“Chiara Daino? Una colata di lava e…vet()i rotti”- Intervista di Donato Di Poce

michael pukac


1) Chiara mi torna ancora l’eco dei tuoi versi “ corpo che vive nello smeriglio di un dettaglio”, pag. 44 e “Si bacia come si poeta: alcuni …etc…” pag 48 del tuo libro “ Virus 71”, il libro che mi ha rivelato la tua poesia e accarezzato l’anima come la poesia esemplare di pag. 53, che sento come un attraversamento di mondi interiori scolpiti sulla pagina con una ripetizione di quando… struggente e visionaria con al centro sempre la tua anima e l’orgia del poetare (vivere) all’altezza dei propri sogni.  Quali sono dopo le diaspore storiche, esistenziali e generazionali i sogni della tua generazione e tuoi?

Un’Anima mi disse che il midollo del mio mondo interiore è una colata di lava e vetri rotti: ogni rigurgito ferisce, nel nudo di piastrine. «Nudo» come sinonimo di «Vuoto», un vuoto che tutte le generazioni, non solo la mia, cercano di riempire – responsabilizzati e colpevolizzati dallo stesso peso. Anno Domini 1981: muore Montale, nascono i Metallica. Alle soglie della «seconda età», non trovo Fato migliore per figurare il passaggio da la divina Indifferenza alla Santa Rabbia. Figli dei figli del Dopoguerra, siamo cresciuti con un «costante senso di colpa», un coltello di ghiaccio che ha mietuto, impunito poiché sùbito sciolto, molti di noi. Il ritornello del pensare «a chi sta peggio» tamburella anche una potente, pericolosa, perversione: dovrei dunque gioire perché la mia città non è bombardata? Successivamente: dovrei piagarmi perché un’altra città [e non la mia] è bombardata? Devo ringraziare perché mi sento colpevole? Ringrazio, invece, un reduce [uno dei miracolosi incontri sulla linea del 15] che mi sorrise: «vedi, cara, quello che mi spaventa più del ricordo dei campi di sterminio è vedere tanti giovani senza più speranza. Noi credevamo davvero di poter cambiare le cose, cambiare il mondo, cambiare in meglio. Quello che ti chiedo è di urlare ai tuoi coetanei di reagire e reagire nel quotidiano». E si ritorna alla Santa Rabbia, alla Rabbia che non deve essere sfogo sterile dell’Impotenza, imposta e imperante. La Santa Rabbia è il reagente per la soluzione: partire dal proprio metro quadro, dal raggio di azione, dalla propria cinesfera – per la Rivoluzione. E parlo di Rivoluzione e non di rivolta, Rivoluzione del sistema, partendo dal proprio ombelico. La mia generazione sogna di affrettare l’alba, sogna di futurare un lavacro per la coscienza, per non rimandare – ad altri, ai più potenti; per non spostare l’attenzione al di là dello schermo, ma nell’al di qua del dove siamo e possiamo.

Agire e reagire.

2) Leggendo i tuoi versi si viene catturati dalla rabbia e dall’energia vitale inusuale nel panorama poetico italiano contemporaneo e in una poetessa giovane come te, che fanno pensare più a un’attenta lettura di poeti come Pasolini, Artaud, Bukowski, Hirschman,   che non a poeti o poetesse di generazioni più vicine alla tua. Ci puoi raccontare come nasce il tuo amore per la poesia e chi sono i tuoi maestri ideali, le tue fonti d’ispirazione letteraria o esistenziali, perché scrivi?

Premesso che non amo – au contraire: detesto! – il termine poetessa perché del Poeta è la Parola e il ventaglio del Senso – non certo l’etichetta o la distinzione di genere, sento più presenti passati e trapassati. In tanta, troppa, frittura diaria: mi dondolo sulla U di Tarchetti; leggo i libri di ferro con Vlad; mi riassumo nelle tre righe di Fénéon; nel balbettio nefando di Pier Paolo; spolmono «Parlami!» con Byron e Carmelo; et cetera et altera. Abitando l’ossimoro e amalgamando l’alto-basso [e non solo: Lévy Strauss. Socco e coturno son dello stesso legno] non tollero il patetico paraocchi poetico: chi si conclude nel vezzo dell’alloro, nell’hortus conclusus di una cerchia claustrofobica, nella torre d’avorio di un arcadico fittizio – mi stomaca.

La Poesia [e mi lincino a colpi di critica minuscola! Continuerò a scriverlo Maiuscolo] è Suono e dal Suono è nato tutto e tutto mi è nato. Nel tempo bambino, un tempo anteriore, il tempo della formazione. E fu Classico e fu Musica e fu Teatro: la ricerca del Suono. E del gesto. Un gesto grande e tripartito, alla Carmelo. Il Maestro primo. Un lunghissimo apprendistato: lustri e lustri dediti all’urlo esploso, una furia che non riuscivo dominare. Poi la Scrittura – capace di costruire, dopo la distruzione. Un popolo povero di parole è un popolo povero e basta.

3) Il tuo look, spesso aggressivo e “metallaro” rivela un muoversi ai margini e ai bordi della società letteraria classica, un respiro Underground fuori dagli schemi e la contaminazione di varie culture (musicali, teatrali poetiche etc…), eppure i tuoi versi forti, rabbiosi e pieni di vita, sono colmi di tenerezza e di contaminazione letteraria, e denotano una forte matrice linguistica. Puoi dirci dov’è per te la poesia vera e dove inizia il mestiere, e come giudichi il conato compulsivo dei mestieranti della letteratura e della poesia imposti dal mercato editoriale, e le tante “veline” della poesia che infestano il panorama letterario italiano?

Per fare, prima, si deve Essere. Ancora una volta il Titano d’Otranto eternò la pazzia meritata: «Nietzsche è impazzito, va bene? Se l’è meritato! Qui invece di pazzi ne abbiamo fin troppi che non se lo sono sudato, non se lo sono guadagnato. Questo è il discorso».

Non sono le borchie a fare il Metallaro, non è l’andare a capo a fare il Poeta. La mia natura aggressiva è parte delle mie molte parti, è parte certo dominante, ma la Natura sa come opera: non avrei canino ipertrofico, se non mi fosse servito! Non ho dentatura da coniglio. E ringhio e rivendico il diritto come il dovere di esprimere unghiate e carezze, chiodo e pentametro, Dante e Jimbo. Mi scortica l’idea di un «reparto stagno» e sei più Foscolo o più Eschilo? Più Pantera o più Pinter? Più Dickinson Emily o più Dickinson Bruce? Tritemio o Testament? A righe o a quadretti? Siamo ancora fermi ai colletti bianchi e ai colletti blu? Chiaro mi scateni orgasmo multiplo l’occhio vacuo, atterrito e schifato, di chi non immagina «il poeta» in anfibio, ma il Poeta è un anfibio, l’Artista lo è. Per Natura. E per Natura posso bere una Beck’s e parlare di Brecht; sfanculare con uno scream i benpensanti e commuovermi per la Nuvola in Calzoni; indentrare Gavroche o globulare gli Iron…

Il mestiere è: fisiologico fruttare della gavetta che fortifica e amplifica la scintilla originaria. Il mestiere è la tecnica, ma la tecnica senza anima è un Cuba senza Rhum e viceversa. Poesia è vox media, φάρμακον, veleno e antidoto. Tutto dipende dalla dose. E quanti intossicati da «pose falsamente ritrose?». Le veline non mancano e non mancano egregi artigiani [guai a bestemmiare la voce «Artista» – pena 14.233 colpi di frusta per mano di Sua Capziosità, Matrice Etimologica. O di Sua Tediosità, Modestia Simulata], mancano gli ermellini. Malo mori quam foedari: meglio la morte al disonore, preferisco morire piuttosto che sporcarmi. E l’ermellino riconosce il fango: un atteggiamento dimesso e vittimista, una lingua depauperata, la nobile causa dell’eroe di turno, un compromesso editoriale o esistenziale, una rete di sicurezza,… Calappi per comodi consensi. No, grazie!

4) Vederti e sentirti recitare (leggere… è riduttivo) è un’esperienza estetica che resta impregnata nel respiro e nell’anima, e fa pensare a una tua intensa frequentazione ed esperienza teatrale. Qual è e come pensi/vivi il tuo rapporto con Carmelo Bene, il teatro e con la comunicazione, attraverso la “scrittura”, la  “voce” e il “corpo”?

Teatro è droga e, Dalinianamente, la droga sono io! Chi si è fatto a Teatro, chi si è fatto di Teatro: ne porta il marchio magico. E sono figlia del figlio del Caos: «E allora… Allora dove la vita è creata liberamente, è là invece, nel teatro! Ecco perché mi ci sono sempre trovata subito, sicura – là sì!» [Trovarsi, del Pirandello meno diffuso e più determinato, determinante]. Ecco perché Carmelo Bene mi è Padre e Salvatore. Scomodo Carmelo, amato Carmelo, Carmelo furioso, Carmelo triste, Carmelo odiato e Carmelo dimenticato dal pubblico plaudente il Roberto di turno. Carmelo il Primo e Carmelo l’Unico. Carmelo Biblico e il Suo «Cattivario» è il mio breviario: Carmelo totalizzante, sinestetico e disperato. Per la stessa disperata vitalità di Pier Paolo. Senza un corpo carismatico il corpo cartaceo zoppica, monco.

Verba volant, scripta manent è latino pervertito dall’uso: l’oralità consacra la Parola, fugando quel «chierico cassetto» che vuole solo – anestetizzare.

5) I tuoi versi sono spesso storie di derive e approdi, di abbandoni e di invocazioni che non cercano alibi e giri di parole: “Estinguiti”, “Silenzio e godi”, “Sesso subito”, ma più che un corteggiamento dell’esistenza sembra che tu applichi strategie di abbandono e lo fai vomitando l’anima, sapendo che l’amore non si replica, ma la cosa stupefacente è che lo fai in terzina, e con maestria delle figure retoriche (metafore, ripetizioni assonanze, etc…). Che valore dai all’invettiva e all’incanto in poesia?

Sad but True, per intonare ancora Hetfield and Company: il triste vero. Come vomitai: «la vita è un pendolo che oscilla tra massacro e meraviglia». Solo: non è mai piacevole indagare le cariche d’ombra che ci popolano; non è mai piacevole accettarci – anche – vendicativi o rancorosi o…

Nell’era dei buonisti non buoni, salutisti non sani: come convertire in bellezza le più violente, ingombranti, deleterie passioni? Come conciliare Erinni e Santi? Caino è Abele: tutti, in parti disuguali, lo siamo, checché ci pretendiamo migliori. Da sempre è l’incontro di mondi, per questo scelsi panni metrici per tentare dialoghi. La scelta di sostituire la metrica con le figure di suono – non implica: non conosca la metrica. Per questo scelsi la terzina per la Metalli Commedia, scelsi Dante per borchiare l’Urschrei più intimo. Il triste vero, come contaminai: stratega dell’amalgama. L’invettiva, in Arte, è sempre positiva e propositiva: è il colpo di reni, l’ostinata resistenza, la vista altra, la parola plurale che intona. Un’emozione collettiva. E nota la potenza di un solo, piccolo, accento: Sesso subito. Insidia che riluce: chi gode del sùbito, chi voma il subìto… Mi augurò Fichera Poeta: «abita sempre la battaglia che sei».

6) Ho scritto questi versi per te:

CANZONE PER L’ANGELO FELINO/ Per Chiara Daino

Penelope visionaria che trami/Trappole, ricami, e pettini parole/Impastate di sangue e amore./Galassia di luce eterna/Saccheggiata dai buchi neri della quotidianità/Territorio magico e alcova letale./Teatro dell’eccesso e del sesso/E deserto d’amore inappagato/Libro di mutamenti che impara e insegna./Regina del monologo impuro e contaminato/Madre dell’invettiva e del dolore/Vento della libertà e della ripetizione./Sei un Angelo felino che zittisce e ferisce/Insani maschi divoratori e cannibali/E sai volare oltre gli orizzonti della scrittura./Quante parole scarlatte/Quante pagine ferite
Quante sillabe d’amore/Ingoieremo e vomiteremo insieme/Nel cratere inondato di desiderio/Prima di inabissarci , di eclissarci alla deriva/Nell’Agorà degli attimi infiniti/Nell’alcova degli abissi d’inchiostro
Dove si vive, si gode o si muore insieme.

dopo la lettura del tuo libro, nella certezza che oggi più che mai siano importanti i confronti e le letture tra poeti anche di generazioni lontane come la nostra, eppure affini nel saper cogliere i bagliori di bellezza e verità, rabbia e incanto, eros e dolci ironie, in una comune sillabazione amorosa della vita. Cosa ne pensi?

In primis: chapeau! Non solo è rara la Poesia che tu puoi e sai, ma ancor più rara la Poesia che s’intua e che m’indentri come ancora io non riesco [faccia da cu1o! Mi dicono leggendo bozze]. Benché io dissimuli bene: incarno sempre il rapporto causa-effetto dell’Altro e con l’Altro [Umano e Divino], ossessionata dalla relazione che potente Patrizia plasmò: «perché non si può perché non si deve perché / io vi amo vi amo maledettamente tutti / e mi faccio schifo per questo desiderio d’amore / inappagato». E conoscermi e riconoscermi nel come percepito, nel come precipito – è sprone primo del mio crescere: «Teatro dell’eccesso e del sesso» è il perfetto epitaffio. E dietro la lapide: «Amici non piangete, è soltanto sonno arretrato». Rubandoti parole, rubando quelle di Walter Chiari – ritorno al «Silenzio! Dormo…» di Virus 71. E in Virus 71 si copula [come si gode si muore: insieme!] dove Tu, saggiamente e sørenianamente, disgiungi [Dove si vive, si gode o si muore insieme]. In Virus 71 è il tiro delle tre monete, è l’ I Ching, l’archetipitico Libro dei Mutamenti.

In Virus 71 è siglato anche chi mi battezzò, per primo, Angelo Felino: l’Artista Michele D’Anca – che ben conosce e tutt’ora condivide. L’antico sanguinare di Carmelo: «io non ho quotidiano!». Si consacra Crono e la vita tutta – al pubblico, nel continuo darsi in pasto, sai perfettamente quale sia il tuo ruolo. Sai quanto sacrificio ti costerà: in termini di personale e di privata gioia…

A Media Luz

lo so, è triste come tango
ma non ho trovato di meglio,
non in quel pigro non trovarti
negli schianti dei miei non giorni
sei tu che vellùti i miei vuoti
tàngheri incapaci di due passi più felici
incapaci di darci più pratici silenzi
lo so, conosco quel tuo bisogno di non dirci
per come siamo finiti da quando ci siamo
lo so, è l’incastro che stese quell’indovìno
piove lo stesso richiamo, per quello che tremo
per quello stupido tango che vòmito rosso
per la legge dei cocci – nell’impàtto dei sessi
chiederò una stupida lettera d’amore
ti chiederò la più stupida delle parole
poi chiederò anche quella stupida presenza.
ci voglio una morbidezza – che devo dirti?
che non ho mai pensato di trovarmi
in questa stupida solo stupida mancanza
che quel che del tango rimane
– è solo questo
è quello stupido stupido luogo comune
.

E dedico queste stupide stupide solo stupide parole –
a chi ha saputo stupirmi e fottermi, con una sola fottuta carezza,
solo con una fottuta e stupida e così stupida carezza…

Milano/Genova, 19/02/2011

*

Chiara Daino:

Originaria di Genova, 5 marzo 1981, alterna produzione autoriale e attività attoriale. Tra le pubblicazioni: Metalli Commedia (Thauma Edizioni, 2010, poesia); Virus 71 (Aìsara Edizioni, 2010, poesia); Retroguardie (AA.VV., Limina Mentis Editore, 2009, poesia), Le Altre forme delle donne (AA.VV., AlbusEdizioni 2009, poesia); Dead City Radio (di Luca Salvatore, Arcipelago Edizioni, 2008, traduzioni); Lulù (in Rac-Corti, Perrone Editore, 2007, drammaturgia); La Merca (Fara, 2006, romanzo); Genovainedita (AA.VV., Galata Ed., 2007, poesia); Permis de traduir (in Animaelegentes, Cantarena, 2006, commedia); inversiOn (traduzione silloge poetica di Massimo Sannelli, Dusie, 2007). Tra gli spettacoli: La donna d’oro (one woman act, tributo a Tamara de Lempicka, testi di Cristina Babino); Il baule di Viv (one woman act, tributo a Vivien Leigh, per i testi di Massimo Morasso); Su un Io Colonna (one woman act, per le poesie di Emily Dickinson), 11.30 non ho preso l’Optalidon (cut-up da Pasolini e altri, pubblicato in Pagine Corsare, 2007), L’aspirazione infranta, dedicato a Čechov (regia di Lea Landi). Docente di corsi propedeutici per attori e per cantanti, ha performato suoi testi in diversi Festival Nazionali/Internazionali e partecipato ad alcuni slam poetry nazionali, vincendo il Monza Poetry Slam 2010 (Apocalissi quotidiane).

In rete: http://www.chiaradaino.it/

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8 thoughts on ““Chiara Daino? Una colata di lava e…vet()i rotti”- Intervista di Donato Di Poce

  1. forte, una furia, passionaria e matta, la voglia matta di sentire scorrere la vita in corpo. Ricordo un’altra che anni fa scrisse: – Volevo tutte le sbandate…-
    ferni

  2. «Vivere ardendo e non bruciarsi mai» o forse consumandosi in picchiata come la cometa nel martirio di Luce.
    La “santa rabbia” pompa fuoco e fiamme nell’Essere artistico poichè voli sempre in alto [e in altro] e più veloce di qualunque laccio, sudicio o mascherato.
    «Un salto oltre ciò che abbassa / pinna in altro mare» in nome della ittica “autarkeia”. Un sommo Bene in fine “lo consumarono”,
    grazie alla Daino che resta e lotta, nel verbo e con verbo. ADamantino.

  3. Chiara è arte, è una gigantessa. Racchiude echi del passato e la tempesta del futuro. La sua modestia non può impedirle di esplodere – lo fa in ogni parola. Mi è bastato leggere un suo commento, una volta, per capire che la poesia è impastata nella sua pelle. Da allora la leggo e continuo a leggerla, e lascio che mi spalanchi mondi.

  4. Nella corsa contro Crono, in primis, chiede venia: sempiterno ritardo di ogni *approdo*.
    Ringrazio Donato per le domande-detonanti micromondi gravidi di senso.
    E si ringrazia Fernirosso e Cartesensibili per l’ospitalità: accogliere e raccogliere l’altro è motore fisso e stella madre.
    Abbraccio e riabbraccio Guglielmo e Marcella [costanti carezze e àncore del mio bilico].

    Nell’a presto, luminando sempre *l’indomita fiamma* di Ada che ci alberga

  5. Wilde diceva: “Le domande non sono mai indiscrete. Le risposte, talvolta, lo sono.
    E leggere queste risposte di Chiara è crudo, semplice, puro e nudo piacere per gli occhi. Un indiscreto piacere, come sempre più raramente se ne vedono. Ed è per questo che non posso fare altro che ringraziarla, per l’ennesima volta, e inchinarmi a Di Poce per averle estratto le parole.

  6. ERRATA CORRIGE:

    “il Poeta è un anfibio, l’Artista lo è. Per Natura.” Chiara Daino

    E lava è fuoco e[‘] acqua. È distruzione e[‘] costruzione, è Teatro e[‘] Poesia, è veleno e[‘] antidoto ed è sì questione di dose: che ti fai o che sei, questo il dis/crimine!

  7. Resisti sempre, Chiara, nell’altrove che ti sei scelto e che ti abita con immanente violenza. È “il fuoco che governa le folgori” l’essenza: il resto viene sempre dopo. “La maturità dell’uomo è ritrovare la serietà che da fanciullo metteva nei giochi”: direi che Nietzsche ti/ci manda un consiglio perfetto, da un passato che non è mai passato finché persone come te sono capaci di “futurarlo”.

    Marco

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