Alessandro Cappa:Vitalij Sentalinskij, I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del kgb

Lana Greben-Fantastical Galliano

 

«Me lo faccia vedere», Voland gli tese la mano con la palma rivolta verso l’alto.
«Purtroppo mi è impossibile», rispose il Maestro, «perché l’ho bruciato nella stufa».
«Mi scusi, ma non le credo», rispose Voland. «Questo non può essere. I manoscritti non bruciano».

(Bulgakov – Il Maestro e Margherita)

Vorrei parlare di un libro splendido e non più ripubblicato.

S’intitola I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB, edito nel 1994 da Garzanti. L’autore è Vitalij Sentalinskij, poeta e scrittore russo, nato nel 1939, al quale va dato l’immenso merito di aver fornito una prima filologica, coraggiosa ricostruzione di una parte fondamentale – e per ovvie ragioni celata – della storia letteraria, politica e sociale della Russia sovietica, quella che riguarda appunto gli archivi letterari della Lubjanka.

Questo libro è anche occasione per una breve riflessione su come il terrore che propaga dai totalitarismi debba necessariamente reprimere e spazzar via il cristallo della poesia per poter credere di sopravvivere.

Il potere quanto più è feroce tanto più è a caccia dei poeti.

Il libro di Sentalinskij è innanzitutto un’opera preziosa. Lo è perché l’autore ha creduto che la battuta di Voland al Maestro nel capolavoro di Bulgakov fosse in fondo plausibile: i manoscritti non bruciano. Non tutti almeno.

In effetti, è grazie al suo sforzo (e alla Perestroika, ovviamente) se oggi abbiamo a disposizione una scelta di fascicoli degli arresti e dei conseguenti interrogatori che alcuni dei migliori poeti, scrittori e intellettuali russi subirono negli anni Trenta. Ne viene fuori una impressionante messe di informazioni sui metodi usati durante le istruttorie, sugli interrogatori, sui processi a dir poco artati; emergono date, note di lavoro, luoghi di sepoltura altrimenti ancora celati con crudele e cinica strategia; ma soprattutto, vengono liberati dagli archivi le confessioni, i romanzi, i racconti secretati, foglietti, bozze, manoscritti e dichiarazioni che chiariscono le sorti di uomini e di opere credute ormai smarrite o di cui si ignorava l’esistenza.

Un lavoro immenso, e in fieri.

ceka – vck – gpu – ogpu – nkdv – mgb – mvd – kgb: sono queste le sigle che via via ha assunto la polizia segreta sovietica (creata e “educata” da Lenin). Allineate così producono un suono di mitraglia, osserva Sentalinskij.

Tra le maglie di questo apparato è stato quasi minuziosamente fatto a pezzi Babel’, di cui furono distrutti molti (troppi) manoscritti. È caduto Mandel’stam, forse il più grande poeta della sua generazione, la cui vita, nonché opera, fu irrimediabilmente e precocemente “castrata” (dobbiamo alla straordinaria memoria e caparbietà della moglie Nadezda l’esistenza di molte delle sue poesie). Nelle stanze della Lubjanka è passato il grande, geniale romanziere Platonov, messo al bando dalla comunità letteraria, costretto alla povertà e alla clandestinità, isolato fino al sopraggiungere della morte (è spuntato dagli archivi anche un suo ultimo, strano romanzo intitolato Romanzo tecnico; tuttora, credo, inedito). Ancora: spedito al confino e “lentamente assassinato” fu uno dei maestri, misconosciuto a tutt’oggi, della poesia russa del novecento, celebrato e amatissimo da poeti come Blok, Belyj, Esenin, Mandel’stam, Gumilev: il grande poeta popolate Nikolaj Kljuev. Stessa sorte toccò a Florenskij, il “Leonardo da Vinci russo”, arrestato, spedito al confino, e infine fucilato.

Bisogna leggere attentamente i fascicoli per farsi un’idea del processo in corso a quei tempi, del grado di corrosione ideologica che il potere sovietico fu capace di scaricare sull’uomo: le accuse di “sabotatore”, “nemico del popolo” “controrivoluzionario”, “fannullone”, “spia”, “antisovietico”, gli interrogatori condotti in maniera grottesca e schiettamente implausibile, il cui unico, ossessivo obiettivo consisteva nella dichiarazione di colpevolezza dell’accusato; la firme fatte apporre coattivamente, esito di torture fisiche e psichiche o di estenuanti sedute di interrogatori; insomma, tutta la paranoide furia di un sistema in cui la confessione e le procedure erano diventate parte di un grande rituale feticista, la cui unica preoccupazione era la produzione e l’arresto dell’“antisovietico”.

Dà da pensare, leggendo i resoconti degli interrogatori, la parabola degli accusati: dalla prima incredula, genuina reazione di sgomento, alla finale, caricaturale “confessione”, estorta perlopiù per sopraggiunto sfinimento. E ancora: le fanatiche, improvvise autoaccuse, le fulminee “prese di coscienza”, le accorate autodenigrazioni, i ravvedimenti…

A tutto questo, impastato alla trama di sospetti, vi sono le migliaia di lettere delatorie, a legger le quali si ha la sensazione di essere penetrati nel alveo midollare del potere sovietico, nella sua matrice più intima e virale.

Leggere questi documenti serve insomma a farsi un’idea della caducità della vita tra le mura della Lubjanka.

E fa quasi sorridere, di riso amaro ovviamente, scorrere quei fascicoli istruttori pieni di altisonanti accuse, scritti in maniera sciatta e infantile, e messi in bocca magari a gente come Bulgakov, Balel’, Mandel’stam. Si scorge non solo la dimensione farsesca che presiede all’allestimento del “caso giuridico”, ma soprattutto il grado di mistificazione e di menzogna accordata dai suoi stessi attori all’epoca e a se stessi in quanto interpreti. Tutto questo, però, se da un lato fornisce un’idea dell’immensa furia repressiva del regime sovietico, dall’altro mostra non solo quanto un’intera generazione di poeti, scrittori, intellettuali fosse invariabilmente schiacciata dalla macchina repressiva, ma come lo fossero in primo luogo gli stessi repressori: burocrati, funzionari, quadri, responsabili di sezione, accusatori, spie. Niente, in nessun momento e in nessun dove, è inviolabile. Il terrore deve essere ubiquo, sempre presente. Tutti perennemente minacciati; ad ogni livello. Tutti devono, potenzialmente, convincere altri della bontà della propria condotta, dell’onestà e della “sovieticità” della propria anima. Nessuno, nemmeno i vari Jagoda, Ezov, Berija, per intenderci, (i quali si avvicendarono a capo della polizia segreta tra il 1934 e 1945), si salvava.

Questo libro, attraverso la voce stessa dei “cekisti”, svela l’incedere di quel falso movimento dettato dalla scansione denuncua-arresto-condanna: semplice e ossessivo meccanismo, stringente e incoercibile violenza contro cui va a schiantarsi la vita e la storia di un popolo. Va da sé che non c’è pretesa di verità della scansione stessa, così come non ce n’è nell’estorsione della confessione, perché se nessuno crede all’accusato, nessuno altresì crede all’accusatore: è solo una prassi, un protocollo (la burocrazia!), che va però celebrato ininterrottamente, poiché in esso passa il nervo assiale del totalitarismo sovietico, è il pistone che muove la grande macchina repressiva, la magniloquente finzione di verità che sostiene l’edificio del Potere.

Simbolo architettonico di tutto ciò è la sinistra e spropositata soglia della Lubjanka. Il luogo più temuto dell’intera Russia, l’incubo di un popolo. Vi si passa davanti abbassando lo sguardo. Non c’è russo che non abbia provato direttamente o indirettamente quel particolare terrore d’esser oggetto d’interesse da parte di un suo funzionario, e che non sia vissuto nello spavento di una telefonata, di un sospetto e inatteso battere alla porta di casa, di un improvviso e talvolta “casuale” incontro con un cekista.

Ecco Sentalinskij:

«Come puoi andare alla Lubjanka?» mi chiedono in tanti. «Come puoi trattare con gli agenti del kgb?». Ma il fatto è che io non vado da loro! Là, alla Lubjanka, è nascosta la verità sulla vita e la morte dei nostri migliori scrittori, la languiscono i loro manoscritti, e dunque essi stessi. Le pietre della Lubjanka gridano, ci chiamano con voci umane. Liberiamo quei manoscritti, risuscitiamoli, finché non sono ancora finiti nell’insaziabile forno del kgb o tra le lame delle macchine per la distruzione dei documenti.

Alla Lubjanka il popolo russo ha visto passare buona parte dei suoi uomini più illustri. È stata decapitata un’intera generazione: Babel’, Bulgakov, Florenskij, Hegen-Thorn, Demidov, Pil’njak, Maldel’stam, Kljuev, Platonov, Cvetaeva, ecc. In tempi relativamente più recenti vi sono finiti uomini come Brodskij, Solgenitzyn.

Tra quelle mura si è compiuto il crimine ferocissimo della cancellazione dei volti e della messa al bando delle opere. Eppure, nella tortura, nell’esilio, nella minaccia inestinguibile, nelle fucilazioni e nella cultura delatoria, ma soprattutto nell’accanimento e nella guerra contro i suoi poeti, lo stalinismo ha involontariamente e implicitamente mostrato quanto sia in realtà sconfinato il “potere” della poesia, proprio in quanto luogo ultimo ed estremo territorio in cui è in gioco la libertà di un popolo e l’anima stessa dell’uomo. “Qui per una poesia si può benissimo fucilare qualcuno” aveva detto Mandel’stam.

È così fu.

Dagli archivi della Lubjanka sono emerse opere, romanzi, poesie, diari e testimonianze delle più varie. Ma anche, chiaramente, manoscritti non letterari, la cui potenza testimoniale talvolta è pari a quella di più celebri voci. Ve ne sono ancora migliaia.

Rappresentano la fonte oscura della memoria.

Eccone uno, emblematico, struggente, uscito dall’ombra degli archivi, scritto dalla mano tremante di un vecchio uomo spezzato:

Ci portarono in Kolyma. Ci diedero un paio di guanti e al posto delle scarpe ci diedero due maniche di vecchi giacconi e tutto questo per due anni. Lavoravamo nelle gallerie delle miniere d’oro e le maniche nelle gallerie contro la ghiaia si strapparono subito, l’imbottitura uscì e i piedi nudi gelavano. Ed ecco che in dicembre durante l’appello il comandante del lager Kuliev dice a chi ha qualche richiesta di parlare prima di andare al lavoro.

Ed ecco che in due chiediamo le maniche. […] Ci portano in una cella d’isolamento. Kuliev chiamò i pompieri con un colpo sulla rotaia. […] Dirigono la pompa contro di noi. Noi gridavamo chiamavamo la mamma e il papà e li ingiuriavamo con tutti i nomi. Quel giorno c’erano cinquanta gradi sotto zero, di mattina per il gelo si era rotto il telaio della macchina. Ci innaffiarono per mezz’ora, poi il motore si spense. Dopo quattro ore è venuto Kuliev e ha cominciato a dire di andare alla baracca, ma noi eravamo tutti congelati e non potevamo muoverci. Allora chiamò un pompiere che arrivò con una piccola scure e cominciò a separarci uno dall’altro. E mi gridarono di marciare alla baracca! Ma io avevo i pantaloni imbottiti congelati e ho detto che non potevo. Ti aiuto io! Con un calcio nella schiena sono volato nella strada, ho battuto la faccia per terra mi sono spaccato un labbro ho sentito due denti in bocca e il salato del sangue.

Sono corsi due pompieri e a pedate mi hanno spinto verso la baracca, fino alla baracca c’erano venticinque metri. Ma mentre mi rotolavano mi ero trasformato in un fantoccio di neve sui vestiti bagnati la neve si era attaccata e si era congelata. Allora mi appoggiarono con la schiena alla baracca e cominciarono a staccare la neve con il calcio del fucile in modo da farmi male alle ossa. Io caddi. Allora mi trascinarono per i piedi dentro la baracca e dietro di me rotolarono gli altri. Lacrime, lamenti e ingiurie dei soldati. Mi sono sdraiato sul letto in basso, di fronte alla stufa. Mi sono svegliato di notte mi faceva male la testa il petto mi batteva avevo la febbre alta.

Al mattino il piantone ha dato il segnale della sveglia. Ho cercato di svegliare i miei compagni di bagno, ma due erano morti. Mi portarono in infermeria. Il dottore mi chiese nome e patronimico e disse che eravamo omonimi. Allora mi chiese dove ero nato. Io gli dissi a Mosca e lui sembrò contento e disse che eravamo compaesani. Disse che era il primo medico del Cremlino. E perché vi hanno arrestato? Mi hanno accusato della morte di Maksim Gor’kij. È tutto quello che ricordo, ma il cognome non gliel’ho chiesto.

[…]

Ho pensato di scrivere queste cose perché si sapesse cos’è la Kolyma io penso morirò e non sapranno dove sono sepolti quei morti. Sono migliaia.

Forse uno scrittore può riscriverlo. Ma scusate la scrittura sono rimasto paralizzato due volte e adesso scrivo e le spalle mi tremano. E piango mi ricordo quello che ho vissuto. Lo chiamerei la via del Calvario. Riscrivetelo! La gioventù deve sapere ma la cosa più importante è che onorino la memoria. Adesso muoio tranquillo.

.

Vitalij Sentalinskij, I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del kgb, Milano, Garzanti, 1994.

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