PETER PAN NON È CHE UN NOME Poesie (1970-2009) di Leopoldo María Panero – Ianus Pravo

PETER PAN NON È CHE UN NOME 

Poesie (1970-2009) di Leopoldo María Panero

selezione, cura e traduzioni di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo
prefazione di Leopoldo María Panero
postfazione di Ianus Pravo
con due opere di Misha Bies Golas
Testo spagnolo a fronte
Edizioni del Ponte del Sale

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La pubblicazione di questo lavoro su Leopoldo María Panero, il più grande poeta spagnolo vivente, è molto importante per me. Riesco finalmente a dar continuità al mio lavoro per far conoscere al pubblico italiano questo grandissimo autore (precedentemente avevo tradotto “Narciso nell’estremo accordo dei flauti”, e “Dal manicomio di Mondragón”, esperienze bellissime, il cui valore è sopravvissuto al tristissimo comportamento dell’editore Azimut). Presto riuscirò a pubblicare anche “Senz’arma che dia carne all’imperium”, un libro scritto a quattro mani con Leopoldo (sto lavorando alle bozze, l’editore sarà la Società Editrice Fiorentina). Penso che forse è utile proporvi lo scritto che segue, la mia introduzione del 2005 a “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”: presenta l’autore e racconta il mio primo incontro con lui, avvenuto il 31 maggio del 2005, quando andai a trovarlo al manicomio di Las Palmas. Grazie a tutti per l’attenzione.


                                                   IL PRIGIONIERO VIETNAMITA

 “Ho la mia pipa d’oppio accanto a un libro di metafisica tedesca. Il tempo, e non la Spagna, dirà chi io sia”.

                                                                                                                         L. M. P.

 Leopoldo María Panero apre la porta di vetro della sala d’aspetto dell’ospedale psichiatrico S. Francisco de Paula, in Tafira, Las Palmas, e mi viene incontro deciso. Sono le nove del mattino. “Mi accompagni in città? Qui è pieno di pazzi. Mi inviti a pranzo?”.

Attraversiamo il cortile. Il cielo è grigio. Alcune palme respirano nel vento. Lo seguo fino alla porta della sua stanzetta, vi entra e ne esce dopo pochi secondi con una grossa borsa azzurra piena di libri. Un’infermiera lo ferma nel corridoio. “Leopoldo, hai fatto il letto? Hai preso la medicazione?” (“Tutta la mia stanza piena di fumo, cicche dappertutto, il letto sfatto”, “Globo rosso”, 1989). Lui ci tiene a presentarmi, lo farà con tutti gli infermieri in cui ci imbattiamo. “Questo è un mio amico. Tradurrà i miei libri in italiano. È un poeta, eh! Non è un giornalista”, e al pronunciare la parola giornalista storce la bocca. Ci allontaniamo in fretta quando un’altra infermiera inizia a gridare: “Panero, un’altra volta hai bagnato tutta la stanza!”. È molto arrabbiata. Facciamo chiamare un taxi, il centro di Las Palmas è piuttosto lontano, forse una decina di chilometri. Un infermiere ci blocca mentre stiamo salendo sulla vettura. Leopoldo ha dimenticato delle pastiglie. Dobbiamo tornare dentro. Mentre Leopoldo prende la medicazione, un ragazzo di venti o venticinque anni mi recita i versi che dice di aver composto. “Ho orinato sulle mie mani per riscaldarle”. Un’infermiera giovanissima accarezza i capelli di una paziente altrettanto giovane che piange disperatamente.

Prendiamo il taxi, andiamo in Calle de Triana, nel centro storico. Leopoldo inizia a fumare la prima sigaretta (in dodici ore ne fumerà più di duecento, io gli ho portato una stecca di Camel). “Leopoldo, oggi ho mal di gola…”, gli fa il taxista, “almeno apri il finestrino…”. Continua a fumare imperterrito. Abbasso lentamente il cristallo dalla mia parte.

Leopoldo María Panero (Madrid, 1948) iniziò a vent’anni il suo scontro ininterrotto con le istituzioni psichiatriche e sociali. Nel 1968 tentò di suicidarsi due volte; iniziò la dipendenza dalle droghe e, in alternativa, dall’alcool; fu incarcerato dalla polizia franchista per uso di marijuana (in precedenza già aveva conosciuto il carcere per attività politica contro il regime e in seguito vi tornerà per omosessualità e per vagabondaggio); fu ricoverato ripetutamente in diversi manicomi (“.. il motivo del mio internamento non fu il suicidio, fu che, a causa del mio primo suicidio, e ubriaco di barbiturici, dissi a uno zio che… gli chiesi, hai droga?, e allora quello chiamò mia madre e le disse una frase degna di apparire nell’Apocalisse, le disse: il peggio non è che si sia suicidato, il peggio è che si droga…”, L. M. P., dal film di Jaime Chavarri “El desencanto“, 1975).

Il disastro della sua vita (“in ciò che sono finito è il fallimento più assoluto. Sai che però io considero il fallimento la più splendente vittoria”, sempre da “El desencanto” ) iniziò cioè contemporaneamente ai suoi primi passi letterari, perché, com’egli ama ripetere, “non scrivo perché sono condannato, ma sono condannato perché scrivo”. Nato da un padre che fu un notevole poeta, e da una madre che manteneva regolare corrispondenza con Luís Cernuda, cresciuto in una casa frequentata da Dámaso Alonso, L. M. P. all’età di cinque anni dettava versi conturbanti come : “Fatemi uscire dalla tomba ma / là mi lasciarono con gli abitanti / delle cose distrutte / che ormai non erano più che / quattromila scheletri“. Praticamente da sempre, la sua esasperata sensibilità lo portò a lottare a morte contro forze immensamente superiori e che, di conseguenza, hanno finito per imporgli la disfatta. Ha condotto in tutti questi anni, attraverso una resistenza fisica e mentale prodigiosa, attraverso i suoi più di trenta libri di poesia, narrativa, saggistica, una solitaria contesa con la vita e il linguaggio, una disperata difesa del mondo della parola contro il mondo del sorriso (Mallarmé dixit).

Panero mi conduce nel cuore dello scenario in cui quotidianamente girovaga (alle dieci di sera deve obbligatoriamente far ritorno all’ospedale psichiatrico), di bar in bar, di panchina in panchina, percorrendo l’asse di Calle de Triana e deviando di quando  in quando, una e un’altra volta, verso le strade e piazzette circostanti. Trascorre la giornata leggendo e scrivendo, fumando e bevendo coca cola light (oggi lo vedrò bere almeno cinquanta coca cole, ben ghiacciate, con cui spegne l’incendio appiccatogli in gola dalle innumerevoli sigarette. Alcool non può più berne, anche se vorrebbe: la medicazione non glielo consente). Uno degli angolini che preferisce è un tavolo vicino a una vetrata in un Mc Donald’s. Ordina la coca cola, accende la sigaretta, estrae dalla grossa borsa un libro di Hegel, o di Meister Eckhart, di Fulcanelli o Catullo o Gerard de Nerval, e inizia la lettura, l’atto previo alla scrittura. “Non credo nell’ispirazione. La inspiration c’est de travailler tous les jours”. In questi giorni sta rileggendo Dante, mi recita a memoria lunghi passi della Commedia. “Così andammo infino alla lumera, parlando cose che’l tacere è bello, sì com’era ‘l parlar colà dov’era”.

Chiude la dizione con un ghigno mefistofelico, e con gli occhi improvvisamente brillanti cerca nei miei occhi una complicità.

C’è parecchia gente nel Mc Donald’s, il rumore comincia ad essere assordante. “Come fai a concentrarti in questo bordello?”. “Sono abituato alla tortura”. Sussurra, le labbra stirate in un sorriso smorfiato, “Con ventiquattromila baciiii… felici corrono le oreeee… È ancora vivo Celentano?”. È come nei versi delle sue “Poesie dal manicomio di Mondragón”, 1987, “un pazzo toccato dalla maledizione del cielo, canta umiliato in un cantuccio”.

    Va al banco a ordinare altre coca cole, va ripetutamente al bagno a orinare, continua a coprire della cenere cadente dalle sigarette perennamente ardenti i libri aperti sotto gli occhi. Una ragazza al bancone lo tratta bruscamente, come infastidita dal suo aspetto trasandato, dal suo sguardo perduto in cieli di cui lei ignora sia la presenza che l’inesistenza. La maleducazione, la mancanza di rispetto scenificata oggi proprio dalla più poveraccia. “Eres una pringada”, penso, e penso che le pantegane erediteranno la terra, se non l’hanno già ereditata.

La cenere, cosparsa sulla pagina e sulla camicia (“La sigaretta, dio della vita / dio dei suicidi / cade al suolo come un fiore ferito / fiore di cenere / volto invertito, fiore del nulla”, “Tana di un animale che non esiste”, 1998), l’orina, profusa generosamente, in mancanza di un bagno, sui muri delle città, e preferibilmente addosso alle casse automatiche delle banche (“… e amo che tu mi orini, / e il tuo piede sulla mia bocca baciarlo.“, “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, 1979), la saliva, che ora gli illumina le labbra strette sul filtro della Camel (“sputo ultimo soltanto questa poesia, questo / nulla che davanti all’essere s’inginocchi / e preghi ché solo il nulla esista“, “Danza della morte”, 2004) e la più vasta coprofilia (“ci son quattro donne che han rubato il mio fetore sensibile / e la mia putredine nel cadavere che ancora respirava lentamente lasciando /  fuoriuscire la mia anima come un peto“, “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”), non costituiscono, nella poesia di Panero, un semplice tema trasgressivo, la violazione della legge del  ” bello” , dell’ “eccelso “, per mescolarlo al basso, al ripugnante, con un esito di inusitata profondità critica su termini preziosi della tradizione letteraria come rosa, aquila, serpente o cristallo, ma, ben di più, dispiegano un lucido sguardo sul meccanismo del processo poetico (“nelle mie mani accolgo gli escrementi / formando con essi poesie“, “Contro Spagna e altre poesie non d’amore”, 1990), che ne smaschera la relazione, come scrive Túa Blesa, “con ciò che, ancor prima di essere l’immondo, è il materiale, si tratta della considerazione della poesia come cosa, fatta di una qualche determinata cosa e non ormai frutto dell’ispirazione o del pensiero, dello spirituale“. La riflessione conduce al significante, molto prima che al significato, mette in crisi l’irenismo, la supposta neutralità del linguaggio.

Ci siamo seduti su una panchina. “A volte qui mi metto a dormire, ma vengono i vigili e mi mandano via”. Gli chiedo se vuole scrivere una prefazione all’edizione italiana di “Narciso”. Dice che me la detta, direttamente in italiano (da questa mattina mi sta parlando quasi esclusivamente in un ottimo italiano). Me la detta perché la sua grafia è praticamente indecifrabile, e la macchina da scrivere gliel’ha distrutta a pugni l’altro ieri, nel sanatorio, un pazzo. Innanzitutto il titolo, prima di tutto scegliere il titolo. “Che ne dici di Leopoldo María Panero: discepolo della follia?. Perfetto. E inizia a elaborare immagini, a fronteggiarle, in lotta continua col già detto, con le scritture che già occupano il palinsesto, nel suo stile peculiare intento a sgombrare il foglio (che in questo caso sono io che materialmente sto vergando) dalla sintassi dell’Altro, a rendere la pagina bianca, non vergine ma svuotata, lavorando al corpo le parole dell’Altro. Le citazioni continue, le figurazioni simboliste o espressioniste proprie della letteratura degli ultimi due secoli, si inseriscono nella convinzione del poeta di “Narciso” che “la letteratura non è che un’immensa bozza di stampa e noi, gli scrittori ultimi o postumi, siamo solo dei correttori di  bozze” (“Due racconti e una perversione”, 1984. Sul concetto di poeta ultimo  si legga lo splendido libro di Túa Blesa “L. M. P., el último poeta”, 1995). Ma questa affermazione non significa affatto una limitazione del lavoro poetico, bensì la sua lucida collocazione rispetto al già detto, alla tradizione, al progetto d’innovazione. Penso alla pittura di Francis Bacon: “Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sé o nell’atelier. E tutto ciò che egli ha nella testa, o attorno a sé, è già nella tela, più o meno virtualmente, più o meno attualmente, prima che il pittore cominci il suo lavoro… Sicché il pittore non deve riempire una superficie bianca, semmai dovrebbe svuotare, sgomberare, ripulire…”  (Gilles Deleuze, “Logica della sensazione”). Panero chiama alla memoria il già detto per deformarlo, come Bacon fa con i corpi delle sue s-figurazioni. Come in Bacon, in Panero si distrugge la figura, l’io poetico (“Io contemplavo, caduto / il mio cervello / schiacciato“, “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”. E “…e la mano / che sporgeva dalla tomba: testa / separata dal corpo, tronco inservibile“, Teoria, 1973. E “casca- / ta informe di gambe, braccia, occhi, occhi / cadendo di roccia in roccia“, L’ultimo uomo, 1983); e la sintassi è spezzata, balbetta perché, per usare parole celaniane, “Se venisse, / se venisse un uomo, / se venisse un uomo al mondo, oggi, con / la barba di luce dei / patriarchi: dovrebbe, / se parlasse di questo / tempo, / dovrebbe / solo balbettare e balbettare / sempre-. / cosìcosì.” ; e la babele di lingue getta l’ascoltatore nel rumore, è la figura della non-figura, del silenzio, del bianco, è disimmaginazione eckhartiana (Entbildung).

Si prende delle pause nel dettato. “Sei stanco?”, gli chiedo. “Io non sono mai stanco. Lavorare, stanca“, e mi sorride, soddisfatto della sua italianistica, mi sorride con il solo sorriso possibile, il sorriso abominevole di un personaggio baconiano.

Alza le braccia e le intreccia appoggiandole sulla testa, e distende il tronco in un suo gesto caratteristico. “Sai che posizione è questa?”, mi dice, “è la posizione del prigioniero vietnamita”. Ha gli occhi socchiusi, sembra davvero che in questa posizione, i polsi sovrapposti a pesare sulla cima del cranio, trovi un riposo che dice innecessario. Le parole a fior di labbra, danzando sulle labbra come streghe intorno al rogo che le distruggerà. Nella cella di un Vietnam incomprensibile. In die Fremde der Heimat, nell’estraneità della patria (“Di soglia in soglia”, Paul Celan).

“Leggi poesia spagnola contemporanea?”. “Pere Gimferrer”. Gimferrer, come Panero incluso da J. M. Castellet nella famosa antologia dei “Nueve novísimos poetas españoles” (1970), sempre è chiamato in causa da Leopoldo con ammirazione e nostalgia. “I miei vecchi amici sono tutti scomparsi da quando iniziai questa cosa dei manicomi. Pere è un genio. Io lo chiamavo “il rospo”, perché era brutto come la fame. Per lui ho scritto le Poesie del rospo: -Un rospo è un circolo, un sole che implode. Come i buoi cammina, lento come il tempo. Non un cielo che non giri le spalle quando egli alza il suo sguardo.- Per il resto, il parnasino letterario circense spagnolo, come diceva il mio amico Eduardo Haro Ibars, è ripugnante. E come diceva Huysmans, ogni mondino letterario si divide in due, da una parte ambiziosi borghesi, dall’altra pagliacci abominevoli. E come ho già scritto da qualche parte, Spagna è un paese senza dei, ma pieno di statue di dei”.

“E di tuo padre, come poeta, che ne pensi?”. “Mio padre è un buon poeta. Sono stato ingiusto con lui, nel passato. Rimproveravo mia madre, che si scambiava lettere con Luís Cernuda e ne era innamorata, ché potendo io essere figlio di Cernuda, lo ero solo di mio padre. Ero ingiusto”. “E di italiani, nell’ultimo secolo, chi ti piace?”. “Un po’ Sanguineti. Il Capriccio italiano. Non mi piace Ungaretti. Quando ero giovane scrissi per un giornale un articolo su Ungaretti senza aver letto nulla di suo. Poi lessi, e mi sembrò il peggior poeta del mondo. Un sentimentalismo volgare. Per lo stesso motivo non mi piace Pasolini. Troppo vitalismo”. “Pasolini, alla fine, rinnegò questo vitalismo”. “E fece bene, a me interessa la poesia scientifica, inumana, Mallarmé, Beckett”.

Siamo al banco di un bar, Leopoldo legge la prima pagina del “Diario de Avisos”, un quotidiano delle Canarie: “La Francia dice NO alla Costituzione europea”. “Sono impazziti?”, mi fa, sgranando gli occhi, “Dicono no a se stessi?”. È deluso. Ha il sogno di andarsene a vivere a Parigi. “Se mi danno il Nobel, faccio un discorso in inglese dal titolo  “Against Spain”, e me ne vado a Parigi.

Pranziamo con gazpacho e carne di vitello. E coca cola. Leopoldo ha un buon appetito, ma l’invadenza, la confidenza che si prende il cameriere lo infastidisce, e appena i piatti sono vuoti ci alziamo e ce ne andiamo. “Io che sono stato progressista”, dice, “sto quasi diventando razzista”. Il fatto è che, effettivamente, esiste una razza di stronzi. E se uno stronzo è di umile condizione, è due volte stronzo. (Chi vuole capire capisca: comunque non ha nessuna importanza, volere).

Narciso nell’accordo estremo dei flauti  è, nella sterminata linea poetica paneriana, un punto irrinunciabile. In quest’opera si condensano ed esplodono in una stutata indimenticabile, in uno spegnimento atroce tutti i temi di questo magnifico autore. Scritta a Parigi alla fine degli anni settanta, è l’opera adeguata per iniziare a sanare una umiliante ignoranza. Nella capitale dell’esagono, Leopoldo visse quel periodo consegnandosi alla droga, all’alcool, a una sessualità oscura e violenta (“The road of excess leads to the palace of wisdom” , William Blake), frugando nell’immondizia prodotta dal mondo del sorriso  in cerca del cibo per alimentarsi materialmente, ricercando ostinatamente nella spazzatura, là dove ancora riposa il segreto della vita. Esibendosi in stupefacenti gesti di poesia surrealista, come quando, recatosi a visitare il filosofo Felix Guattari, gli lasciò l’omaggio di una borsa di spazzatura nascondendolo dietro una tenda. O come quando depositò in elemosina la propria dentiera nuova fiammante nella mano protesa di un mendico. O come quando inzuppava i croissant in pozzanghere malodoranti (si legga, per la biografia di Panero, la fondamentale opera di J. Benito Fernández “El contorno del abismo. Vida y leyenda de Leopoldo María Panero”, 1999). Confermandosi definitivamente che l’infanzia era morta, era morta in lui che, come suo padre scrisse in versi dedicati a un Leopoldo di sei anni, “…sempre rimarrà bambino”.

 Come indica il titolo, traduzione di un verso di Georg Trakl, il tema centrale di Narciso nell’accordo estremo dei flauti è la messa in dubbio dell’identità. E, come sottolinea Jenaro Talens, lo “Johannes de Silentio che apre il volume e ne rivendica la paternità è già un “altro” che interiorizza il suo sdoppiamento come forma e come sostanza…”.

“Chiunque attraversi il tunnel della Paura / giunge finalmente all’Ultimo Specchio / dove una donna avvinghiata al tuo scheletro ci mostra / faccia a faccia l’inferno degli occhi sigillati”  (“Narciso…”).

Tutta l’opera di Panero è solcata dalla lacerazione dell’io (“resti della mia figura, un cane latra…” , Pietra nera o del tremare, 1992. O ” Nello specchio il mio volto non c’è…”, Teoria. O “Avere come specchio / unico questi occhi di vetro, questa nebbia”, Last River Together, 1980), ma non perché, o non tanto perché, sia la voce di un soggetto schizofrenico (qui nulla è più inutile, peggio, autorizzativo, di una diagnosi con conseguente terapia farmacologica e pacificazione intellettuale), ma perché l’Altro, l’ inferno, è percepito con la potenza del veggente, il veggente cieco, il Tiresia. L’Altro che non è soltanto il simile umano…: è anche l’inanimato, e lo evidenzia Oscar Wilde, ne “Il Discepolo”, dove, invertendo il movimento classico, è lo specchio d’acqua a riverberarsi negli occhi di Narciso: “E la fonte (del piacere di Narciso, cioè lo specchio d’acqua) rispose (alle Oreadi che la interrogano su Narciso): –io invece lo amavo perché, quando disteso sulla mia riva mi contemplava, nello specchio dei suoi occhi sempre vedevo riflessa la mia propria bellezza”. E, sulla presenza nella carne di Narciso, quindi nel suo occhio, di un movimento altro, non umano -che dona passività-, ancor prima, in un celebre frammento caro a Kavafis, Petronio scriveva, riguardo alle peregrinazioni d’Ulisse, queste sorprendenti parole: “te noverit ultimus Ister”,  “t’avrà conosciuto il lontano Istro”, cioè l’inanimato, il fiume remoto, quello che attualmente conosciamo come Danubio,  è il soggetto della conoscenza, dello sguardo. (E Ulisse non è forse un Narciso che lancia la luce del suo nome sullo specchio oscurato dell’occhio ciclopico?).

E ancora, “… lavagna / con l’assassinata / stella di gesso: / la / possiede ora un /  leggente?- occhio“, (Paul Celan, “La rosa di nessuno” ), dove il punto interrogativo risponde con un tremito alla potenza di una visione inanimata.

Nell’ora sesta in cui si appisolò l’ossimoro dell’ aurora occidentale, Pausania (“Descrizione della Grecia” ) rispetto a Narciso affermò che “è completamente assurdo che qualcuno, giunto all’età di innamorarsi, non distingua un uomo dall’immagine di un uomo“, ma è del tutto evidente che l’uomo è un’immagine. Ora, altro discorso che quest’immagine gli appartenga.

“Tutti i poeti sono ebrei”, diceva Marina Cvetaeva, e forse tutti gli uomini sono ebrei, se l’ebreo è colui che “non possiede nulla che gli appartenga veramente, che non sia dato a credito, prestato, e non sia da restituire”  (Paul Celan. ” Dialogo sulla montagna” ).

 Un narcisismo oltreumano, cosmico, chiama Narciso a riverberarsi su uno specchio ingombro, e a riverberare dallo specchio invaso che egli è, e “caduto il volto / un’altra faccia nello specchio”   (“Poesie dal manicomio di Mondragón”).

Il volto è in prestito, lo sguardo è a credito, e il discorso è  il discorso dell’altro, il vedere è il vedere dell’altro. L’incasso del credito, l’usura, sono originariamente attivi: “Quod cupio mecum est: inopem me copia fecit”  (Ovidio, “Metamorfosi”), “ciò che bramo è in me: la ricchezza mi ha reso indigente“.

Così Narciso “… lacrimis turbavit aquas, obscuraque moto / reddita forma lacu est…” (Ovidio, “Metamorfosi”), “con le lacrime intorbidisce l’acqua, e nello specchio agitato si oscura la forma riflessa“.

Con parole di Panero (“Pazzi”, 1992), “… e si contempla, strano Narciso nello sterco”.

“Ehi, imperatore”, è da stamane che mi chiama imperatore, “non sarai un agente della CIA?”.

“Sai che Michi l’hanno ammazzato”. Michi è il fratello minore, ed è morto da un anno dopo una lunga malattia, e una serie di eccessi degni di Leopoldo. “L’hanno avvelenato”, insiste, fissa lo sguardo in un punto indeterminato dell’asfalto che stiamo percorrendo. Provo a chiedergli del fratello maggiore, Juan Luís, anch’egli poeta. Non mi risponde. Nuovamente, seduti su una panchina, qualche metro d’erba splendente davanti a noi. Si accanisce sulle sigarette. Getta a terra i mozziconi e li schiaccia con metodo, con attenzione, come volesse distruggere qualcosa che lì, sulla cicca, vuole persistere; forse, al di là del calore della cenere, un tepore intollerabile, umano, lasciato dalle sue labbra. Poi riporta lo sguardo su di me, alza il braccio e mi sfiora il viso con le dita. “Sono brutto”, dice, “Sono un vecchio che piscia”.

“Nel manicomio non mi fanno vivere. Mi lasciano solo tre o quattro pacchetti di sigarette. Non posso ascoltare musica. La musica rock, la musica ben ritmata, mi calma. Non so perché non mi fanno uscire. lo psichiatra è più pazzo di me. Voglio andarmene. Ho voglia di chiavare, ho voglia di ubriacarmi”. Ubriacarsi. Intanto, si accontenta di qualche cioccolatino ripieno di liquore che compriamo in una pasticceria dove è ben conosciuto e non deve nemmeno dire ciò che vuole, già glielo impacchettano quando lo vedono entrare.

È sera. Prima di tornare al sanatorio, Leopoldo dà un recital di poesia, in Calle Buenos Aires, al Charleston Café. C’è un bel po’ di gente. Sul piccolo scenario, il poeta ha un colpo di genio: si siede sullo sgabello dinanzi al microfono, ma volge le spalle al pubblico, e comincia a bofonchiare i suoi versi contro la parete di fondo. “Nulla di meglio che non essere udito. Nulla di meglio, in questa esibizione, che non essere visto. Che questa persona che rinnega se stessa, che questo testo che per celebrarne la morte istituisco, che tutto questo ti impicchi a un luogo che non esiste“, (“Teoria”, 1973). Il muro. Il muro della sua stanza nel manicomio. “… la menzogna di Dio in una stanza buia…”, ” … Belial… / tu solo rispondi / a questo grido nella stanza buia”, “la vita tra le pareti feroci di questa camera / che sono come la cella del condannato a morte / con giorni che rivivono la sentenza”, “limitato deserto di una cella / dove la vita è muta”. 

“Morirò in questa cella“.

 .

Prende il taxi che lo riporterà a Tafira, mi fa un cenno dal finestrino aperto, mi accosto: “Grazie per avermi sopportato”, dice. Mi saluta. Io stringo tra le mani, con timore e tremore di perderlo, con timore e tremore di molte cose, il quadernetto dove ho scritto il dettato di Panero.

IANUS PRAVO, giugno 2005       

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joel peter witkin-mother and child


Da PETER PAN NON È CHE UN NOME 

Poesie (1970-2009) di Leopoldo María Panero

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Aquí estoy yo, Leopoldo María Panero
hijo de padre borracho
y hermano de un suicida
perseguido por los pájaros y los recuerdos
que me acechan cada mañana
escondidos en matorrales
gritando por que termine la memoria
y el recuerdo se vuelva azul, y gima
rezándole a la nada porque muera.

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Qui sono io, Leopoldo María Panero
figlio di padre ubriaco
e fratello di un suicida
perseguitato da uccelli e ricordi
che mi insidiano ogni mattina
nascosti in cespugli
gridando che finisca la memoria
e il ricordo divenga azzurro, e gema
pregando il niente perché muoia.

*

EPÍLOGO.  AQUELLA MUJER QUE QUISE TANTO
Veías cómo día a día te frotaba
los muslos con la pesadilla,
y al terror escarbar en los dominios del sexo
y nada me decías.
Veías en mis ojos escenas de otros tiempos
secuencias de casas quemadas y rumor de linchamiento
y tocabas con asco las escamas
y no decías nada.
Y me lavabas con el trapo el culo:
todo lo que quedaba,
y decías que era el viento cuando fuera gritaban
los perros otra vez mi muerte:
y me hablabas del viento porque nada quedaba.
Fingías no verme cuando a solas pedía
la muerte que me era debida,
y cuando insistía en que era
la habitación una capilla ardiente
para quemar los días como cigarros o velas,
honra póstuma a lo que en mi cuerpo había:
decías que era el viento.
Besabas con el oro
blando de tu paciencia la corona
grotesca de mi locura,
y dejabas que amaneciera y luego
oscureciera en la ventana cerrada:
decías que era el tiempo.

Decías que era yo cuando espectros creía
ver en tu cabeza, y en tu
corazón la danza nocturna
y cuando te pegaba e insultaba
blasfemando contra lo más tierno
y no sabía que me amabas.
Y así vivir es sólo mendigar a tus puertas
y esperar a tus pies, y soñar tu mirada en el limbo
cruel de las paredes de este cuarto,
aun cuando también podría
decir que acepto la vida
por respeto a ti que tienes piedad de ella
y yo no sé si hay, y no quisiera
creer que la hubo en algún día extraño,
y yo no sé si hay.
Yo no sé si hay, y qué es esto que brota
parecido al pus por las paredes, y qué estos libros
viejos como mi vida, testigos de secretos
absurdos y grotescos que ya a nadie interesan,
ridículos como mi vida y más cómicos
aún que mi figura.
Yo no sé si hay vida,
o si aquí queda alguna, y
si no es blasfemia esto, si no es pecar vivirlo
si merece su ser esta soledad de lepra
y maldición que nombran sólo
los otros por su huida, y con risas y orgías
en torno a este cadáver frágil, aire sólo,
y celebran mi ruina y orinan encima, por las noches
de esta tumba inmensamente humillada..

Yo no sé cómo puede ser tan inmensa mi muerte,
ni cuál es el misterio que hace pasar los días
ni lo que tiene en pie el muñeco que anda
ya torcidos los hilos y sin saber ya nada
ni por qué he escrito esto, ni si hay algo escrito
si no están las letras en la acera borradas,
de toda la cultura.
Yo no sé qué es la luz
misteriosa y cruel que aparece a esa hora
eternamente inmóvil de una absurda mañana
yo no sé pero sé que hay cerca de mí una hermana
único ser que existe aún después de la nada:
Y esa lengua que lame
día tras día las llagas que hay por nada
y el dolor sin dolor, como una sombra vana,
come dolor de muelas o carie en una cama,
esa lengua incansable que acaricia la lepra
esa que ama a los muertos sea quizás, hoy, que por fin nada
queda ya escrito,
sobre un papel fantasma el único poema.

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EPILOGO. A QUELLA DONNA CHE HO TANTO AMATO
Vedevi come giorno a giorno ti sfregavo
le cosce con l’incubo,
lo vedevi il terrore razzolare nei domini del sesso
e niente mi dicevi.
Vedevi nei miei occhi scene di altri tempi
sequenze di case bruciate e rumore di linciaggio
e toccavi con schifo le squame
e non dicevi niente.
E mi lavavi con lo straccio il culo:
tutto quel che restava
e dicevi che era il vento quando fuori gridavano
i cani un’altra volta la mia morte:
e mi parlavi del vento perché niente restava.
Fingevi d’ignorarmi quando, solo, chiedevo
la morte che mi era dovuta
e quando insistevo che era
la stanza una cappella ardente
per ardere i giorni come sigari o candele,
onore postumo a quel che c’era nel mio corpo:
dicevi che era il vento.
Baciavi con l’oro
dolce della tua pazienza la corona
grottesca della mia pazzia
e lasciavi che facesse giorno e poi
notte nella finestra chiusa:
dicevi che era il tempo.
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Dicevi che ero io quando spettri credevo
di vedere nella tua testa, e nel tuo
cuore la danza notturna
e quando ti picchiavo e ti insultavo
bestemmiando contro quanto di più tenero
e non sapevo che mi amavi.
E così vivere è solo mendicare alle tue porte
e aspettare ai tuoi piedi, e sognare il tuo sguardo nel limbo
crudele dei muri di questa stanza,
anche se in fondo potrei
dire che accetto la vita
per rispetto a te che hai pietà di lei
e non so se c’è, e non vorrei
credere che ci sia stata un qualche strano giorno,
e non so se c’è.
E non so se c’è, e cos’è questa cosa che sboccia
simile al pus per i muri, cosa sono questi libri
vecchi come la mia vita, testimoni di segreti
assurdi e grotteschi che ormai a nessuno interessano,
ridicoli come la mia vita e ancora più comici
della mia figura.
E non so se c’è vita
o se ne resta alcuna, e
se tutto questo non è bestemmia, se viverlo non è peccare
se merita il suo essere questa solitudine di lebbra
e di maledizione che pronunciano solo
gli altri per la loro fuga, e con risa e orge
attorno a questo cadavere fragile, solo aria,
e celebrano la mia rovina e di notte urinano
su questa tomba immensamente umiliata.
.
Io non so come può essere tanto immensa la mia morte,
né qual è il mistero che fa passare i giorni
né ciò che tiene in piedi la marionetta che va
ormai torti i fili e senza sapere ormai niente
né perché ho scritto questo, né se c’è qualcosa di scritto
se le lettere non sono raschiate dal marciapiede,
da ogni cultura.
Io non so cos’è la luce
misteriosa e crudele che appare a quest’ora
eternamente immobile di un assurdo mattino
non lo so, ma so che c’è accanto a me una sorella
unica creatura che esiste anche dopo il niente:
E questa lingua che lecca
giorno dopo giorno le inutili piaghe
e il dolore senza dolore, come un’ombra vana,
come mal di denti o carie in un letto,
questa lingua instancabile che accarezza la lebbra
la stessa che ama i morti è forse, oggi che in fine niente
resta ormai scritto,
sopra un foglio fantasma l’unica poesia.

*

SOY UN NIDO DE CENIZA
Soy un nido de ceniza
adonde acuden los pájaros
para buscar el maná de la sombra
la flecha clavada en el poema
el beso del insecto.

.

SONO UN NIDO DI CENERE
Sono un nido di cenere
dove accorrono gli uccelli
per cercare la manna dell’ombra
la freccia conficcata nel poema
il bacio dell’insetto.

joel peter witkin



9 Comments

  1. C’è, nei suoi testi, un filo sottile, un filo di lama, in cui procedere è tagliare con le convenzioni, comprese quelle letterarie.C’è un’abilità a rivoltare la stoffa della fodera dell’abito, che è poi il nostro corpo e la nostra mente, fino a scorporare le componenti con cui crediamo di vivere la vita.C’è una ferocia che è una profondità d’amore che non ha uguali se non nella ferocia con cui si scaglia in sè contro se stesso sempre, e in questa fragilissima calibratura del punto di disequilibrio trova la possibilità di continuare a stare in piedi, anche senza il piede in terra. C’è un luogo lontano da tutti i luoghi che si mostra e a cui non c’è comunque accesso,perché ne mostra infiniti in cui Panero sta di guardia, e non è mai lo stesso muro, o portone o gradino o soglia, pur mostrando i dettagli di cui è composta. E non c’è modello che possa agevolare il passo,quando lo vedi ad una soglia, è già altrove.ferni

  2. I’ vo come colui ch’è fuor di vita
    che pare a chi lo sguarda ch’omo sia
    fatto di rame, di pietra o di legno,
    che si conduca solo per maestria
    e porti ne lo cuore una ferita
    che sia, com’egli è morto, aperto segno.
    (Guido Cavalcanti).

  3. Le vostre note mi hanno fatto venire una voglia incontrollata di leggere questo poeta che non conosco.Ho già chiesto a ferni di mandarmene una copia.Purtroppo non ho molto tempo, sono in partenza e scrivo dall’aeroporto, aspetto il testo là dove andrò. Grazie a tutti per questa splendida intensissima presenza. Annabelle

  4. Colpita anche io sia dalla presentazione, che dal commento coinvolto e coinvolgente di Ferni, nonchè dalla voce intensa – trapassante -dell’autore.

  5. Ciao Iole, grazie.E’ davvero un autore fuori dai canoni o, se li pratica,li fessura, li rovescia e, alla fine, resti tu catturato.ferni

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