Il soffio del Mistral – di Anna Elisa De Gregorio

Il Mistral di Ida Vallerugo (diviso in due separati affreschi, Provenza e Luna Matutina) è un vento che ci trasporta negli universi mondi della memoria e del presente, dell’oltretomba e della vita, degli eroi e dei miserabili, da un oceano all’altro, ovunque. Tutto nell’evidente ossimoro di una lingua che copre un lembo di terra strettissima, quello della Val Meduna Friulana. Ma forte è lo sguardo d’amore vòlto alla Provenza tanto da far pensare che anche la terra natale della Vallerugo raccontata in Mistral diventi la Provenza stessa in una sorta di simbiosi visionaria: «Il pensiero corre –e come non potrebbe?- al sogno pasoliniano di una Provenza friulana, da cui sembra discendere, idealmente, la dirompente novità del poema di Ida Vallerugo» (A. De Simone, p. 242 della postfazione): «Ce sucède? A còrin li nùvuli. A tôrna il serèn. / E adès il vint a si calma, vous matutìni ta l’aria. / Ma a son i trovadours! E da ogni banda a vègnin / a âlcin bras e chitari in sen di salût.» (Cosa succede? Corrono le nuvole: Torna il sereno. / E ora il vento si calma, voci mattutine nell’aria. / Ma sono i trovatori! E da ogni parte vengono / alzano braccia e chitarre in segno di saluto).

E poi di seguito: «A tôrna a urlâ il mistral e a si lontana.// La rôsa, mâri, la rôsa!» (Torna a urlare il mistral e ci allontana // La rosa, madre, la rosa!).

Il piede non è mai abbastanza rispettoso quando entra in un libro di poesia a cuore aperto come questo. Ci si immerge in un’acqua sacra e solitaria ed è un affiorare continuo di echi, di “riconoscimenti”, di sottomissione al respiro del mondo; tutto è terrestre e tutto è spirituale, metafisico: «Non è consueto ascoltare una simile solitudine così protesa all’ascolto di sé e del mondo, una disperazione così colma di speranza, un poeta così abbandonato al respiro del mondo»(F. Loi, p. 9 della prefazione).

È un libro epico, dove «mistral è la poesia stessa» dice ancora Anna De Simone, e mai titolo svela e anticipa meglio il contenuto: vento che arriva ovunque, pulisce le nebbie, chiarisce nell’azzurro, e pure abbatte senza occhi, a volte tragicamente: «Vuè che cencia pietât e sofla / a si iès soul davour i muàrs, stringìnssi fra di nô / il savàlon in bocja. E fra i mûrs a si tôrna». (Oggi che senza pietà soffia / si esce solo dietro i morti, stringendosi fra noi / la sabbia in bocca. E fra i muri si torna). Ma anche: «Balaûstra, balaùstra, balaùstion… // e a rît il flour dal melograno / e in me a rît cui che par prin a l’à vidût / da ce tant lontàn ch’i vignìn // e ce lontàn chi gin se da cussì lontàn a si ven. // Un flour ros ironic là adès a rît». (Balaustra, balaùstra, balaùstion…/e ride il fiore del melograno/ e in me ride chi per primo lo ha veduto / da quanto lontano veniamo // e quanto lontano andiamo se da così lontano si viene.// Un fiore rosso ironico là ora ride).  Due i numi tutelari a proteggere i preziosi testi all’interno del libro: Franco Loi (che già da tempo conosce e ama, da grande poeta qual è, la Vallerugo) con una prefazione molto partecipata e sapiente, e Anna De Simone (che ha curato anche l’edizione del libro) con una postfazione o piuttosto una lezione magistrale su tutta l’opera della poetessa, assolutamente necessaria. Il respiro è sconfinato, ovunque si giri la pagina, sembra di avere davanti territori poetici a perdita d’occhio come succede solo in autori di lingua anglosassone (ad esempio il canadese Les Murray). Sconfinato anche il verso, senza gabbie (potremmo dire, ancora una volta, ventoso). Le poesie, a volte, prendono i toni alti di un salmo (vedi Gjant, Sireni, Pofâvri). Le chiuse sono fulminanti: «cun la me cjera prumitùda/ indulà che viva in una tomba i mi soi seràda» (con la mia terra promessa/ dove viva in una tomba mi sono chiusa), oppure: «…A vègnin discurìnt su moto/ ch’a lûsin, fantàt biont ch’i tu rît e i tu so biont / a spandin in côrsa binzina e miel» (Vengono discorrendo su moto / che luccicano, ragazzo biondo che ridi e sei biondo, /spandono in corsa benzina e miele). E di benzina e miele è fatta anche la lingua friulana, lisciata dal vento, addolcita nelle esse, eppure simile a un odore acuto o un grido. Personaggi chiari, vitali come il bel commesso di Rap di uva cun li âs (grappolo d’uva con le api), oppure ombrosi come il “Viaggiatore” che appare ogni tanto fra i versi, forse un deus absconditus, un daimon, una maschera multiforme e inaffidabile «Ce fratùra granda e i èrin un». (Che frattura grande ed eravamo uno). Come nella tragedia classica, Ida Vallerugo a volte si fa “coro”, a volte s’identifica con i protagonisti, nella doppia visione del narratore che vede dall’alto (e predice) e dell’io completamente immerso nel fango o nella bellezza del contingente, senza confini di “continenti” o di “genti”.

Anna Elisa De Gregorio“Caffè Michelangiolo”, Lettere e Arti, anno XV, 1, Mauro Pagliai Editore,  Firenze, Gennaio-Aprile 2010 –

Ida Vallerugo– Mistral , a cura di Anna De Simone
prefazione di Franco Loi
con un’incisione di Livio Ceschin
Il Ponte del Sale, Rovigo 2010
pp. 264, € 18,00

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