IL FIUME DELLA VITA- Ivano Mugnaini

Katrin Alvarez- Dona nobis pacem

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Dulce et decorum est pro patria mori, scrivono. Già. Tutto questo studio, la testa sui libri, sconvolto ma tutto sommato al sicuro, per anni, dietro le barricate delle finestre sbarrate. Ma ora, là fuori, la morte bussa ed io non so che fare.
Loro restano granitici. Sanno come agire, cosa pensare e cosa non pensare. Manganellate, fucilazioni, rastrellamenti, petto in fuori, un’altra risatina e via al bar a farsi una briscola. E io qui a rimuginare frasi in una lingua morta e a riflettere sull’etica della violenza. Assurdo! Li ho visti, davanti alla vecchia miniera. Li ho visti fucilare sei ragazzi di vent’anni. La colpa? Avere un’idea. Il grave per loro non era che l’idea fosse contraria, ma che esistesse, che avesse corpo, pensiero.
Avrei dovuto essere là, indossare la camicia di quei ragazzi trucidati e macchiarla con il mio sangue. Io che non amo far male neppure a una zanzara per esistere ora devo uccidere o essere ucciso. Il gioco della vita è questo: ora, per vivere, devo morire. Morire o cercare il mutamento che può ridarmi la vita attraverso la morte. La loro.
Ho una donna. Quando poso la testa sul suo seno e le mie mani scivolano sulle sue cosce non c’è guerra, la vita non odora più di morte. C’è solo il profumo di lei, la linfa.
“Se muori fai morire anche me. Non andare”, mi ha detto.
Forse ha ragione. Le ingiustizie cambieranno bandiera ma io resterò straniero, al di là della rete di recinzione. Che duri finché deve durare. Niente è eterno. Passeranno anche loro. Non darò la mia vita per questa patria. La mia patria sono io. E’ lei la mia patria, Monica, l’amore, l’affetto sincero.
Morire per un mondo come questo? No. Anche il mio non è perfetto. Ma è diverso, lontano dal loro. Qui in questo posto non farei mai nascere un figlio. Dargli la vita, hic et nunc, sarebbe qualcosa di più crudele di una beffa mortale.
Una beffa. Come questa pioggia che prende a cadere proprio ora che avevo in progetto di respirare un po’ d’aria. Resto qui invece, davanti a questa finestra a bagnarmi la testa. Penso ai mesi interi in cui l’afa ha dominato incontrastata. Assorbe la carne l’afa, beve e risputa sull’asfalto infuocato perfino la speranza. Pensi che sarà sempre così, poi, un pomeriggio, un granello di polvere si fa più scuro e un altro accanto muta, respira.
Mi sbaglio. La logica che custodisco dentro è peggiore della follia. Devo lasciare a mio figlio spazio e tempo, anche di sbagliare, di fare i suoi errori, ma in un mondo libero, che magari, tra dieci o cent’anni, saprà fare vivibile, solidale.
Giù al fiume c’è un ponte. La vita si agita, anela al panta rei. Loro lo bloccano, fanno da argine allo straripare dei partigiani nella pianura verso Reggio Emilia. Da giorni decine di ragazzi provano a forzarlo ma è tutto inutile, l’unico risultato è una lunga catena di morti falciati dalla mitragliatrice.
Noi siamo gli studenti,  quelli che stanno nei bar a parlare di filosofia, di Bakunin, di Lenin, di Trotskij, quelli che non hanno mai preso una vanga né un fucile in mano. Siamo quelli nascosti in cantina a sussurrare sogni di rivoluzione timidi e ciechi come pipistrelli. Quelli che si riempiono i polmoni di parole grosse ma sussurrate sottovoce come in chiesa.
Sono andato al bar oggi, ho parlato della mia donna e di mio figlio. Oggi facciamo una chiacchierata diversa, noi smidollati. La andiamo a fare all’aperto, davanti al fiume. Ci siamo guardati ed abbiamo deciso, piangendo, ridendo. Insieme, per una volta, tutti quanti.
Un fucile ce l’abbiamo, un’idea, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Farci massacrare subito servirebbe a poco. Uno di noi deve andare là disarmato e distrarli. Giorgio parla tedesco, andrà lui. Si rifiuta però. Nessuno vuole andare, tutti dicono di voler agire, di voler sparare. In realtà ciò che vogliamo è scamparla: chi sale sul ponte disarmato è, fin dal primo momento, un morto che cammina. Decido di andare io. Anch’io parlo un po’ di tedesco.
Percorro i primi metri con le gambe leggere. Sento solo un martellare insistente agli zigomi. Il resto del corpo è impalpabile, è come se se vedessi me stesso camminare al mio fianco. Cerco di far comparire sulla faccia qualcosa di simile a un sorriso e mi avvicino ai soldati di guardia. Nel momento in cui mi voltano le spalle corro a perdifiato. Tutto si fa vivido, il mondo è dentro di me, ne colgo la chiave, la direzione. Fino al momento in cui il primo sparo mi lacera i vestiti e la carne. Il sangue cola sul fianco. Posso ancora muovermi però, sono a pochi metri dalla mitragliatrice, mi scaglio addosso al soldato che mi spara contro. Lo immobilizzo con un abbraccio disperato, estraggo il coltello e glielo affondo nel petto. Chiude gli occhi lentamente. Li chiudo anch’io, serrati dal sudore, dal frastuono, dal desiderio di quiete. Sotto di me l’acciaio fumante e il corpo del ragazzo, gambe e braccia in una posa grottesca, un Cristo in croce di un pittore minore.
Rimango fermo, abbracciato alla morte finché non si spegne l’eco degli spari. Vedo le braccia dei compagni levate al cielo, sento urla di gioia che attraversano i campi. Un paio di settimane dopo, dal nostro ponte, transitano le truppe alleate. E noi con loro,  fino alla sponda più estrema, verso la città, verso la gente.
Dall’acqua scorre l’avvenire. Il cielo è caldo adesso, abbraccia l’orizzonte degli anni. Riapro gli occhi. La playstation di mio nipote spara sibili elettronici come una mitragliatrice. Vorrei raccontargli di quei giorni, dei boschi, delle montagne, della paura, delle attese. Forse però faccio bene a tacere. Non è stata un videogame la mia vita, è stata fremito al cuore, stretta violenta di realtà. Non capirebbe. Riderebbe sarcastico e accenderebbe lo stereo.
Apro la finestra. Piove ancora, come quel pomeriggio lontano della mia gioventù, la stessa musica sulla terra e nella carne. La vita è uguale, nel profondo, identica a se stessa. Anche oggi i ponti della libertà sono presidiati. Da loro. Gli stessi, a ben vedere. L’oppressore muta divisa ma non gli occhi, non le braccia, le astuzie, le trappole. Anche mio nipote con la sua playstation, con il suo videofonino sempre in mano, deve correre sopra un ponte a petto nudo contro piombo e fuoco, contro assurdità e ingiustizia.
Posso raccontarglielo. Posso rivivere con lui la mia storia, la storia di un uomo. Posso aiutarlo a correre anche per me. Anzi, posso fare di più. So parlare la sua lingua, se voglio. So parlare anche la loro, quella del nemico. Insieme, io e mio nipote, possiamo fregarli. E’ ancora possibile, vivere, respirare, mettere a tacere la loro mitragliatrice, acciaio di falsità e ipocrisie non meno micidiali del piombo reale. Sì, è ancora possibile. Altra acqua, libera davvero, può aprire un sentiero, una strada. Una primavera nuova, ancora viva.

6 Comments

  1. E’ ancora possibile, vivere, respirare, mettere a tacere la loro mitragliatrice, acciaio di falsità e ipocrisie non meno micidiali del piombo reale. Sì, è ancora possibile. Altra acqua, libera davvero, può aprire un sentiero, una strada. Una primavera nuova, ancora viva.

    Se fosse davvero così!Oggi, tutto quanto accade sembra voler affermare il contrario e non si capisce come, noi, la gente comune, possiamo fare per cambiare la direzione imboccata.
    Grazie.

  2. Carissimo MUGNAINI! Bello e bello e ancora una volta BELLO. Mi piace il suo modo di raccontare, mi piace la sua voce,sì, credo di sentirla mentre leggo in silenzio…o forse è solo il miraggio che lei vuole e riesce a creare attraverso la distanza. Annabelle

  3. Seppure con un po’ di ritardo, di cui mi scuso, ringrazio Raou, Giovanni e Annabelle, per la loro lettura e per i commenti, molto graditi e apprezzati. Un caro saluto, a tutti voi, e a Fernanda per l’ospitalità in Carte Sensibili.
    Con l’augurio e l’auspicio di una buona e davvero nuova primavera.
    IM

  4. Ma…non pensare di cavartela così,caro Ivano, stiamo aspettando nuove storie,nuovi viaggi e anche, perché no, nuovi capitoli di vita,anche se scritta come fosse una storia letteraria.Ciao.ferni

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