, i vestiti di una giornata dispersa. Va giù nella gola, nelle sacche della notte dove, ormai orbi, danziamo con le nostre ombre.

*   *   *

Nota relativa all’autore:

Luigi Bressan è nato ad Agna (Pd) nel 1941 e vive a Codroipo (Ud), dove ha insegnato materie letterarie e latino nel liceo scientifico. Ha pubblicato alcune opere di poesia nel dialetto del suo paese d’origine:

– El canto del tilio (Campanotto, Udine, 1986 – Premio S.Vito al Tagliamento);

– El zharvelo e le mosche (Boetti & C., Mondovì, 1990; pref. Di Giovanni Tesio);

– Che‘fa la vita fadiga (Edizioni del Leone, Spinea, Venezia, 1992);

– Maraeja (Poesia in piego n° 26 – Grafiche Campioli-Monterotondo, 1992);

– Data (Biblioteca Cominiana, Padova, 1994; pref. Di Luciana Borsetto);

– Vose par S. (Collana “La barca di Babele”, Meduno, 2000; pref. Di Franco Loi – Premio Lanciano)

E in italiano:

– Quando sarà stato l’addio?, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2007.

E’ presente in varie antologie, tra cui:

– Via Terra, a cura di A. Serrao, Campanotto, Udine, 1992;

– Nuovi Poeti Italiani, a cura di Franco Loi, Einaudi, Torino, 2004.

Ha collaborato al volume Da Rimbaud a Rimbaud (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2004);

a La Bella Scola (a cura di Marco Munaro, Ivi, 2003) con una lettura del canto sesto dell’Inferno; inoltre ad alcune riviste di poesia (Lengua, Diverse Lingue, Il Belli, Tratti, EnnErre) Ha fatto parte della redazione della rivista di letterature dialettali Diverse Lingue. Ha diretto la collana di poesia La Barca di Babele per il Circolo culturale di Meduno.

Della sua poesia si sono occupati, tra gli altri, Franco Loi, Giovanni Tesio, Franco Brevini, Achille Serrao, Gianni D’Elia, Anna De Simone, Maurizio Casagrande, Nelvia Di Monte, Sebastiano Aglieco.


1 Comment

  1. Leggere i luoghi di Luigi è come trovare più vie, più finestre aperte là dove si pensava non ve ne fossero. Il suo dire in poesia è un dire profondo, con una lingua maestra. Entra come un soffio dalla finestra: non ci fai caso, eppure lo respiri e diventa parte di te.Ma. Ti accorgi, ad un certo momento che quel respiro ha profumi, note, che si fanno non solo eco, ma segno che ti scrive una lettera magistrale e in quella lettera ci sei persino tu, sperso nelle abitudini.
    Il racconto, proprio in virtù di quel ribaltare l’anta della finestra,è segno anch’esso di poesia. Come non si potesse mai evaderla.
    “…Dormire di giorno è morire due volte. Mi risveglio che ho di nuovo tredici anni. Il pomeriggio ha spento una luce, un cerchio d’ombra mi stringe le tempie, sento friggere l’aria come per minuscole ustioni, ronzano scuri garbugli.

    Ancora disteso mi rivolto sull’orlo del letto con la testa che sporge: da una fessura dell’assito germogliano voli frequenti, spicciano fuori api, soffiate d’api.”

    E ciò che sento, pungermi, a fine lettura, è la voglia di rileggerlo. Grazie Luigi.fernanda

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